Scheda sui gladiatori e sulla guerra di Spartaco

Sommario:
Rapidi appunti sui gladiatori
Testo sulla guerra di Spartaco
Video con elementi fondamentali
Osservazioni sui diritti umani

RAPIDI APPUNTI SUI GLADIATORI  (in costruzione)

I cosiddetti giochi gladiatori erano molto graditi al popolo romano e quindi i candidati alle cariche politiche li offrivano gratuitamente per ingraziarsi la folla.
Le spese erano a carico dell’ editor,  cioè un uomo politico o l’imperatore quindi solo chi possedeva grosse fortune poteva permetterselo. Marco Tullio Cicerone (vissuto in epoca repubblicana) fece promulgare una legge che proibiva ai candidati di offrire giochi nei due anni precedenti alle elezioni. Esisteva un lucroso commercio di gadgets (bicchieri, statuette con scene di combattimento e il nome dei gladiatori). Gli spettacoli venivano pubblicizzati con affreschi pubblicitari alcuni dei quali si vedono ancora a Pompei.

(RIDUZIONE DA WIKIPEDIA, CHE SI RINGRAZIA Il primo spettacolo con gladiatori si svolse probabilmente nel 264 a.C. Nel 105 a.C. i giochi divennero pubblici.

Il numero degli spettacoli gladiatorii aumentò enormemente durante l’Impero. La dinastia Flavia, iniziata con l’imperatore Flavio Vespasiano, fece costruire il più grande e più famoso anfiteatro del mondo, l’anfiteatro Flavio, successivamente conosciuto con il nome di Colosseo. Nel IV secolo, l’imperatore Costantino I, dopo aver abbracciato la fede cristiana, li proibì. —

I combattenti potevano essere dei veri professionisti, nuovi gladiatori inesperti, condannati (criminali, schiavi, galeotti, prigionieri di guerra, cristiani, e via dicendo), o degli uomini liberi, senza distinzioni di razza, né di sesso (i combattimenti di gladiatrici, estremamente rari, erano sempre quelli più richiesti).

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La partecipazione del pubblico era numerosa e talora, come accadde nel 59 a.C. a Pompei, nascevano scontri tra le contrapposte tifoserie, specialmente quando arrivavano spettatori da città diverse da quella dove si svolgevano i giochi.

Le scuole di gladiatori

L’addestramento dei gladiatori al combattimento nell’arena avveniva in apposite scuole (ludi) gestiti da un proprietario chiamato lanista[7] che affittava i gladiatori all’organizzatore (editor o munerarius) degli spettacoli gladiatorii, i munera, traendone il proprio profitto che non veniva meno neppure se il gladiatore fosse morto durante il combattimento; in questo caso infatti l’editor, oltre a pagare il prezzo d’ingaggio, risarciva al lanista anche il valore del gladiatore, una sorta di indennizzo per i suoi mancati guadagni futuri. L’attività del lanista era in genere poco stimata nel mondo romano[8] e considerata di livello infimo, persino più basso di quello dei lenoni[9].

Il lanista era di solito un ex gladiatore coadiuvato nella sua attività dai Doctores (o Magistri), abili ex gladiatori affrancati che, conclusa l’attività agonistica, erano stati insigniti del rudis (la spada di legno)[10] ed elevati, pertanto, al rango di rudiarii.

I gladiatori si sottomettevano tramite giuramento al lanista, capo della familia gladiatoria con potere legale sulla vita e la morte di ogni membro del gruppo, compresi i servi poenae, auctorati e ausiliari.[11]

Dopo l’iniziale periodo di ambientamento il lanista decideva insieme al magister, che giudicava le caratteristiche fisiche, la mobilità e la perizia sul campo, e ad un medicus, che ne valutava invece lo stato complessivo di salute, l’assegnazione del novizio (tiro) alla classe gladiatoria più idonea curandone, con la dieta e la ginnastica, lo sviluppo fisico e la tonicità muscolare.

