Cesare, l’etnografia e la libertà dei Galli

Scheda di approfondimento – Etnografia e libertà dei Galli

Secondo la più recente interpretazione critica, Cesare maschera le ragioni del conflitto con i Galli trincerandosi in una serie di logori topoi: “ciò che caratterizza di solito le decisioni dei Galli è a volta a volta la loro mobilitas et levitas, la loro temeritas, la loro imprudentia e feritas. I principali ribelli sono in generale degli irrequieti, degli ambiziosi, dei disperati che novis rebus student, i loro seguaci sono egentes et perditi. Dalla parte dei romani sono invece la fides, la amicitia, la iustitia ”. Come si può spiegarne la ragione?

Da una parte, in un racconto “di fatti militari, di continue e mutevoli campagne, con un numero così incredibile di eventi e di dettagli” è tutto sommato inevitabile che gli sfondi politici e storici restino “quasi sempre vaghi e sistematici”. Tuttavia, “una volta stabilita la presenza di un sistema di loci communes nell’opera di una grande personalità letteraria” sarà possibile intravedere, nell’utilizzo di ogni topoı,  “un senso particolarmente mediato, che esprima ugualmente una peculiare intenzione, perdendo perciò la sua insignificanza”.

Quali sono dunque i significati della caratterizzazione delle ragioni e delle parti in conflitto?

à “In primo luogo, la superiorità e i distacco del conquistatore, che non si chiede più la ragioni prime dell’aggressione contro altri popoli indipendenti e sente il conflitto esclusivamente in due modi: o come crudo episodio della lotta per estendere la zona d’influenza romana contro la spinta aggressiva dei Germani, o come contrapposizione tra due modi diversi, dei quali l’inferiore era inevitabile ed auspicabile soggiacesse al più maturo”.

In questo senso, sostenere la parzialità di Cesare, significa “sfondare una porta aperta”: Cesare infatti  rappresenta limpidamente la realtà secondo la prospettiva del suo tempo, della sua nazione, della classe dirigente cui appartiene (e che peraltro si propone di rovesciare).

à “In secondo luogo, tali categorie significano la nobilitazione retorica della materia e, attraverso l’uso di un linguaggio e una contrapposizione di valori cui la classe dirigente romana faceva di solito ricorso per distinguere se stessa dai movimenti sovvertitori, la difesa del proprio operato in Gallia, presentato quasi come una proiezione esterna dell’operato di quella classe dirigente nell’ambito nazionale”.

Questo secondo aspetto risulta molto chiaro nei passi in cui Cesare presenta se stesso come erede e propugnatore dei valori tradizionali romani. D’altra parte, chiarire i propri valori di riferimento significa volerli condividere, aprendosi verso i Galli romanizzati, “quelli che per la loro prudenza, dignità, ricchezza, potevano e dovevano essere considerati la vera classe dirigente del loro paese, contro gli irrequieti e i temerari che ne rivendicavano invece l’isolamento barbarico, ed anche verso i nuovi collaboratori, che tendevano ad acquistare con l’amicizia dei Romani e la consuetudine con la loro civiltà un prestigio che non possedevano”.

Questa analisi, tuttavia, non esaurisce la problematica dell’atteggiamento di Cesare nei confronti delle popolazioni conquistate: il  De bello Gallico, infatti, presenta un secondo aspetto molto significativo: “nell’esposizione di Cesare non è assente né la smascheramento delle ragioni brutalmente imperialistiche della conquista romana, né il riconoscimento della oggettiva validità della lotta per la propria indipendenza condotta dai Galli”. Pur appartenendo generalmente a discorsi o ragionamenti dei suoi nemici, queste osservazioni costituiscono una preziosa testimonianza dell’atteggiamento di Cesare, consapevole di “espletare una funzione storica e politica fondamentale” e altrettanto consapevole di doverla portare a termine “a costo di sopraffazioni e di sangue”.

Quello di Cesare non è, sentimentalmente, lo sguardo pietoso del vincitore sul mondo dei suoi vinti: è piuttosto, razionalmente, la lucida consapevolezza di chi conquista, perfettamente cosciente dei vantaggi che la conquista porterà, ma di cui ne conosce il prezzo: la prospettiva di fondo è quindi quella del “carattere provvidenziale della conquista romana”.

