Emilio Lussu definitivo

Emilio Lussu
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
https://it.wikipedia.org/wiki/Emilio_Lussu

Emilio Lussu (Armungia, 4 dicembre 1890 – Roma, 5 marzo 1975) è stato uno scrittore, militare e politico italiano, eletto più volte al Parlamento e due volte ministro; fondatore del Partito Sardo d’Azione e del movimento Giustizia e Libertà. Antifascista, fu aggredito, ferito e poi confinato a Lipari; infine, una volta evaso, fu profugo all’estero per circa quattordici anni. Ha preso parte come ufficiale alla Prima guerra mondiale, dove fu più volte decorato e, come volontario, alla Guerra civile spagnola e alla Resistenza italiana.

Ambiente familiare e formazione democratica

La famiglia di Emilio Lussu apparteneva al ceto contadino benestante di Armungia (piccolo centro  del sud-est della Sardegna) ma, da ragazzo – a suo parere – visse in un clima sostanzialmente egualitario, grazie soprattutto all’esempio paterno. Il paese di Armungia è stato spesso presentato da Lussu sotto un’aura mitologica, come luogo di formazione dei suoi valori più profondi (rispetto dell’uomo e del lavoro, partecipazione democratica) e, in definitiva, della sua identità sarda (la lingua natale, le tradizioni, l’orgoglio delle radici e la loro difesa). Questo patrimonio iniziale si rafforzò in una prospettiva più consapevolmente politica nel rapporto con le correnti repubblicane e socialiste del Novecento, a Cagliari, Roma e Parigi ma mai in senso indipendentista[1][2].

Lussu e la Grande Guerra

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Lussu si schierò con gli interventisti democratici (repubblicani e salveminiani), perché l’Italia entrasse nel conflitto contro gli imperi tedesco e austroungarico. Prese parte direttamente alla Grande Guerra come ufficiale di complemento: valoroso combattente, venne decorato quattro volte al valor militare e fu promosso fino al grado di capitano nel 151º fanteria della Brigata Sassari, composta per la maggior parte da contadini e pastori sardi.

Nel 1916 la sua brigata fu inviata sulle montagne intorno ad Asiago per creare un fronte che resistesse a qualunque costo alla discesa degli austriaci verso Vicenza e Verona. Le vittorie della brigata nei primi scontri furono seguite da un potente contrattacco che la impegnarono sino al luglio dell’anno successivo, in una sfiancante e sanguinosa lotta che, più che per avanzare, si conduceva per la tenuta delle posizioni.

Un anno sull’Altipiano

Questa esperienza ispirò a Lussu il capolavoro per il quale è principalmente noto, Un anno sull’Altipiano, scritto nel 1937 (di quest’opera è stata fatta un riduzione cinematografica ad opera di Francesco Rosi dal titolo Uomini contro del 1970); si tratta di un’importantissima memoria, di un prezioso documento sulla vita dei soldati italiani in trincea che, per la prima volta nella letteratura italiana, descrive l’irrazionalità e il non-senso della guerra, della gerarchia e dell’esasperata disciplina militare in uso al tempo. La vicenda bellica lo portò ad avvicinarsi alle tesi del capo socialista Filippo Turati, che condannava la guerra come strumento per raggiungere la pace. Come scrisse all’interno del suo libro: «è da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile!» ….

Dotato di un algido razionalismo, l’autore poté lucidamente dimostrare nel suo scritto la profonda differenza fra ciò che davvero accadeva ai soldati e quanto invece ne conosceva l’opinione pubblica; dipinse in tutti i suoi drammatici aspetti quanto fosse inutilmente crudele la disciplina militare applicata a poveri contadini analfabeti e quanto infondato fosse il rispetto dovuto ai generali e agli ufficiali superiori, i quali avevano e applicavano eccesso di arbitrio. In un brano di notevole efficacia, descrisse il silenzioso terrore dei momenti che precedevano l’attacco, il drammatico abbandono della “sicura” trincea per proiettarsi verso un ignoto, rischioso, indefinito mondo esterno: « […] tutte le mitragliatrici ci stanno aspettando».

Si è detto che l’opera stia costantemente guadagnando in modernità, se non proprio attualità, e che il suo contenuto stia con pari costanza guadagnando comprensibilità e condivisibilità man mano che la comune considerazione della guerra evolve nel senso di generale riprovazione. Effettivamente, molti dei concetti espressi nel libro hanno trovato postumo suffragio in noti movimenti culturali, ideologie politiche e sentimenti popolari di epoche successive, specialmente dopo la Seconda guerra mondiale e altri conflitti minori.

