Sciascia definitivo

DOMANDELeonardo Sciascia
Vita e opere
Leonardo Sciascia
http://www.scuolissima.com/2012/08/riassunto-vita-leonardo-sciascia.html

Nato a Racalmuto, presso Agrigento, nel 1921, dopo il diploma magistrale conseguito a Caltanissetta, s’impiega (1941) nell’ufficio dell’ammasso del grano del paese natale: viene così a stretto contatto con il mondo contadino siciliano. Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola di Racalmuto; da lei avrà due figlie, Laura e Anna Maria.
Nel 1948, rimane scosso dal suicidio del fratello Giuseppe, dapprima nsegna nella medesima scuola elementare di Racalmuto, più tardi si impiega a Caltanissetta in un ufficio del patronato scolastico.
Come narratore, Sciascia esordisce con cronache scolastiche, cui seguono il libro inchiesta Le parrocchie di Regalpetra (1956), dedicato a una prima messa a fuoco del tema della mafia. Impegno civile e intrigo giallo caratterizzavano i romanzi Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966), imperniati su delitti di mafia. Un giallo irrisolto è anche Todo modo (1974), imperniato sulla denuncia dei potenti che tramano alle spalle dell’Italia. Sciascia coltiva poi il genere del libro inchiesta con Morte dell’inquisitore (1964), sul tema dell’intolleranza religiosa, e La scomparsa di Majorana (1975), dedicato alla vita del fisico nucleare misteriosamente scomparso ai tempi del fascismo.
Altro ambito a lui caro è la critica letteraria attenta agli aspetti della cultura regionale e folkloristica; nascono così i saggi Pirandello e il pirandellismo (1953) e Pirandello e la Sicilia (1961. Direttore della rivista Nuovi argomenti e collaboratore della casa editrice Sellerio, Sciascia è eletto al Consiglio comunale di Palermo nel 1975 come indipendente nelle liste del Pci, e poi alla Camera nel 1979, tra i radicali. Rimane in parlamento sino al 1983, occupandosi soprattutto dei lavori della Commissione d’inchiesta sulla morte di Aldo Moro (argomento che gli aveva ispirato, nel 1978, il libro inchiesta L’affaire Moro). Specie nell’ultimo periodo, Sciascia ha incarnato il ruolo pubblico dell’intellettuale impegnato, coscienza critica dell’Italia in forme disobbedienti, senza mai identificarsi in un’ideologia precisa. Nell’ultimo suo anno di vita, il 1989, sono usciti Il cavaliere e la morte e Una storia semplice, due romanzi brevi ancora ispirati dalla denuncia del potere mafioso.
Caratteristiche generali del pensiero e delle opere, in particolare quelle che parlano di indagini e di mafia

­-  Passione per le indagini e la ricerca della verità nel mondo reale non solo nelle opere di invenzione;

­-  Difficoltà di giungere alla verità perchè qualcuno si oppone ed inquina le prove oppure perchè le prove, anche quelle di natura storica, non sono sufficienti

­-  L’autore parte da una posizione relativamente ottimistica (Il giorno della civetta

1961 ) per arrivare ad uno scoperto pessimismo (Il contesto, 1971, Todo Modo 1974)

­- Per Leonardo Sciascia  La realtà supera la fantasia col rapimento e l’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Sciascia  scrive un vero pamphlet intitolato L’Affaire Moro e guida la commissione parlamentare che ha indagato sui motivi del fallimento delle ricerche del luogo in cui Moro era detenuto. Scrive anche la relazione di minoranza,dalla quale emergono gli inquietanti indizi dell’attività di molti potenti soggetti che si occultavano dietro all’operato delle Brigate Rosse (Usa, Massoneria, Servizi segreti deviati, la classe politica che rifiutò la trattativa probabilmente per motivi meno nobili di quelli dichiarati).