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Costretti ad un durissimo allenamento quotidiano e all’osservanza di una disciplina ferrea, i gladiatori venivano introdotti gradualmente all’arte del duello, prima contro sagome umane (palum) e poi contro veri avversari ma usando armi fittizie, fino ad ottenerne dei validi combattenti e dei professionisti dello spettacolo, addestrati ai segreti e all’etica della professione che prevedeva l’accettazione della morte.[13]

La più grande ed importante scuola gladiatoria dell’antica Roma era la Ludus Magnus, adiacente al Colosseo, al quale era collegata da una galleria sotterranea. .

Oltre a quella di Roma, le scuole più prestigiose erano quelle di Ravenna, di Pompei e di Capua. Fu proprio per la rivolta scoppiata nel ludus gladiatorius di Capua, diretto dal lanista Lentulo Batiato, e capeggiata dal gladiatore Spartaco (109 a.C. circa–71 a.C.) (VEDI SOPRA) ….La paura di rivolte simili, il rischio che le scuole di gladiatori servissero alla formazione di eserciti privati e lo sfruttamento dei munera per acquisire vantaggi politici, indusse il Senato romano ad assumere dei provvedimenti di maggior controllo sui gladiatori, sugli spettacoli e quindi, di fatto, su tutto il circuito gladiatorio. ….

La dieta dei gladiatori (FACOLTATIVO)

Sembra che la dieta (sagina) dei gladiatori fosse costituita prevalentemente di vegetali come legumi, cereali, cipolle, aglio, semi di finocchio, frutta e fichi secchi.[17] Scarsa la carne ma non mancavano latticini, olio, miele, vino annacquato. Prima degli scontri nell’arena, per acquistare energia, i gladiatori di solito mangiavano focacce d’orzo speziate[18] cosparse di miele e bevevano infusi di fieno greco (trigonella foenum-graecum) dalle proprietà rinforzanti.[19]

I combattimenti

 Secondo la cultura popolare, prima del combattimento i concorrenti si recavano sotto la tribuna dell’Imperatore, quando egli era presente, e urlavano: “Ave Caesar, morituri te salutant.”, (“Ave Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano.”). Pare invece che la storiografia recente abbia confermato l’infondatezza di questa “notizia”. Si ritiene che la frase sia stata pronunciata da un gruppo di condannati a morte che, tentando di ingraziarselo, la scandirono prima di iniziare a combattere per l’imperatore Claudio. Per nulla intenerito, egli disse semplicemente “Continuate”.

I combattimenti opponevano sempre delle coppie di gladiatori differenti: Reziari, Secutores, Mirmilloni, Traci, Dimachaeri. Ogni categoria di gladiatori aveva le proprie peculiarità, in materia di equipaggiamento e di colpi permessi. Ogni categoria di gladiatori aveva dei vantaggi e degli svantaggi.
Cercando di rendere pari le chance di ogni combattente, i Romani dosavano questi vantaggi e questi svantaggi. I combattimenti più classici mettevano di fronte:

  • I Reziari contro i Secutores
  • I Traci contro i Mirmilloni

Si gareggiava poi per trovare idee sempre nuove, traendo ispirazione da episodi mitologici, o ricercando situazioni grottesche, come quella inscenata dell’imperatore Domiziano che, nel 90 fece combattere nani contro donne.

È da smentire la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per giudizio della folla. È probabilmente vero che il pubblico esprimesse il suo gradimento e forse anche la volontà di concedere la vita o la morte; ma era estremamente raro che un gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e mantenere. Soltanto chi si comportava vilmente era “condannato a morte” dal pubblico, il che accadeva comunque raramente: i combattenti di carriera erano esperti nel dare spettacolo e il pubblico non voleva vederli morire, affinché potessero tornare in futuro a dare spettacolo.[21]

L’organizzatore, imperatore compreso, doveva pagare una cifra molto alta per ogni gladiatore ucciso. Non era perciò francamente incline a chiedere spesso la morte.[22] e del resto se il gladiatore fosse stato ferito, poteva in qualsiasi momento interrompere il combattimento.[23] I Romani conservavano cimeli della carriera di alcuni gladiatori e le statistiche relative ai giochi che attestassero, ad esempio, quante volte i lottatori nel circo fossero stati “graziati” o avessero vinto.