Al libro sono stati attribuiti diversi significati politici, talora per meri fini strumentali, ma essenzialmente è scritto in forma di reportage, a mezza via fra il resoconto giornalistico ed un racconto in termini familiari; le riflessioni contenute o suggerite sono piuttosto ad un livello morale o filosofico. Essendo stato, prima della stesura dell’opera, un interventista ed un rivoluzionario, Lussu sembrò in qualche modo compiere un’inversione di marcia rispetto ai convincimenti precedenti, descrivendo con sobrietà che cosa davvero sia, nei suoi momenti più crudeli, quella guerra dapprima cercata come conflitto dell’istituzione e poi come conflitto contro l’istituzione. Al libro si riconosce comunque la capacità, anche estetica, di tenere insieme la ripulsa della guerra e l’etica del combattente coraggioso.

Non rimase fuori dalla narrazione il tema sociale riguardante il modo in cui le classi inferiori venivano “usate” a fini bellici. La partecipazione delle masse contadine sarde alla Grande Guerra fu in effetti un momento di passaggio fondamentale che pose in termini completamente nuovi la “questione sarda”. Alla luce delle lotte condotte dal movimento socialista dell’epoca (la rivoluzione russa fu essenzialmente una rivoluzione contadina) essa divenne infatti il leitmotiv di un imponente moto di popolo che, nell’immediato dopoguerra, coinvolse ampi strati delle classi lavoratrici sarde. Fra i suoi organizzatori, Lussu fu uno dei più attivi ed amati[4].

L’antifascista e il politico
Il primo dopoguerra

Il 17 luglio 1921, Emilio Lussu, insieme a Camillo Bellieni ed altri reduci, fondò il Partito Sardo d’Azione…, un movimento di massa che coinvolgeva i contadini e i pastori sardi in nome della distribuzione delle terre e dei pascoli, contro i ricchi possidenti agrari e i partiti politici da loro sostenuti; si caratterizzò fin dall’inizio come autonomista e federalista in ambito repubblicano[5], ponendo al centro della sua azione politica la “questione sarda”.
Dopo la Marcia su Roma (1922), si ebbero incidenti e tafferugli tra sardisti e fascisti; lo stesso Lussu fu aggredito e ferito [7].
Nel 1924, Lussu fu rieletto alla Camera dei deputati e fu in seguito tra i deputati della “secessione dell’Aventino”, nota forma di protesta messa in atto dall’opposizione parlamentare dopo il delitto Matteotti.

Le aggressioni fasciste e il confino

Fu più volte personalmente e fisicamente colpito (e ferito) da aggressori rimasti ignoti. Nel 1926, durante uno di questi attacchi (subíto lo stesso giorno dell’attentato a Mussolini, a Bologna[10][11]). In realtà Lussu sparò ad un giovane ginnasta disarmato che stava scalando una ringhiera vicino a casa sua Cagliari per appendere un tricolore, come gli era stato chiesto dal suo maestro di ginnastica e superiore, un tesserato del Partito Nazionale Fascista. Credendolo armato, Lussu colpì ripetutamente il giovane Battista Porrà, uccidendolo, e fu perciò arrestato e processato. … Gli fu riconosciuta anche dal tribunale, oramai in via di fascistizzazione, la circostanza della legittima difesa.

Contemporaneamente, il fascismo, con l’appoggio della monarchia, provvide alla soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Sardo d’Azione (R.D. n. 1848/26). Lussu fu condannato a 5 anni di confino a Lipari dal Tribunale Speciale, dipendente direttamente dallo stato fascista.[12]

Dal confino, nel 1929, Lussu evase insieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti ….

Nell’agosto 1929, per iniziativa di Carlo e Nello Rosselli, di Lussu, Francesco Fausto e Vincenzo Nitti, Gaetano Salvemini,…e altri fuorusciti, si formò il movimento antifascista “Giustizia e Libertà”, ideologicamente orientato in senso liberal socialista ma, soprattutto, antifascista e di matrice repubblicana. GL proponeva metodi rivoluzionari per abbattere il regime fascista e sradicare dalla società italiana le sue cause (culturali, economiche, politiche). Lussu compì attività clandestine con il nome in codice di “Mister Mills”.