L’atteggiamento di Cesare nei confronti delle popolazioni sottomesse è assolutamente “problematico”:  se da una parte egli non dimentica la valenza morale della sua “missione civilizzatrice”, dall’altra egli manifesta una perfetta comprensione storica della lotta antiromana –  presentando, per esempio, con grande oggettività la ragioni del “nemico” – e, pertanto, sembra lasciare aperta la possibilità del dialogo, anche con i peggiori nemici. Questo, probabilmente accade perché egli era “l’interprete più coerente delle tendenze democratiche e rinnovatrici della politica interna, del programma unificatore e valorizzatore nei confronti delle classi dirigenti provinciali in politica estera; e dunque, in quanto tale, non doveva certo essere sordo all’altrui lotta per la libertà e l’indipendenza nazionale”. A sostenere questa prospettiva c’è un dato stilistico molto concreto: il ricorrere relativamente frequente del termine libertas (15 volte nel Bellum Gallicum, appena tre nel Bellum civile), che ha sempre il valore di “indipendenza nazionale” e compare sempre “con un’accezione agitatoria più o meno sfumata, nei discorsi dei capi Galli”: un vero e proprio leitmotiv di tutta l’agitazione “nazionalistica” dei popoli Galli. Cesare, dunque,  si rende perfettamente conto del loro amore per la libertà: non è, questa, una consapevolezza di poco conto. “In virtù di questa consapevolezza, Cesare prende misure militari opportune; sembra quasi a voler dire che egli, pur rendendosi conto del carattere naturale, prima ancora che politico, dell’amore per la libertà insito nei popoli, si trova a rappresentare altri ferrei interessi, ma nello stesso tempo non può fare sprezzo degli altrui”.

 

Esercito e società

L’esercito che Cesare trascinò in Gallia era, per composizione ed organizzazione, il risultato di molti cambiamenti dal punto di vista strategico e militare: cambiamenti iniziati almeno un secolo prima e perfezionati con la riforma proposta da Mario nel 107 a. C. Risale infatti a questo preciso, drammatico momento storico – caratterizzato da una forte necessità di presidiare le nuove conquiste territoriali e, nello stesso tempo, da una forte carenza di personale militare – la scelta di aprire il reclutamento a soldati volontari, non più esclusivamente provenienti dalla piccola proprietà terriera come fino ad allora era avvenuto. Fu così che i ceti più poveri, i soli che non avevano nulla da perdere, andarono ad ingrossare le fila dell’esercito romano, che s’ ingrandì notevolmente. Era questo un modo lungimirante, e sottilmente pericoloso, di legare il destino delle classi più povere ai successi dell’imperialismo romano: se le conquiste militari, infatti, offrivano ai senatori le occasioni migliori di speculazione, i proletari potevano comunque contare su una paga sicura e, nella migliore delle ipotesi, sulla promessa della terra al momento del congedo.

Armati e stipendiati dalla res publica, i soldati volontari erano sottoposti ad un durissimo addestramento che ne incrementava la resistenza fisica.

Così la legione venne formata da 6.000 uomini, divisi in 10 coorti di 600 uomini (pressappoco simili agli attuali battaglioni) ed appoggiati dalla cavalleria. Ogni coorte aveva una grande autonomia di movimento: sotto la guida del suo responsabile, il tribunus militum, i tre manipuli in cui era organizzata, operavano in modo abbastanza autonomo, grazie alla mediazione dei centuriones, uno ogni cento uomini.

La professionalizzazione dell’esercito comportò anche un assetto totalmente diverso nella sua organizzazione sociale e nella strategia militare. Da un lato, infatti, la possibilità di carriera per tutti coloro che dimostrassero il loro valore, permise il costituirsi di una nuova figura di miles: apertagli la possibilità della carriera personale e dell’arricchimento, egli doveva mostrare la propria efficienza con maggiore incisività, non soltanto combattendo con eroismo, ma confermando la propria adesione al sistema dei valori del “buon soldato”: obbedienza e rispetto personale per il proprio superiore, indifferenza nei confronti dei problemi politici e della libertà della res publica.

