Cesare Pavese definitivo

vedi testo “Il nuovo La scrittura e l’interpretazione” pp. 391/393/393; testo pag. 403.  (pagina in costruzione)

http://www.oilproject.org/lezione/opere-pavese-suicidio-6842.html
Cesare Pavese nasce nelle Langhe, in Piemonte, nel 1908, nella cascina dove la famiglia era solita trascorrere le vacanze estive, a Santo Stefano Belbo. …. A soli sei anni Pavese rimane orfano di padre e viene di conseguenza assorbito in un universo totalmente femminile, composto dalla madre e dalla sorella, che non aiuta il carattere già introverso e insicuro del bambino, che, in seguito alla vendita della casa di Santo Stefano, sconta anche la perdita delle radici natali. Frequentata la prima elementare a Santo Stefano Belbo e poi tornato con la famiglia a Torino, Pavese continua a considerare la campagna e il paesaggio delle Langhe il luogo dell’immaginazione e del ricordo, come poi si vedrà in opere come Paesi tuoi o La luna e i falò.

In città, dopo aver finito le scuole primarie, Cesare frequenta prima il ginnasio e poi, dal 1923, il liceo “D’Azeglio”, dove fa uno degli incontri più importanti per la sua formazione: quello col professore d’italiano Augusto Monti, che lo avvicina ai valori dell’antifascismo. Sempre al “D’Azeglio” il giovane Pavese conosce i compagni, che diventano presto amici, Leone Ginzburg e Norberto Bobbio. Nel frattempo, come per il coetaneo Elio Vittorini, l’interesse e la curiosità per la letteratura americana, di conseguenza per la lingua inglese, si fanno sempre più definiti, tanto che Pavese si laurea nel 1930 in Lettere e Filosofia con una tesi su Walt Whitman (1819-1892). La passione si tramuta in un mestiere, e Pavese si afferma come critico letterario e traduttore, ad esempio di opere di Joyce e Moby Dick di Melville. Nel frattempo, diventa sempre più rilevante l’attività antifascista attiva: entrato nel movimento “Giustizia e libertà”, … nella primavera del 1935 viene arrestato anch’egli in una retata e confinato a Brancaleone Calabro, situazione che egli vive come una profonda ingiustizia, tanto che trascorre quel periodo in un atteggiamento di totale passività e frustrazione; sono tuttavia questi i mesi in cui maturano le prime pagine de Il mestiere di vivere, e l’intera esperienza verrà poi traposta nel racconto lungo Il carcere. ...Dopo la vittoria nella guerra d’Etiopia, l’Italia concede il condono ai condannati politici, e Pavese può fare così ritorno nella sua città; non potendo più dedicarsi all’insegnamento, a causa dei suoi trascorsi politici, torna a lavorare per l’editoria, traducendo nuovi autori tra cui Steinbeck e Dickens, e diventa redattore all’Einaudi. È del 1941 la pubblicazione del suo primo romanzo, Paesi tuoi, e dell’anno successivo La spiaggia.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Pavese non viene arruolato per ragioni di salute e, ancora ferito dall’esperienza del confino calabrese, si tiene lontano dall’impegno politico anche dopo l’armistizio del 1943 e, mentre molti suoi amici cadono da partigiani, lui vive nascosto dalla sorella nel Monferrato (scelta che continuerà a tormentare l’autore negli anni a venire). Dopo la guerra Pavese torna all’Einaudi, e gioca un ruolo chiave nella rinascita culturale del paese, anche se le vicende sentimentali private – è di questi anni l’amore infelice per Bianca Garufi, cui sono dedicati i Dialoghi con Leucò del 1947 – lo vedono sempre frustrato e insoddisfatto. L’attività di romanziere e intellettuale procede invece con successo, riceve infatti il premio Viareggio e gode diverse sue opere, come “La casa in collina”, ricevono ottime recensioni. Del 1950 sono invece La bella estate e La luna e i falò. Eppure Pavese, logorato dalle frustrazioni amorose (l’ultima per l’attrice americana Constance Dowling), dal rimorso per non aver partecipato alla Resistenza e dalla depressione, si suicida il 27 agosto 1950, nella stanza di un albergo torinese.

