Ritagli di Primo Levi

Questo è ritenuto da molti  il miglior capitolo di tutto il libro.
L’idea della “zona grigia”, in cui nessuno è completamente innocente o colpevole, è qualcosa di assolutamente affascinante, che ci porta ad evitare quelle semplificazioni possono farci travisare la realtà dei fatti.
Levi riesce a superare le emozioni che lo colpiscono quando ripensa al campo e ad osservare la sua realtà in modo scientifico e obiettivo: solamente in questo modo, riesce ad indicare con chiarezza le situazioni del campo e, soprattutto, i suoi effetti sui prigionieri.
Con parole semplici ma dure,  descrive come il compito primario dei lager non fosse semplicemente distruggere fisicamente i prigionieri, ma umiliarli, spingerli al limite, alienarli da tutto ciò che è umano, perché se anche fossero sopravvissuti non avrebbero potuto ritornare alle loro vite precedenti.
In questo terrificante rituale, entravano a far parte anche gli stessi prigionieri, devastati dalla sofferenza e dalla rabbia e pronti a tutto pur di compensare in qualche modo il vuoto che sentivano dentro.
In questo modo, il lager acquista una concezione “fantascientifica”: è una sorta di dimensione parallela, in cui i valori normali della quotidianità vengono stravolti e ribaltati, i prigionieri vengono ridotti a bestie e costretti a perdere ogni connotato di umanità, ogni persona è completamente sola e immersa in un mondo che non può completamente comprendere.
Attraverso vari esempi, Levi delinea un filo conduttore per spiegare i comportamenti di collaborazione tra prigionieri e guardie: il potere.
In un sistema come quello del lager, il potere è un attraente miraggio cui molti anelano, ma che solamente alcuni, i più spietati e i più furbi, riescono a raggiungere: nei campi di sterminio, il potere e la sopraffazione risultano essere causa della sofferenza, ma anche unica apparente via d’uscita.
È la logica distorta del lager, la logica distorta del totalitarismo e dell’estremismo…la logica assurda, terribile, patetica e inconcepibile della violenza.

COLLEGAMENTO A LUCIANA NISSIM MOMIGLIANO, dottoressa nell’infermeria del reparto femminile, che dichiarò di aver superato il trauma di Auschwitz per la sua forza di carattere e per la consapevolezza di aver fatto sempre il possibile per aiutare le sue compagne.)

PRIMO LEVI – LA VERGOGNA
Questo sentimento emerge in modo evidente in questa frase tratta dal libro “La tregua”:”

…la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”.

Da questa frase si può comprendere il sentimento che Levi, come molte  persone sopravvissute ai lager, ha provato, ossia il senso di impotenza nei confronti delle SS e di rimorso e/o colpevolezza per non aver potuto impedire che tutto ciò accadesse. Tale frase è talmente densa di significato che difficilmente chi non ha vissuto l’esperienza del lager la può capire appieno. Basti pensare, infatti, che questo sentimento, unito al senso di colpa per essere riuscito a sopravvivere mentre altri sono morti, i sopravvissuti se li sono portati dietro tutta la vita, causando spesso episodi di suicidio, fra i quali quello dello stesso Levi.
Lo scrittore-chimico sostiene che questo sentimento è emerso anche nel  momento in cui, dopo la prigionia,  avrebbe avuto ragione di gioire: la riacquistata libertà. Infatti, attraverso lo sguardo dei soldati russi che li stavano liberando, non riuscì a far altro che ripensare alle terribili sofferenze provate che lo avevano cambiato profondamente.
Quindi, anziché provare gioia emerge in lui un profondo senso di odio nei confronti dei tedeschi e in generale di tutti quelli coinvolti in uno degli episodi più terribili che la storia ha conosciuto .

Questo viene detto a pagina 11 del testo “La tregua”: “Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.”.