Leonardo Sciascia e L’ affaire Moro

La chiave di lettura del pamphlet è chiara: ogni tentativo di lucida e razionale mediazione proposto da Moro si andava infrangendo contro una ferrea e inflessibile “ragion di Stato” che non accettava alcun compromesso.

http://unoenessuno.blogspot.it/2013/01/laffaire­moro­di­leonardo­sciascia.html

Sciascia espolora il significato delle parole di Moro, illustra il contesto, legge tra le righe,
fa emergere talvolta anche quanto non esplicitamente riferito, insomma,
decostruisce il testo delle lettere per smentire la versione ufficiale
secondo la quale erano puro prodotto della costrizione e del terrore, non
esprimevano il punto di vista del “vero” Moro.

http://micheblog.wordpress.com/2009/09/06/leonardo­sciascia­laffaire­moro/

Il rapimento di Aldo Moro

In appendice al testo di Leonardo Sciascia è stata pubblicata la Relazione di minoranza presentata dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio dell’Onorevole Aldo Moro”.

Nella relazione di minoranza presentata dal deputato radicale emergono, lampanti, tutti gli errori nella ricerca del covo, nella condivisione delle informazioni, le incongruenze della versione ufficiale. (…) Attraverso la ricostruzione delle vicende più significative che hanno segnato l’inconcludente e colpevole attività del governo, della magistratura e della polizia,
sottolineando anche le responsabilità della stampa, Sciascia afferma che vi furono gravi carenze nelle misure di prevenzione e di tutela della persona di Aldo Moro; che vi furono disfunzioni, omissioni e gravi responsabilità nella direzione e nell’espletamento delle indagini per la ricerca e la liberazione di Moro. Ma le ragioni di tanta lentezza nelle indagini, dello spreco di tanti mezzi e risorse per finalità solo spettacolari, di tanti errori professionali non possono essere ricercate solo nell’impreparazione di fronte al terrorismo e nei condizionamento dei “media”. L’impedimento più forte ad una efficace azione per la salvezza del Presidente della DC è venuto dalla decisione di non riconoscere nel Moro prigioniero delle BR lo stesso Moro a cui tutti avevano attribuito, fino al momento del sequestro, grande accortezza e lucidità politica. (Non a tutti piaceva l’ipotesi di compromesso storico)

http://www.radioradicale.it/exagora/moro­relazione­di­minoranza­del­deputato­leonardo­sciascia­gruppo-
parlamentare­radicale

Il giorno della civetta (1961)

Il capitano Bellodi carabiniere, ex partigiano, sa che don Mariano Arena è il mandante dell’omicidio di un impresario che non gli paga la protezione e riesce ad ottenere le prove che però vengono smontate da una falsa testimonianza orchestrata anche da misteriosi e potenti politici di Roma. Il complotto sta nella volontà di Don Mariano e dei suoi complici di
nascondere la verità non solo sull’omicidio ma su tutto il sistema mafioso di gestione degli appalti e le relazioni col potere politico. Tale volontà di distorcere il vero si manifesta con la falsa testimonianza, cioè con la parola che cancella la realtà e la sostiutuisce con altro. Per i due esecutori materiali dell’omicidio vengono trovate persone disposte a dichiarare che essi si trovavano lontani dal luogo dei delitti mentre venivano commessi, così il castello accusatorio cade e i due, insieme a Don Mariano, vengono liberati, con gran sollievo dei misteriosi onorevoli di Roma, contenti che in questo modo i loro nomi e quelli dei loro amici non siano emersi. Il capitano Bellodi però non vuole arrendersi (“Mi ci romperò la testa”), il mcomplotto può essere rivelato anche se non immediatamente.

Trovare la verità e renderla evidente sembra ancora possibile, come èstata possibile la lotta contro il nazifascismo.

 