http://www.letteratura.it/cesarepavese/
Tra realismo e simbolismo lirico si colloca l’opera di Cesare Pavese, per il quale la realtà delle natìe langhe e della Torino della vita adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città vedono come protagonista più la coscienza dell’autore che non la realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato l’equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nell’opera di Pavese. L’aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. E’ l’epoca della noluntas l’artista si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della storia, dell’individuo. C’è uno scompenso fondamentale tra il sentire, il capire e l’agire, per cui il primo elemento determina una specie di paralisi degli altri due. L’artista decadente, smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si trova nell’incapacità di affrontare l’esistenza, …. Ecco allora che vivere diventa “mestiere” da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. In tale situazione di sradicamento l’arte appare come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici «Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno», dice Pavese. Per la letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte diventano sinonimi, vivere è “essere per la morte”.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Dialoghi con Leucò
https://it.wikipedia.org/wiki/Dialoghi_con_Leuc%C3%B2

Il Mito

Il tentativo che intende operare Pavese in quest’opera è quello della ricerca, o ancor meglio della riscoperta di quel sostrato culturale comune, irrinunciabile e costitutivo che è il mito. Un mito che, seppur storicamente proprio di un’epoca ormai tramontata (quella greca), ci appartiene ancora in maniera viscerale nella misura in cui sublima ed eternizza le angosce e le esperienze più intime dell’uomo, antico e moderno.

Ogni racconto ha come interlocutori due personaggi presi dalla mitologia greca, (rivista attraverso l’etnologia, il pensiero di Freud e l’esistenzialismo), dei quali lo stesso Pavese ne definisce le componenti e le relazioni che si instaurano tra i vari temi. L’autore stesso riporta, nel volume stesso[1] uno schema con precise indicazioni.

Attraverso l’incontro di due personaggi, siano essi dèi o semplici mortali, questi dialoghi presentano di volta in volta l’amore, l’amicizia, il dolore, il ricordo, il rimpianto, la fragilità, la morte e il destino. In altre parole: l’intrinseca essenza di ogni individuo, resa manifesta dal discorso stesso nella sua nuda purezza. È infatti attraverso il solo linguaggio che questi personaggi vengono costruiti, si mostrano e si svelano nel pieno della loro concretezza, della loro intensa umanità. E quindi il lògos, come dimensione onto-logica, manifestazione del più profondo essere, rivelazione della più intima realtà.

Questi dei ed eroi che discutono di morte e di destino escono da un periodo di barbarie e di culti contadini.

I ciechi

« Edipo: Ma è davvero così vile il sesso della donna?
Tiresia: Nient’affatto. Non ci sono cose vili se non per gli dèi.[6] »

Il dialogo, assai pessimista, avviene tra Edipo, re di Tebe e il vecchio Tiresia che è stato accecato dagli dèi verso i quali egli dimostra sfiducia. Ma l’argomento di fondo è sicuramente il destino e la sua inevitabilità. Edipo, ancora ignaro del suo destino, ancora ingenuo e felice, parla quasi ottimisticamente a Tiresia, che invece gli farà dolorosamente aprire gli occhi.

La casa in collina
http://www.oilproject.org/lezione/cesare-pavese-romanzo-la-casa-in-collina-guerra-suicidio-5938.html

Cesare Pavese pubblica il romanzo La casa in collina nel 1949 insieme con Il carcere nel volume unico Prima che il gallo canti.

Riassunto

Protagonista e narratore delle vicende è Corrado, un docente torinese che per sfuggire ai bombardamenti che imperversano nella città si è trasferito in collina presso una donna, Elvira, e la madre di lei. Le colline torinesi sono abitate da schietta gente del luogo e da persone di città che, come lui, hanno bisogno di un rifugio. Così, malgrado Corrado prediliga la solitudine e l’isolamento, si unisce ai frequentatori di un’osteria, le Fontane,che scopre essere gestita da un suo amore del passato, Cate, che ha un figlio, Corrado (chiamato da tutti Dino), che, per motivi anagrafici, potrebbe essere addirittura suo figlio. Corrado infatti anni addietro aveva interrotto la relazione con Cate per scansare le responsabilità di un rapporto maturo ed anche adesso, di fronte alla tragedia della guerra, vive con apparente indifferenza le vicende storiche che accadono intorno a lui.

