Ridere a teatro e al cinema da Plauto alla Commedia all'Italiana

Inaudi Ilenia

Olivero Melissa

La commedia e il ridere dal teatro latino alla Commedia all’Italiana

La commedia è un genere teatrale presente sui palcoscenici di tutto il mondo sin da prima della nascita di Cristo.

Si afferma infatti nel VI secolo A.C. in Grecia, andando ad affiancare il genere della tragedia. Il teatro comico e tragico si sviluppa a Roma già dalla seconda metà del III sec a.c.

Il filosofo greco Aristotele la definisce come “imitazione che ha per oggetto persone volgari”.

Infatti le commedie greche presentano tratti di volgarità, ricorrendo spesso all’utilizzo di doppi sensi, espressioni in linguaggio molto informale e allusioni oscene.

La produzione comica latina riprende le storie e le ambientazioni di quelle greche, queste rappresentazioni vengono chiamata Fabule Palliate e i suoi esponenti maggiori sono Plauto e Terenzio.

Più tardi si tenta di far ruotare le vicende intorno alla vita quotidiana romana nella fabula togata, ma non si riesce a riscuotere lo stesso successo della fabula palliata.

Gli attori stessi, greci e romani, presentano alcune differenze: i primi erano professionisti, mentre i secondi erano spesso schiavi, uccisi se il pubblico non rideva, ma anche liberati se riscuotevano un buon successo.

In entrambi i casi, però, gli attori si somigliano nei personaggi che interpretano. Le qualità, ma soprattutto i difetti di questi erano accentuati in modo eccessivo, al limite del comportamento umano. Insomma, delle vere e proprie caricature.

Le maschere che indossavano mettevano ancor più in evidenza questa natura del personaggio, oltre ad amplificare la voce e a permettere agli uomini di recitare parti femminili, dato che alle donne era severamente proibito partecipare alla rappresentazione.

Tito Maccio Plauto

Tito Maccio Plauto è uno degli autori latini più importanti e imitati : fu il primo a inserire nei modelli greci lo spirito tipicamente latino , della farsa e dell’assurdo.

Trovò che la soluzione migliore nell’ambientare una commedia fosse quella di prendere come riferimento opere greche precedenti . Infatti , alcune situazioni nel rapporto tra schiavo e padrone , o alcuni lieti finali per figli disertori e padri ingannati , non sarebbero stati verosimili in un contesto romano , o almeno non tanto quanto in un contesto ellenistico. Le sue opere si dividono in 5 grandi categorie :

  • quella della beffa , cui appartengono tutte le opere che al centro della trama pongono uno o più inganni ;
  • quella del romanzesco , che ha come tema principale il viaggio ;
  • quella dell’agnizione , basata sull’equivoco e sul riconoscimento finale di una persona da parte di un parente ;
  • quella dei sosia , costruita su un gioco di somiglianze e dialoghi assurdi
  • quella dei caratteri , categoria basata soprattutto sulla caratterizzazione : un personaggio viene ingannato per un contrasto o per nascondere un ‘infrazione , o magari per il possesso di un oggetto , e questa trasgressione di una o più norme porta ad una serie di peripezie che nel momento di maggiore crisi si risolvono in un finale rigorosamente lieto o che comunque riporti alla normalità.

Plauto dipinge i tratti della personalità dei suoi personaggi con colori molto vivaci , lasciando che sia la sua caratteristica più riconosciuta a fare da padrona nei dialoghi e nelle azioni.

Terenzio

La data di nascita è sconosciuta: si ritiene sia nato tra il 190 e il 185 a.C.. Si sa di certo che nacque a Cartagine e arrivò a Roma come schiavo del senatore Terenzio Lucano, per essere in seguito affrancato assumendo il nome di Publio Terenzio Afro.                                                                Durante la sua carriera di commediografo venne accusato di plagio e di aver fatto da prestanome ad alcuni protettori, impegnati in politica, per ragioni di dignità e prestigio.                                           Morì mentre si trovava in viaggio in Grecia e Asia Minore nel 159 a.C., all’età di circa 26 anni.

Lo stile di Terenzio è privo di capacità di far ridere e di rappresentare passioni intense.

Terenzio porta sulla scena i problemi della vita quotidiana, per questo motivo venne snobbato da tutti. Il suo stile si basa sull’ umorismo perché racconta episodi spiritosi che però fanno riflettere perché affrontano problemi.

Rappresenta spesso la tragedia in famiglia, c’è quasi sempre un personaggio che nonm approva l’educazione romana.

La commedia di Terenzio va contro gli schemi fissati e fa meno ridere di quella di Plauto per questo non ha successo.

ADELPHOE

Démea, un uomo all’antica, ha due figli, Eschino e Ctesifone, il primo lo fa adottare dal fratello Micione, il secondo lo educa egli stesso. Micione è un uomo di mentalità aperta e liberale, ed educa il figlio adottivo con un metodo basato sulla reciproca fiducia e liberalità; Demea, invece, educa il proprio con il metodo tradizionale, basato sui principi del mos maiorum, il costume degli antenati, e sull’esercizio della patria potestas, l’autorità paterna. Eschino rapisce da una casa una citarista, Bacchide, perché di lei si è innamorato il fratello, che per terrore del padre non ha mai osato nulla per realizzare la sua storia d’amore. Eschino, però, non è libero, infatti precedentemente aveva violato una giovane, Panfila, che adesso aveva partorito e della quale era innamorato. Panfila, temendo che Eschino la abbandoni, rivendica i propri diritti e manda Egione a lamentarsi con Micione. Intanto, Demea scopre la relazione del figlio con la citarista e sfoga la sua rabbia contro il fratello, accusandolo di avergli rovinato e corrotto i figli. Infine, Demea decide di cambiare e di diventare liberale, poichè ritiene che in questo modo sia più facile guadagnarsi il rispetto e la simpatia dei figli. La commedia si conclude con il matrimonio di Eschino e Panfila e con l’acquisto di Bacchide da parte di Ctesifone.

il rinascimento e la commedia italiana

Il Rinascimento fu l’età dell’oro della commedia italiana, anche grazie al recupero e alla traduzione nelle diverse lingue moderne, da parte degli umanisti di numerosi testi classici greci e latini .

