Renata Viganò definitiva

Renata Viganò

http://it.wikipedia.org/wiki/Renata_Vigan%C3%B2
http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Agnese_va_a_morire

Renata Viganò (Bologna, 17 giugno 1900 – Bologna, 23 aprile 1976) è stata una scrittrice e partigiana italiana.
Scrittrice precoce, raggiunse una certa notorietà solamente nel 1949 con L’Agnese va a morire, romanzo d’impianto neorealistico tra i più intensi della narrativa ispirata alla Resistenza.
Biografia [modifica]
Renata Viganò, fin da piccola, con la passione della letteratura coltivava un sogno: fare da grande il medico, ma difficoltà economiche subentrate in famiglia la indussero ad interrompere il liceo e, suo malgrado, con senso del sacrificio e una maturazione affrettata e non voluta, ad entrare nel mondo del lavoro come inserviente e poi infermiera negli ospedali bolognesi.
Questo suo lavoro al servizio di chi aveva bisogno, non le impedì di scrivere, per quotidiani e periodici, elzeviri, poesie, racconti sino all’8 settembre 1943.
Con l’arrivo dell’armistizio la sua vita ebbe una svolta esistenziale: con il marito, Antonio Meluschi, l’infermiera-scrittrice partecipò alla lottapartigiana come staffetta, infermiera e collaborando alla stampa clandestina.
Di questo periodo disagiato ma intriso di sano idealismo esistenziale fu pervasa la susseguente produzione letteraria, che in L’Agnese va a morire 1949 raggiunse il punto più alto con il Premio Viareggio tradotto in quattordici lingue e trama per film omonimo diretto da Giuliano Montaldo.
Il romanzo raccontava vicende partigiane con onesta semplicità da cronista e, insieme con spirito di sincera adesione agli eventi e, fu considerato negli anni del dopoguerra un esempio, una testimonianza della narrativa neorealistica.
http://it.shvoong.com/books/classic-literature/468268-agnese-va-morire/
Il romanzo si svolge nell’Italia settentrionale, durante la seconda guerra mondiale. In particolare durante quei terribili, lunghissimi mesi che vanno dall’armistizio dell’8 settembre alla liberazione del 25 aprile, e che hanno visto l’Italia del nord nelle mani dei nazifascismi, inferociti per la brutta piega che ha preso la loro guerra.A farne le spese è la popolazione civile, vittima sia dei rastrellamenti e delle rappresaglie di tedeschi e camicie nere, che dei bombardamenti “alleati”.Poi c’è la resistenza, i partigiani che come fantasmi si muovono tra i civili, senza dare nell’occhio; agiscono con la classica tecnica della guerriglia: individuano un bersaglio, colpiscono cercando di fare il maggior danno possibile (o il maggior bottino), spariscono nel nulla.L’atmosfera, l’ambiente, la tecnica di combattimento, le reazioni dei civili, tutto è narrato magistralmente da una scrittrice che ha vissuto in prima persona la resistenza, essendo stata un’attivista insieme al marito.Su tutto questo però campeggia una figura, quella dell’Agnese. All’inizio del romanzo, Agnese è una semplice lavandaia che non si occupa di politica; il suo mestiere dà da vivere a lei e a suo marito Palita, reso debole e inabile al lavoro da una malattia avuta in gioventù. Sta in casa, Palita, e lavora intrecciando ceste di vimini in compagnia della sua gatta nera alla quale vuole molto bene anche perché la coppia non ha figli. Debole solo nel corpo, ma forte nello spirito e di animo passionale, Palita è un comunista, in contatto con i partigiani.Forse viene scoperto, o forse i vicini denunciano ai tedeschi che la famiglia ha ospitato, la notte precedente, un soldato italiano disertore. Palita viene portato via da una camionetta tedesca ed inviato in Germania, assieme ad altri del paese sospettati di attività eversive. Qualche giorno dopo un amico del marito, riuscito a fuggire dal treno tedesco, racconta all’Agnese che Palita è morto; ma lei lo sapeva già, in cuor suo.Il medico l’aveva detto: riguardandosi, sarebbe vissuto fino a novant’anni. Ma doveva fare attenzione, ricevere tutte le cure.Ad Agnese non rimane più nulla: solo la gatta che il marito le ha affidato, ed un odio enorme per i tedeschi; un odio silenzioso, inespresso, ma potentissimo. A questo punto si presentano alla sua porta degli amici del marito: sono partigiani, le chiedono aiuto. Lei comincia a consegnare del materiale da un paese all’altro, diventa una “staffetta” della resistenza. La famiglia che le vive accanto, e che sospetta di aver denunciato il marito, ospita dei soldati tedeschi che amoreggiano con le due figlie. Uno di loro, ubriaco, un giorno ammazza la gatta nera, quella che il marito, dal camion tedesco, aveva affidato all’Agnese; lei la raccoglie, piange, rimane inebetita una mezza giornata.