Todo modo

Il romanzo, ambientato negli anni Settanta, ha come protagonista un conosciuto pittore, di cui non viene mai fatto il nome, che ha bisogno di un periodo di pace in solitudine. Alla vista di un cartello che indica un eremo, l’Eremo di Zafer (non meglio definito geograficamente), il pittore pensa di recarvisi. Scopre poi che l’eremo è stato trasformato in un hotel fondato dall’ambiguo Don Gaetano e che in certi periodi dell’anno ospita persone di alta estrazione sociale (ministri, politici, direttori di banche…) per ritiri spirituali. L’ennesimo ritiro sarebbe iniziato dopo solo qualche giorno, e infatti nell’albergo si trovano, all’arrivo del pittore, soltanto cinque donne. A seguito del colloquio con Don Gaetano, enigmatico ed inquietante personaggio dall’estesissima cultura, al pittore viene concesso di rimanere ad assistere al ritiro spirituale. Ma proprio durante la recita del rosario, si assiste all’omicidio di uno dei notabili, l’ex senatore Michelozzi: tutti vengono sospettati, meno che Don Gaetano, il pittore e il cuoco, che avevano assistito insieme all’accaduto, lontani dalla processione di Don Gaetano e dei suoi ospiti. Il procuratore Scalambri, primo della classe ed ex compagno di scuola del pittore, cerca di risolvere il delitto, ma ogni sua mossa gli viene suggerita dal pittore stesso. Una sera, ricostruendo l’accaduto, disegnandolo perfettamente nella memoria e su carta, il pittore trova la soluzione all’omicidio di Michelozzi, e anche quella all’omicidio dell’avvocato Voltrano, avvenuto dopo il primo. La soluzione però nonviene rivelata e il giorno seguente Don Gaetano viene ritrovato morto nel bosco, con una pistola accanto al corpo. Il pittore lo ha ucciso con la pistola dei precedenti delitti che non s’era più trovata, per lasciarla di seguito accanto al cadavere, legando simbolicamente il sacerdote allo strumento dei delitti, ma a salvaguardia della coscienza già logorata dal confronto con don Gaetano, egli maschera il delitto spacciandolo per la giusta espiazione di un uomo diabolico.Il procuratore Scalambri, tuttavia, non crede akll’ammissione di colpa fatta dal  pittore per mancanza di un valido movente e la storia si conclude lasciando il lettore perplesso.  Il titolo, Todo modo, è una citazione da una preghiera di Sant’Ignazio di Loyola che, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, rappresenta un modello di cultura elitaria proprio come quello che rappresenta Don Gaetano nel romanzo Il titolo del romanzo sta a significare che per salvarsi, per salvare la Chiesa, qualunque cosa è permessa, anche uccidere. Si tratta di un’aspra critica al partito della Democrazia Cristiana e asi suoi metodi poco conformi all’insegnamento evangelico.

http://it.wikipedia.org/wiki/Todo_modo_%28romanzo%29

La verità viene dunque  sistematicamente distorta e occultata, il sistema politico e sociale genera inevitabilmente la menzogna e cerca di distruggere, anche fisicamente, chi cerca la verità. Di questa verità bisogna però continuare a cercare i segni anche se “ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male”. (Umbero Eco, Il nome della rosa)

L’indagine storica:

Morte dell’inquisitore (1964) La scomparsa di Majorana/(1975) La strega e il capitano (1986)

Sciascia si interessa di “casi storici” come Manzoni con la “Storia della colonna infame” (aleggia su Sciascia ed Eco il fantasma di Manzoni e del suo romanzo “ben fatto”).

DOMANDE

Quali ideali civili muovono Sciascia ad affrontare i temi delle sue opere? Soffermarsi particolarmente sulla ricerca della giustizia e della verità.
Che rapporto c’è, nelle sue opere, tra storia ed invenzione?
Quali problemi della società italiana emergono dalle opere di Sciascia? (Dalla mafia alla politica corrotta etc…) Esempi.
Quali elementi stupefacenti sul rapimento di Moro emergono dalla sua relazione?
Perchè si è interessato di Majorana?
Collegamento con la storia, la fisica, Primo Levi, i video degli anni scorsi
Conoscere la trama di Il giorno della civetta, L scomparsa di Majorana, L’affaire Moro
Individuare nei testi letti da “Il giorno della civetta” gli elemnti che dewcrivono l società mafiosa.

