Elio Vittorini definitivo

Elio Vittorini

riduzione da http://www.scuolissima.com/2012/08/riassunto-vita-elio-vittorini.html

Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908 da famiglia di modeste condizioni che lo costrinsero a cercare lavoro e, quindi, a lasciare presto le scuole tecniche. Completerà la sua formazione culturale con studi e letture compiuti successivamente, dopo aver trovato lavoro fuori dalla Sicilia.  ….
All’inizio assunse posizioni vicine al fascismo rivoluzionario ….poi divenne   antifascista, approdando a posizioni europeiste e progressiste. …Il suo romanzo Il garofano rosso fu messo al bando dalla censura, che lo accusava di immoralità. ….
Nel 1938-39 pubblicò sulla rivista Letteratura il romanzo Conversazione in Sicilia, che gli attirò i consensi del mondo letterario e le critiche del regime. Nel 1938 si trasferì a Milano, dove lavorò per Bompiani: per questo editore allestì nel 1941 l’importante Antologia Americana; l’America sembrava allora per gli Europei la terra della libertà.
  forse per questo l’opera  incorse nella censura fascista, tanto che nel 1942 la seconda edizione dovette uscire senza le note di commento di Vittorini.
Nel luglio del 1943 fu rinchiuso nel carcere Milanese di San Vittore; liberato l’8 settembre, prese parte attiva alla Resistenza. Tra la primavera e l’autunno del 1944 scrisse in semi-clandestinità il romanzo Uomini e no, ispirato alla lotta partigiana. Finita la guerra, Vittorini si stabilì a Milano. Fu il più noto tra gli intellettuali italiani, impegnati nella vita politica (con il Pci) e civile. Nel settembre del 1945 uscì, pubblicato da Einaudi, il primo numero della rivista Il Politecnico da lui diretta. Una famosa polemica sull’autonomia o meno degli intellettuali lo divise però dal segretario del partito, Palmiro Togliatti; nel dicembre 1947 il Politecnico dovette cessare le pubblicazioni. S’infittiva intanto la sua attività editoriale; Vittorini curò numerose collane librarie, come I gettoni di Einaudi e Medusa di Mondadori, che ebbero il merito di far conoscere al grande pubblico autori e opere nuove.
Nel 1951 Vittorini lasciò il Pci, salutato polemicamente da Togliatti con un articolo su Rinascita (Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciato!). Dal 1959 pubblicò con Italo Calvino la rivista Il Menabò, sulle cui pagine affrontò i temi del rapporto tra industria culturale e letteratura. Visse gli ultimi anni con Ginetta, sua compagna dal 1943: fu lei ad assisterlo durante la malattia che lo portò alla morte, a Milano, nel 1966.

I testi riportati sotto sono riduzioni dalle pagine di Wikipedia dedicati ai romanzi più celebri di Elio Vittorini.

Uomini e no

Riduzione da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Uomini_e_no

Uomini e no è un romanzo di Elio Vittorini scritto tra la primavera e l’autunno del 1944, in un periodo ancora completamente coinvolto nelle vicende descritte, ma pubblicato solo nel giugno 1945.

Stile e composizione [modifica]

L’opera è costituita da 136 piccoli capitoli, di cui 23 scritti con stile e finalità differenti dal resto: questi capitoli, scritti in corsivo, sono un momento di riflessione dell’autore, “spettro” che si innesta nella narrazione interrompendola e commentandola. In questi capitoli l’autore medita e dialoga con Enne 2, il protagonista del romanzo. Questi capitoli hanno anche l’obiettivo di rallentare il ritmo della narrazione, reso accelerato dalla presenza dei dialoghi, trasportandola in un’atmosfera “soprarealetramite una riflessione sulle situazioni che il protagonista sta vivendo.

L’autore in quest’opera si distacca dal realismo vero e proprio: in Uomini e no si trova la ricerca dell’autore di nuovi moduli espressivi che, insieme al bisogno di realtà, soddisfino anche la necessità di scandagliare gli animi e le passioni dei protagonisti con l’occhio attento del poeta.