I generi sviluppati e proposti furono la commedia, la tragedia, il dramma pastorale, il melodramma, i quali ebbero una notevole influenza sul teatro europeo del secolo.

Uno dei commediografi più rappresentativi del teatro rinascimentale è stato Niccolò Machiavelli; il segretario fiorentino aveva scritto una delle commedie più importanti di questo periodo, La Mandragola, caratterizzata da una carica espressiva e da una linfa inventiva difficilmente eguagliate in seguito, ispirata da riferimenti satirici alla realtà quotidiana dei personaggi e non più necessariamente legati ai tipi della tradizione classica.

Un posto particolare occupano Pietro Aretino, Ludovico Ariosto e Ruzante, che furono tutti intellettuali al servizio delle corti. Per quella estense di Ferrara, Ariosto, oltre Orlando furioso, scriverà delle divertenti commedie come La Cassaria. Nella Roma di Leone X imperverserà Pietro Aretino con le sue pasquinate ma anche con commedie come La Cortigiana, nella quale trasgredirà molte convenzioni linguistiche e sceniche.
Il teatro in dialetto cominciò a svilupparsi in questo periodo con la Commedia dell’Arte, le sue maschere, come il bergamasco Arlecchino (che poi assumerà come lingua il veneziano) e il napoletano Pulcinella, le sue invenzioni mimiche e gestuali.

LA MANDRAGOLA

La storia si svolge a Firenze nel periodo in cui la commedia fu scritta, probabilmente intorno al 1518. Callimaco è innamorato di Lucrezia, moglie dello sciocco dottore in legge messer Nicia. Con l’aiuto del servo Siro e dell’astuto amico Ligurio, Callimaco, in veste di famoso medico, riesce a convincere messer Nicia che l’unico modo per avere figli sia di somministrare a sua moglie una pozione di mandragola, ma il primo che avrà rapporti con lei morirà. Ligurio trova presto una geniale soluzione: a morire sarà un semplice garzone, cosa che tranquillizza parzialmente Nicia, il quale resta comunque perplesso, visto che qualcuno dovrà andare a letto con sua moglie. Naturalmente Ligurio ha pensato all’amico Callimaco, che spasima per Lucrezia: infatti non vi sarà nessun garzone come vittima predestinata, bensì sarà lo stesso Callimaco a travestirsi da tale.

Il garzone-Callimaco viene colpito e portato a casa di Nicia, e poi infilato nel letto insieme a Lucrezia. Questa, che nel frattempo è stata convinta a consumare il rapporto adulterino da fra’ Timoteo, accetta, e nel momento in cui scopre la vera identità di Callimaco, acconsente alla fine a diventare sua amante.

Commedia dell’arte

Nel XVII secolo, in Italia il teatro dei professionisti, ovvero i comici della commedia dell’arte, soppiantò il teatro erudito rinascimentale.

La commedia dell’arte trova terreno fertile in particolare in Francia dove viene recitata stabilmente da attori professionisti.

Goldoni nella commedia dell’arte distingue il teatro comico in:

  • teatro con le maschere
  • teatro di carattere

il numero delle maschere viene ridotto a quattro: i due servitori (Arlecchino e Brighella) e i due vecchi(Pantalone  e il dottore bolognese).

L’improvvisazione è la tecnica di recitazione utilizzata dai comici dell’arte. Questa tecnica è il tratto distintivo  della commedia dell’arte.

L’improvvisazione non si coltiva direttamente sul palcoscenico, senza bisogno di prove, ma necessita di un lungo lavoro di preparazione da svolgere in relazione alla propria parte.

Carlo Goldoni

(Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793)

Carlo Goldoni è stato un  drammaturgo, scrittore e librettista italiano.

Goldoni è considerato uno dei padri della commedia italiana. Fu riconosciuto per il suo “illuminismo popolare”, che critica ogni forma di ipocrisia dando importanza  alle classi sociali piccolo-borghese.

Goldoni accetta le gerarchie sociali distinguendo gerarchie sociali, distinguendo i vari ruoli della nobiltà , della borghesia e del popolo.

Egli pensava che un uomo si può affermare indipendentemente dalla classe a cui appartiene attraverso l’onore e la reputazione di fronte all’opinione pubblica.

Per tutta la vita Goldoni è alla ricerca della legittimazione di se stesso, del proprio fare teatro: questo lo porta al suo rifiuto della tranquilla professione borghese.

Goldoni non essendo nato nell’ambiente teatrale, non riesce ad accettare il teatro così com’è  e quindi cerca di fondare un nuovo teatro onorato.

Ogni opera sua opera contiene una morale, sottolineando nelle promesse il ruolo pedagogico dei caratteri, ogni scena prende spunto dalla vita quotidiana.

Nell’opera i borghesi assumono il ruolo centrale tra le varie classi sociali  e nelle prime opere assumono caratteri positivi mentre i nobili vengono quasi sempre descritti come persone senza valori, i servi sono dotati di grande intelligenza.

Per Goldoni una componente essenziale del mondo è l’amore. Portato sulle s cene , questo sentimento è subordinato a regole sociali e familiari, sottostante alla reputazione e all’onore.

La locandiera

La locandiera è una commedia scritta nel 1750. La storia si incentra sulle vicende di Mirandolina, un’attraente e astuta giovane donna che gestisce a Firenze, con l’aiuto del suo cameriere Fabrizio, una locanda ereditata dal padre.

Mirandolina viene costantemente corteggiata da ogni uomo che frequenta la locanda, e in modo particolare dal marchese di Forlipopoli, un aristocratico decaduto a cui non rimane nient’altro se non il prestigioso titolo nobiliare, e dal conte d’Albafiorita, un mercante che, arricchitosi, è entrato a far parte della nuova nobiltà.