In queste sue affermazioni, ma in generale in tutte le sue opere, Levi dà prova di una incredibile obiettività pur avendo vissuto tutto questo sulla sua pelle, dato che niente riuscirà a fargli dimenticare ciò che ha passato e che nessuno potrà ridargli la vita che gli è stata tolta all’entrata del lager.
La vergogna (secondo commento)
Nel terzo capitolo, La vergogna, Levi inizia a parlare della vergogna provata dal “salvato” nel momento in cui ripensa all’esperienza del lager, oppure quando deve rispondere alle domande di chi non ha vissuto direttamente quell’esperienza eppure pretende di giudicarla.
Primo Levi afferma che molti (ed anche egli stesso) hanno provato vergogna, cioè un senso di colpa, durante la prigionia e dopo; questo è un fatto accertato e confermato da molte testimonianze.
Secondo Levi il senso di vergogna o di colpa, che coincideva con la riacquistata libertà, era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo. Infatti ognuno di loro, sia oggettivamente, sia soggettivamente, aveva vissuto il Lager a proprio modo. Secondo il suo parere, l’ora della liberazione non era stata né lieta né spensierata come tutti saremmo portati a credere, ma era stata l’ora della vergogna.
1) I “salvati” soffrivano perché si erano sentiti colpevoli per non aver fatto niente o non abbastanza contro il sistema in cui erano assorbiti. Secondo Primo Levi sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente. A questo proposito ci ricorda di quando, nel 1941, caddero in mano tedesca milioni di prigionieri militari sovietici. Erano giovani, ben nutriti e robusti, avevano una preparazione militare e politica ; odiavano i tedeschi che avevano invaso il loro paese; eppure raramente hanno resistito. La denutrizione, la spogliazione e gli altri disagi fisici, di cui i nazisti erano maestri, sono rapidamente distruttivi, e prima di distruggere paralizzano.
2) Nei campi di concentramento tutti avevano vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: avevano sopportato la sporcizia, la nudità, la promiscuità le loro giornate erano state ingombrate dalla fame, dalla fatica, dal freddo…Inoltre tutti avevano rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo…Tutti avevano dimenticato il proprio paese, la propria cultura, la famiglia, il passato, il futuro che si erano rappresentati, perché, erano ristretti al momento del presente.
Primo Levi crede che molti casi di suicidio dopo la liberazione siano dovuti a questo volgersi indietro a guardare l’”acqua perigliosa” (I canto Inf.). I casi di suicidio all’interno del lager erano davvero rari e Levi tenta di dare tre diverse spiegazioni:
1- il suicidio è dell’uomo e non dell’animale, è un atto meditato
2- “c’era altro da pensare” in quanto la giornata era densa di cose: bisognava soddisfare la fame, evitare i colpi e mancava il tempo per concentrarsi sull’idea della morte
3- nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa che nessuna punizione è venuta ad attenuare; la durezza della prigionia veniva percepita come una punizione ed il senso di colpa veniva messo in secondo piano.
3) Primo Levi racconta che nel momento in cui si sentivano ridiventare uomini, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta, la pena della vita da ricominciare sotto le macerie,spesso da soli…uscire dalla pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti perché ha coinciso quasi sempre con una fase d’angoscia.

Nonostante ciò molte liberazioni sono state vissute con gioia piena soprattutto da parte dei combattenti, militari o politici che vedevano realizzarsi le aspirazioni della loro militanza e della loro vita.
Levi, infatti, racconta che nel maggio del 1944 arrivò un nuovo kapo per la sua squadra. Questi picchiava in modo convulso, maligno e perverso sul naso, sugli stinchi e sui genitali. Un collega, un ebreo comunista croato, aveva detto a Levi che questo Kapo non sarebbe durato molto. Infatti dopo una settimana il picchiatore sparì. Solo anni dopo, in un convegno di reduci, Levi venne a conoscenza del fatto che alcuni prigionieri politici addetti all’ufficio del lavoro del campo, avevano il potere di sostituire i numeri di matricola sugli elenchi dei prigionieri destinati alla camera a gas.)
4) Altra causa più realistica della “vergogna” della vittime era il rendersi conto di aver mancato sotto l’aspetto della solidarietà umana. Pochi superstiti si sentono colpevoli di aver rubato: chi lo ha fatto ne rimuove il ricordo, ma quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso. La richiesta di solidarietà, di una parola umana, di un consiglio,era permanente, ma veniva soddisfatta di rado.
“Mancava il tempo, lo spazio, la pazienza, la forza”, afferma Levi.
Primo Levi si ricorda di quando aveva cercato di ridare coraggio, facendogli dono di un’attenzione momentanea ad un diciottenne italiano appena arrivato, che era disperato a causa dei primi giorni di campo. Ma si ricorda anche di quando scosse le spalle davanti ad altre richieste; questo perché
la regola principale del Lager era quella di badare prima di tutto a se stessi.
5) Levi ricorda, che nell’agosto del 1944, faceva molto caldo. La sua squadra era stata mandata in una cantina a sgomberare i calcinacci, e tutti soffrivano per la sete. A Levi era stato affidato un angolo della cantina, attiguo ad un locale occupato da impianti chimici in corso di installazione ma già danneggiati dalle bombe. Lungo il muro c’era un tubo che terminava con un rubinetto poco sopra il pavimento. Levi lo aprì a si accorse che usciva dell’acqua a gocce. Scelse di dividere l’acqua con il suo compagno Alberto, amico fin dall’infanzia. Di nascosto in due bevettero, alternandosi sotto il rubinetto.
Ma nella marcia di ritorno al campo Levi si trovò accanto a Daniele, tutto grigio di polvere di calcinacci con le labbra spaccate e gli occhi lucidi e si sentì colpevole.
Daniele li aveva visti e glielo disse alcuni mesi dopo la liberazione avvenuta. Chiese perchè non avesse potuto bere anche lui. Era il codice morale “civile” che riemergeva.
Inoltre il fatto di essere sopravvissuti fa sempre pensare che forse “sei vivo al posto di un altro”, sicuramente migliore di te.
6) Levi racconta di quando, al ritorno dalla prigionia, andò a trovarlo un amico più anziano di lui il quale era contento di ritrovarlo vivo e indenne dicendo che il fatto che Levi fosse sopravvissuto non fu opera del caso ma bensì opera della Provvidenza. Levi iniziò così ad interrogarsi sul perché proprio lui, non credente, si fosse salvato. Un suo amico religioso gli disse che era sopravvissuto affinchè portasse testimonianza di quanto era accaduto, ma lui rifiutò completamente questa spiegazione, perchè acuiva il suo senso di colpa.
Primo Levi si domanda perché sia morto Chajim, orologiaio di Cracovia, ebreo pio, che si era sforzato di capirlo e di farsi capire e di spiegare le regole essenziali di sopravvivenza nei primi giorni di cattività; è morto Robert, professore alla Sorbona, che emanava fiducia e coraggio intorno a sé e registrava tutto nella sua memoria…Queste persone sono morte non malgrado il loro valore, ma per il loro valore.
7) Infine i sopravvissuti sentivano la “vergogna del mondo” , cioè il dolore per le colpe che altri hanno commesso: soffrivano perché si rendevano conto che il genere umano, di cui fanno parte, era capace di costruire una mole infinita di dolore