D’altra parte il lento regredire delle differenze sociali, finì per ripercuotersi nella strategia militare stessa. Consumatisi i tempi delle nette distinzioni sociali all’interno dell’esercito – che trasformavano i veliti, i soldati più poveri e meno attrezzati in “carne da macello” – già con Mario vennero introdotte alcune significative riforme: la rigida divisione in manipoli venne sostituita dalla più flessibile formazione della coorte,  costituita dall’unione di tre manipoli; vennero eliminati la cavalleria legionaria e la povera categoria dei veliti, nel tentativo di cancellare i due estremi opposti ed uniformare l’esercito.

La riforma strategica che ne derivò rispecchia, dunque, la nuova composizione sociale dell’esercito: composizione che rispecchiava, a sua volta, il fermento sociale dell’ultima Roma repubblicana e che conteneva, in nuce, quelle caratteristiche che, di  lì a poco, l’avrebbero condotta al passaggio dalla res publica all’Impero.


LIBRO VII

Le vicende precedenti all’assedio di Alesia

Il VII libro del De bello Gallico, incentrato sulle vicende del 52 a. C., rappresenta, nel contesto dell’opera, in un drammatico climax, il momento più intenso della campagna militare dei Cesare: in esso, infatti, si racconta la soppressione dell’ultima ribellione dei Galli guidati da Vercingetorige, il carismatico re degli Alverni che era riuscito ad unificare, sia pure temporaneamente, la galassia delle tribù galliche, in nome della liberazione della Gallia dal conquistatore. Le vecchie contese tra le diverse popolazioni galliche – descritte con tanta precisione da Cesare –  peraltro erano state ormai dimenticate di fronte all’oppressione soprattutto economica da parte dell’esercito conquistatore. In contrasto con la sua legge sul governo provinciale, Cesare aveva spremuto la vasta regione appena conquistata: tutto questo non potè che alimentare la  ribellione.

La rivolta guidata da Vercingetorige non è dunque altro che il naturale sfociare di una crisi, già manifestatasi con l’uccisione di Tasgezio, il sovrano che i Romani avevano imposto ai Carnuti (B.G. V, 25).

Poi era stata la volta degli Eburoni, che, istigati da Ambiorige, avevano annientato in un’imboscata le quindici coorti di Lucio Cotta e Sabino. Lo stesso Ambiorige aveva esteso poi la rivolta ai Nervii, contro i quali era intervenuto Quinto Cicerone, salvato all’ultimo da Cesare (B.G. V, 39-52).

Il mito dell’invincibilità degli occupanti cominciava ad appannarsi e in una guerra coloniale, non vi è nulla di più pericoloso, per la potenza occupante, che incominciare a perdere.

La successiva sottomissione dei Nervii, dei Senoni e dei Carnuti, accompagnata dalla brutale esecuzione dei loro capi suscitarono lo sdegno generale e finirono per giocare a favore delle definitiva e corale insurrezione della Gallia centrale. A questo punto, dunque, entrambi gli schieramenti cambiarono tattica: mentre Cesare cercava di preparare l’esercito allo scontro, i ribelli, guidati da Vercingetorige costringevano i Romani a continue scaramucce. La strategia di Cesare diventò allora quella di colpire i Galli nel cuore dell’Alvernia: prevedendo le mosse del nemico, Vercingetorige aveva allora disposto parte del suo esercito a Gergovia, dove si sarebbe giocata una partita difficile: il fallito assalto a Gergovia si sarebbe concluso con la rotta dell’esercito romano, che perdeva in questo scontro più di settecento uomini (De bello Gallico, VII, 50-51).

Approfittando della loro momentanea inferiorità, gli Edui si allontanarono immediatamente dai Romani ed accettarono, sia pure con qualche difficoltà, la leadership di Vercingetorige (VII, 63), che rafforzò la cavalleria e cercò di spostare lo scontro verso la provincia romana.

E’ in questa fase delle operazioni che si produsse lo scontro più gravido di conseguenze: fu la cavalleria germanica a salvare Cesare e a costringere Vercingetorige a ripiegare su Alesia (VII, 68). Qui il capo dei Galli si rinchiuse, preparandosi a subire l’assedio, ma riuscì anche a mandare in giro per il paese la sua cavalleria, al fine di promuovere il maggior reclutamento possibile (VII, 71) con l’intenzione di far attaccare Cesare alle spalle.