I due personaggi rappresentano gli estremi dell’alta società veneziana del tempo. Il marchese è convinto che basti elargire la sua protezione per conquistare il cuore della bella.

Al contrario, il conte, crede che così come ha comperato il titolo, possa procurarsi l’amore di Mirandolina acquistandole numerosi regali.

L’ astuta locandiera, da buona mercante, non si concede a nessuno dei due, lasciando intatta l’illusione di una possibile conquista.

I nobili clienti, invaghiti, tardano a lasciare l’osteria, e così facendo contribuiscono alla crescita del profitto e della rinomanza della locanda.

L’arrivo del Cavaliere di Riprafratta, un aristocratico altezzoso ed un misogino incallito che disprezza ogni donna, sconvolge il fragile equilibrio instauratosi nella locanda. Il Cavaliere, lamentandosi del servizio scadente della locanda, detta ordini a Mirandolina, e rimprovera il conte ed il marchese di essersi abbassati a corteggiare una popolana.

Mirandolina, ferita nel suo orgoglio femminile e non essendo abituata ad essere trattata come una serva, si promette di far sì che il cavaliere s’innamori di lei. In breve tempo, riesce nel suo intento: il Cavaliere cede, e tutto il sentimento d’odio che provava si tramuta in un appassionato amore che lo tormenta. Proprio il suo disprezzo verso il sesso femminile lo ha reso vulnerabile alle malizie della locandiera, poiché non conoscendo le armi nemiche non ha potuto difendersi. Mirandolina, però, lo rifiuta appena vede che il suo gioco le stava sfuggendo di mano: il marchese ed il conte, notando le speciali attenzioni di Mirandolina rivolte al cavaliere, bruciano di gelosia e vogliono vendicarsi del loro comune rivale in amore. Il cavaliere dilaniato dai due sentimenti contrastanti, non vuole far sapere che è caduto vittima dei lacci di una donna, ma freme ansiosamente di avere la locandiera per sé, ed è disposto perfino a usare la violenza per realizzare il suo fine.

Mirandolina, con un abile stratagemma riappacifica i nobili, si sposa con il cameriere Fabrizio, che l’aveva sempre amata, e si ripromette di non giocare più con il cuore degli uomini.

La locandiera è lo stendardo del nuovo teatro di Goldoni che soppianta gli schemi arrugginiti dell’obsoleta Commedia dell’Arte. Le maschere che gli attori portavano per interpretare personaggi fissi, vengono soppiantate dal volto stesso degli attori, che impersonano il ruolo di gente normale e reale. Lo svolgimento della vicenda, prima affidato all’inventiva degli attori, viene sostituito dall’ordinata sequenza di eventi mirabilmente pianificata da Goldoni.

Goldoni rappresenta storie realistiche, che si avvicinano il piu’ possibile alla vita degli spettatori, in modo da farli immedesimare nei personaggi stessi e creare così un ponte tra la finzione e la realtà. Mirandolina è molto più di una serva astuta e affascinante: è una donna a tutti gli effetti che agisce seguendo le sue pulsioni e, cosciente del suo stato sociale, si preoccupa dei suoi interessi portando avanti i nuovi ideali della borghesia emergente. I nobili, invece, rappresentano i parassiti della società che non contribuiscono minimamente al suo sviluppo e pretendono privilegi e servigi.

Questo realismo conferisce alla commedia un volto umano, ed è universalmente valido in ogni tempo rappresentando sulla scena il mondo con le sue contraddizioni.

Pirandello

(Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936)

Pirandello divenne famoso proprio grazie al teatro che chiama teatro dello specchio, perché in esso viene raffigurata la vita vera, quella nuda, amara, senza la maschera dell’ipocrisia e delle convenienze sociali, di modo che lo spettatore si guardi come in uno specchio così come realmente è, e diventi migliore.

Viene definito come uno dei grandi drammaturghi del XX secolo. Scriverà moltissime opere, alcune della quali rielaborazioni delle sue stesse novelle, che vengono divise in base alla fase di maturazione dell’autore:

  • Prima fase – Il teatro siciliano
  • Seconda fase – Il teatro umoristico
  • Terza fase – Il teatro nel teatro (metateatro)
  • Il teatro dei miti

Generalmente si attribuisce l’interesse di Pirandello al teatro nella maturità dei suoi anni, ma alcuni precedenti mostrano come tale convinzione necessiti di una rivalutazione: in gioventù, infatti, Pirandello compose alcuni lavori teatrali andati purtroppo perduti poiché da lui stesso bruciati.

La delusione per non essere riuscito a far rappresentare i primi lavori lo distoglie inizialmente dal teatro, facendolo concentrare sulla produzione novellistica e romanziera.

Nel 1907 pubblica l’importante saggio Illustratori, attori, traduttori dove esprime le sue idee, ancora negative, sull’esecuzione del lavoro dell’attore nel lavoro teatrale: questi è infatti visto come un mero traduttore dell’idea drammaturgica dell’autore, il quale trova dunque un filtro al messaggio che intende comunicare al pubblico. I

È in questo momento che Pirandello si distacca dalla lezione positivista e, presa diretta coscienza dell’impossibilità della rappresentazione scenica del “vero” oggettivo, ricerca nella produzione drammaturgica di scavare l’essenza delle cose per scoprire una verità altra .

Il 6 ottobre 1924 fonda la compagnia del Teatro d’Arte di Roma con sede al Teatro Odescalchi con la collaborazione di altri artisti.

Per risparmiare sugli allestimenti la compagnia si produsse prima in numerose tournée estere, poi fu costretta allo scioglimento definitivo, avvenuto a Viareggio nell’agosto del 1928.

Prima Fase – Teatro Siciliano

Nella fase del Teatro Siciliano Pirandello è alle prime armi e ha ancora molto da imparare. Anch’essa come le altre presenta varie caratteristiche di rilievo e in questo caso abbiamo il fatto che esso è scritto tutto, interamente in lingua siciliana perché considerata dall’autore più viva dell’italiano ed esprime di più l’aderenza alla realtà.