Gli stereotipi
Nel settimo capitolo, Stereotipi, Levi risponde a tre delle domande più frequenti verso i reduci.
Lo stereotipo è qui inteso come il non potere capire, da parte delle generazioni contemporanee, ciò che fu veramente l’Olocausto e cosa comportò effettivamente lo sterminio per i deportati.
La concezione che ormai si ha del prigioniero è dell’uomo normale, uguale agli altri, solo che è rinchiuso in una cella e non ha libertà.
In realtà, in quella situazione, il problema era un altro e la mancanza di libertà era comunque secondaria; infatti venivano a mancare la soddisfazione dei bisogni primari dell’uomo come il cibo e l’acqua.
Primo Levi dice che coloro che hanno sperimentato la prigionia si dividono in due categorie ben distinte: quelli che tacciono e quelli che raccontano. Tacciono coloro che provano quel disagio (coloro che ha chiamato “vergogna”), coloro che non si sentono in pace con se stessi, o le cui ferite bruciano ancora. Parlano quelli che obbediscono a spinte diverse; parlano perché ravvisano nella loro prigionia il centro della loro vita, l’evento che ha segnato la loro esistenza. Parlano perché sanno di essere testimoni di un processo secolare, parlano perché “è bello raccontare i guai passati”, parlano descrivendo paura e coraggio, astuzie, offese, sconfitte…ma parlano anche perché vengono invitati a farlo. Gli ascoltatori, gli amici, i figli, i lettori, capiscono l’unicità della loro esperienza e li sollecitano a raccontare, ponendo domande e talvolta mettendoli in imbarazzo.
Primo Levi dice che fra le domande che gli vengono poste ce n’è una “famiglia” che non manca mai: “Perché non siete fuggiti?”, “Perché non vi siete ribellati?”, “Perché non vi siete sottratti alla cattura ‘prima’?”. Secondo Levi queste domande, per la loro immancabilità e crescere nel tempo, meritano attenzione.
“Perché non siete fuggiti?”
Vi sono paesi in cui la libertà non è mai stata conosciuta perché il bisogno che l’uomo ne prova viene dopo altri bisogni: resistere al freddo, alla fame, alle malattie..
Vi sono poi altri paesi in cui i bisogni elementari sono soddisfatti e i giovani di oggi sentono la libertà come un bene a cui non si deve rinunciare; perciò l’idea della prigionia è concatenata all’idea della fuga o della rivolta. La condizione del prigioniero è sentita come anormale e deve essere guarita con l’evasione o la ribellione. L’idea della prigionia e dell’evasione di oggi assomiglia assai poco alla situazione dei campi di concentramento. In Germania esistevano milioni di stranieri in condizione di schiavitù, affaticati, disprezzati, mal vestiti e mal curati. I prigionieri di guerra ricevevano viveri e vestiario attraverso la Croce Rossa e possedevano un buon allenamento militare, erano esenti dalla “zona grigia” e potevano fidarsi l’uno dell’altro.
Per i paria dell’universo nazista l’evasione era difficile e pericolosa:erano demoralizzati, indeboliti dalla fame e dai maltrattamenti, avevano i capelli rasati, abiti lerci e scarpe di legno.
Se gli ebrei fossero riusciti a superare lo sbarramento di filo spinato e la griglia elettrificata, a sfuggire dalle pattuglie, alla sorveglianza delle sentinelle armate di mitragliatrice nelle torrette di guardia, ai cani addestrati alla caccia all’uomo:verso dove avrebbero potuto dirigersi?a chi avrebbero chiesto ospitalità?erano fuori dal mondo, non avevano più una patria né una casa. Chi ospitava o aiutava un ebreo rischiava punizioni terrificanti. Inoltre la fuga di un solo prigioniero era considerata un evento intollerabile. Di conseguenza, quando un ebreo mancava all’appello l’intero campo veniva messo in stato d’allarme; i connazionali o gli amici notori erano interrogati sotto tortura e poi uccisi. I suoi compagni di baracca venivano fatti stare in piedi , nella piazza dell’appello, sotto la neve, la pioggia o il sole, finchè l’evaso non fosse stato ritrovato, vivo o morto.
Primo Levi racconta poi l’evasione di Mala dal Lager femminile di Birkenau. Mala era un’ebrea polacca che era stata catturata in Belgio e parlava molte lingue, perciò fungeva da interprete e da portaordini, godendo di una certa libertà di spostamento. Nell’estate del 1944 decise di evadere con Edek, un prigioniero politico polacco. Corruppero una SS e si procurarono due uniformi. Giunsero al confine slovacco, vennero fermati da due doganieri e consegnati alla polizia e furono riportati a Birkenau. Edek venne impiccato subito. Mala era riuscita a nascondersi una lametta da rasoio addosso; mentre era nella cella si recise l’arteria di un polso ai piedi della forca. L’SS cercò di strapparle la lama ma Mala gli sbattè sul viso la mano insanguinata. Accorsero subito altri militi che la calpestarono a morte e poi fu portata al crematorio.
Levi si ricorda di quando era stato invitato a parlare in una quinta elementare per commentare i suoi libri. Un ragazzino gli chiese di tracciare uno schizzo alla lavagna del campo di concentramento; dopo aver studiato il disegno gli espose il piano che aveva escogitato: di notte, bisognava per prima cosa sgozzare la sentinella; poi, indossare i suoi abiti, subito dopo correre alla centrale e interrompere la corrente elettrica così si sarebbero spenti i fari e si sarebbe disattivato il reticolato ad alta tensione. Questo illustra la spaccatura che esiste fra le cose com’erano “laggiù” e le cose come vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti.
Essa slitta verso la semplificazione e lo stereotipo. Si ha infatti molta difficoltà a percepire le vicende altrui in quanto sono lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio e nella qualità. Noi tendiamo ad assimilarle a quelle “vici-niori”.
“Perché non vi siete ribellati?”
Questa domanda è quantitativamente diversa dalla precedente ma anch’essa si fonda su uno stereotipo. In primo luogo non è vero che in nessun lager non abbiano avuto luogo delle rivolte; furono imprese di estrema audacia ma nessuna di esse si concluse con la vittoria(intesa come liberazione del campo). Sarebbe stato insensato puntare alla liberazione perché perché le truppe di guardia erano armate e gli insorti no. Lo scopo effettivo era quello di danneggiare o distruggere gli impianti di morte e consentire la fuga del piccolo nucleo di insorti, il che talvolta riuscì. Ad una fuga di massa non si pensò mai: sarebbe stata un’impresa folle.
I pochi a cui l’impresa riuscì, parlarono ma non furono quasi mai ascoltati né creduti.
In secondo luogo: in nesso oppressione-ribellione è uno stereotipo; non è valido sempre.
La storia delle ribellioni è vecchia ed altrettanto tragica e varia. Poche ribellioni sono state vittoriose, molte sono state sconfitte. In ogni caso si osserva che alla testa del movimento non figurano mai gli individui più oppressi: di solito le ribellioni sono guidate da capi audaci e spregiudicati. Il fatto non può stupire: un capo deve possedere forza morale e fisica, e l’oppressione deteriora l’una e l’altra. Per suscitare la collera l’oppressione dev’essere di misura modesta, o condotta con scarsa efficienza. L’oppressione nei lager era di misura estrema. Il prigioniero tipico era al limite dell’esaurimento. La rivolta di Birkenau fu scatenata dal Kommando Speciale addetto ai crematori: erano uomini disperati ed esasperati, ma ben nutriti, vestiti e calzati.
“Perché non vi siete sottratti alla cattura ‘prima’?”
Primo Levi ci ricorda che molte persone minacciate dal nazismo e dal fascismo se ne andarono “prima”; erano esuli politici o intellettuali mal visti dai due regimi. Tuttavia in massima parte le famiglie minacciate restarono in Italia ed in Germania. Domandarsi e domandare il perché è ancora una volta il segno di una concezione stereotipa della storia. L’Europa del 1930-1940 non era l’Europa odierna; emigrare era doloroso, era difficile e costoso. Per farlo occorreva molto denaro e una “testa di ponte” nel paese di destinazione: parenti od amici disposti a dare garanzie o anche ospitalità. L’Europa degli anni ’30 era già industrializzata, era profondamente contadina, o stanzialmente urbanizzata. L’”estero” era uno scenario lontano e vago, soprattutto per la classe media, meno assillata dal bisogno. Di fronte alla minaccia hitleriana la maggior parte degli ebrei indigeni preferì rimanere in quella che essi sentivano come la loro “patria”. Fu comune a tutti la difficoltà organizzativa dell’emigrazione. Erano tempi di gravi Tensioni internazionali: le frontiere europee erano praticamente chiuse e così molti pensavano: se morrò, morrò in “patria”, sarà il mio modo di morire per la patria. Gli ebrei tedeschi erano incapaci di concepire un terrorismo di stato, anche quando già lo avevano intorno a loro.
Bisogna guardarsi dal senno del poi e dagli stereotipi; bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto più è grande la distanza nello spazio e nel tempo. A quel tempo molte minacce , che oggi ci sembrano evidenti, erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolatorie generosamente scambiate d auto catalitiche.
COMUNICARE
Levi racconta della difficoltà di comunicare sia con i propri compagni sia con i carcerieri: infatti, egli afferma che per sopravvivere era essenziale conoscere il tedesco, altrimenti si veniva percossi ed emarginati. Coloro che faticavano di più ad integrarsi erano quindi italiani, jugoslavi e greci. Inoltre, in quella situazione,la mente si degrada a causa dell’indebolimento fisico; e, anche se i prigionieri hanno la possibilità di comunicare tra loro, tendono a non farlo, anche per mancanza di argomenti, ma, più sovente, essi non avevano semplicemente voglia di comunicare e guardavano con disprezzo coloro che avevano ancora energie per farlo.
Nonostante Levi conoscesse bene il tedesco, all’inizio faticò a comprendere quello parlato dalle guardie, poiché il loro linguaggio era diverso da quello tradizionale, storpiato e abbruttito.
L’INTELLETTUALE AD AUSCHWITZ
Levi spiega che è stato fortunato a sopravvivere, in quanto egli è stato reclutato come chimico e questo gli ha dato una condizione più agiata, nonostante egli non fosse né forte né resistente. Egli inoltre presenta una grande curiosità per ciò che lo circonda e questo è stato utile in seguito per la stesura dei suoi libri.
Nonostante il suo caso isolato, la maggior parte degli intellettuali facevano una vita breve, faticando ad inserirsi, soprattutto nel lavoro manuale, a cui erano poco abituati; ed anche nelle baracche la vita era difficile in quanto era una continua opprimente routine. Nonostante tutto, Levi spiega che il lager è stato una sorta di università dove si impara a sopravvivere e a giudicare il mondo da un’ottica diversa da quella abituale. Nel lager tutte le nozioni inutili, come la filosofia, che serviva solo per porsi domande, ma in quella circostanza era anche peggio. L’uomo semplice era incline a non cercare di capire e questo lo proteggeva dai tormenti. Gli unici insegnamenti erano quelli pratici, utili ai nazisti.
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Rapidi appunti su Primo Levi e la scienza