Corrado si unisce al gruppo dell’osteria e, pur non scoprendo mai la verità circa la paternità di Dino, inizia a trascorrere molto tempo con lui (in maniera simile a quanto accadrà tra Anguilla e Cinto ne La luna e i falò). Nel frattempo il protagonista si interroga anche sul suo amore per Cate, che forse non si è del tutto estinto, e sul suo impegno storico e civile in un drammatico frangente storico, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Tuttavia Corrado non esterna mai le proprie idee e non si risolve mai all’azione, osservando da spettatore la barbarie della guerra, che devasta il mondo delle Langhe, strettamente legato ai ricordi infantili di Corrado.

La situazione è sconvolta da una retata dei nazisti, che all’osteria arrestano Cate e gli altri amici di Corrado, che, di ritorno da Torino, riesce fortunosamente a salvarsi assieme a Dino. Rifugiatosi prima da Elvira, innamorata di lui, e poi in un collegio a Chieri (nei pressi di Torino), Corrado affida Dino alle cure delle due donne. Il ragazzopresto sceglie di arruolarsi nelle fila partigiane. Corrado, insicuro e incapace di affrontare l’impegno di una scelta, decide di tornare al paese natale e alla sua “casa in collina”. Durante il viaggio di ritorno, incappa in un’imboscata partigiana e la vista dei cadaveri dei fascisti gli suggerisce amare e disilluse riflessioni sul senso della guerra, dell’esistenza umana e della sua crisi esistenziale che, nella conclusione del romanzo, non è destinata a risolversi.

Commento
Nella Casa in collina Pavese tratta una volta ancora quel dissidio tra la solitudine contemplativa dell’intellettuale e la presa di posizione storica ed ideologica che gli eventi storici richiederebbero. Pavese avverte profondamente questo dissidio per motivi autobiografici e lo traspone, attraverso la scelta della narrazione in prima persona, nella figura di Corrado. Il protagonista, debole e irresoluto, è preso all’interno di una serie di antitesi tra cui non sa decidersi. La prima di queste è quella tra la città e la collina: se Torino è devastata dai bombardamenti, inizialmente la campagna delle Langhe si presenta come un luogo sicuro e protetto, in cui Corrado può rivivere i ricordi dell’infanzia o l’amore passato con Cate. Tuttavia, ben presto la Storia nullifica questa opposizione: dopo l’8 settembre, con lo scoppio della guerra civile tra nazifascisti e partigiani, anche il mondo della campagna è attraversato dalla violenza e tutti sono chiamati a scelte drastiche e radicali. In questo senso, è significativa l’assenza di Corrado nel momento cruciale della retata e il suo successivo disimpegno, con la scelta di rimanere nascosto da Elvira prima e nel collegio poi.

La seconda antitesi è appunto quella tra chi si impegna (mostrando un legame attivo tra sé e il mondo esterno) e chi, come Corrado, è vittima del dubbio e dell’incertezza. Bisogna notare che questa crisi riguarda sia la vita privata che quella pubblica di Corrado. Se egli infatti non sa decidersi ad aderire alla lotta partigiana contro i repubblichini, sul piano personale è succube di tormenti analoghi. Corrado infatti non sa se Dino è davvero figlio suo, ma prova ad identificarsi in lui e a svolgere un ruolo paterno nei suoi confronti. Assai significativa in questo caso la decisione finale di Dino di abbandonare la sicurezza del collegio per entrare tra i partigiani, abbandonando Corrado nella sua incapacità di agire. In secondo luogo, quando rivede Cate il protagonista si domanda se il loro amore sia davvero finito, ma non fa nulla per riallacciare davvero il loro legame; dopo la retata, Corrado non saprà più nulla del destino della donna. In terzo luogo, Corrado preferisce quasi sempre la solitudine al rapporto con gli altri e con il mondo: prova ne è priam il suo rifugio nel microcosmo familiare della casa di Elvira e della madre e poi la scelta di autoescludersi da tutto ritornando alla “casa in collina”.