Seconda fase – Il teatro umoristico

Mano a mano che l’autore si distacca dal verismo e si avvicina al decadentismo si ha l’inizio della seconda fase con il teatro umoristico con numerosi paradossi, infatti Pirandello presenta personaggi che spezzano le certezze del mondo borghese introducendo la versione relativistica della realtà in cui lui vorrebbe trovare la dimensione autentica della vita al di là della maschera.

Lui stesso definirà il suo teatro “Teatro dello specchio” perché rappresenta la vita nuda con le sue realtà, dove si ci riflette con una maschera che nasconde l’ipocrisia e tutti gli aspetti delle persone.

Terza fase – Il teatro nel teatro

Nella fase del teatro nel teatro le cose cambiano radicalmente, per Pirandello il teatro deve parlare anche agli occhi non solo alle orecchie, a tal scopo ripristinerà una tecnica teatrale di Shakespeare, il palcoscenico multiplo, in cui vi può per esempio essere una casa divisa in cui si vedono varie scene fatte in varie stanze contemporaneamente; inoltre il teatro nel teatro fa sì che si assista al mondo che si trasforma sul palcoscenico.

Pirandello abolisce anche il concetto della quarta parete, cioè la parete trasparente che sta tra attori e pubblico: in questa fase, infatti, Pirandello tende a coinvolgere il pubblico che non è più passivo ma che rispecchia la propria vita in quella agita degli attori sulla scena.

L’umorismo

Nel saggio “L’umorismo” Pirandello distingue il comico dall’umorismo. Il primo, definito come “avvertimento del contrario”, nasce dal contrasto tra l’apparenza e la realtà. Nel saggio citato Pirandello ce ne fornisce un esempio:

« Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario” »

L’umorismo, invece, nasce da una considerazione meno superficiale della situazione:

« Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico »

Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l’umorismo nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione. Nell’umorismo c’è il senso di un comune sentimento della fragilità umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie. L’umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata.

Charlie Chaplin

(Londra, 16 aprile 1889Corsier-sur-Vevey, 25 dicembre 1977)

Sir Charles Spencer Chaplin fu un attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico, autore di oltre novanta film e tra i più importanti e influenti cineasti del XX secolo (in particolare dell’era del film muto); tra gli attori più famosi dalla nascita dell’industria hollywoodiana.

Il personaggio attorno al quale costruì larga parte delle sue sceneggiature, e che gli diede fama universale, fu quello del “vagabondo” (“The Tramp” in inglese; “Charlot” in italiano, francese e spagnolo): un omino dalle raffinate maniere e la dignità di un gentiluomo, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio; tipici del personaggio erano anche i baffetti e l’andatura ondeggiante.

L’emotività sentimentale e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza e alle ingiustizie della società moderna, fecero di Charlot l’emblema dell’alienazione umana – in particolare delle classi sociali più emarginate – nell’era del progresso economico e industriale.

Charles Chaplin nacque in East Street, nel sobborgo londinese di Walworth.

Il padre era un guitto del teatro di varietà con un debole per l’alcol, la madre una cantante. Il matrimonio finì quando Hannah fu scoperta a tradire suo marito con un altro cantante.

La separazione avvenne l’anno dopo la nascita di Charles. Il padre cercò di tenere con sé e con la sua convivente sia il piccolo Charles sia suo fratello Sydney, di quattro anni maggiore.

Il tentativo fallì e i due bambini andarono a vivere con la madre . Per le precarie condizioni finanziarie della famiglia, Charles e il fratello Sydney trascorsero due anni fra collegi e istituti per orfani . Il padre morì quando Charlie aveva dodici anni e la madre, affetta da turbe mentali, venne ricoverata in un istituto.

Le vicende dell’infanzia non impedirono al piccolo Chaplin di apprendere proprio dalla madre l’arte del canto e della recitazione. I primi passi sul palcoscenico li mosse assieme a lei alla tenera età di cinque anni. Nel 1896 durante una recita in un teatro di varietà Hannah fu sonoramente fischiata e costretta ad abbandonare il palcoscenico; a sostituirla venne mandato in scena il piccolo Charlie che ottenne un discreto successo cantando una canzone popolare dell’epoca.

Nel 1898 si trasferì a Manchester, qui frequentò la scuola per tre anni. Grazie alle conoscenze del padre, entrò a far parte di una vera compagnia.

Nel 1903 Charles ebbe una piccola parte in Jim, the Romance of a Cockayne grazie alla quale ottenne la sua prima recensione favorevole sulla carta stampata; di lì a poco il primo ruolo fisso in teatro.

Fra il 1906 e il 1907 Chaplin lavorò ne Il Circo di Casey, misto di varietà e numeri circensi. L’esperienza gli permise di familiarizzare con il mondo del circo e di entrare nella compagnia di Fred Karno, anche grazie al fratello Sydney che già vi lavorava.

Nel 1909 la compagnia di Karno iniziò le tournée all’estero: dapprima a Parigi e, due anni dopo, negli Stati Uniti. Chaplin era il primo comico in A Night in an English Music Hall, atto unico di pantomima e danza..

Chaplin fu notato dal produttore Mack Sennett, che nel novembre 1913 lo mise sotto contratto per la casa cinematografica Keystone. Era il primo contratto di Chaplin per una casa cinematografica.

Ebbe così iniziò la carriera cinematografica di Charlie Chaplin, il “Vagabondo” che nell’arco di cinque anni conquistò un posto d’onore nella storia della settima arte.
La prima volta che Chaplin indossò i panni di Charlot fu nel cortometraggio Charlot si distingue.
Il pubblico lo stimava per la grossa carica di umanità che emanava attraverso le sue storie, disseminate di amore e di insidie.

Nel 1916 Charlie Chaplin era già un attore da oltre 600.000 dollari l’anno [4]quando scritturò la diciannovenne Edna Purviance, facendone la sua primadonna in ben 35 film fra il 1916 e il 1923. I due vissero anche un intenso e travagliato legame affettivo, che si mantenne in amicizia anche dopo la fine della passione.