Capitolo VII, 69  – Topografia di un oppidum inaccessibile (p. 66 di Voces)

La città di Alesia sorgeva sulla cima di un colle molto elevato, tanto che l’unico modo per espugnarla sembrava l’assedio. I piedi del colle, su due lati, erano bagnati da due fiumi. Davanti alla città si stendeva una pianura lunga circa tre miglia; per il resto, tutt’intorno, la cingevano altri colli di uguale altezza, poco distanti l’uno dall’altro. Sotto le mura, la parte del colle che guardava a oriente brulicava tutta di truppe galliche; qui, in avanti, avevano scavato una fossa e costruito un muro a secco alto sei piedi. Il perimetro della cinta di fortificazione iniziata dai Romani raggiungeva le dieci miglia. Si era stabilito l’accampamento in una zona vantaggiosa, erano state costruite ventitré ridotte: di giorno vi alloggiavano corpi di guardia per prevenire attacchi improvvisi, di notte erano tenute da sentinelle e saldi presidi.

Capitolo VII, 72 – Le fortificazioni dei romani (p. 67)

Cesare, appena ne fu informato dai fuggiaschi e dai prigionieri, approntò una linea di fortificazione come segue: scavò una fossa di venti piedi, con le pareti verticali, facendo sì che la larghezza del fondo corrispondesse alla distanza tra i bordi superiori; tutte le altre opere difensive le costruì più indietro, a quattrocento piedi dalla fossa: avendo dovuto abbracciare uno spazio così vasto e non essendo facile dislocare soldati lungo tutto il perimetro, voleva impedire che i nemici, all’improvviso o nel corso della notte, piombassero sulle nostre fortificazioni, oppure che durante il giorno potessero scagliare dardi sui nostri occupati nei lavori. A tale distanza, dunque, scavò due fosse della stessa profondità, larghe quindici piedi. Delle due, la più interna, situata in zone pianeggianti e basse, venne riempita con acqua derivata da un fiume. Ancor più indietro innalzò un terrapieno e un vallo di dodici piedi, a cui aggiunse parapetto e merli, con grandi pali sporgenti dalle commessure tra i plutei e il terrapieno allo scopo di ritardare la scalata dei nemici. Lungo tutto il perimetro delle difese innalzò torrette distanti ottanta piedi l’una dall’altra.

Capitolo 80  – E’ battaglia

Cesare dispone l’esercito lungo entrambe le linee fortificate, perché ciascuno, in caso di necessità, conoscesse il proprio posto e lì si schierasse. Poi, guida la cavalleria fuori dal campo e ordina di dar inizio alla battaglia. Da ogni punto del campo, situato sulla cima del colle, la vista dominava; tutti i soldati, ansiosi, aspettavano l’esito dello scontro. I Galli tenevano in mezzo alla cavalleria pochi arcieri e fanti dall’armatura leggera, che avevano il compito di soccorrere i loro quando ripiegavano e di frenare l’impeto dei nostri cavalieri. Gli arcieri e i fanti avevano colpito alla sprovvista parecchi dei nostri, costringendoli a lasciare la mischia. Da ogni parte tutti i Galli, sia chi era rimasto all’interno delle difese, sia chi era giunto in rinforzo, convinti della loro superiorità e vedendo i nostri pressati dalla loro massa, incitavano i loro con grida e urla. Lo scontro si svolgeva sotto gli occhi di tutti, perciò nessun atto di coraggio o di viltà poteva sfuggire: il desiderio di gloria e la paura dell’ignominia spronavano al valore gli uni e gli altri. Si combatteva da mezzogiorno, il tramonto era ormai vicino e l’esito era ancora incerto, quand’ecco che, in un settore, a ranghi serrati i cavalieri germani caricarono i nemici e li volsero in fuga. Alla ritirata della cavalleria, gli arcieri vennero circondati e uccisi. Anche nelle altre zone i nostri inseguirono fino all’accampamento i nemici in fuga, senza permetter loro di raccogliersi. I Galli che da Alesia si erano spinti in avanti, mesti, disperando o quasi della vittoria, cercarono rifugio in città.