Non è il dolore, o non solo, a tormentarla: è anche l’odio.Tornata a casa, trova il tedesco addormentato, mezzo ubriaco; gli strappa di mano il mitragliatore, non lo sa usare, glielo rompe in testa con tutta la sua forza.Poi corre ad avvertire i partigiani. perché potrebbero esserci rastrellamenti, ripercussioni sui civili. Solo per questo si rammarica del suo gesto.E così che la casa dell’Agnese viene bruciata, la famiglia filotedesca massacrata, compresa una delle figlie incinta di un qualche loro soldato. Quanto all’Agnese, va a vivere con i partigiani, cucinando per loro, occupandosi delle provviste, facendo da mamma a tutti quei ragazzi. Essi cambiano spesso base: quando vengono scoperti, scappano. Qualcuno viene ucciso, qualcuno catturato. L’Agnese trova ospitalità presso una famiglia, ma la loro casa viene abbattuta da una bomba alleata. In seguito affitta una casa proprio accanto ad un comando tedesco, che non sospetta nulla. Il suo ruolo diventa di grande responsabilità: si occupa dei rifornimenti, coordina le staffette. I ragazzi la chiamano “mamma Agnese”, o “l’Agnese di Palita”,e la rispettano. La donna non bada al pericolo, dopo la morte del marito non ha più nulla da perdere; l’unica cosa di cui ha paura è di sbagliare, di fare qualcosa che possa risultare pericoloso per i suoi “ragazzi”.Due volte rischia di essere catturata, e due volte si salva in maniera fortuita. La terza volta viene rastrellata, per caso, in un paese dove non conosce nessuno; è sparito un camion militare, e finché non verrà ritrovato i tedeschi terranno in ostaggio quelle persone prese dalla strada: uomini, donne, bambini. Ad un certo punto cominciano a farli uscire, a liberarli. Il lettore, malgrado il titolo del libro la dica lunga, spera che la protagonista si salvi anche questa volta. Invece l’Agnese va incontro al suo destino, un destino con la faccia paonazza e l’accento tedesco, che imbraccia il fucile ed urla; l’Agnese distingue una sola parola: Kurt, il nome del tedesco che aveva colpito dopo l’uccisione della gatta.
L’ Agnese va a morire – cose da ricordare
Punti deboli: l’atteggiamento ideologico, allineato in modo abbastanza acriticfo con le direttive del PCI
Punti forti:
– l’efficacia descrittiva delle situazioni, dei personaggi e dei paesaggi (il significato del gatto e l’efficacia della scena della sua morte, la descrizione del Polesine con le sue zone paludose e impervie, la scena finale del cadavere di Agnese, che sembra quasi un mucchio di stracci ma ha saputo morire difendendo qualcosa in cui credeva.
– la descrizione della vita quotidiana durante la Resistenza: si racconta in modo realistico chi erano i partigiani, come agivano, come agivano i tedeschi anche in risposta alle incursioni partigiane, i diversi comportamenti e opinioni  della popolazione nei confronti dei tedeschi con le motivazioni; cosa erano i bombardamenti e i rastrellamenti
– la descrizione di una figura femminile forte e anticonformista dall’amore per il marito Palita alla presa di coscienza politica e all’impegno  militare (per prima volta nella storia  e nella letteratura italiana le donne sono parte attiva nelle decisioni politiche e nei combattimenti). Una donna anziana (assente dalla letteratura e dal cinema) è rappresentata come capace di scelte fondamentali. Si avanza sulla strada di una revisione del ruolo della donna nella società che maturerà più avanti, in Italia negli anni Settanta.
– il tema di chi sia uomo o donna e chi no (valore simbolico dell’animale, collegamento con Elio Vittorini e Primo Levi)
– il nemico in alcuni momenti torna ad essere un uomo, con le sue debolezze. Questo non vuol dire che sia giustificato quello che fa.

– morire non vuole dire essere sconfitti, cedere mentalmente all’oppressione è la vera sconfitta (Si veda Primo Levi, Se questo è un uomo la figura di Steinlauf  e il contenuto del capitolo “L’ultimo”)