Le caratteristiche delle società antiche e la nostra Costituzione (con video)

Le caratteristiche generali delle società antiche

(10.000 a. C. – 1789 e 1948 d. C.)

  • Ø   Società e famiglia

    La società era divisa in categorie (note ancora oggi come come ceti sociali) PIU’ RIGIDE DI QUANTO NON ACCADA OGGI, talvolta vere e proprie caste* , infatti esistevano soggetti con diritti e altri che ne avevano di meno, o addirittura ne erano completamente privi (schiavi) ed era difficile, spesso impossibile passare da una categoria all’altra, almeno non in senso migliorativo. Importante per godere anche solo dei diritti civili era il concetto di appartenenza ad un popolo; chi non ne faceva parte era ritenuto estraneo (barbaro per i Greci e i Romani) e a tutti gli effetti inferiore. Alla base della gerarchia sociale si trovavano gli schiavi, (prigionieri di guerra, debitori insolventi, figli di altri schiavi) che non erano ritenuti persone ma  oggetti da comperare e vendere. E’ importante ricordare che la condizione degli schiavi, pur essendo inaccettabile dal punto di vista della dignità, era estremamente variabile, infatti alcune categorie di schiavi potevano stare meglio dei liberi, a seconda dell’impiego che dovevano svolgere. La schiavitù è finita con l’avvento del Cristianesimo in occidente, estinguendosi lentamente a partire dal quarto secolo (nel 313 dC. È  stato proclamato l’editto di Costantino che concedeva la libertà di culto ai cristiani ), sebbene questo non abbia automaticamente prodotto la fine della disuguaglianza sociale. Nel Medioevo infatti era riconosciuta la validità di uno schema elaborato dal vescovo Adalberone di Laon, che suddivideva la società in tre categorie: bellatores (nobili, con diritti e prerogative), oratores (clero, dotato di ampi privilegi sociali è fiscali) e laboratores (lavoratori, che con la loro fatica devono mantenere le altre due categorie, destinati a ricevere la loro ricompensa nel Regno dei Cieli). La suddivisione della società in classi con diversi diritti davanti alla legge è venuta meno durante la Rivoluzione Francese (1789, principio di égalitè), che segna anche il tramonto delle società antiche, circa 5.000 anni di storia, dove per storia intendiamo il periodo in cui l’umanità è stata in grado di lasciare memorie scritte della propria attività.  (Ricordiamo che le prime testimonianze di scrittura sono state rinvenute nella città sumera di Uruk  e datano la fine del quarto millennio a. C.). Perché i diritti diventassero davvero universali dobbiamo tuttavia aspettare il 1948, data in cui le nazioni Unite hanno adottato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che comunque prende le mosse da un documento elaborato nel corso della Rivoluzione Francese, La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789.

  • Non tutti gli stati del mondo hanno sottoscritto questa dichiarazione
  • Donne

Nelle società antiche non godono di tutti i diritti, sono completamente escluse dalla possibilità di votare o di essere elette ma, hanno difficoltà ad accedere all’istruzione, non sono considerate come gli uomini nemmeno in sede giudiziaria, non hanno la stessa autorità in famiglia ma in alcuni casi, hanno dei diritti di carattere personale, come quello di chiedere divorzio o gestire in proprio almeno una parte dei beni di loro proprietà.  Questo ad esempio accadeva a Roma o a Sparta ma,  prevalentemente  per le donne agiate. La condizione femminile è cambiata col tempo, tuttavia dal punto di vista dei diritti politici (votare ed essere votate) è migliorata  significativamente solo a partire dal XX secolo, infatti le donne hanno incominciato a votare Inghilterra subito dopo la Prima Guerra Mondiale e in Italia dopo la Seconda. In molti paesi del mondo la condizione femminile è svantaggiata rispetto a quella degli uomini anche se la legge riconoscerebbe loro uguali diritti; basti pensare al caso degli infanticidi delle bambine in India e in Cina. In altri paesi, soprattutto quelli in cui prevale un’interpretazione integralista dell’Islam (es. Iran, Afghanistan e Arabia Saudita), l’inferiorità femminile è sancita addirittura per legge.