Capitolo 81 – Una sortita notturna

I Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale approntarono una gran quantità di fascine, scale, ramponi. A mezzanotte, in silenzio, escono dall’accampamento e si avvicinano alle nostre fortificazioni di pianura. All’improvviso lanciano alte grida: era il segnale convenuto per avvisare del loro arrivo chi era in città. Si apprestano a gettare fascine, a disturbare i nostri sul vallo con fionde, frecce e pietre, ad azionare ogni macchina che serve in un assalto. Contemporaneamente, appena sente le grida, Vercingetorige dà ai suoi il segnale con la tromba e li guida fuori dalla città. I nostri raggiungono le fortificazioni, ciascuno nel posto che gli era stato assegnato nei giorni precedenti. Usando fionde che lanciano proiettili da una libbra e con pali disposti sulle difese, atterriscono i Galli e li respingono. Le tenebre impediscono la vista, gravi sono le perdite in entrambi gli schieramenti. Le macchine da lancio scagliano nugoli di frecce. E i legati M. Antonio e C. Trebonico cui era toccata la difesa di questi settori, chiamano rinforzi dalle ridotte più lontane e li mandano nelle zone dove capivano che i nostri si trovavano in difficoltà.

Capitolo 82 – Le fortificazioni cambiano la sorte della battaglia notturna

Finché i Galli erano abbastanza distanti dalle nostre fortificazioni, avevano un certo vantaggio, per il nugolo di frecce da loro lanciate; una volta avvicinatisi, invece, presi alla sprovvista, finivano negli stimoli o cadevano nelle fosse rimanendo trafitti oppure venivano uccisi dai giavellotti scagliati dal vallo e dalle torri. In tutti i settori subirono parecchie perdite e non riuscirono a far breccia in nessun punto; all’approssimarsi dell’alba ripiegarono, nel timore che i nostri tentassero una sortita dall’accampamento più alto e li accerchiassero dal fianco scoperto. E gli assediati, intenti a spingere in avanti le macchine preparate da Vercingetorige per la sortita e a riempire le prime fosse, mentre procedevano con troppa lentezza, vengono a sapere che i loro si erano ritirati prima di aver raggiunto le nostre difese. Così, senza aver concluso nulla, rientrano in città

Capitolo 83 – Un attacco a sorpresa

I Galli, respinti due volte con gravi perdite, si consultano sul da farsi. Chiamano gente pratica della zona. Da essi apprendono com’era disposto e fortificato il nostro accampamento superiore. A nord c’era un colle che, per la sua estensione, i nostri non avevano potuto abbracciare nella linea difensiva: erano stati costretti a porre il campo in una posizione quasi sfavorevole, in leggera pendenza. Il campo era occupato dai legati C. Antistio Regino e C. Caninio Rebilo con due legioni. Gli esploratori effettuano un sopralluogo della zona, mentre i comandanti nemici scelgono sessantamila soldati tra tutti i popoli ritenuti più valorosi. In segreto mettono a punto il piano e le modalità d’azione. Fissano l’ora dell’attacco verso mezzogiorno. Il comando delle truppe suddette viene affidato all’arverno Vercassivellauno, uno dei quattro capi supremi, parente di Vercingetorige. Vercassivellauno uscì dal campo dopo le sei di sera e giunse quasi a destinazione poco prima dell’alba, si nascose dietro il monte e ordinò ai soldati di riposarsi dopo la fatica della marcia notturna. Quando ormai sembrava avvicinarsi mezzogiorno, puntò sull’accampamento di cui abbiamo parlato. Al contempo, la cavalleria cominciò ad accostarsi alle nostre difese di pianura e le truppe rimanenti comparvero dinnanzi al loro campo.

Capitolo 84 – Un momento drammatico per l’esercito romano

Vercingetorige vede i suoi dalla rocca di Alesia ed esce dalla città. Porta fascine, pertiche, ripari, falci e ogni altra arma preparata per la sortita. Si combatte contemporaneamente in ogni zona, tutte le nostre difese vengono attaccate: dove sembravano meno salde, là i nemici accorrevano. Le truppe romane sono costrette a dividersi per l’estensione delle linee, né è facile respingere gli attacchi sferrati contemporaneamente in diversi settori. Il clamore che si alza alle spalle dei nostri, mentre combattevano, contribuisce molto a seminare il panico, perché capivano che la loro vita era legata alla salvezza degli altri: i pericoli che non stanno dinnanzi agli occhi, in genere, turbano con maggior intensità le menti degli uomini.