Chaplin non progettava mai su carta nessuna delle sue gag, né tanto meno “sceneggiava” l’intreccio delle sue comiche. Riusciva a tenere a mente un intero film per poi spiegarlo agli attori sul set man mano che lo girava[5].

Nel 1918 decise di mettersi in proprio e passò alla First National, con cui fece dieci film.

Fu proprio la First National – grazie anche all’interessamento del fratello Sydney, ormai suo procuratore — a corrispondergli il favoloso ingaggio di un milione di dollari, cachet mai guadagnato prima da un attore.

Nel 1919 Charlie Chaplin insieme ad alcuni colleghi fondò la United Artists Corporation. Da allora in poi curerà da solo ogni fase della sua produzione cinematografica, attorniato da un gruppo di fedelissimi quanto preziosi e competenti collaboratori.
A un periodo professionalmente felice non corrispose, però, una vita privata altrettanto serena, anzi il “matrimonio riparatore” con la diciassettenne Mildred Harris gli procurò serie preoccupazioni. L’infelice nascita del primogenito gravemente malformato e sopravvissuto solo tre giorni, non contribuì certo a risollevare il rapporto, che si risolse in un divorzio.

Nel 1921 Chaplin lavorò al film che gli diede la definitiva consacrazione come star affermata. Il capolavoro fu Il monello, che Chaplin diresse e interpretò.
La febbre dell’oro del 1925 è considerato per molti una delle sue opere meglio riuscite.

L’affermazione del sonoro (a partire dal 1927) colse in contropiede Chaplin, che aveva pensato e costruito Charlot solo per il cinema muto. Chaplin decise di andare avanti proponendo il suo personaggio.

Nel 1929 l’assegnazione del suo primo premio Oscar alla carriera, lo consacrò come la prima star a vincere tale premio (e a tutt’oggi il più giovane regista ad averlo vinto).

Chaplin girò nel 1931 Luci della città, un film muto accompagnato dalla musica. Fu il primo film di Chaplin con sonoro e musiche sincronizzate. All’inizio del film la voce delle persone è resa con il suono degli strumenti musicali.. Cinque anni dopo girò un altro capolavoro del cinema muto, Tempi moderni.

Nel 1932 aveva conosciuto l’attrice ventunenne Paulette Goddard, che aveva già avuto qualche esperienza marginale nel cinema in parti minori. I due s’innamorarono, e Paulette recitò con Charles in Tempi moderni (1936), l’ultimo film in cui compare Charlot. Si sposarono nel 1936 e divorziarono nel 1942.

Il grande dittatore (1940) fu il primo film completamente sonoro di Chaplin, girato e distribuito negli Stati Uniti poco prima dell’entrata nella Seconda guerra mondiale. Nel film, Chaplin interpreta due personaggi: Adenoid Hynkel, il dittatore di Tomania, esplicitamente ispirato ad Adolf Hitler, e un barbiere ebreo perseguitato dai nazisti. Dopo la guerra, quando l’internamento e lo sterminio degli Ebrei furono noti, Chaplin dichiarò che non avrebbe realizzato il film se solo avesse potuto sapere che cosa era realmente accaduto. Il film ebbe due candidature agli Oscar, come miglior regia e miglior sceneggiatura, ma non vinse alcuna statuetta.

Dopo questo film Chaplin interruppe la sua attività cinematografica per circa sette anni.

Nel 1942 conobbe la diciassettenne Oona O’Neil, figlia del celebre drammaturgo Eugene O’Neil, terzo e ultimo dei suoi grandi amori, che divenne sua moglie nel 1946, e da lei ebbe otto figli, tre nati negli Stati Uniti e cinque in Svizzera.

Nel 1947 uscì un nuovo film, Monsieur Verdoux ispirato alla famosa storia di Henri Landru, su un soggetto di Orson Welles.

Le sue simpatie politiche non furono da lui mai rivelate esplicitamente. Di certo, in molti suoi film aveva analizzato la realtà cupa dei lavoratori, dei poveri e degli emarginati (Tempi moderni, del 1936, ne può essere un chiaro esempio), ed aveva messo in piena luce le contraddizioni della società americana. Benché vivesse negli Stati Uniti da molti anni e vi pagasse le tasse, Chaplin non aveva mai chiesto la cittadinanza americana.

Già all’uscita di Monsieur Verdoux venne pubblicamente accusato di “filocomunismo” Chaplin negò sempre, con veemenza..
Nel 1951 iniziò a girare quello che sarebbe stato il suo film d’addio: Luci della ribalta.

La condanna decisiva nei suoi confronti arrivò nel settembre del 1952. Chaplin e la sua nuova famiglia si erano imbarcati per l’Europa per quella che doveva essere una vacanza. Mentre si trovavano in mare il ministro della giustizia statunitense dispose per pubblico decreto che a Chaplin, in quanto cittadino britannico, non sarebbe stato permesso di rientrare nel paese a meno che non avesse convinto i funzionari dell’immigrazione di essere “idoneo”. Avutane notizia, Chaplin decise di stabilirsi in Europa fissando la sua residenza in Svizzera.

Charles Chaplin morì in Svizzera, la notte di Natale del 1977 e lì fu sepolto. Tre mesi dopo la sua morte, il suo corpo fu trafugato in un tentativo di estorsione ai danni dei suoi familiari

Tempi Moderni

I gesti ripetitivi, i ritmi disumani e spersonalizzanti della catena di montaggio minano la ragione del povero Charlot, operaio meccanico. La pausa pranzo potrebbe concedere un momento di riposo, se non che Charlot viene prescelto quale operaio tipo su cui sperimentare la macchina automatica da alimentazione, che dovrebbe consentire di mangiare senza interrompere il lavoro (aspetto che in una visione scientifica del lavoro produrrebbe vantaggio competitivo). L’esperimento però gli causa parecchi danni dato che il diabolico marchingegno non funziona molto bene.