Famiglia

Nella famiglia il diritto del padre su moglie e figli è assoluto; nella democratica Atene le donne non godevano di alcun diritto e nelle prime fasi della storia romana il padre poteva anche vendere i suoi figli o addirittura ucciderli. Le leggi delle XII Tavole (450 a. C.) limitarono  un po’ questo potere che andò diminuendo ma non venne mai meno neppure  nei secoli successivi . In una tavola si leggevano queste indicazioni:

Un bambino chiaramente deformato deve essere ucciso.

Se un padre vende il figlio per tre volte consecutive perde la patria potestas su di lui.
http://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_delle_XII_tavole#TAVOLA_IV_.28Genitori_e_figli.29

In epoca romana qualunque bambino poteva essere abbandonato (esposto) se il padre lo rifiutava alla nascita, cioè non compiva il gesto simbolico di sollevarlo verso l’alto; in questo caso lo si affidava a qualche servo perché lo abbandonasse per strada o negli immondezzai dove moriva di stenti, veniva sbranato dai cani affamati (si immagini quali trattamenti subissero gli animali in società in cui nemmeno gli esseri umani avevano diritti) oppure preso e allevato dai mercanti di schiavi per essere venduto. Molte commedie romane parlano di figli di nobili riconosciuti come tali dopo essere stati schiavi; poteva anche accadere che qualche persona  raccogliesse qualche trovatello per compassione come noi possiamo soccorrere gli animali abbandonati.

Notiamo anche come la persona ammalata non godesse di diritti e venisse considerata un peso per la società o qualcuno da deridere come accadeva regolarmente in passato (Il gobbo di Notre Dame – Wikipedia) o comunque da escludere perché ritenuto oggetto di maledizione divina.

Ancora una volta per trovare la concezione moderna della famiglia dobbiamo aspettare il 1948 e la successiva dichiarazione particolare dei diritti dei bambini (Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo (ONU – 1959))

  • Economia


    Le varie civiltà avevano in genere le stesse caratteristiche da questo punto di vista. L’agricoltura e la pastorizia erano le prime e fondamentali attività, in seguito, specie presso le civiltà che disponevano di facili mezzi di comunicazione, in particolare le vie d’acqua, si sviluppò il commercio. In molte circostanze l’espansione militare e quella commerciale andarono di pari passo; dove gli eserciti aprivano strade arrivavano subito i mercanti o, Viceversa, i soldati intervenivano a proteggere la tranquillità dei commerci dagli attacchi dei nemici o dei banditi, in particolare dei pirati., basti pensare all’ importanza del Nilo, del Tigri dell’Eufrate o del Tevere per lo sviluppo degli Egizi, dèi Sumeri, degli Assiro-Babilonesi e dei Romani. Bisogna inoltre ricordare che gli accampamenti dei Romani furono all’origine di molte città (Aosta, Torino, Parigi, Vienna…) e che i Romani combatterono vere e proprie guerre contro i pirati dalmati, in particolare quella di Pompeo (I sec. A. C..), conclusasi con una vittoria schiacciante. La proprietà privata era generalmente diffusa: la sua nascita pare essere avvenuta col passaggio dal Paleolitico al Neolitico (a partire dal 10.000 a. C. circa) con l’abbandono del nomadismo, lo sviluppo dell’agricoltura la domesticazione degli animali); essa generò forti disuguaglianze tra chi ne aveva di più, chi ne aveva di meno o per nulla. Nell’antica Roma coloro che non possedevano proprietà erano chiamati proletari cioè coloro che possiedono solo la prole (i figli); questa parola verrà utilizzata con un significato particolare dalla filosofia e dalla sociologia dell’ Ottocento e del Novecento, a partire dalle tesi del filosofo tedesco Karl Marx esposte in un celebre testo intitolato “Il Capitale”. Il diritto alla proprietà privata e le disuguaglianze nel suo esercizio è ancora oggi un problema molto grave se si considerano, ad esempio, i seguenti dati:

  • Circa metà della ricchezza è detenuta dall’1% della popolazione mondiale.
  • Il reddito dell’1% dei più ricchi del mondo ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo.
  • Il reddito di 85 super ricchi equivale a quello di metà della popolazione mondiale.
  • Nel mondo 8 uomini, da soli, posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone. Ed è dal 2015 che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%. L’attuale sistema economico favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri (in maggioranza donne). E l’Italia non fa eccezione se, stando ai dati del 2016, l’1% più facoltoso della popolazione ha nelle mani il 25% della ricchezza nazionale netta. Sono alcuni dei dati sulla disuguaglianza contenuti nel rapporto Un’economia per il 99% della ong britannica Oxfam, diffusi alla vigilia del World Economic Forum di Davos, in Svizzera.
  • 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni.
  • L’1% dei più ricchi ha aumentato la propria quota di reddito in 24 su 26 dei paesi con dati analizzabili tra il 1980 e il 2012.
  • Negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.
  • Ovunque, gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo. Si stima che 21.000 miliardi di dollari non siano registrati e siano offshore….(DATI OXFAM 2017)
    http://www.nuoviorizzonti.org/2017/02/13/poverta-ricchezza-nel-mondo/

Cultura:

  • Le civiltà antiche ci hanno lasciato un grosso patrimonio culturale, che però all’epoca era sfruttato da pochi, coloro che potevano affrontare le spese richieste dagli studi e dall’acquisto del materiale: per scrivere  erano utilizzati rotoli di papiro, tavolette di cera e, in epoca medioevale, l’ancor più costosa pergamena, cioè pelle di animali lavorata in modo particolare. La conoscenza era inoltre considerata un atto sacro, riservato ai sacerdoti, cosi si determinò una gerarchia culturale che rispecchiava molto da vicino quella sociale, basti pensare al caso degli Egizi http://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=geroglifici-egizi&prod=scriba-geroglifici .
    A Roma esistevano invece delle scuole pubbliche
    accessibili anche a chi non aveva molto denaro e quindi la capacità di. leggere e scrivere era sai più diffusa che presso altri popoli. La decadenza dell’Impero e l’Alto Medio Evo terminarono una crisi economica che cancellò questo servizio e la cultura tornò ad essere patrimonio di pochissimi, soprattutto religiosi. Si deve all’opera dei monaci che lavoravano negli “scriptoria” dei conventi la salvezza di una parte, per quanto esigua, della letteratura  classica. Valeva inoltre il principio che la cultura non dovesse essere troppo diffusa perché ciò avrebbe potuto mettere in crisi l’intero sistema politico e religioso, in particolare avrebbe potuto compromettere il monopolio culturale della Chiesa cattolica. A partire dall’undicesimo secolo, con la rinascita delle città, si affermarono centri culturali laici come ad esempio le famose università di Bologna e Parigi, ma erano pochi coloro che potevano accedervi; le escluse di sempre erano le donne anche se esse si mostravano del tutto capaci di apprendere e proprio nei primi secoli del millennio alcune iniziarono anche a scrivere componimenti letterari. In epoca moderna la capacità di leggere e scrivere si diffuse con lentezza, nonostante  l’invenzione della stampa, perché la popolazione restava generalmente troppo povera per essere istruita, salvo qualche scuola comunale.
    Per ragioni esattamente opposte a quelle che avevano determinato la limitazione della cultura nel Medioevo, l’Illuminismo diede grande impulso ‘istruzione pubblica e obbligatoria, che divenne un principio fondamentale per tutti gli stati costituzionali dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti.