Covare il cobra
http://www.divagatoriscientifici.it/covare-il-cobra/
Schedatura del video Primo Levi: la memoria, il lavoro, la scienza ed. Palumbo
I critici hanno individuato nelle opere di Primo Levi che non riguardano il Lager alcuni temi come la scienza e il lavoro.
Il suo è un interesse non comune tra i letterati italiani per il lavoro colto più che come un fatto sociale come una tecnica, un mestiere che dà soddisfazione se fatto bene. Questo tema ricorre ne “La chiave a stella” che va oltre il Neorealismo. C’è la rappresentazione di un tecnico, Tino Faussone e la riproduzione efficace del suo linguaggio, un italiano semicolto cioè fortemente infiltrato di dialetto, in questo caso il piemontese. Nessuno scrittore neorealista era riuscito a rendere l’idea che la rappresentazione della realtà del popolo è soprattutto una questione di linguaggio (Ignazio Silone, nella prefazione a “Fontamara” spiega che l’italiano non è compreso dai “cafoni” e che lui vuole in qualche modo riprodurre il loro linguaggio, ma la riuscita è inferiore a quella di Primo Levi; negli anni ’50 una rqappresentazione “linguistica” del popolo si ha in PP Pasolini, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” con inserti di dialetto romanesco e gergo dei ragazzi “borderline”.