Quando un gladiatore veniva ucciso dal suo avversario, dopo che un addetto ai giochi verificava che fosse effettivamente morto toccandolo con un ferro rovente, altri inservienti, mascherati da Caronte o Mercurio, trascinavano il corpo attraverso la porta libitina portandolo nello spoliarum dove il gladiatore veniva spogliato dell’armatura e delle armi e, se fosse moribondo, gli si dava il colpo di grazia.[24]

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La lusio

Per moderare la virulenza dei cruenti spettacoli del circo che inorridiva la parte più moderata dei Romani alcuni imperatori cercarono di temperare il munus rendendolo più umano ricorrendo alla lusio.[32]. Si trattava di combattimenti  simulati, con armi adattate per non causare ferite, nel prologo al combattimento vero e proprio con la prolusio o con la lusio nei punti salienti dei munera. Questi duelli simultanei incruenti tra gladiatori disarmati servivano alla loro preparazione per il vero scontro con l’uccisione dell’avversario.

Traiano, Marco Aurelio cercarono di ampliare nelle loro feste la parte dedicata al lusio diminuendo così quella del munus.

Il fascino (SOLO LA PARTE IN GRASSETTO)

Il fascino dei gladiatori sulle donne romane è confermato da alcune scritte ritrovate sui muri di Pompei: ad esempio il reziario Crescente viene indicato come «signore e medico delle fanciulle nottambule» (dominus et medicus puparum noctornarum), mentre il trace Celado viene definito come «lo struggimento e l’ammirazione delle ragazze» (suspirium et decus puellarum). Marziale definì addirittura il gladiatore Ermes «tormento e spasimo delle spettatrici» (cura laborque ludiarum).

Secondo una tradizione non verificata il sangue di un gladiatore morto veniva ricercato come efficace afrodisiaco[36] ma si legge in Plinio che i romani per lo più lo bevevano dai gladiatori morenti come da coppe viventi, per guarire dall’epilessia: sanguinem quoque gladiatorum bibunt, ut viventibus poculis, comitiales [morbi][37] o come rimedio per l’anemia[38]. Spesso i reziari raccoglievano con spugne nell’arena il sangue dei gladiatori feriti o uccisi per venderlo.[39]

ALTRE NOTIZIE SUI GLADIATORI

Il sangue dei gladiatori era considerato come una medicina, quindi preso dai cadaveri caduti durante i combattimenti per essere venduto a caro prezzo soprattutto agli epilettici (ovviamente le cose non stanno così).
A volte i gladiatori pagavano ingenti somme ad associazioni per far si che si occupassero del loro corpo per una sepoltura degna e si occupassero delle loro famiglie.
Esistevano diverse specialità di gladiatori e combattevano tra di loro in modo che le loro armi (differenti per le diverse specialità) non potessero prevalere sull’avversario.
I romani si divertivano a veder combattere i gladiatori con animali feroci (come i leoni) oppure tra di loro.
Spesso, nelle case dei ricchi patrizi, si vedevano mosaici di gladiatori durante i combattimenti o leoni aventi in bocca ancora la testa di chi avevano appena ucciso.
Esistevano diversi generi di combattimenti:
con animali feroci;
con armi di legno, picconi, scudi e fruste;
tra gladiatori.
Quando un gladiatore veniva liberato gli veniva consegnato il bastone (rudis) con il quale venivano divisi i gladiatori durante i combattimenti come simbolo della sua libertà.
Le cicatrici che avevano i gladiatori variavano a seconda della categoria di gladiatori alla quale si apparteneva.
A volte le ferite erano molto pericolose e quindi si potevano anche infettare, per cui si ricorreva all’amputazione dell’arto senza anestesia.
L’unica “medicina” era arroventare un pezzo di metallo e porlo sulla ferita per far cessare l’emorragia e combattere possibili infezioni.
Durante i combattimenti c’era un’orchestra per fare una specie di “colonna sonora”.
La vita di un gladiatore era decisa per via del “pollice” ,rivolto verso il gladiatore per chi voleva la morte del combattente, di chi aveva organizzato lo spettacolo e degli spettatori, mentre chi non voleva la morte doveva mostrare il pugno chiuso con all’interno il pollice (non il police verso).
Un gladiatore veniva ucciso perché ritenuto vile o per volere del politico che aveva organizzato il combattimento.
Il gladiatore, per il quale si era sentenziata la morte, accettava di farsi uccidere dal vincitore per una questione di onore, o anche per evitare ulteriori e più gravi sofferenze.
Il corpo del gladiatore veniva buttato o, per quelli che pagavano il funerale, portato via da associazioni che si sarebbero occupati del funerale e della sepoltura; sono stati ancvhe trovati sepolcri di gladiatori fatti seppellire dalla propria moglie, il che di mostra che potevano avere una famiglia ma questo non impediva che fossero trattati come oggetti di divertimento.