Politica

Nelle civiltà antiche il potere politico era concentrato nelle mani di pochissimi (quasi esclusivamente anziani e ricchi proprietari terrieri, molti dei quali  appartenevano a famiglie che avevano acquisito prestigio e terre per meriti militari, cioè esponenti della classe aristocratica) o in altri casi controllati da uno solo, ad esempio re o tiranni. Le cariche politiche erano quindi generalmente ereditarie, questo comportava quindi l’esclusione del popolo dalla gestione del potere e spesso gravi crisi dinastiche alla morte del sovrano, quando non esisteva un erede indiscutibile. Il malfunzionamento del meccanismo ereditario compromise, ad esempio, le strutture dell’impero romano, fece scoppiare conflitti come le guerre di successione che insanguinarono l’Europa del corso del Settecento e, in generale, provocò lotte e omicidi nelle famiglie all’interno delle quali si doveva individuare il nuovo sovrano.

Democrazia e conflittualità sociale

La civiltà greca è considerata, a ragione, culla della democrazia, che è poi diventata patrimonio della cultura politica occidentale, a cominciare dalla stessa Roma, anche se con molte limitazioni. Il principio che la partecipazione al potere dovesse essere estesa ad una più ampia cerchia di aventi diritto si afferma nelle poleis greche e nacque dal conflitto tra  l’ aristocrazia e la borghesia, nel quale, di tanto in tanto, riusciva a inserirsi per rivendicare i suoi diritti anche il popolo minuto. Questa dinamica è ed è stata tipica di molte civiltà ed poche storiche (si pensi alle rivendicazioni dei plebei a Roma, alle lotte sociali nei liberi comuni medioevali, ai moti insurrezionali per la concessione di costituzioni…) e, in linea di massima, si può dire che ha segnato, nel corso dei secoli, la lenta prevalenza della borghesia sulla nobiltà.

Mancanza di Costituzioni e di limiti all’arbitrio dei sovrani

Fino al 1789, con alcune eccezioni che verranno considerate più avanti, sono stati rari i casi in cui gli stati hanno avuto documenti che sancivano principi fondamentali, diritti e doveri dei cittadini e limiti all’autorità dei sovrani, oppure lo facevano in modo più limitato risetto a quanto accade adesso.

In questo modo le leggi sono state applicate spesso in modo arbitrario, soprattutto là dove non esistevano codici scritti. Una tappa fondamentale dell’evoluzione delle comunità organizzate è stata la redazione di leggi scritte (magari anche severe, addirittura crudeli), come quella delle XII tavole a Rom, di cui si parlava sopra.


La concezione della schiavitù secondo Aristotele

Per le società antiche la divisione degli uomini liberi e schiavi era un fatto del tutto naturale. Aristotele, (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C.[1]Calcide, 322 a.C.,  è stato un filosofo e scienziato greco) riteneva che la maggior parte dell’umanità fosse incapace di sopravvivere da sola, in quanto composta da sciocchi e pigri, era quindi doveroso guidare tale massa governandola con leggi severe. Nei primi secoli del Cristinesimo, la Chiesa non denunciò questo fatto come crimine sociale perché l’abolizione della schiavitù avrebbe scardinato le strutture economiche dell’impero, si è però adoperata per alleviare le sofferenze di quanti la pativano con la promessa di una vita migliore nell’aldilà. A partire dal 111 sec. d.C. cominciarono a cambiare le leggi, che garantivano agli schiavi il diritto di sposarsi e di non essere separati dalla famiglia, ma la loro condizione rimase molto dura; ad esempio la tortura rimase il mezzo inquisitivo preferito con cui condurre indagini nei loro confronti. La situazione peggiore era quella delle donne schiave, che non potevano difendersi dai soprusi del padrone, la cui versione, in caso di contenzioso, costituiva l’unica testimonianza accettata. D’altronde, c’era un modo per liberarsi dalla schiavitù: entrando in un monastero, ma quest’istituzione, di fatto, non venne mai abolita ufficialmente. Con l’andare del tempo, tuttavia, le strutture economiche dell’ex impero romano subirono alcune importanti trasformazioni, che condussero, di fatto, alla parificazione tra schiavi e liberi poveri; divenne infatti sempre più difficile procurarsi nuovi schiavi, visto che i prigionieri di guerra venivano subito arruolati nell’esercito e il flusso continuo dell’importazione dai grandi mercati schiavistici fu interrotto quasi del tutto. Il mercato degli schiavi si prosciugò e dal momento che non era più così facile sostituirli (quindi il loro prezzo aumentò), i padroni cominciarono a dimostrare interesse per il loro destino, incoraggiando i legami personali per assicurarsi una prole che garantisse linvestimento nel tempo.