Capitolo 85  – “nec iam arma nostris nec vires”

Cesare, trovato un punto di osservazione adatto, vede che cosa accade in ciascun settore. Invia aiuti a chi è in difficoltà. I due eserciti sentono che è il momento decisivo, in cui occorreva lottare allo spasimo: i Galli, se non forzavano la nostra linea, perdevano ogni speranza di salvezza; i Romani, se tenevano, si aspettavano la fine di tutti i travagli. Lo scontro era più aspro lungo le fortificazioni sul colle, dove, lo abbiamo detto, era stato inviato Vercassivellauno. La posizione sfavorevole dei nostri, in salita, aveva un peso determinante. Dei Galli, alcuni scagliano dardi, altri formano la testuggine e avanzano. Forze fresche danno il cambio a chi è stanco. Tutti quanti gettano sulle difese molta terra, che permette ai Galli la scalata e ricopre le insidie nascoste nel terreno dai Romani. Ai nostri, ormai, mancano le armi e le forze.

Capitolo 86  – Il momento decisivo

Quando lo viene a sapere, a rinforzo di chi si trova in difficoltà Cesare invia Labieno con sei coorti. Gli ordina, se non riusciva a respingere l’attacco, di portar fuori le coorti e di tentare una sortita, ma solo in caso di necessità estrema. Dal canto suo, raggiunge gli altri, li esorta a non cedere, spiega che in quel giorno, in quell’ora era riposto ogni frutto delle battaglie precedenti. I nemici sul fronte interno, disperando di poter forzare le difese di pianura, salde com’erano, attaccano i dirupi, cercando di scalarli: sulla sommità ammassano tutte le armi approntate. Con nugoli di frecce scacciano i nostri difensori dalle torri, riempiono le fosse con terra e fascine, spezzano il vallo e il parapetto mediante falci.

Capitolo 87  – Cesare si lancia nella battaglia

Cesare prima invia il giovane Bruto con alcune coorti, poi il legato C. Fabio con altre. Alla fine egli stesso, mentre si combatteva sempre più aspramente, reca in aiuto forze fresche. Capovolte le sorti dello scontro e respinti i nemici, si dirige dove aveva inviato Labieno. Preleva quattro coorti dalla ridotta più vicina e ordina che parte della cavalleria lo segua, parte aggiri le difese esterne e attacchi il nemico alle spalle. Poiché né i terrapieni, né le fosse valevano a frenare l’impeto dei nemici, Labieno raduna trentanove coorti, che la sorte gli permise di raccogliere dalle ridotte più vicine. Quindi, invia a Cesare messaggeri per informarlo delle sue intenzioni.

Capitolo 88  – Fit magna caedes: la vittoria conclusiva

Cesare si affretta, per prendere parte alla battaglia. I nemici, dominando dall’alto i declivi e i pendii dove transitava Cesare, mossero all’attacco, non appena notarono il suo arrivo per il colore del mantello che di solito indossava in battaglia e videro gli squadroni di cavalleria e le coorti che avevano l’ordine di seguirlo. Entrambi gli eserciti levano alte grida, un grande clamore risponde dal vallo e da tutte le fortificazioni. I nostri lasciano da parte i giavellotti e mettono mano alle spade. All’improvviso compare la cavalleria dietro i nemici. Altre coorti stavano accorrendo: i Galli volgono le spalle. I cavalieri affrontano gli avversari in fuga. È strage. Sedullo, comandante e principe dei Lemovici aremorici, cade; l’arverno Vercassivellauno è catturato vivo, mentre tentava la fuga; a Cesare vengono portate settantaquattro insegne militari; di tanti che erano, solo pochi nemici raggiungono salvi l’accampamento. Dalla città vedono il massacro e la ritirata dei loro: persa ogni speranza di salvezza, richiamano le truppe dalle fortificazioni. Appena odono il segnale di ritirata, i Galli fuggono dall’accampamento. E se i nostri soldati non avessero risentito delle continue azioni di soccorso e della fatica di tutta la giornata, avrebbero potuto annientare le truppe avversarie. Verso mezzanotte la cavalleria si muove all’inseguimento della retroguardia nemica: molti vengono catturati e uccisi; gli altri, proseguendo la fuga, raggiungono i rispettivi popoli.

