I Romani e la medicina

I ritmi di vita, la concezione del dolore,dei sentimenti e la medicina nella Roma repubblicana

Passioni, emozioni e sentimenti.

I testi latini spesso ci danno l’impressione che i cittadini fossero romani come statue impassibili perché condannavano le passioni. Tuttavia la realtà era assai diversa, infatti loro stabilivano una netta divisione tra le passioni, il “furor” e le emozioni, che al contrario erano legittime. Infatti la realtà è che i romani sono grandi sentimentali animati da indignazione, amore, dolore e desiderio di vendetta, Queste emozioni non dovevano però prendere il controllo della persona altrimenti ne sarebbe stata divorata e portata così alla morte. La passione era quindi considerate deleterea perché l’anima cessa di controllare il corpo abbandonandolo ad una natura simile a quella dell’animale, cosa che cosa che al tempo era considerata come la morte. Un ottimo esempio è quello del dolore per la scomparsa di una persona cara, se questo è soltanto un sentimento che segue un rituale preciso, quello del lutto, l’uomo potrà controllarlo e infine liberarsene, ma se esso diventasse una passione, l’uomo ne morirebbe.

Oltre a questo i romani pensavano che l’anima agisse sul corpo,rendendolo

Malato o guarendolo, e che accadesse anche il contrario, cioè che il fisico corrompesse o dirigesse correttamente l’animo.

I vizi divorano il corpo, lo fanno ammalare e poi morire, Così collegavano la vita scapestrata di Silla al lungo imputridimento del suo corpo dovuto ad una cancrena.

[…]Queste dissolutezze aggravarono anche la malattia che l’angustiava e che all’inizio era ben poca cosa […] ma ora essa gli guastò le carni che si trasformarono tutte in pidocchi. […]

In questo caso una malattia benigna si aggravò perché la vita di Silla le offre un “terreno fertile”. Il suo corpo si fu invaso dai parassiti come la sua vita da esseri infami. Il giorno prima della sua morte Silla venne travolto dalla collera verso un debitore, sentimento che il suo fisico non riuscì più a sopportare.

La concezione del dolore e della vigliaccheria nell’esercito.

Il romano è crudele nei confronti del vigliacchi, ama il rischio ed è sempre pronto a vedere fin dove riesce ad arrivare infatti è solo grazie al coraggio che si può raggiungere il controllo sulle emozioni e sul dolore fisico.

L’immaginazione romana amava la morte, le ferite, la tortura; il coraggio si inebria del dolore e del sangue sia nemico che proprio.I principali eroi di Roma sono vittime di atroci torture descritte minuziosamente dagli storici del tempo.

Un ottimo esempio di coraggio è fornito da Attilio Regolo, catturato in un imboscato dai cartaginesi e da loro mandato a fare dei negoziati. Nonostante sapesse che avrebbe potuto aver salva la vita, Regolo consiglia al senato di non accettare le proposte dei nemici. Tornò poi a Cartagine dove accetterà il supplizio che gli venne imposto.

[…]I Cartaginesi, recise le palpebre ad A. Regolo e chiusolo in un ordigno dal quale d’ogni parte fuoriuscivano punte acutissime, lo uccisero […] usando un genere di sevizie, indegno di chi le subiva, ma degnissimo di chi le metteva in atto. […]

 

La chiave della vittoria è affrontare volontariamente il dolore, procurandosi da sé le ferite che potrebbero essere procurate in battaglia si dimostra di essere insensibile ad esse e così i copli del nemico non avranno effetto e se egli non avrà lo stesso coraggio non potrà frare altro che indietreggiare.

[…]Degno di elogio è il coraggio dimostrato anche da Pompeo,quando nello svolgimento di una legazione,catturato da re Genzio, all’ordine di render note le decisioni dei Romani, rispose accostando un dito alla lanterna per farselo bruciare: facendo intendere con tale gesto al re che invano avrebbe aspettato di sapere qualcosa da lui con la tortura e accendendolo di una gran voglia di stringere amicizia col popolo romano.[…]

Da questi racconti si può capire quanto fosse diversa la loro concezione del corpo e della guerra rispetto a quella attuale.

La guerra è una messa a prova del coraggio, del controllo del corpo e della paura,solo chi resiste e provoca il dolore è invincibile perché dimostra di non temerlo, è un uomo libero. La padronanza del corpo è quindi l’unico modo per ottenere la libertà.

Finchè l’anima del soldato romano resisteva il corpo poteva seguirla, il re etrusco riconosce il coraggio romano,Pompeo sarebbero stati persi se non si fossero feriti da soli, questo dimostra che il codardo muore.

La vittoria che ottiene, quindi, non era solo sul nemico ma anche su se stessi, il coraggio agiva sul soldato romano come una droga, la sensazione di vittoria faceva sì che le ferite guarissero velocemente lasciando sul corpo delle cicatrici, segni gloriosi che valevano più delle medaglie.

Questo eroismo così sanguinario spesso rasentava il mostruoso e i corpi mutilati facevano faticava a ritrovare un posto nell’Urbe in tempo di pace, infatti, per quanto valoroso, un corpo invalido non era più perfetto. Bisognava essere sani per offrire sacrifici agli dèi,cosa importantissima ai tempi.

Il cives romano e i suoi ritmi quotidiani.

“Il cittadino romano è un nome,il cittadino romano è un corpo.”