LA GUERRA DI SPARTACO

Testo sintetico ma completo tratto dal sito, che si ringrazia,
http://www.homolaicus.com/storia/antica/roma/spartaco.htm

La rivolta di Spartaco

Incisione che rappresenta Spartaco, dalla statua di Vincenzo Vela

Terminata è la semina
ora è giunto il tempo
della mietitura.
Cinquantamila morti
coprono il campo di battaglia
più felici
dei seimila crocifissi
lungo la via di Capua.

In origine Spartaco fu un pastore della Tracia, una regione balcanica tra il Mar Nero e il Mar Egeo. Forse perché costretto dalla miseria, aveva accettato di arruolarsi in un corpo ausiliario della milizia romana, dal quale però fuggì ben presto.

Dichiarato disertore, venne cercato e trovato da “squadre speciali”, che lo ridussero in schiavitù (la quale veniva sempre imposta ai disertori, ai prigionieri di guerra, e più in generale ai cosiddetti “barbari”). Dopodiché fu trasformato in gladiatore e venduto a Lentulo, un organizzatore di spettacoli di Capua.

Ma Spartaco nel 73 a.C. riuscì a fuggire anche da qui, trascinando con sé circa 200 gladiatori di cui solo una settantina riuscirono a rifugiarsi presso il Vesuvio, da dove ebbero la meglio contro i primi inviati romani….

Altra importante vittoria fu quella ottenuta contro il pretore Publio Varinio e i suoi luogotenenti: Spartaco riuscì a impadronirsi persino dei cavalli e dei simboli littori dell’esercito. Da questa posizione saccheggiavano la ricca regione campana….

Altri schiavi, braccianti, contadini poveri, pastori dei territori circostanti cominciarono ad aderire alla rivolta. …….Spartaco condusse gli schiavi nella parte sud della penisola, dove si aggregarono altre bande. Nell’inverno 73-72 a.C. l’esercito dei ribelli fu armato regolarmente.

I consoli del 72, Lucio Gellio e Gneo Cornelio Lentulo, scesero in campo con due legioni ciascuno. Una divisione di 20.000 schiavi celti e germani, comandata dal celta Crisso, fu vinta in Puglia, sul Gargano, dal propretore di Gellio, Quinto Avio, che uccise lo stesso Crisso.

Ma il grosso dell’esercito, che ormai era arrivato alle 100-120.000 unità, guidato da Spartaco, vinse l’armata romana e si aprì a forza il passaggio verso il nord d’Italia, fino a Modena.

Era praticamente aperta la via per le Alpi e quindi per il rimpatrio nei paesi celtici, germanici e nel territorio balcanico.

Tuttavia una parte degli schiavi vittoriosi (soprattutto i contadini meridionali) volle restare in Italia o tutt’al più marciare contro Roma, approfittando del momento di debolezza dell’esercito romano.