Capitolo 89 – La resa di Vercingetorige

Il giorno seguente, Vercingetorige convoca l’assemblea e spiega che quella guerra l’aveva intrapresa non per proprio interesse, ma per la libertà comune. E giacché si doveva cedere alla sorte, si rimetteva ai Galli, pronto a qualsiasi loro decisione, sia che volessero ingraziarsi i Romani con la sua morte o che volessero consegnarlo vivo. A tale proposito viene inviata una legazione a Cesare, che esige la resa delle armi e la consegna dei capi dei vari popoli. Pone il suo seggio sulle fortificazioni, dinnanzi all’accampamento: qui gli vengono condotti i comandanti galli, Vercingetorige si arrende, le armi vengono gettate ai suoi piedi. A eccezione degli Edui e degli Arverni, tutelati nella speranza di poter riguadagnare, tramite loro, le altre genti, Cesare distribuisce, a titolo di preda, i prigionieri dei rimanenti popoli a tutto l’esercito, uno a testa.

 


SCHEDA DI APPROFONDIMENTO

Fortunae cedendum est: lotta per il potere, fortuna e clemenza nei Commentari

La conclusione dell’assedio di Alesia è sigillata da quella che, apparentemente, sembrerebbe l’amara considerazione di un Vercingetorige sconfitto e rassegnato al destino. A ben vedere, tuttavia, il tono del capo gallico non è quello del “rammarico per la cattiva sorte” perché l’affermazione non compromette il tono solenne del suo discorso. Dalle sue parole piuttosto emerge “quell’attimo di sgomento e di rassegnato stupore che coglie anche i combattenti più strenui o i più disincantati razionalisti”. Un’analisi meno superficiale di questa affermazione, dunque, sembra poter chiarire il concetto di fortuna di Cesare. Nel complesso, quello che emerge è un atteggiamento “completamente umano”: da una parte, infatti, egli è “consapevole e forte dei propri limiti”, ma rifiuta “il sostegno della provvidenza ”; in altri termini, Cesare sembra ritenere possibile “modificare il corso degli eventi […] verso un fine razionalmente determinato; ma, al tempo stesso, è di coloro cui non sfugge quanto peso abbiano e quali catene di effetti provochino anche le cause incidentali apparentemente più trascurabili” .

Nei Commentarii, quindi, “l’accento batte sul momento razionale e volontario”, sulla volontà, sulla predeterminazione: nello stesso tempo, tuttavia, è “insistente, e in certi casi risolutivo” l’intervento della fortuna, in qualche caso dichiarata, spesso semplicemente allusa, in modo positivo o negativo.

A questa considerazione è necessario aggiungerne un’altra, complementare: “la differenza di significato tra buona e cattiva sorte è assente dal concetto cesariano di fortuna, che ha quasi sempre il valore di sorte, sia questa concepita come alternativa all’azione umana, oppure la presupponga e ne contenga l’esito storico complessivo: non destino segnato, né oscura forza incontrollabile, ma semplice manifestazione, a fianco di forze note e controllate, di altre forze di varia natura che sfuggono completamente o in parte al dominio dell’uomo, ma che tuttavia con esso sono sempre in rapporto di reciproco e mutevole condizionamento”.

Questa immagine della fortuna era già presente nella storiografia greca, da Tucidide in poi: tuttavia, tralasciando il bagaglio culturale ellenistico, due restano gli aspetti più tipicamente cesariani sul tema della fortuna, aspetti apparentemente antitetici, ma perfettamente complementari. Da un lato, “Cesare non è solo uno storico, ma anche un uomo d’azione che considera la sua opera  come momento della lotta per trasformare la realtà secondo criteri razionali” vivendo in prima persona “ogni giorno, ogni ora la sua esistenza come un intreccio di determinato e indeterminato” (Canali). D’altro canto, Cesare ama e alimenta la  sua fama di generale “fortunato”: non a caso, ogni volta che il termine è a lui riferito, diventa sinonimo di “buona stella”.

Tralasciando l’indubbio “proposito propagandistico”e il “compiacimento per essere favorito dalla sorte”, e analizzando la questione da un punto di vista più profondo, emerge ciò che, secondo Cesare, significa essere “fortunati”: significa “interpretare progressivamente e quindi assecondare il corso della storia, perciò di esserne a sua volta assecondato” (L. Canali). Quando si appella alla fortuna, dunque, Cesare evoca il corso inevitabile della storia, nella certezza di saperla interpretare, e con qualche concessione alla sua civetteria personale. In quest’ottica, dunque, risulta chiarissimo cosa significhi l’affermazione di Vercingetorige: cedere alla fortuna significa abdicare la propria missione, di capo militare e di uomo.