IL LAVORO
Legato al motivo dell’identità specifica dell’uomo (Se questo è un uomo; si veda per confronto UOMINI E NO di Vittorini, il vero uomo è quello che resiste all’offesa) è quello del lavoro che si divide in due modalità: il lavoro vilipeso, annientato, deriso come accade nel lager e il lavoro dignitoso e gratificante. L’operatività che fa dell’uomo un uomo è degradata nel lager; nerl mondo civile e democratico esiste invece il lavoro valorizzato e rispettato, un lavoro prodotto dalla mano; l’uso della mani guidate dall’intelligenza per lavorare è ciò che rende l’uomo superiore agli animali. Serve ad intervenire su quel blocco informe che è la materia amorfa per darle senso e funzionalità a vantaggio dell’uomo.

INTERPRETAZIONE DI “ARBEIT MACHT FREI”
In un articolo del 1959 (Arbeit Macht Frei) e ne “I Sommersi e i salvati” interpreta quella scritta come macabro sarcasmo, vilipendio del lavoro dell’uomo; per lui questo vilipendio era necessario ai miti nazisti e fascisti (ma anche quelli tipici di ogni pensiero totalitario) che ritenevano alcune “razze” oppure alcune categorie sociali (i dissidenti, i non allineati, rinchiusi come criminali) degne solo di lavoro schiavistico e degradato.
LA CHIAVE A STELLA
Pubblicato nel 1978, è un dialogo tra il chimico (alter ego di Primo Levi) e Tino Faussone, operaio specializzato in possesso di saperi operativi che viaggia per tutto il mondo a montare gru, tralicci, trivelle, pozzi petroliferi e aggiustarli se sono rotti. La lingua è rilevante costruisce una lingua dell’oralità, un italiano piemontese pieno di termini tecnici che nasce dal lavoro dell’operaio Faussone. L’antropologo Levi Strass definì PL un grande etnografo; il romanzo può essere letto come opera di antropologia del lavoro definito come libertà operativa che permette di realizzare le tue capacità. Il termine libertà ha molti sensi, ma il tipo di libertà più utile al consorzio umano consiste nell’essere competenti del proprio lavoro e quindi provare piacere a svolgerlo. L’impegno di chi sana gli attrezzi lavorativi e di chi indaga i segreti della materia (il chimico-scrittore in dialogo con Faussone) si completano e hanno come obiettivo il lavoro ben fatto e la responsabilità della messa in opera. E’ importante anche la sfida alla natura ostile (malizia = sfida che la materia ostile oppone a chi lavora): il romanzo si conclude con una citazione di Conrad (Il tifone, 1903) in cui l’uomo si misura col mare; da questa sfida deriva il carattere di epicità della scrittura di Levi evidente anche nel testo “La tregua”, storia di un epico viaggio di ritorno a casa (Ulisse – Il canto di Ulisse). La natura è viva, talvolta ostile e pericolosa ma viva, il suo mestiere è quello di capirla e ricavarne vantaggio ma senza abusarne ; al suo mestiere L deve la vita perché entrò in un laboratorio di chimica dove lavorò al coperto. Definisce la natura “un serbatoio di metafore” ; più lontano è l’altro campo, più la metafora è tesa; il chimico affronta la natura come il marinaio di Conrad affronta il mare. (Diversità rispetto alle posizioni di Lucrezio e Seneca, contrari al progresso tecnologico e a Pirandello o Montale ma lontano dalle posizioni estremistiche del Futurismo. Si ricordi anche la figura del greco Mordo Naum con la sua singolare teoria sulla dignità del lavoro nel capitolo “Il greco” in “La tregua”)