Ossessionato dai bulloni, che per la sua mansione è addetto a stringere con una chiave apposita, e dai bottoni, che ne richiamano la forma, ornanti la gonna della bella segretaria della fabbrica, ai quali proverà a dare una bella stretta, Charlot perde ogni controllo sulla propria mente. Con gesto liberatorio mette mano alla miriade di pulsanti, leve e interruttori della sala comando del suo reparto provocando il fermo della catena produttiva e finisce egli stesso ingoiato dagli ingranaggi delle gigantesche macchine rotative. Liberato dalla stretta meccanica e dopo aver spruzzato in faccia a tutti, l’olio per lubrificare gli ingranaggi, Charlot sarà affidato forzatamente ad una clinica affinché venga riabilitato dall’esaurimento nervoso.

Dimesso dall’ospedale raccoglie una bandiera di segnalazione caduta da un mezzo in transito e la agita per richiamare l’attenzione dell’autista, senza accorgersi che dietro le sue spalle si sta aggregando un corteo di disoccupati che marciano agitando anch’essi delle bandiere. La carica della polizia disperde i manifestanti e provoca l’arresto dell’ignaro Charlot ritenuto, a torto, a capo dei dimostranti.

Egli viene allora rinchiuso nel penitenziario dove, grazie all’effetto di una sostanza dopante accidentalmente ingerita, da solo e senza accorgersene sventa il tentativo di rivolta di alcuni galeotti, guadagnandosi la grazia.

La chiusura delle fabbriche e la conseguente perdita del lavoro generano uno stato diffuso di povertà e scontento e stimolano il ricorso ad espedienti non sempre legali pur di sfamare la famiglia. Le merci delle imbarcazioni attraccate al porto sono un richiamo irresistibile per una giovane monella, che vuole contribuire a sfamare i ragazzini del quartiere e le sue sorelle più piccole, alle quali il padre disoccupato non può provvedere e che sono orfane di madre. Quando lo sfortunato genitore perderà la vita colpito da un proiettile esploso durante una manifestazione di protesta dei disoccupati, la sua famiglia verrà disgregata con l’affidamento delle sorelle minori ad un istituto. Anche la monella vi sarebbe destinata, ella riesce però a sottrarsi al suo destino con la fuga.

Nel frattempo Charlot viene ingaggiato presso un cantiere navale dove è in fase avanzata la costruzione di una maestosa imbarcazione che non sarà mai ultimata, dato che Charlot la varerà prima del tempo, sotto lo sguardo attonito dei colleghi, rimuovendo inavvertitamente il cuneo di ancoraggio che la trattiene sulla terra ferma. Il dignitoso autolicenziamento e il girovagare per la città lo portano ad imbattersi nella monella, minacciata d’arresto in quanto responsabile del furto di un filone di pane dal furgone che sta rifornendo una panetteria.

Charlot tenterà di addossarsene la colpa con lo scopo di farsi arrestare e di risolvere così il problema del vitto. Riuscirà nel suo intento mangiando gratis una quantità sconsiderata di cibo ad un self-service, prendendo dei sigari e regalando dolci a dei ragazzini senza pagare nulla.

Mentre viene trasportato verso la stazione di polizia ritrova  la monella, riconosciuta quale vera autrice del furto, e i due fanno conoscenza. Approfittando del ribaltamento del mezzo, coinvolto in un incidente, Charlot e la monella si danno alla fuga.

L’infortunio alla guardia notturna di un grande magazzino offre a Charlot la possibilità di rifarsi. Mostrata la sua lettera di presentazione ottiene l’impiego in sostituzione dell’infortunato. Dopo aver preso servizio alla chiusura al pubblico Charlot fa entrare la monella per andare alla scoperta del magazzino. Prima tappa reparto pasticceria per placare la fame; seconda tappa reparto giochi per dare libero sfogo alla voglia di divertimento repressa dalla miseria; infine reparto arredamento dove lei può concedersi il sonno in un fantastico e morbido letto che probabilmente nessuno dei due ha mai provato. Tre malintenzionati armati si sono intanto introdotti nel negozio e hanno immobilizzato Charlot. Uno di loro si rivela essere un suo ex compagno di fabbrica che, come gli altri due, è costretto al furto dalla povertà. I tre festeggiano allora con una bevuta nel reparto alimentare: l’indomani mattina alcune clienti rinveniranno Charlot addormentato sotto il banco dei vestiti. Cacciato dal negozio egli dovrà scontare dieci giorni in galera.

Al suo rilascio la monella lo aspetta e lo invita nell’abitazione che nel frattempo ha rimediato. Si tratta di una catapecchia fatiscente ma, se non altro, è un riparo per la notte e un luogo dove consumare i pasti. L’indomani Charlot, che ha dormito nel canile annesso, scorre il giornale e la lettura della notizia della riapertura delle fabbriche in prima pagina riaccende i loro sogni di normalità. Egli si precipita ai cancelli della fabbrica riuscendo a farsi assumere.

Questa volta tra gli ingranaggi finisce il suo capo, a causa sua naturalmente. Inghiottito completamente con la sola testa sporgente toccherà a Charlot alimentarlo durante la pausa pranzo. Un nuovo sciopero interrompe l’attività lavorativa e durante i successivi tumulti Charlot sarà nuovamente fermato e condotto in galera. La monella lo accoglie al rilascio anche questa volta. La monella è raggiante di felicità perché ha trovato un impiego come ballerina presso un ristorante, in cui le riesce di fare assumere come cameriere anche Charlot.

L’impiego prevede inoltre un’esibizione come cantante e Charlot deve ricorrere all’espediente di scriversi il testo della canzone sui polsini, perché non riesce a ricordarlo. L’operazione è però inutile, poiché al primo gesto del numero i polsini gli si sfilano ed egli è costretto ad improvvisare le parole sul famoso pezzo della “Titina”, primo e unico episodio di interpretazione sonora del vagabondo. Sarà grazie a questa abilità e al discreto successo ottenuto, più che alle doti di cameriere ad assicurargli l’assunzione definitiva. Tutto sembra procedere per il meglio, ma due funzionari dell’ufficio assistenza ai minori orfani bloccano la monella nel corso della sua esibizione con l’evidente intenzione di rinchiuderla in istituto. Ancora una volta, grazie all’aiuto di Charlot, ella riesce a sottrarsi alle autorità e a fuggire.