L’imperatore  Diocleziano (244[3]311[4  http://it.wikipedia.org/wiki/Servit%C3%B9_della_gleba) con un editto vincolò artigiani e contadini al mestiere del loro padre e al luogo di origine, degradando così la loro condizione a quella di semischiavitù e cercò cos’ di risolvere il problema della mancanza di manodopera. Pose le basi della nascita della servitù della gleba, istituzione tipica dell’Alto Medioevo per cui un contadino veniva comperato e venduto insieme alla terra e non era libero di andarsene.

Quando si formarono i regni romano­barbarici (dopo il 476 d. C., data convenzionale della caduta dell’ Impero romano). l’istituzione della schiavitù era già in forte regresso e sparì del tutto nel Sacro Romano Impero, esisteva però la servitù della gleba.
Al giorno d’oggi esistono   paesi in cui le persone che appartengono ai ceti sociali più poveri non possono più essere comperati e venduti ma lavorano in condizioni simili a quelli degli schiavi antichi, compresi i bambini, che confezionano capi di abbigliamento e giocattoli dei quali non potranno mai fare uso e per contribuire al misero bilancio familiare devono rinunciare all’istruzione e al divertimento ai quali avrebbero diritto ((Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo (ONU – 1959))

Nel Medioevo e in età moderna (1489/1789), la compravendita degli esseri umani venne ritenuta immorale, almeno per quanto riguardava gli europei, rimanendo triste prerogative delle popolazioni dell’Africa. Anche le popolazioni originarie dell’America centro-meridionale furono oggetto di tratta, sebbene in misura minore, come dimostra il fatto che Colombo, nel contratto che lo legava alla corona di Spagna, si riservò una percentuale sul commercio degli schiavi del nuovo mondo.

Il parere di Aristotele

Fino alla metà del 400 tutti i dibattiti sulla schiavitù presero spunto da Aristotele, il quale affermò:

«Degli strumenti alcuni sono inanimati, altri animali. Così pure ogni oggetto di proprietà è strumento per la vita, e la proprietà è un insieme di strumenti: anche lo schiavo è un oggetto di proprietà dotato di anima, e ogni servitore è come uno strumento che ha precedenza sugli altri strumenti Quindi i cosiddetti strumenti sono strumenti di produzione; un oggetto di proprietà, invece, è strumento di azione. lI termine “oggetto di proprietà” si usa allo stesso modo che il termine “parte”: la parte non è solo parte di un’altra cosa, ma appartiene interamente a un’altra cosa; così pure l’oggetto di proprietà. Perciò, mentre il padrone è solo padrone della schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui Dunque, quale sia la natura dello schiava e quali le sue capacità (..J, pur essendo uomo, è oggetto  di proprietà, è uno strumento ordinato all’azione e separato».

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=19&ved=0ahUKEwi-ksXo2ovWAhVEtxQKHYNDCO04ChAWCEUwCA&url=http%3A%2F%2Fwww.liceocrespi.gov.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2015%2F03%2FDiritti-umani.ppt&usg=AFQjCNEKrRJTGGvTQIcYUt0nII9hzEhmXw

Cosa è la Costituzione Italiana

http://www.skuola.net/diritto/1-gennaio-1948-entrata-in-vigore-della-costituzione-italiana.html

La Costituzione italiana commentata

http://www.itclucca.lu.it/documenti_alunnifamiglie/produzioni_alunni/analisi_articoli_costituzione_2Ia.pdf

LA COSTITUZIONE ITALIANA

 

La Costituzione italiana a cartoni animati

 

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