PRIMO LEVI E CALVINO
SIMILE A Levi per molti aspetti è Calvino che condivide con lui la razionalità e la passione per la scienza. Il lavoro è presente nei racconti di Marcovaldo, manovale innamorato non corrisposto della natura e in “La giornata di uno scrutatore”; guardando i malati quasi come se fossero reclusi in una prigione, si chiede cosa distingua queste persone dalla materia indifferenziata e la risposta è il lavoro, quando descrive lo sforzo di alcune ricoverate che tutte insieme spingono una carretta e portano fascine e zuppa e in questa solidarietà anche se le persone sono colpite da una genetica ostile c’è la dignità dell’essere umano. Ci sono molte differenze di visione del mondo e di stile: in Calvino domina il problema della leggerezza che smaterializza il reale e vuole renderlo matematico, combinatorio, particolarmente nelle ultime opere. Calvino, nelle “Lezioni americane” pone come grande valore la leggerezza; in PL la vita materiale è “pesante” e si risolve nella necessità di piegare la materia bruta, pesante, amorfa. (si veda l’atomismo di Lucrezio)

LA SCIENZA
La vera educazione di PL è di laboratorio, aveva letto testi di divulgazione fin da molto giovane e per molti anni ha lavorato come chimico in un’industria di vernici e la letteratura è stata un’occupazione secondaria. E’ uno scrittore-scienziato capace di tenere in dialogo le due cultura, solitamente divise da un solco profondo; dalla scienza ricava molte metafore e immagini. Ricordiamo ad esempio “Il sistema periodico”, che fa riferimento alle tavole del chimico russo Mendelev. Molti racconti sono di carattere fantascientifico, altri sono ricordi della sua vita in particolare delle prime esperienze di chimico; gli strumenti vengono umanizzati, come se avessero una loro volontà. Molte poesie della raccolta “Ad ora incerta” danno la parola a scienziati come Galileo. Negli anni 70 sente che la ragione scientifica può generare mostri se usata con scarsa saggezza anche a ridosso del disastro di Cernobyl (si veda il canto XIX del Paradiso sui limiti della ragione umana): la minaccia non è solo quella nucleare ma anche all’ecologia. Egli si rendeva conto del fatto che qualcosa sta fuggendo al controllo dell’uomo come un’imbarcazione che si avvicini ad una cascata senza potersi fermare: mentre la maggior parte dell’umanità è ancora tagliata fuori dai progressi della tecnologia, una parte ristretta sta già pagando il prezzo del suo cattivo uso.
Egli riteneva che la soluzione sarebbe ancora venuta dalla tecnologia, su questo ovviamente ci sono pareri discordanti ma attualmente il problema sembra più di carattere politico che teconologico.
La scienza è un perenne stato di veglia razionale che non deve cedere all’irrazionalità (lezione dell’Illuminismo e Positivismo) ma può essere asservita al potere, capace di generare strumenti di morte o avvelenamento planetario. Essa è un grande serbatoio di metafore e figure ad alto tenore concettuale (Nel principio) La voce del poeta raffigura l’esplosione primordiale che generò gli atomi dei nostri corpi e raffigura la bellezza del ciclo di creazione-distruzione; recupera la bellezza dell’atomismo antico, ad esempio di Epicureo e Lucrezio.
Nel 1984 un articolo “Per non covare il cobra” rivela l’altro lato della scienza, quando non si pone più sfide conoscitive ma è asservita ad un potere economico e politico che hanno come fine il profitto o la supremazia tramite la guerra.
La scrittura di Levi è popolata di animali, qui il cobra è il cattivo frutto dell’uovo del sapere. Primo Levi auspica che gli scienziati vengano educati fin dall’università e assoggettati ad un giuramento: non fare ricerca ai fini dell’annientamento e della distruzione cioè al servizio della guerra. Negarsi all’asservimento; questo è importante. Egli sostanzialmente dice questo: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile, neutro o nocivo. Rapidi appunti su Primo Levi e la scienza