…..

Il ritorno di Lussu in Italia avvenne solo il 12 agosto 1943[3]; aderì al Partito d’Azione poi partecipò alla Resistenza a Roma e fu favorevole alla fusione di Giustizia e Libertà con il Partito d’Azione.

Il secondo dopoguerra

Nel 1945, Lussu fu Ministro dell’assistenza postbellica nel primo governo di unità nazionale dell’Italia libera, quello presieduto per breve tempo dall’azionista Ferruccio Parri e nel successivo governo del democristiano Alcide De Gasperi, come ministro senza portafoglio per i rapporti con la Consulta. ….

Emilio Lussu fu eletto altre quattro volte alla Camera dei deputati, tra il 1948 e il 1963, nelle liste del Partito Socialista Italiano, di cui entrò anche a far parte della direzione, ma poi ne prese le distanze a seguito di complesse vicende di contestazioni

Dopo il 1968, per motivi di salute, si ritirò dalla vita politica attiva.

UN ANNO SULL’ALTIPIANO

Cento anni fa l’Italia era entrata nella Prima Guerra Mondiale, una tragedia che, oltre ad aver spezzato molte vite umane, ha destabilizzato l’Europa ed è stata una delle cause dell’avvento del fascismo. La sofferenza della vita e della morte in trincea sono stati descritti da alcuni autori che ne sono anche stati testimoni, il più famoso di tutti in Italia è il poeta Giuseppe Ungaretti. Secondo me vale la pena rileggere non solo quelle poesie, ma anche un testo meno noto, ma secondo me importantissimo: si tratta di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, che è stato successivamente un personaggio chiave della nostra Resistenza. Scritto alla fine degli anni Trenta mentre l’autore si trovava in sanatorio, racconta le sue memorie di fatti dolorosi, delle gravissime inefficienze degli alti ufficiali dell’esercito italiano unite al disprezzo della vita umana, alla convinzione che le vite dei soldati fossero spendibili con leggerezza. In particolare spicca la figura del generale Leone, quasi uno psicopatico, che ordina ad esempio la fucilazione di un soldato per aver dato l’alt nel momento in cui la sua colonna, uscendo da un bosco, si è venuta a trovare sotto il fuoco nemico perchè, secondo il generale, un buon soldato deve affrontare in pericolo con disprezzo della propria vita e non arretrare mai. Paradossale anche l’episodio delle corazze Farina, in cui alcuni soldati vengono falciati dalle mitragliatrici austriache perchè mandati a tagliare il filo spinato delle trincee con ridicole corazze di metallo che vengono trapassate dai proiettili senza difficoltà: pazienza, è stato un esperimento fallito. Gli stessi austriaci, in alcuni momenti, hanno gridato agli italiani di tornare al coperto e non farsi uccidere in un modo così assurdo. Lussu descrive anche la decimazione, quando dei soldati italiani presi a caso sono stati fucilati come monito agli altri, considerati vili dai loro ufficiali; questa pratica era attuata anche nell’esercito romano ma persino allora era considerata crudele e vessatoria. Da questo testo il regista Francesco Rosi ha tratto il bel film “Uomini contro” con Gianmaria Volontè: digitando il titolo in You Tube si possono vedere le scene più significative e un’intervista di Francesco Rosi sul film.

https://it.wikipedia.org/wiki/Un_anno_sull’Altipiano

Inquadramento storico

Alla fine del maggio 1916 la brigata Sassari, che combatteva sul Carso, [1] fu trasferita di tutta fretta sull’altopiano di Asiago, dove era in corso un’offensiva austriaca ricordata come Spedizione punitiva. Già il 5 giugno si scontrò sul Monte Fior con l’esercito nemico. L’offensiva austriaca fu però interrotta dalla necessità di trasferire truppe dal Tirolo al fronte orientale per fermare l’avanzata russa in Bucovina. La brigata Sassari venne posta in prima linea sul Monte Zebio ma i tentativi offensivi furono infruttuosi. Nel giugno del 1917, in concomitanza con la grande infruttuosa offensiva dei battaglioni alpini sull’Ortigara, riprese l’offensiva sul monte Zebio, ma anche questa volta con molte perdite e con scarsi risultati.