Ultima e più profonda antitesi è quella tra l’uomo e la Storia, di cui la guerra è una metafora assai evidente ed esplicita. Qui la crisi interiore di Corrado diventa una più ampia riflessione dell’autore sul significato dell’esistenza umana, in relazione con il valore della nostra vita e il senso della morte, specie quella di natura violenta. Corrado non riesce e non sa risolvere questo enigma, come testimoniano le ultime righe del romanzo:

Ci sono dei giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d’erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi… Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è la guerra, cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

La conclusione del romanzo

Le riflessioni di Corrado e il senso che esse danno a tutta La casa in collina diventano particolarmente significative nell’ultimo capitolo, quando Corrado è ormai solo e ha perduto gran parte dei propri punti di riferimento nelle altre figure della narrazione. I pensieri del protagonista vanno con insistenza al significato della violenza e della guerra:

È qui che la guerra mi ha preso, e mi prende ogni giorno. […] non è che non veda come la guerra non è un gioco, quella guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato. […] Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura di scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce, giustificare chi l’ha sparso.

La conclusione appare così un esame di coscienza del protagonista, che, da intellettuale e letterato, osserva l’insensata sofferenza della guerra, senza prenderne parte attivamente e senza trovare una giustificazione alle morti che il conflitto sta causando. Corrado da un lato comprende la dolorosa condizione umana, ma dall’altro si rammarica della propria impotenza e dell’impossibilità di fermare la sofferenza collettiva. Ed è qui si realizza il paradosso della riflessione: forse, quando tutti avranno preso parte alla lotta e non ci saranno più differenze tra chi ha combattuto e chi no, allora si riuscirà a trovare la pace agognata. Corrado riflette anche sulla sua continua fuga da un conflitto inevitabile e il suo tentativo di vivere una vita tranquilla:

E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri, noi non più giovani, noi che abbiamo detto “Venga dunque se deve venire”, – anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati le piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra.

Il personaggio di Corrado appare, soprattutto in queste ultime pagine, come l’alter ego dello scrittore, che, attraverso La casa in collina, analizza se stesso, i propri incubi e le proprie paure. Ma il destino del protagonista può essere interpretato anche in chiave universale:diventa simbolo dell’uomo moderno e dell’insensatezza della morte, emblematizzata dai cadaveri sulla strada, che diventano per Corrado simboli della colpa e della vergogna.

 

Pavese, “La luna e i falò”: riassunto e commento

A cura di , Alessandro Cane

 http://www.oilproject.org/lezione/cesare-pavese-langhe-romanzi-luna-e-fal%C3%B2-personaggi-6092.html

Introduzione

 La luna e i falò è un romanzo di Cesare Pavese scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, pochi mesi prima del suicidio dello scrittore. Il libro è considerato l’approdo definitivo della poetica di Pavese, lungo una linea che unisce le sue opere precedenti (come Paesi tuoi, Il carcere, La bella estate, i Dialoghi con Leucò e La casa in collina) e ne traspone i temi in una prospettiva simbolica che unisce i ricordi d’infanzia a Santo Stefano Belbo, le ragioni dell’antifascismo, la poetica del mito elaborata nel corso di quegli anni. La vicenda è raccontata in prima persona dal protagonista, detto Anguilla.

 Riassunto

 La vicenda è ambientata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale; il quarantenne Anguilla – il protagonista di cui conosciamo solo questo soprannome, rimastogli dai tempi dell’adolescenza – torna nelle Langhe, sua terra d’origine, dopo essere emigrato in America da molti anni. Anguilla è un orfano: adottato da una famiglia di contadini che abita alla cascina della Gaminella, presso Santo Stefano Belbo, a tredici anni, morto il padre adottivo, Anguilla si trasferisce per lavorare alla cascina della Mora, dove stringe amicizia con Silvia, Irene e la bella Santina, figlie del padrone. Il protagonista entra poi in contatto con ambienti antifascisti a Genova, in occasione del servizio militare e, anche per sfuggire al regime, emigra negli Stati Uniti, dove accumula una piccola fortuna. La nostalgia della terra dell’infanzia e il ricordo del mondo delle campagne lo spingono però a tornare a Santo Stefano Belbo.