Il fatto che il termine fortuna vada interpretato in un modo così complesso è confermato dall’uso, dosatissimo, che l’autore ne fa: più limitato nel De bello Gallico, diventa un vero e proprio leitmotiv nel Bellum civile, soprattutto nel secondo e nel terzo libro: “quasi Cesare fosse ricorso […] a soluzioni evasive o propagandistiche dei signoli problemi, quando questi si ponevano non più sul terreno esclusivamente militare ed espansionistico delle campagne di Gallia, ma su quello politicamente infido della guerra civile; oppure si rendesse conto che l’imponderabile avrebbe ora avuto un ruolo più decisivo che nel passato” (L. Canali). In alternativa è anche possibile che fosse realmente convinto che la fortuna, cioè la Storia, finisse per favorirlo volutamente: resta però da chiarire – e questo dovrebbe spingerci ad essere molto cauti – se ci credesse veramente o preferisse che lo credessero gli altri.

In modo analogo e complementare, anche il tema della clemenza, così presente nei Commentarii, ha un significato preciso, anch’esso non limitato agli scopi propagandistici di Cesare, ma piuttosto ascrivibile al suo modo di concepire la sua azione politica: per Cesare, infatti, “indulgenza e crudeltà perdono ogni validità morale: esse sono sempre l’esplicarsi di una pura necessità politica o militare. Cesare distrugge intere popolazioni durante le campagne della Gallia: ma non cerca mai di giustificarsi” (Canali). Al contrario, Nel Bellum civile non compaiono massacri compiuti da cesariani, in perfetto contrasto con le stragi compiute dai pompeiani. Sarebbe limitante basare il diverso comportamento di Cesare, più umano nella guerra civile, sulla diversità dei nemici, “barbari” da dominare o civiles. Anche questo è probabilmente da ricondurre al giudizio di Cesare sulla realtà, che lo portava a ritenere più semplice superare il secondo conflitto con la clemenza piuttosto che con la crudeltà.

“L’ideale della clementia non corrispondeva soltanto ad un’esigenza della guerra psicologica e della propaganda cesariana, né costituiva esclusivamente una generica interpretazione del bisogno di pace da parte di genti scremate da decenni di sanguinosi conflitti civili […]; e tantomeno un messaggio di saggezza politica lanciato alla posterità. Certo essa era tutte queste cose insieme: ma doveva essere, sul terreno politico, qualcosa di più limitato e concreto, e insieme di più storicamente significativo: il rovesciamento della parola d’ordine ciceroniana della concordia ordinum: […] tale concordia aveva come necessaria premessa la degnazione del principe, ossia il concetto che il bisogno di pace sarebbe stato soddisfatto solo nell’ordine di un potere personale fortemente centralizzato” (Canali). La concordia, dunque, era garantita dalla paternalistica clementia di un primus inter pares, che chiedendo lealtà nei suoi confronti, garantiva un ricco compenso: incolumità, prestigio, ricchezza e potenza. Appare dunque chiaro come clementia e fortuna siano i due aspetti complementari del pensiero politico di Cesare: quelli che garantiscono, e rendono necessario, il suo imperium.

 


Analisi del testo

Nei capitoli che descrivono la battaglia di Alesia, l’esercito romano e quello gallico vengono sistematicamente contrapposti: e molti elementi descrittivi, che esaltano implicitamente il sistema di valori morali e il valore militare dell’esercito romano, sembrano preludere alla sua vittoria. Al contrario, l’esercito gallico appare più di una volta in difficoltà.

Rileggi con attenzione i capitoli relativi alla battaglia (avvalendoti anche della traduzione) ed inserisci nella seguente tabella tutti i riferimenti ai due eserciti.

………………………………………………………………………………………………………………….

Capitolo                   Esercito romano                                     Esercito gallico

a. Come appare organizzato, nel suo insieme, l’esercito gallico? Quali strategie adotta con maggiore ricorrenza? Da che cosa dipendono i suoi successi e da che cosa i suoi insuccessi?

b. Come è organizzato, invece, l’esercito romano? Quali strategie adotta? Che cosa  ne determina il successo finale?

c. Quali osservazioni (in quali capitoli) preannunciano la vittoria dei Romani?