Sulla scia dell’ermetismo, l’autore cerca di rappresentare la realtà con simboli, metafore, in modo da poter raccontare una verità assoluta e una riflessione universale attraverso il racconto di una storia particolare.
(Si pensi al ruolo dei cani nella storia e il dialogo di uno di loro con Enne 2)

La lingua è semplice, perché parlata da persone umili, e lo stile ne segue il passo. In alcuni casi, quando a parlare sono due tedeschi, c’è l’inserimento di parole straniere a delineare comunque una certa dose di realismo.

Trama [modifica]

La figura centrale del romanzo è Enne 2, capo di un gruppo di partigiani Milano, che seguiamo tra le sue vicende sentimentali e le azioni partigiane compiute assieme ai propri compagni. Dal punto di vista sentimentale, il personaggio è lacerato dal suo amore impossibile per Berta, donna sposata che non sa decidersi a lasciare il marito. Le riflessioni sulla loro dolorosa storia sono affidate ad alcuni capitoli scritti in corsivo con i quali l’autore frammenta la narrazione portandola su un piano simbolico e psicologico.

A questa situazione amorosa si intrecciano le azioni resistenziali di Enne 2 e del gruppo da lui comandato: con i suoi compagni organizza un’azione contro quattro militari tedeschi e il capo del Tribunale. I cinque muoiono, ma viene immediatamente nominato un nuovo presidente e il tribunale si riunisce la notte successiva all’attentato per scegliere da una lista di trecento prigionieri quaranta carcerati destinati alla fucilazione come rappresaglia  ( si pensi alla strage delle Fosse Ardeatine). Enne 2, allora, decide di organizzare un agguato. L’irruzione dei partigiani durante la seduta provoca una  strage.

La mattina dopo Enne 2 e Berta si incontrano ed assistono ad una scena mostruosa: riversi sul marciapiede a largo Augusto ci sono i corpi senza vita di alcuni civili uccisi per rappresaglia dai tedeschi. Tra questi c’erano anche una bambina, un vecchio e due quindicenni. Questo avvenimento genera una riflessione nell’autore:

Questo era il modo migliore di colpire l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la costola staccata e il cuore scoperto. Dov’era più uomo

La repressione da parte delle truppe tedesche e del regime fascista, però, continua: Giulaj, un venditore ambulante che per autodifesa ha ucciso la cagna del generale Clemm, viene fatto sbranare da due cani per ordine di quest’ultimo.

Enne 2 con il suo gruppo di partigiani decide allora di compiere un altro attentato, questa
volta ai danni del capo fascista Cane nero. L’operazione, però, fallisce, ed Enne 2 viene identificato: viene promessa una grossa taglia a chiunque sia in grado di dare informazioni utili sulla sua posizione. All’offerta dei compagni di abbandonare il suo rifugio, però, Enne 2, affranto perchè Berta lo ha lasciato definitivamente,  rifiuta. Anche quando il tabaccaio lo denuncia e un operaio corre ad avvisarlo rifiuta di fuggire e va incontro al suo destino, aspettando il nemico Cane nero per ucciderlo, impresa che riuscirà a compiere solo a costo della vita. In compenso il ragazzo gli porge una pistola e Enne 2 gli chiede di unirsi ai partigiani.

Gli ultimi capitoli sono incentrati su quest’operaio, che cerca di imparare ad uccidere i tedeschi in motocicletta. Nel momento in cui deve agire, però, si ferma e risparmia il tedesco perché lo vede “troppo triste”, e si rivede negli occhi del ragazzo che doveva essere la sua vittima.

Significato del titolo [modifica]

Il titolo Uomini e no non dovrebbe essere interpretato come una dicotomia, una distinzione tra chi è “umano” e chi non lo è. Non serve, infatti, distinguere nettamente il bene e il male in due classi di individui, perché in realtà in ognuno di noi sono presenti queste due caratteristiche, nelle nostre azioni concrete, quotidiane, nel nostro dire o meno “la verità” …. E’ proprio la sintesi di due caratteristiche così opposte del nostro essere uomini che determina questa completezza che è anche contraddizione.  (PONE IL PROBLEMA DELLA SCELTA)

Significato e temi dell’opera [modifica]

Per quanto uscito nel 1945 e scritto nel mezzo della lotta partigiana, il romanzo non è una celebrazione della Resistenza (per quanto se ne legga l’intrinseca necessità), l’autore si interroga  su quanto è accaduto e, al momento della sua realizzazione, sta accadendo: sul senso profondo del combattere e morire, sull’umanità e sulla non-umanità anch’essa propria dell’uomo. In definitiva, sull’essere uomini e no.