Al tempo della Roma repubblicana niente e nessuno poteva essere sostituito, il cittadino sarà sempre presente nel luogo in cui vuole agire: il generale si trova alla testa delle sue truppe, il governatore percorre la sua provincia, il commerciante carica lui stesso le navi,il proprietario visita regolarmente i suoi possedimenti. L’avvocato quando difende un suo cliente non parla a nome suo ma mette il proprio prestigio personale a suo favore ,il magistrato non rappresenta né i suoi elettori né la repubblica, ma fa dono della sua persona. Quindi ogni azione, ogni discorso o voto non può essere distinta da chi la compie.

In tutte queste cariche era richiesto un continuo agitarsi, e a Roma questo movimento è sinonimo di azione politica o attività finanziaria.

Per questo i riti quotidiani del corpo sono sostenuti, esso non segue un ritmo biologico, ma uno civile.

Il mattino è il tempo del negotium, in questo momento l’uomo era teso per la fatica, il labor, e resta in piedi per le competizioni della vita. l cives lavora, parla, si occupa dei suoi clienti e dei suoi affari o di quelli dello Stato.

Anche il corpo del cittadino deve essere invulnerabile quasi come quello del soldato, durante tutta la mattinata doveva combattere, resistere e pazientare. Si svegliava già dall’alba, e d’inverno doveva il freddo, il vento, la pioggia e d’estate il caldo e la polvere.

Oltre a resistere il Romano doveva essere attivo e dar prova della sua industria: doveva inventare, costruire, pronunciare discorsi, e tutto questo avviene in mezzo al chiasso e alla confusione.

Durante la mattina il cives non conosceva soste, se mangiava qualcosa lo faceva in piedi e prendeva cibi freddi; il suo unico scopo era quello di riprendere un po’ d’energia e allentare lo sforzo e la concentrazione. In definitiva si può dire che di mattina l’uomo era teso, austero, insensibile ai piaceri e ai dolori. La mattina il Romano colpiva ed incassava i colpi.

Tutto questo si svolgeva al di fuori di casa quindi il cittadino doveva fare anche molta attenzione alle apparenze.

La sera era tempo dell’otium, del rilassamento del corpo che finalmente poteva distendersi, e questo si riflette sull’anima che potrà “dimenticarsi” le preoccupazioni del giorno. Il passaggio dal nagozium all’otium era sancito dal rituale del bagno.

Svago e riposo dovevano equilibrare la fatica della vita quotidiana, come le feste lussuose compensavano l’austerità quotidiana. L’uomo troppo teso che non si concedeva mai al divertimento, al riposo, che non è mai indulgente, era “inquietante” e perdeva la sua humanitas, ovvero i sentimenti umani.

Con la notte terminava il tempo dello svago. Il sonno doveva svolgere una funzione di passaggio che avrebbe riportato l’uomo alla tensione del mattino. Il sonno era la tranquillità dell’anima, il fisico che riprendeva le forze. Chi aveva la coscienza sporca, lo spirito tormentato dal rimorso, dal rimpianto, dall’inquietudine, chi non poteva dimenticarsi del presente o del futuro, non dormivano, e ciò li portava a cadere malati “schiacciati” dall’intensità del labor.

Ciò che è vero per i ritmi del giorno lo era anche per quelli dell’anno.

A marzo cominciava la bella stagione che era il mattino dell’anima. Alla sera coincideva l’inverno e , come tra il negotium e l’otium c’ era il bagno in autunno si tenevano i Giochi. Durante questi giochi i Romani, seduti sulle gradinate del circo o del teatro, erano allegri e senza preoccupazioni serie.

La medicina.

A Roma la medicina non veniva praticata come l intendiamo noi, nonostante esistessero i medici. Infatti i Romani avevano una netta distinzione tra le ferite di guerra e le malattie e fra queste ultime ve ne era un’altra tra le malattie che colpivano il singolo individuo, la famiglia o la città.

Per molto tempo l’attenzione del medico è stata richiamata solo dalle ferite perché esse erano nobili e guarivano velocemente. U per questo che a Roma venne invitato e insignito della cittadinanza un medico esperto in chirurgia militare: Archagathos, nel 219 a.C. Dapprima fu molto popolare, aveva metodi decisi: bruciava le piaghe e tagliava le carni in modo così brutale da essere chiamato “il boia”. Tuttavia a Roma rimase la tradizione dei medici specialisti delle ferite d’arma da taglio. Uno di questi medici, Antistius venne chiamato ad esaminare le pugnalate inferte a Cesare dalla congiura.

Così, per molti anni la medicina si occupò solo dei soldati e alle malattie ci pensava il pater familias. La maggior parte delle malattie di stomaco venivano attribuite ad una cattiva alimentazione e curate col digiuno, i clisteri ed il vomito. Generalmente, come già detto in precedenza, le malattie del corpo venivano collegate a quelle dell’anima, almeno nell’uomo adulto libero. Quindi il malato era sempre sospettato di aver commesso qualcosa, o per lo meno di essere moralmente debole. La malattia però non era da intendersi come una punizione, ma come la normale conseguenza dell’eccessivo rilassamento dell’anima che rendeva il corpo vulnerabile.Quindi i Romani, anche se malati, cercavano di continuare a condurre la loro vita come se niente fosse.

In linea di massima le malattie di cui soffrivano i Romani erano il mal di stomaco, malattie della pelle e le febbri. Nella città molte persone soffrivano d’insonnia, aloro Orazio consigliava quasta cura “Tre volte attraversi il Tevere a nuoto spalmato di olio, chi vuol procurarsi un sonno profondo alla sera imbeva il corpo di vino schietto”.

Alla fine della repubblica le strade si riempirono di medici alla ricerca di clienti, tutti i nobili avevano uno schiavo medico personale; questi medici raccomandavano soprattutto di eseguire esercizi fisici e diete per tenere gli uomini in salute più che per curarli, si trattava quindi principalmente di medicina preveniva.