Personaggi

Nel libro, Lussu presenta alcuni personaggi memorabili, che ne fanno la grandezza di narratore: il ribelle Ottolenghi, l’astuto sempliciotto soldato Marrasi Giuseppe, il folle generale Leone (basato sul Generale Giacinto Ferrero), il fedele amico Avellini, l’umile “zio Francesco” e altri ancora. Soprattutto spicca la dignità, la capacità di sopportazione e l’umanità dei soldati semplici: i “poveri diavoli” che pagano le spese di scelte politiche e militari irresponsabili. Nella conclusione che si trae, tutti i personaggi sono accomunati dalla paura della guerra e dalla speranza che essa finisca presto.

Stile dell’opera

Stemma della Brigata Sassari

Un anno sull’Altipiano è considerato una fedele e documentaristica narrazione delle esperienze di guerra del capitano Lussu nella Brigata Sassari (i cui soldati, temuti dagli austriaci, per il coraggio e la determinazione dimostrati ripetutamente in battaglia, erano detti “Diavoli rossi” o “Dimonios”).

Alcuni però ritengono che l’opera non possa essere presa come un memoriale.[2] Questo punto di vista si deve alle ricerche compiute da due storici italiani, Pozzato e Nicolli, che hanno consultato tutta la documentazione esistente sulla Brigata Sassari nel periodo in cui ne faceva parte Lussu, secondo i quali la narrazione presenterebbe una serie d’incongruenze.[3]

Questo porta a considerare Un anno sull’altipiano come un’opera mista di memoriale (perché la maggior parte dei fatti raccontati riprendono avvenimenti realmente accaduti, anche se talvolta le date riportate da Lussu non corrispondono esattamente a quelle delle altre fonti documentarie) – va tuttavia ricordato che il libro venne scritto vent’anni dopo gli eventi – e romanzo (perché i personaggi non corrispondono esattamente a figure ben identificate della Brigata Sassari, come ad esempio il Generale Leone).

L’opera comunque, per la tenuta dello stile semplice ma estremamente efficace, e per il ritmo narrativo (ottenuto dalla scelta di evidenziare una serie di episodi salienti, senza cercare di costruire una trama lineare), è riconosciuta come una delle più belle e potenti tra tutte quelle ispirate dalla Grande guerra in Italia e all’estero.

http://sintesidialettica.it/leggi_articolo.php?AUTH=19&ID=359

(Si rimanda al link per una trattazione più completa e per le note)

Come ricordato sopara, l’opera sembra dunque da considerarsi come qualcosa di ibrido tra memoriale (la maggior parte dei fatti raccontati sono avvenimenti accaduti, anche se talvolta le date riportate da Lussu non sono precise come quelle di altre fonti documentarie) e romanzo (ci sono personaggi che non corrispondono esattamente a figure che al tempo gravitavano nella Brigata Sassari).

Corollario di questa costruzione particolare è anche la difficoltà di riassumere le vicende raccontate nell’opera che vive, non propriamente di una trama lineare, ma di tanti episodi, tra i tragico e il grottesco, nei quale è protagonista la capacità di sopportazione dei soldati semplici alle prese con una classe di ufficiali irresponsabili e ottusi.

Per dirla con altre parole: «pagine di pacata denuncia della disorganizzazione, della faciloneria, della micidiale noncuranza con cui la fanteria veniva mandata allo sbaraglio. Impietoso risulta il confronto con l’impreparazione e la tronfiezza dell’alta ufficialità»3.

…… molti dei lettori potranno invece concordare con lo scrittore Gianfranco Franchi che parla di un libro che non sembra antimilitarista ma anti-gerarchico e come progressivamente il nemico austriaco venga descritto con umanità e comprensione, mentre la politica, le strategie e le tattiche delle più alte cariche sono fatte oggetto di polemica, irrisione, disprezzo.

Ricordiamo infatti che l’ufficiale Emilio Lussu è stato interventista fin dal 1914 e, come parte della critica ha dovuto riconoscere, «non mette mai sostanzialmente in discussione le ragioni della guerra», pur «con un approccio al nemico più fraterno e umanitario»5 rispetto ad altri classici della letteratura di guerra…., ma semmai ne mette in risalto gli aspetti insensati, le modalità assurde con le quali era gestita dagli alti comandi, i soldati semplici usati come carne da cannone, ed in cui la stessa scrittura «lucida, secca e senza ironia, fa risaltare al massimo grado la cupa comicità di certe situazioni»6.

Un esempio di questo stile asciutto e non privo di spunti grotteschi?