Enne 2, per quanto capo partigiano, non rappresenta l’eroe privo di debolezze: il protagonista è in realtà un uomo problematico, tormentato e disperato, privo della fede politica assolutamente certa di Gracco o della semplicità di Lorena (emblema della volontà del popolo di resistere sempre e comunque). Lo stesso nome delinea una divisione interna al personaggio, la sua duplicità. Egli non è un “combattente puro“, ma è anche un intellettuale, con i suoi dubbi e le sue domande che non smetterà mai di porsi.

Il protagonista lotta contro il fascismo come dittatura per una liberazione dell’uomo che crede fermamente possibile. Tale liberazione, però, non è da intendersi esclusivamente dal punto di vista politico, ma anche da un punto di vista intellettuale: il “fascismo” dentro ognuno di noi, che regola i rapporti tra gli uomini e i rapporti tra uomo e donna, che divide gli uomini in gruppi (partigiano e nazista, intellettuale e uomo d’azione), che genera il dramma di Berta nel suo dividersi tra due uomini.

Grande importanza riveste anche il dramma di Berta, dominato dal perenne conflitto tra la razionalità e la rassegnazione, che determina il suo rapporto con il marito ed il suo amore per Enne 2.

Proprio la presenza del personaggio di Berta ed il suo rapporto con il protagonista generarono notevoli perplessità nella critica, che vedeva divise le due sfere. A ben vedere, tuttavia, questa netta divisione non esiste: come due facce della stessa medaglia, entrambi gli aspetti rappresentano la necessità di mettersi in discussione e vivere una vita attiva. ….

Quando Berta, che è sposata, sceglie di stare col marito e gli rivela l’impossibilità assoluta del loro amore, Enne 2 entra in una fase di crisi esistenziale che lo porta a riflettere sulla guerra, sui compagni caduti e sulla natura della malvagità umana. In definitiva, sull’essere uomini e no. La sua impossibilità a vivere una vita autentica, con la donna che ama, lo porta a decisioni estreme: quando viene identificato e localizzato dai nemici non scappa, ma resta al suo posto in attesa di un ultimo duello con il crudele capo fascista Cane nero, che gli costerà la vita ma che gli regalerà una morte da eroe.

Dopo la morte del protagonista, negli ultimi otto capitoli, il “testimone” viene portato avanti dall’operaio che avvisa Enne 2, nuova forza agli ordini del gruppo partigiano. La sua incapacità di sparare al tedesco, al suo oppressore e nemico, è il simbolo di una speranza dopo gli orrori della guerra e della lotta partigiana: quella che la solidarietà possa spezzare le differenze che dividono gli uomini. L’operaio, infatti, vede se stesso negli occhi del ragazzo tedesco, immaginandoselo nei panni da lavoro da operaio, con le mani sporche come le sue. In quei momenti, il ragazzo è andato oltre le divisioni che la situazione ha imposto ed ha visto un essere simile a lui anche dietro la maschera del conquistatore e del nemico  (NUTO REVELLI)  ha superato quelle divisioni che, a partire da Conversazione in Sicilia per arrivare alla “teoria della fraternità” che richiama Walt Whitman, Vittorini aveva sempre tentato di superare.

Il romanzo è stato criticato dai marxisti ortodossi e fedeli alle disposizioni in materia di letteratura che venivano da Mosca a causa dell’uso del simbolo (per questo per Vittorini si parla di realismo simbolico), del rifiuto di esaltare acriticamente il ruolo del Partito Comunista nella Resistenza e di fare del romanzo un’opera propagandistica, come in alcuni passaggi aveva fatto Renata Viganò. Con realismo simbolico si identifica la tendenza, presente anche in Cesare Pavese a usare elementi realistici (la lotta partigiana, le classi popolari, la campagna), per alludere ad aspetti particolari della condizione umana in generale, anche legati ad interpretazioni psicoanalitiche, quindi al di fuori di precisi ambiti storici e sociologici.
Elio Vittorini non era disposto a “suonare il piffero per la rivoluzione” cioè ad assoggettare la cultura alla politica, nemmeno a quella del Partito Comunista al quale in una prima fase aveva aderito nella speranza di un miglioramento economico e sociale delle classi povere italiane.

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