RIDUZIONE DA
“La strega e il capitano” (www.atuttascuola.it)

Leonardo Sciascia

Edoardo Sandon – Relazione sul libro “La strega e il capitano”

GENERE: Romanzo storico/sociale

TRAMA: Ci troviamo a Milano, a cavallo tra il 1616 e il 1617. Al servizio del senatore Luigi Melzi vi è Caterina Medici, giovane cameriera di umili origini ma capace di leggere, scrivere e far di conto, anche perché nata da padre maestro. Proprio nel Natale del 1616 il senatore inizia ad accusare dolori di stomaco tanto strani quanto forti e, a detta di una folta schiera di dottori, addirittura incurabili. Subito Caterina viene accusata di aver provocato i dolori del senatore grazie alla stregoneria, ma la parola finale spetta al capitano Vacallo, precedente padrone della stessa Caterina e in visita di piacere da Melzi, che, riconoscendola subito in casa del senatore, la accusa senza ombra di dubbio. Caterina, autoconvintasi di essere una strega, forse per suggestione o forse perché alle streghe confesse veniva risparmiata la vita, decide di proclamarsi tale. Il 4 marzo 1617 Caterina fu dichiarata colpevole, strangolata e arsa sul rogo costruito per l’occasione in piazza a Milano.

PERSONAGGI PRINCIPALI:

–         CATERINA MEDICI: nasce a Broni in provincia di Pavia in un anno imprecisato della seconda metà del ‘500. Il luogo di nascita è certo grazie ai documenti relativi al suo processo, ed è figlia di un maestro. Sa leggere e scrivere. Si sposa giovanissima (ad appena 14 anni) con un piacentino di cui si è perso il nome. Resta vedova, va a servizio in case di Pavia, Casale Monferrato e Milano. A Casale Monferrato sta come serva presso un tale capitano Vacallo. Nell’agosto 1616, Caterina diventa cameriera del senatore milanese Luigi Melzi.

–         LUIGI MELZI: ricco senatore milanese, agiato, nobile e di abbondante prole, è l’uomo che di fatto segna la malcapitata Caterina. Stando alle cronache dell’epoca si era persino invaghito della stessa serva, ma in seguito era stato persuaso dai figli che Caterina era una strega e aveva lanciato contro di lui un maleficio.

–         CAPITANO VACALLO: l’ex padrone di Caterina, per caso in visita dal senatore Melzi, pone l’ultima parola sul caso di stregoneria creatosi attorno a Caterina. Pare che Vacallo abbia avuto addirittura due figlie dalla serva, che però fu costretto a trattenere e ad allontanare dalla madre.

TEMPO E AMBIENTE: i fatti si svolgono tra Pavia, Casale Monferrato e Milano tra la seconda metà del ‘500 e il 1625, anno della morte del senatore Luigi Melzi. I fatti narrati, tuttavia, coprono un periodo storico ben più breve, che va dal settembre del 1616 al marzo dell’anno successivo.

APPROFONDIMENTO (Caterina: il prototipo della “strega” dell’epoca)

Tra il 1616 e il 1617 fu processata e condannata a Milano una certa Caterina dei Medici. Il caso ha suscitato interesse, non certo per la notorietà della protagonista, ma in quanto esempio del livello di demonomania che aveva ormai pervaso l’intera società. Al momento del processo Caterina aveva superato ormai da poco i 40 anni; la sua vita era stata infernale: violentata in giovanissima età, poi costretta alla prostituzione, aveva infine trovato lavoro come serva. Caterina era effettivamente convinta di essere una strega: iniziata alle pratiche magiche da una sua conoscente, aveva creduto di trovare nella stregoneria un conforto per le vicissitudini della sua esistenza. Non sappiamo quanto le domande degli inquisitori possono avere influito sul contenuto delle confessioni, ma è certo che Caterina dimostrava una buona conoscenza di tutti gli stereotipi del sabba e dell’attività di una strega; d’altronde, circa due secoli di pubblicazioni e discussioni in materia di stregoneria non erano stati privi di conseguenze. Nota per le sue attività di malefica, Caterina pagò anche il peso politico dei suoi accusatori, i familiari e i conoscenti del senatore Luigi Melzi. Lavorava infatti per il senatore, gravemente ammalato senza che i medici riuscissero a trovare una cura o il motivo della malattia; questi approfittarono dunque di un utile capro espiatorio, che li assolveva da eventuali responsabilità professionali, dichiarando l’innaturalità – e dunque l’origine magica – dello stato del Melzi. Al termine di un processo segnato già dal principio, Caterina dei Medici fu condannata al rogo.