Il ritorno è però amaro: Anguilla scopre che il mondo della sua memoria non esiste più. Alla Gaminella, il podere dove è cresciuto, ora vive la famiglia di Valino, un mezzadro violento che sfoga sulla famiglia le sofferenze per una vita di povertà e sofferenze. Qui Anguilla stringe amicizia con Cinto, il figlio zoppo di Valino, con cui il protagonista, desiderando essere una sorta di padre per lui, trascorre molto tempo nelle campagne delle Langhe, rievocando e rivivendo gli anni della propria infanzia ed adolescenza. Il processo del ricordo è attivato anche da Nuto, un falegname che al tempo è stato la figura paterna di riferimento per Anguilla; Nuto, ex partigiano, racconta ad Anguilla tutti gli orrori della guerra civile contro i nazifascisti, un evento che ha cambiato radicalmente l’esistenza di tutti.

La tragedia incombe: quando la situazione economica del podere precipita, Valino impazzisce e in un raptus di follia massacra tutta la famiglia, incendia la Gaminella e si impicca. Si salva solo Cinto, che riesce a fuggire e a ripararsi da Anguilla. Anguilla scopre anche un’altra atroce verità sulle tre sorelle della Mora: Irene ha sposato un uomo violento e Silvia è morta di parto dopo una relazione adulterina. Santina, la ragazza di cui Anguilla è stato segretamente innamorato in gioventù ma che non ha mai potuto avvicinare a causa della sua inferiorità sociale, è morta anch’essa: dopo essere sta amante di molti fascisti, si è infiltrata tra le fila dei partigiani come spia. Scoperta, Santina è stata giustiziata e il suo corpo dato alle fiamme.

Prima di abbandonare definitivamente Santo Stefano Belbo, Anguilla affida Cinto a Nuto.

 Analisi

 La luna e i falo è suddiviso in trentadue brevi capitoletti che descrivono un episodio, sviluppano un ricordo malinconico di Anguilla o sviluppano una breve scena narrativa; questa struttura sottolinea da un lato l’importanza del ruolo della memoria (Anguilla, orfano e “sradicato”, torna nelle Langhe per ritrovarvi un’identità non trovata oltreoceano) e dall’altro la trasfigurazione del ricordo stesso in un simbolo, che, nella poetica di Pavese, sono inattivi e inerti finché noi non li riconosciamo. Quando questo accade, i simboli si attivano e, a partire dal nostro ricordo, diventano un potente strumento di lettura e interpretazione della realtà.

……La luna e i falò è davvero un’opera riassuntiva, che ricompone l’esperienza umana ed esistenziale di Pavese dagli anni del confino a Brancaleone Calabro agli anni della guerra e del “disimpegno” dalla Resistenza che tormenterà il poeta per molto tempo. La scissione tra intellettuale e realtà, avvertita sin da Il carcere e poi espressa ne La casa in collina, e l’attrazione per il mondo mitico ed ancestrale delle campagne (si pensi a Paesi tuoi) si fondono in un “poema-canzoniere in prosa”3 che diventa un pellegrinaggio nei luoghi dell’infanzia a forte caratterizzazione autobiografica. Ma il ritorno diventa un confronto inevitabile con i cambiamenti subiti dalla realtà:

Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parte del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati. la macchia di noccioli sparita, ridotta a una stoppia di meliga […] Non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire che era tutto finito […] mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti.

Anguilla si interroga così sulla sua condizione di orfano e sulle sue origini: ciò che la sua riflessione evidenzia è l’assenza di un luogo natale a cui sentirsi affettivamente legato:

Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere” […] chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Il desiderio irrealizzabile di ritorno alle origini è ben riassunto in un ragionamento di Anguilla:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Pavese-Anguilla scopre però che i simboli e i ricordi personali sono stati cancellati dalla Storia e dalla guerra: ne è prova evidente il falò, che da rito ancestrale e propiziatorio per la fertilità dei campi diventa strumento di morte e distruzione, (simbologia del fuoco nei racconti e film di guerra) sia nel caso della follia di Valino sia in quello dell’esecuzione di Santina. Come spiega il critico Stefano Giovanardi:

Ma la ricerca delle radici è pur sempre quella di un “bastardo” del tutto ingaro di chi siano i suoi genitori e del suo real luogo di nascita: una ricerca dunque per definizione delusiva, che non riesce mai a eliminare completamente un genetico spaesamento. La memoria stessa, solerte nel recuperare simbolicamente i “miti” infantili, non sa comunque restituire la pienezza esistenziale di cui quei miti si alimentavano: il presente è troppo oppressivo, troppo fresca e ancora urgente la minaccia della storia, perché ci si possa trovare intatti4.