Covare il cobra
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Schedatura del video Primo Levi: la memoria, il lavoro, la scienza ed. Palumbo
I critici hanno individuato alcuni temi come la scienza e il lavoro.
Il suo è un interesse non comune tra i letterati italiani per il lavoro colto più che come un fatto sociale come una tecnica, un mestiere che dà soddisfazione se fatto bene. Questo tema ricorre ne “La chiave a stella” che va oltre il Neorealismo. C’è la rappresentazione di un tecnico, Tino Faussone e la riproduzione efficace del suo linguaggio, un italiano semicolto cioè fortemente infiltrato di dialetto, in questo caso il piemontese. Nessuno scrittore neorealista era riuscito a rendere l’idea che la rappresentazione della realtà del popolo è soprattutto una questione di linguaggio (Ignazio Silone, nella prefazione a “Fontamara” spiega che l’italiano non è compreso dai “cafoni” e che lui vuole in qualche modo riprodurre il loro linguaggio, ma la riuscita è inferiore a quella di Primo Levi; negli anni ’50 una rqappresentazione “linguistica” del popolo si ha in PP Pasolini, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” con inserti di dialetto romanesco e gergo dei ragazzi “borderline”.

IL LAVORO
Legato al motivo dell’identità specifica dell’uomo (Se questo è un uomo; si veda per confronto UOMINI E NO di Vittorini, il vero uomo è quello che resiste all’offesa) è quello del lavoro che si divide in due modalità: il lavoro vilipeso, annientato, deriso come accade nel lager e il lavoro dignitoso e gratificante. L’operatività che fa dell’uomo un uomo è degradata nel lager; nerl mondo civile e democratico esiste invece il lavoro valorizzato e rispettato, un lavoro prodotto dalla mano; l’uso della mani guidate dall’intelligenza per lavorare è ciò che rende l’uomo superiore agli animali. Serve ad intervenire su quel blocco informe che è la materia amorfa per darle senso e funzionalità a vantaggio dell’uomo.

INTERPRETAZIONE DI “ARBEIT MACHT FREI”
In un articolo del 1959 (Arbeit Macht Frei) e ne “I Sommersi e i salvati” interpreta quella scritta come macabro sarcasmo, vilipendio del lavoro dell’uomo; per lui questo vilipendio era necessario ai miti nazisti e fascisti (ma anche quelli tipici di ogni pensiero totalitario) che ritenevano alcune “razze” oppure alcune categorie sociali (i dissidenti, i non allineati, rinchiusi come criminali) degne solo di lavoro schiavistico e degradato.
LA CHIAVE A STELLA
Pubblicato nel 1978, è un dialogo tra il chimico (alter ego di Primo Levi) e Tino Faussone, operaio specializzato in possesso di saperi operativi che viaggia per tutto il mondo a montare gru, tralicci, trivelle, pozzi petroliferi e aggiustarli se sono rotti. La lingua è rilevante costruisce una lingua dell’oralità, un italiano piemontese pieno di termini tecnici che nasce dal lavoro dell’operaio Faussone. L’antropologo Levi Strass definì PL un grande etnografo; il romanzo può essere letto come opera di antropologia del lavoro definito come libertà operativa che permette di realizzare le tue capacità. Il termine libertà ha molti sensi, ma il tipo di libertà più utile al consorzio umano consiste nell’essere competenti del proprio lavoro e quindi provare piacere a svolgerlo. L’impegno di chi sana gli attrezzi lavorativi e di chi indaga i segreti della materia (il chimico-scrittore in dialogo con Faussone) si completano e hanno come obiettivo il lavoro ben fatto e la responsabilità della messa in opera. E’ importante anche la sfida alla natura ostile (malizia = sfida che la materia ostile oppone a chi lavora): il romanzo si conclude con una citazione di Conrad (Il tifone, 1903) in cui l’uomo si misura col mare; da questa sfida deriva il carattere di epicità della scrittura di Levi evidente anche nel testo “La tregua”, storia di un epico viaggio di ritorno a casa (Ulisse – Il canto di Ulisse). La natura è viva, talvolta ostile e pericolosa ma viva, il suo mestiere è quello di capirla e ricavarne vantaggio ma senza abusarne ; al suo mestiere L deve la vita perché entrò in un laboratorio di chimica dove lavorò al coperto. Definisce la natura “un serbatoio di metafore” ; più lontano è l’altro campo, più la metafora è tesa; il chimico affronta la natura come il marinaio di Conrad affronta il mare. (Diversità rispetto alle posizioni di Lucrezio e Seneca, contrari al progresso tecnologico e a Pirandello o Montale ma lontano dalle posizioni estremistiche del Futurismo. Si ricordi anche la figura del greco Mordo Naum con la sua singolare teoria sulla dignità del lavoro nel capitolo “Il greco” in “La tregua”)