Sconsolata, si abbandona al pianto sul margine di una strada deserta. L’abbraccio di Charlot, che la stringe con affetto, le infonde fiducia e coraggio per rialzarsi e incamminarsi insieme a lui, mano nella mano, lungo la strada che si apre tra gli sconfinati spazi californiani, simboleggianti le inesplorate opportunità che la vita riserva ancora loro e che insieme sono pronti ad affrontare.

I Mostri

Il film è articolato su una sequenza di 20 episodi del tutto disgiunti tra loro.

Ogni episodio è di durata e struttura assai diversa dagli altri ma tutti riferibili ad un contesto temporale e geografico uniformi: la Roma dei primi anni sessanta.

Tutti gli episodi ruotano intorno a delle figure centrali, in genere caricaturali, interpretate dai due attori principali (Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman) che compaiono sia alternativamente che insieme. Alcuni episodi sono assai brevi ed hanno la durata e la struttura di uno sketch, altri invece presentano le costruzioni più elaborate di un racconto.

  • L’educazione sentimentale: un padre si prende cura dell’educazione e dell’iniziazione sociale del figlio ricorrendo ad una serie di esempi e insegnamenti ispirati alla assoluta disonestà e alla più totale mancanza di rispetto per gli altri. Sarà lui stesso a pagarne le conseguenze. Infatti sarà ucciso dal figlio che si prenderà l’eredità.
  • La raccomandazione: un attore navigato e snob cerca svogliatamente di raccomandare presso un impresario suo conoscente, un modesto attore di teatro che a lui si era rivolto in cerca di aiuto e che era stato accolto con ipocrite manifestazioni di stima.
  • Il mostro: due poliziotti si concedono ebeti e vanesi al fotografo che li immortala dopo la cattura di un pluriomicida.
  • Come un padre: Lando Buzzanca è un giovane marito geloso che disperato si precipita in piena notte a casa del suo migliore amico per confidargli la prova inconfutabile del tradimento della moglie. Ne riceve rassicurazioni, consigli amichevoli e l’invito a tornare a casa sereno e tranquillo ma in realtà è proprio il suo amico la persona con la quale sua moglie lo tradisce.
  • Presa dalla vita: un regista d’avanguardia, fa rapire una povera signora anziana da una banda di balordi per utilizzarla, suo malgrado, in una scena di un suo film.
  • Il povero soldato: un soldato di leva, apparentemente disperato per la morte della sorella, prostituta d’alto bordo ritrovata uccisa nel suo appartamento, cerca di ricavare soldi dalla vendita ai giornali del diario segreto della poveretta.
  • Che vitaccia: un baraccato romano, padre di una famiglia numerosa ed indigente, si dispera per le condizioni economiche in cui versa e che non gli consentono nemmeno di provvedere alle cure di un figlio malato. Appena fuori del tugurio però spende gli ultimi spiccioli rimasti per recarsi allo stadio e tifare la sua squadra di calcio.
  • La giornata dell’onorevole: un deputato con importanti incarichi pubblici onesto e morigerato nelle apparenze, ospite fisso di un convento di frati, riceve la notizia che un generale incaricato di indagare sulla compravendita di alcuni terreni, sta per consegnargli un dossier con le prove schiaccianti della truffa che sta per essere perpetrata ai danni dello stato. L’onorevole, si inventa numerosi impegni durante il giorno per non incontrare il generale ed evitare che il dossier venga consegnato in tempo per denunciare la truffa. Lo stesso generale verrà poi “premiato” dal deputato con il pensionamento.
  • Latin lovers (amanti latini): Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi sono due apparenti latin lover che sdraiati al sole di una spiaggia romana sembrano cercare un approccio con l’avvenente mora seduta tra di loro. L’improvviso sollevarsi della ragazza svela la sorprendente realtà.
  • Testimone volontario: un abile avvocato senza scrupoli riesce a gettare nel discredito e far quasi arrestare un innocente che si era presentato spontaneamente al processo per rendere una testimonianza chiave contro il suo assistito, accusato di omicidio.
  • I due orfanelli: un mendicante sfrutta biecamente la cecità del suo giovane ed ignaro compare anche a costo di fuggire l’aiuto disinteressato che un famoso chirurgo oculista offre spontaneamente per risolvere la malattia del ragazzo.
  • L’agguato: un vigile zelante tende agguati ai clienti di un’edicola che ignorando un divieto di sosta, fermano la loro auto giusto il tempo per acquistare i giornali.
  • Il sacrificato: un logorroico dongiovanni cerca di scaricare l’amante facendole credere di compiere un sacrificio per il suo bene, in realtà per gettarsi tra le braccia di un’altra relazione clandestina che coltiva naturalmente all’insaputa della moglie.
  • Vernissage: un padre di famiglia inaugura la sua nuova Fiat 600 acquistata a cambiali andandosene subito a prostitute.
  • La musa: la giuria di un concorso letterario cede alle insistenze caparbie e alle motivazioni circostanziate della sua presidentessa e assegna il primo premio ad un autore sconosciuto e semianalfabeta che si rivelerà essere l’amante della presidentessa stessa.
  • Scenda l’oblio: durante la proiezione di un film sugli eccidi nazisti un uomo, assistendo con sua moglie alla scena della fucilazione di alcuni ostaggi, non trova altro commento che annotare il coronamento a tegole del muro lungo cui sono allineati i disgraziati e di constatare come esso sia il più idoneo per quello di cinta del loro giardino.
  • La strada è di tutti: Vittorio Gassman è un pedone che quando attraversa le strisce chiede prudenza e invita con veemenza al rispetto gli automobilisti, ma una volta in macchina si produce negli stessi comportamenti irriguardevoli dei diritti e della sicurezza dei pedoni.
  • L’oppio dei popoli: una giovane signora annoiata riceve l’amante in casa mentre il marito assiste come ipnotizzato all’intero programma serale della televisione.
  • Il testamento di Francesco: un uomo dall’aspetto molto curato e dal linguaggio forbito è seduto nella sala trucco di uno studio televisivo e tormenta il truccatore esigendo, con pretesti logorroici, continui ritocchi al suo maquillage. Una volta in onda lo si scoprirà essere un frate intento a predicare contro la vanità all’interno di una rubrica religiosa.
  • La nobile arte: un organizzatore di incontri vecchio e schiantato tenta la rentrée nel mondo del pugilato organizzando un incontro impari tra il campione del momento ed un pugile suonato che ha lasciato da anni l’attività agonistica per ritirarsi con sua moglie a vita privata. Il pugile, raggirato dalle lusinghe del compagno, accetta di tornare sul ring: l’esito dell’incontro sarà scontato ma non le conseguenze fisiche che il pugile dovrà subire.