In questo senso, acquista ancor più senso la citazione che Pavese sceglie per il proprio ultimo libro: alla dedica all’attrice americana Constance Dowling, ultimo amore dello scrittore, segue un passo del Re Lear (atto 5, scena 2) di Shakespeare: “Ripeness is all”, ovvero: “Maturare è tutto”.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

http://qohelet.altervista.org/pagine/Pavese.htm

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è una raccolta di poesie di Cesare Pavese. che contiene questo testo. Delle dieci poesie che chiudono la sua più triste avventura sentimentale pubblicate postume nel 1951, l’ultima, in inglese, può meglio introdurci nella tematica della lirica “Verrà la morte…”. Il Poeta la scrisse, probabilmente a Roma, l’11 aprile del 1950, dopo la partenza di Constance. Ne diamo la traduzione letterale di Italo Calvino, che ha curato l’edizione definitiva di tutte le poesie di Pavese. Sono tre brevi quartine: «Era solo un flirt, / tu certo lo sapevi: / qualcuno fu ferito, / tanto tempo fa. / E tutto è lo stesso. / Il tempo è passato; / un giorno venisti, / un giorno morirai. / Qualcuno è morto, / tanto tempo fa: / qualcuno che tentò / ma non seppe».

Nel diario, alla data del 25 marzo 1950, quindi tre giorni dopo la stesura di “Verrà la morte…”, scrisse: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla».

In questa disperazione umana («… manca la carne, manca il sangue, manca la vita», scrive il 17 agosto 1950), fiorisce la lirica “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Il Poeta pensa al momento in cui la morte verrà a ghermirlo, e immagina che avrà gli occhi di Constance, perché ora, quando si guardano, egli vede che l’espressione di lei è di sgomento e di delusione, come se vedesse in lui un essere già privo di vita. È così, infatti, perché egli sente che la morte lo accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda… Sono aggettivazioni che chiaramente preludono ad una volontà suicida: la morte bussa alla porta con insistenza, lavora sordamente a demolire le residue resistenze dell’animo: è come un vecchio rimorso o un vizio assurdo… Per liberarsene c’è solo un mezzo: spalancarle le braccia come se fosse lei, Constance, che ora lo guarda muta, sconvolta… Anche la morte avrà quegli occhi: saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio, come adesso nei loro desolati incontri: amore e morte ad un tempo.

Quei suoi occhi, che feriscono crudelmente il Poeta, lei li rivede ogni mattina quando si scruta dentro, fissandosi nello specchio e pensando a lui. È uno sguardo definitivo, ultimo, che non potrà ormai più cambiare: sarà quello che lei donerà alla morte quando verrà a farlo suo, in un amplesso che gli toglierà dal cuore ogni illusione terrena.

Non sfugga, al lettore, che il Poeta usa il plurale non per legare la sua prevista sorte mortale a quella di Constance, ma per dare al dramma della sua morte una coralità universale. Così fa riferendosi alla speranza, che ci accompagna fino al passo estremo, quando finalmente sapremo anche noi (la speranza già lo sa), che è la vita ed è il nulla, poiché dopo l’esistenza terrena scenderemo nel gorgo muti, come dice il Poeta alla fine, con immagine pittoresca che fa andare col pensiero ai classici fiumi dell’oltretomba pagano.

Per tutti la morte ha uno sguardo, afferma il Poeta all’inizio della seconda strofa. Di chi? Di coloro che più ci hanno fatto soffrire in vita, accelerando la nostra fine? È pensabile. Per lui, la morte avrà gli occhi di Constance.

(da Antologia popolare di poeti del Novecento, a cura di Vittorio Masselli e Gian Antonio Cibotto)

Elaborazione grafica a cura di Poesie in forma di rosa

      

vedi testo “Il nuovo La scrittura e l’interpretazione” pp. 391/393/393; testo pag. 403.