Spartaco avrebbe preferito continuare le battaglie in Gallia, con l’appoggio sicuro della popolazione locale, ben sapendo che i romani si sarebbero presto ripresi. Però si piegò al volere della maggioranza, ottenendo soltanto che non si muovesse subito contro Roma ma si cercassero al sud altri alleati. E così condusse il suo esercito fino in Lucania.

Roma cominciava a impensierirsi e alla fine del 72 chiese di sostituire i consoli al comando supremo col pretore Marco Licinio Crasso, in quel momento il miglior stratega militare della capitale. Gli fu affidato un esercito di otto legioni, le stesse che bastarono a Cesare per conquistare la Gallia!

……..

Il piano di Spartaco diventò allora quello di sbarcare in Sicilia attraverso lo stretto, in modo da ravvivare nell’isola la rivolta di schiavi mai completamente sopita. Non vi riuscì a causa del tradimento dei pirati, che si misero probabilmente d’accordo con Verre, governatore della Sicilia, rifiutando a Spartaco le navi dopo aver ricevuto il compenso pattuito, mentre già le coste della Sicilia erano presidiate.

Crasso intanto sopraggiungeva alle spalle di Spartaco, ed ebbe l’idea di sfruttare la conformazione del Bruzio per confinare nella regione i nemici: egli fece costruire un vallo presidiato dalla costa ionica a quella Tirrenica, lungo 300 stadi (55 km), per impedire qualunque forma di rifornimento.

Nell’inverno del 72-71 a.C, dopo ripetuti tentativi di forzare il passaggio, Spartaco riuscì a passare il vallo presso Petilia e le selve silane, in una notte di tempesta.

A questo punto Crasso chiese aiuto al senato che gli inviò Pompeo. Egli doveva rientrare in tutta fretta dalla Spagna, dove aveva posto fine alla rivolta di Sartorio, mentre dalla Macedonia, sbarcando a Brindisi, sarebbe accorso Marco Licinio Lucullo.

Il cerchio si stringeva attorno a Spartaco, il quale decise di dirigersi verso Brindisi, forse nel tentativo disperato di oltrepassare l’Adriatico. A questo punto, l’ennesima scissione degli schiavi galli e germani, capeggiati da Casto e Giaunico, indebolì questa volta decisivamente il suo esercito. I due capi ribelli mossero contro Crasso, che li sconfisse.

Saputo dell’imminente arrivo di Lucullo a Brindisi, Spartaco tornò indietro e si diresse in Apulia, verso le truppe di Pompeo. Nei pressi del fiume Sele, in Lucania, si svolse la battaglia finale: 60.000 schiavi, tra i quali Spartaco, morirono (ma il corpo del condottiero non fu mai trovato). I romani persero solo 1.000 uomini e fecero 6.000 prigionieri, che Crasso fece crocifiggere lungo la via Appia (che porta da Capua a Roma).

Altri reparti dell’esercito ribelle, circa 5.000 uomini, tentarono la fuga verso nord, ma vennero raggiunti e annientati da Pompeo. Terminava così la rivolta di Spartaco.


Purtroppo di questa rivolta conosciamo assai poco, poiché le principali fonti che ne parlano sono andate perdute: il IV libro delle Historiae di Sallustio e i libri XCV-XCVII di Livio. Le uniche fonti rimaste, per lo più contraddittorie, sono le vite plutarchee di Crasso e Pompeo, le Guerre civili di Appiano, gli Excerpta Liviani di Floro, di Eutropio, di Orosio.

…….

LA VITTORIA MORALE DI SPARTACO

La Costituzione italiana, la Dichiarazione universale  dei diritti umani  e la proibizione della schiavitù

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

http://unipd-centrodirittiumani.it/it/schede/Articolo-4-Divieto-di-schiavitu/7

Il diritto e i diritti
https://it.wikipedia.org/wiki/Libert%C3%A0_e_diritti_fondamentali


VIDEO SULLA GUERRA DI SPARTACO E RIFERIMENTO AI CONTENUTI PIU’ IMPORTANTI