Il Medico della mutua

Il Dott. Guido Tersilli è un giovane neo laureato in medicina che aspira ad aprire uno studio medico a Roma. È assetato di guadagni in quanto deve capitalizzare i sacrifici fatti dalla madre vedova per farlo studiare. La convenzione con la mutua appare la via più semplice per guadagnare: più mutuati si hanno, più si guadagna in quanto il mutuato, non pagando visita e medicine, pretende che il medico gli prescriva farmaci di ogni tipo, anche i più inutili.

Inizia così l’affannosa ricerca di mutuati; con alcuni stratagemmi di public relations la madre e la fidanzata Teresa riescono ad avviare l’attività di Guido.

Per farsi un po’ di esperienza, Tersilli lavora gratuitamente in un ospedale nel quale, grazie al suo arrivismo, riesce ad entrare nelle grazie del primario e delle suore infermiere che decidono di aiutarlo indirizzandogli alcuni pazienti.

Nel contempo si attira le ire dei colleghi a cui cerca di rubare i mutuati. Per fare il salto di qualità Guido decide di visitare il Dr. Bui, un anziano medico in fin di vita che ha raccolto nella sua carriera più di 2000 mutuati. Subdolamente riesce ad entrare nelle grazie della moglie Amelia al quale promette l’amore in cambio dei mutuati del marito; mutuati che i suoi colleghi di ospedale si erano già spartiti aspettando la morte del Bui.

Alla morte del vecchio medico, approfittando dell’assenza della vedova, decide di trasferire lo studio scaricando Amelia. Nel frattempo, avendo già lasciato Teresa che aveva scoperto la tresca amorosa tra lui e Amelia, Guido conosce Anna Maria, la figlia del padrone dell’appartamento in cui si è trasferito, una ragazza ricca e piacente che presto sposerà. Guido però si sta strapazzando troppo e al ritmo di 5 minuti a visita per mutuato (arrivati ormai a più di 3000) è vittima di un collasso e viene trasportato nell’ospedale in cui da volontario si era attirato le antipatie dei colleghi; come con Bui i suoi colleghi tentano di spartirsi i suoi mutuati ammiccando alla bella moglie di Guido, il quale però sfugge alla trappola ed esce dall’ospedale ancora convalescente. Il finale è grottesco: per non affaticarsi Guido decide di visitare i pazienti da casa, con il telefono, mentre sorseggia un drink in terrazza.

In nome del popolo italiano

Il Pubblico Ministero Bonifazi  prototipo del magistrato inquirente profondamente amareggiato della corruzione che egli percepisce prima di tutto nella pubblica amministrazione e più in generale nella società italiana sempre più inquinata dall’avidità decadente e immorale del capitalismo più becero e senza scrupoli, scopre che l’imprenditore Renzo Santenocito, archetipo del capitano d’industria disonesto, elargitore di tangenti ai politici compiacenti, avvelenatore della flora, della fauna e delle faglie acquifere con le sue industrie chimiche, cementificatore responsabile di scempi edilizi e deturpatore del paesaggio, potrebbe essere implicato nella morte della giovane Silvana ,una ragazza che spesso accompagnava persone ricche e facoltose a cene e festini per conto di una sedicente agenzia di pubbliche relazioni.

Subito nasce una forte antipatia tra i due protagonisti antagonisti e mentre Bonifazi si ostina a voler scoprire la colpevolezza dello spregiudicato Santenocito quest’ultimo cerca, con altrettanta ostinazione, di costruirsi un alibi finto per la sera del presunto omicidio di Silvana e contemporaneamente accusa a sua volta il magistrato di un eccesso di “zelo inquisitorio” nei suoi confronti motivato da un “odio ideologico” contro contro ciò che egli rappresenta.

Quando finalmente l’industriale riesce a creare il falso alibi esso viene astutamente smantellato dal caparbio magistrato.

Gli indizi già raccolti, unitamente ai successivi avvenimenti, saranno sufficienti per mandare Santenocito sotto processo e quindi, “in nome del popolo italiano”, sentenziarne la colpevolezza. Il verdetto porterà Santenocito alla pazzia ed egli verrà così rinchiuso in un manicomio criminale.

Quando tutto sembra finito, Bonifazi viene casualmente a conoscenza dell’esistenza di un diario redatto dalla giovane defunta e ne sarà il primo lettore: la ragazza dichiara nelle ultime pagine che si sarebbe suicidata.

Questa scoperta avviene negli istanti in cui la nazionale di calcio italiana vince un’importante partita contro l’Inghilterra.

Tra le urla e gli atti di teppismo dei tifosi festanti il giudice Bonifazi intravede i peggiori vizi comportamentali dell’italiano cialtrone e poco di buono da lui identificato nella persona dell’imprenditore, tanto da “vedere” Santenocito presente in ogni gruppo di scalmanati che gli passa davanti.

Disgustato butterà il diario della ragazza tra le fiamme di una automobile inglese incendiata dai tifosi, facendogli pagare con la condanna per un reato non commesso il fio per una vita costellata di malversazioni ed abusi.