Alla fine del ventesimo capitolo:

«- Permette, signor generale?

– Dica pure – rispose il generale.

– Per la verità, signor generale, per la verità non è una appostazione di mitragliatrice.

– E che cos’è?

– Una latrina da campo.

Fu un brutto momento per tutti. Il generale tossì. Anche qualcuno di noi tossì. La conferenza era finita».

Coerenti con questa linea che unisce freddezza ed appunto grottesco, tipici di un meccanismo selettivo in cui la memoria annota solo gli episodi ancora profondi (e che forse giustificano le denunciate imprecisioni), sono alcuni dei personaggi che animano Un anno sull’Altipiano:…. soprattutto il disumano generale Leone (forse uno pseudonimo del generale Giacinto Ferrero) «privo di qualsiasi compassione per i soldati vivi ma pronto a commuoversi alla vista di quelli morti, sempre pronto a partorire piani bislacchi e inefficaci per vincere la guerra»7.

È proprio la figura del generale e di altri alti ufficiali, primi artefici della dittatura militare del tempo, che hanno fatto scrivere alla critica di estrazione socialista di un «rancore che muove da una frattura sociale che la guerra non può che accrescere e che mette a tacere il Lussu interventista»8.

Ed ancora: «In Leone si incarna la dittatura militare in tempo di guerra, ma anche il dominio dei ceti alto-borghesi e aristocratici in tempo di pace; agli occhi dei soldati che erano operai e contadini in divisa, il potere insensibile, distante e incomprensibile (e perciò folle) delle greche, dei Cadorna e Capello, pronti a sacrificarli a migliaia in nome della Dea Patria, è assai simile al privilegio di classe che in tempo di pace li tiene sotto nelle campagne e nelle (poche) fabbriche del Regno d’Italia, paese dalla democrazia a dir poco immatura»9.

Un quadro di sfiducia nei confronti dei vertici militari che voleva dire più che mai incertezza per il proprio futuro, l’idea sempre più presente dell’inutilità degli assalti, e che avrebbe portato all’abuso di alcool presso tutti i soldati, ufficiali compresi, come medicina per trovare il coraggio di combattere un nemico spesso non sentito come tale e per resistere alle condizioni della trincea.

In Un anno sull’Altipiano troviamo una particolare insistenza su questo “tema alcoolico” … tanto da essere stato interpretato come metafora della “pazzia” interventista, nazionalista e guerrafondaia che si era impadronita dei quadri dell’esercito italiano.

Tema che, al pari di altri, è stato contestato quale dimostrazione della scarsa affidabilità della ricostruzione storica di Lussu: sempre Pozzato e Nicolli, che hanno evidenziato un Lussu più che altro intento ad attaccare per motivi politici ed antifascisti il mito fondante della Grande guerra, negano che queste abitudini di stordirsi con l’alcool fossero così diffuse, mentre Pietro Melograni conferma quanto scritto in Un anno sull’Altipiano parlando di una vera e propria istituzionalizzazione del consumo di grappa e cognac.

Se anche solo l’argomento dell’alcool divide storici e critici possiamo capire come nell’analisi dell’opera di Lussu si possano scontrare visioni del mondo molto diverse, ed intenti diversi, quali, ad esempio, la volontà di contestare o approvare la lettura negativa della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale.

DOMANDE

  1. Le parti grassettate sono, ovviamente, le più importanti
  2. Qual è stato il ruolo di Emilio Lussu nella Prima guerra mondiale, nell’antifascismo e nella politica italiana del dopoguerra?
  3. Di cosa parla il testo?
  4. Ricordare l’intento di fondo: raccontare all’opinione pubblica disinformata le sofferenze dei soldati, i limiti e le inefficienze dei quadri militari: collegamenti con Ungaretti (con i dovuti distinguo) e Nuto Revelli e Giuseppe Bruno.
  5. Saper descrivere il generale Leone, la sua mentalità e due esempi di crudeltà contro i soldati (non ricordare tutti i nomi dei soldati)
  6. Cosa era la decimazione?
  7. Quali problemi hanno portato in luce gli storici Pozzatto e Nicolli?
  8. Come può essere definita l’opera?
  9. Come mai allo scrittore Gianfranco Franchi il libro è sembrato antimilitarista ma non antinterventista?
  10. Il testo contiene passaggi ironici: collegamento con G. Bruno
  11. Quale valore ha nel testo il tema alcoolico?