PRIMO LEVI E CALVINO
SIMILE A Levi per molti aspetti è Calvino che condivide con lui la razionalità e la passione per la scienza. Il lavoro è presente nei racconti di Marcovaldo, manovale innamorato non corrisposto della natura e in “La giornata di uno scrutatore”; guardando i malati quasi come se fossero reclusi in una prigione, si chiede cosa distingua queste persone dalla materia indifferenziata e la risposta è il lavoro, quando descrive lo sforzo di alcune ricoverate che tutte insieme spingono una carretta e portano fascine e zuppa e in questa solidarietà anche se le persone sono colpite da una genetica ostile c’è la dignità dell’essere umano. Ci sono molte differenze di visione del mondo e di stile: in Calvino domina il problema della leggerezza che smaterializza il reale e vuole renderlo matematico, combinatorio, particolarmente nelle ultime opere. Calvino, nelle “Lezioni americane” pone come grande valore la leggerezza; in PL la vita materiale è “pesante” e si risolve nella necessità di piegare la materia bruta, pesante, amorfa. (si veda l’atomismo di Lucrezio)

LA SCIENZA
La vera educazione di PL è di laboratorio, aveva letto testi di divulgazione fin da molto giovane e per molti anni ha lavorato come chimico in un’industria di vernici e la letteratura è stata un’occupazione secondaria. E’ uno scrittore-scienziato capace di tenere in dialogo le due cultura, solitamente divise da un solco profondo; dalla scienza ricava molte metafore e immagini. Ricordiamo ad esempio “Il sistema periodico”, che fa riferimento alle tavole del chimico russo Mendelev. Molti racconti sono di carattere fantascientifico, altri sono ricordi della sua vita in particolare delle prime esperienze di chimico; gli strumenti vengono umanizzati, come se avessero una loro volontà. Molte poesie della raccolta “Ad ora incerta” danno la parola a scienziati come Galileo. Negli anni 70 sente che la ragione scientifica può generare mostri se usata con scarsa saggezza anche a ridosso del disastro di Cernobyl (si veda il canto XIX del Paradiso sui limiti della ragione umana): la minaccia non è solo quella nucleare ma anche all’ecologia. Egli si rendeva conto del fatto che qualcosa sta fuggendo al controllo dell’uomo come un’imbarcazione che si avvicini ad una cascata senza potersi fermare: mentre la maggior parte dell’umanità è ancora tagliata fuori dai progressi della tecnologia, una parte ristretta sta già pagando il prezzo del suo cattivo uso.
Egli riteneva che la soluzione sarebbe ancora venuta dalla tecnologia, su questo ovviamente ci sono pareri discordanti ma attualmente il problema sembra più di carattere politico che teconologico.
La scienza è un perenne stato di veglia razionale che non deve cedere all’irrazionalità (lezione dell’Illuminismo e Positivismo) ma può essere asservita al potere, capace di generare strumenti di morte o avvelenamento planetario. Essa è un grande serbatoio di metafore e figure ad alto tenore concettuale (Nel principio) La voce del poeta raffigura l’esplosione primordiale che generò gli atomi dei nostri corpi e raffigura la bellezza del ciclo di creazione-distruzione; recupera la bellezza dell’atomismo antico, ad esempio di Epicureo e Lucrezio.
Nel 1984 un articolo “Per non covare il cobra” rivela l’altro lato della scienza, quando non si pone più sfide conoscitive ma è asservita ad un potere economico e politico che hanno come fine il profitto o la supremazia tramite la guerra.
La scrittura di Levi è popolata di animali, qui il cobra è il cattivo frutto dell’uovo del sapere. Primo Levi auspica che gli scienziati vengano educati fin dall’università e assoggettati ad un giuramento: non fare ricerca ai fini dell’annientamento e della distruzione cioè al servizio della guerra. Negarsi all’asservimento; questo è importante. Egli sostanzialmente dice questo: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile, neutro o nocivo. Propone di introdurre un corso che vincoli con un giuramento i futuri scienziati a rifiutare di impegnarsi in attività che saranno certamente nocive; non è facile distinguere ma se si può lo si deve fare; studiare cose devastanti per l’umanità non è espressione della libertà della scienza.

«Mi piacerebbe (e non mi pare impossibile né assurdo) che in tutte le facoltà scientifiche si insistesse a oltranza su un punto: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile per il genere umano, o neutro, o nocivo. Non innamorarti di problemi sospetti. Nei limiti che ti saranno concessi, cerca di conoscere il fine a cui il tuo lavoro è diretto. Lo sappiamo, il mondo non è fatto solo di bianco e di nero e la tua decisione può essere probabilistica e difficile: ma accetterai di studiare un nuovo medicamento, rifiuterai di formulare un gas nervino. Che tu sia o non sia un credente, che tu sia o no un “patriota”, se ti è concessa una scelta non lasciarti sedurre dall’interesse materiale e intellettuale, ma scegli entro il campo che può rendere meno doloroso e meno pericoloso l’itinerario dei tuoi compagni e dei tuoi posteri. Non nasconderti dietro l’ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se dall’uovo che stai covando sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla.» Primo LEVI, Covare il cobra, 11 settembre 1986, in Opere II, Einaudi, Torino 1997

In PL è presente la critica all’antropocentrismo e la figura dello straniamento, cioè la capacità di descrivere una cosa da un punto di vista diverso: l’uomo è visto dal punto di vista degli astri e di animali piccolissimi, punti di vista opposti e diversi da quelli dell’uomo stesso. In Levi è presente l’ossessione della chiarezza e della razionalità; si pensi alla massima kantiana “Abbi il coraggio di conoscere”.