La scomparsa di Majorana

La sera del 25 marzo 1938 Ettore Majorana, allora trentunenne, si imbarca a Napoli sul traghetto diretto a Palermo lasciando due lettere nelle quali preannuncia la propria “scomparsa”. Giunto a Palermo scrive però di distruggere le lettere che aveva inviato il giorno prima e annuncia di essere di ritorno a Napoli l’indomani. Il suo mancato arrivo a Napoli è noto, e Sciascia si interroga sulle congetture fatte in proposito formulandone anche di proprie. In particolare avanza l’ipotesi che Majorana possa essersi ritirato presso un convento ricusando il suo ruolo di scienziato in seguito a una intuizione circa il possibile sviluppo della bomba atomica e le conseguenze potenzialmente disastrose che ne sarebbero scaturite. L’ipotesi   voleva restituire l’immagine di Majorana come dello scienziato che si oppone alle trame del potere,  dell’intellettuale che svolge la sua funzione di “coscienza morale” di una società  disposta ad usare le scoperte scientifiche (E = mc2), in particolare quelle della fisica, per scopi altamente distruttivi.

In tempi recenti si è scoparto che effettivamente Majorana non si era suicidato, ma era fuggito nell’America del Sud, probabilmente proprio per sottrarsi alla richiesta di collaborare agli studi sulla bomba atomica. Sciascia aveva dunque intuito le ragioni del comportamento dello scienziato anche se non poteva sapere nulla della sua fuga in America.

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_febbraio_04/procura-ettore-majorana-vivo-venezuela-il-1955-1959-d1a6aeda-ac7f-11e4-88df-4d6b5785fffa.shtml

Lo hanno cercato per anni, la sua misteriosa scomparsa è stata studiata e analizzata in film e libri (come il celebre “Il caso Majorana» di Leonardo Sciascia), con mille ipotesi: la più accreditata finora è che si fosse ritirato nella Certosa di Serra San Bruno, in Calabria. C’era anche ci pensava che si fosse suicidato. Ma Ettore Majorana, il geniale fisico catanese cresciuto in via Panisperna e che alcuni esperti collocano tra Newton ed Einstein, scomparso misteriosamente nel 1938, era vivo, nel periodo 1955-1959, e si trovava, volontariamente nella città venezuelana di Valencia. Lo ha accertato la procura di Roma indagando sulla scomparsa.

Ettore Majorana, penultimo di cinque fratelli, nacque a Catania il 5 agosto del 1906 da una famiglia di politici e scienziati , suo padre Fabio si era laureato in Ingegneria a 19 anni. Fin da piccolissimo Ettore rivelò doti straordinarie per la matematica e la fisica: dopo il liceo classico, completato a Roma, dai Gesuiti del Massimo in soli 4 anni, si iscrisse a Ingegneria e poi a Fisica. Si laureò, con 110 e lode, il 6 luglio 1929, relatore Enrico Fermi, presentando una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi. E continuò a studiare e a frequentare l’Istituto di via Panisperna a Roma, diretto da Enrico Fermi.

La scomparsa

La sera del 25 marzo 1938 Ettore Majorana partì da Napoli, dove era docente di Fisica teorica all’università «Federico II» con un piroscafo della società Tirrenia diretto a Palermo, dove si fermò un paio di giorni: il viaggio gli era stato consigliato dai suoi più stretti amici e colleghi, che lo avevano visto stanco e depresso e invitato a prendersi un periodo di riposo. Da allora le sue tracce si perdono. Del caso si interessò, dietro pressioni anche di Fermi, lo stesso Mussolini; fu anche promessa una ricompensa (30 000 lire) per chi ne desse notizie. Ora le rivelazioni della Procura: «Tanto premesso è da ritenersi che sono stati acquisiti elementi per poter escludere la sussistenza di condotte delittuose o autolesive contro la vita o contro la libertà di determinazione e movimento di Ettore Majorana, dovendosi concludere che il predetto si sia trasferito volontariamente all’estero permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il ‘55 e il ‘59». E’ quanto si legge nel decreto di archiviazione sul caso. Che però non solleva il velo sulle motivazioni che spinsero, in una notte di inizio primavera di ormai 77 anni fa, un giovane genio con un futuro brillantissimo davanti a sè, a sparire nel nulla e per sempre.