Catilina 2

LA CONGIURA DI CATILINA

Il programma La mancata elezione Il primo tentativo

L’attacco in Senato L’ultimo tentativo La fine

Lucio Sergio Catilina era un nobile senatore romano, che dopo la dominazione di Silla desiderava impadronirsi dello stato, su cui esercitare potere assoluto.
Egli cercò di farsi eleggere console nell’elezioni del 64 a.C., riprovandoci dopo che la sua candidatura non era stata accettata nel 66 a.C.
Catilina cercò di attirare il consenso dei votanti con un programma elettorale che prevedeva l’abrogazione dei debiti: un  provvedimento sostanzialmente demagogico che veniva incontro innanzitutto alle esigenze della nobiltà che si era rovinata finanziariamente con spese eccessive, ma che non era il primo nella storia di Roma ma si trattava solo di discorsi demagogici non realizzabili, solo con l’intento di farsi eleggere.
Egli però venne battuto dall’avversario Cicerone: questo perché costui, anche se non appartenente ad una famiglia nobile, era un ottimo oratore protetto da Pompeo e dall’aristocrazia senatoria, la quale però lo trattava con un certo distacco.

Catilina era svantaggiato per ragioni morali e tattiche: conosciuto come uno dei più crudeli sicari di Silla, sospetto dell’omicidio di moglie e figlio,  aveva la fama di uomo precipitoso e irriflessivo. Dopo la sconfitta elettorale perse la protezione di Crasso, già deluso per un suo precedente tentativo di colpo di stato, fallito per la reazione dei consoli (prima congiura di Catilina).

Essendo un uomo di indole coraggiosa e tenace anche se crudele, non si arrese di fronte alla sconfitta e, sebbene privo di protezioni politiche, iniziò a progettare una congiura ai danni del neo-console. Sebbene non esistano prove, si sospetta che Giulio Cesare fosse coinvolto nel progetto; quello che è certo è il fatto che egli non è mai stato chiamato ufficialmente in causa, perchè prudentemente abbandonò la partita prima che le cose precipitassero.

Poichè Catilina non era un uomo prudente e i suoi complici non sapevano mantenere i segreti, già nei primi mesi del 63 girò voce che si stesse macchinando un colpo di stato. Cicerone, essendone venuto a conoscenza, cercò di trovare le prove per incastrare il colpevole che altrimenti non avrebbe potuto essere arrestato e condannato con certezza. Il console, celebre avvocato, si rendeva conto di questa difficoltà: gli sarebbe stato impossibile far condannare un nobile romano sulla base di semplici indizi, dato che la parola di un patrizio contava più di quella di un parvenu, anche se era il console in persona. Non avendole trovate, Cicerone riuscì a far spostare le elezioni da agosto al mese di settembre. In questo modo moltissimi sostenitori di Catilina, contadini indebitati che provenivano dall’ Etruria, non avrebbero potuto votarlo, dovendo tornare a casa per la vendemmia.

Questa astuzia, insieme al discredito di cui godeva Catilina e l’impegno dei suoi avversari contro di lui favorirono i piani di Cicerone, così egli perse nuovamente l’occasione di salire al potere: non rimaneva che mettere in atto la congiura.

Il primo tentativo di uccidere Cicerone però fallì. Infatti il console era venuto a sapere tutte le informazioni da Fulvia, matrona romana che usava concedersi agli uomini ricchi e potenti per trarne ovvi vantaggi, non ultimo tra questi le informazioni da vendere. Era amante di Quinto Curio, coinvolto nella congiura ma, stanca della relazione, aveva deciso di interromperla. Con minacce e lusinghe, l’uomo cercò di indurla a cambiare idea,   descrivendole il futuro di ricchezze che la aspettava una volta compiuta la congiura. Venuta a conoscenza del piano dei congiurati,  andò a riferire a Cicerone il progetto del suo amante e lui la convinse in cambio di soldi a continuare la relazione per scoprire nuove informazioni. Così fece Fulvia e lo sciocco Quinto Curio  le rivelò la data e il modo con cui sarebbe stato attuato il piano. Grazie a questo colpo di fortuna, Cicerone sfuggì al primo attentato alla sua vita facendosi negare in casa e impedendo che i sicari entrassero.

Temendo ormai per la sua vita, oltre che per la repubblica, Cicerone cercò di far fare a Catilina un passo falso e lo attaccò pubblicamente in Senato apostrofandolo con le frase rese celebri dalla prima catilinaria. Lì per lì  Catilina si fece beffe di lui, certo del fatto che i senatori, scettici sulla realtà del pericolo, non avrebbero dato credito a Cicerone. Allora, con una mossa quasi sleale, il console cambiò  strategia  e trasformò il suo discorso in un’arringa contro di lui, accusandolo dell’omicidio della moglie e del figlio, compiuto per volere dell’amante.

Sconvolto dalle accuse, false o vere che fossero, Catilina perse la sua imperturbabilità, abbandonò improvvisamente la seduta e fuggì da Roma con la scusa di dover sbrigare degli affari urgenti in Etruria.   Giunto a destinazione,  sempre più infuriato, decise di attuare, servendosi di  un esercito composto da ex soldati di Silla, il piano in base al quale avrebbe messo a ferro e fuoco la città nei giorni dei Saturnali, eliminando tutti i senatori suoi avversari, in primis il console. Il momento sarebbe stato  favorevole perché durante i festeggiamenti venivano abolite regole e convenzioni. All’insegna del motto “Semel in anno licet insanire”, ci si mascherava e i servi diventavano padroni e viceversa; regnava una grande confusione e nessuno si sarebbe potuto accorgere di qualunque anormalità. Inoltre Catilina aveva programmato incendi strategici nella città per distogliere l’attenzione dei vigili del fuoco, che allora avevano anche funzioni di polizia.

Intanto era giunta a Roma un’ambasceria degli Allobrogi, popolazione gallica venuta per lamentarsi di mancanze nei loro confronti. I congiurati, che cercavano il maggior numero di sostenitori possibili, proposero ai galli di unirsi a loro ma essi, fiutando il pericolo, si recarono da Cicerone, che li convinse a fingere di accettare l’alleanza a patto di far mettere per iscritto tutto quanto implicasse la congiura chiudendo le lettere con il sigillo personale impresso sulla ceralacca per autenticarne il contenuto. In tal modo l’ambasceria li avrebbe portati al re degli Allobrogi che avrebbe poi deciso se accettare o no. Le lettere partirono da Roma, ma furono subito intercettate da un posto di blocco che Cicerone aveva fatto appostare con l’ordine di requisire le buste ma di non rompere i sigilli. Le buste furono poi aperte in Senato e si scoprirono tutti i congiurati, molti dei quali erano essi stessi senatori: la congiura fallì.

L’interrogativo fondamentale riguardava ora il destino dei congiurati e nel senato si manifestarono due linee di opinione: da un lato quella più radicale sostenuta da Cicerone e Catone, secondo la quale essi andavano messi subito a morte, dall’altro quella più moderata, sostenuta da Cesare, secondo la quale essi dovevano essere condannati al confino in qualche sperduto municipio. Secondo la legge i condannati avevano diritto all’appello al popolo per far commutare un’eventuale sentenza di morte e per questa ragione,  temendo che il popolo accettasse la grazia dei condannati mentre lui non voleva più correre pericoli, Cicerone fece sgozzare tutti i suoi nemici illegalmente quella sera stessa, nelle segrete dell’orribile carcere detto per ironica fatalità “tulliano”.

Per questo atto compiuto ai danni di cittadini romani senza processo,   sarà successivamente chiamato in tribunale ed esiliato da Clodio, fratello della Lesbia di Catullo e seguace di Cesare, ma questo esilio non durò a lungo.

Venne inviato contro Catilina un esercito comandato ufficialmente dal collega di Cicerone, sorvegliato però attivamente da alcuni commissari perchè sospetto di aver preso parte alla congiura. Alla vigilia dello scontro finale, questo dubbio console marcò visita per un presunto malore e il comando venne affidato ad ufficiali fedeli a Cicerone.

In questa circostanza il cospiratore mostrò il suo valore di guerriero lottando fino alla fine: fu ritrovato agonizzante nel folto dei nemici, con ferite solo sulla parte anteriore del corpo, segno che non aveva mai cercato la fuga.