Vincenti e perdenti nella letteratura italiana

Demaria Paolo

Vincenti/Perdenti: eterno conflitto

La letteratura, soprattutto nelle sue forme più antiche, ha spesso cercato di generalizzare i caratteri dei personaggi, portando ad avere protagonisti del tutto vincenti ed altri completamente perdenti.

L’ introduzione di una sorta di analisi psicologica nelle opere letterarie ha però condotto ad una svolta interessante in questo campo, perché il lettore si può rendere conto della verità del successo, verità che spesso può essere distorta senza un necessario approfondimento (Zeno).

Ecco di seguito un breve prospetto della dialettica successo/insuccesso nei testi degli autori analizzati in classe.

DANTE

L’opera più nota di Dante Alighieri, la “Divina Commedia”, è una fonte inesauribile di personaggi vincenti e perdenti, poiché la singola distinzione tra la collocazione nei tre mondi ultraterreni può già essere considerata una prima forma di giudizio sull’operato in vita. Il giudizio di Dio però spesso sovverte radicalmente le opinioni umane e capovolge le situazioni: personaggi ricchi e potenti, che da vivi avevano suscitato l’ invidia di molti  vengono collocati all’inferno; sono addirittura dannate le anime di numerosi ecclesiastici (Niccolò III)  o di altri considerati in vita persone degne di lode (i politici fiorentini, Guido da Montefeltro). Al contrario sono salve anime considerate perdute come Manfredi, Buonconte da Montefeltro o Cunizza da Romano, perché Dio ha letto nel loro cuore il pentimento o ha capito le motivazioni profonde del loro comportamento.

La regola pena-contrappasso si basa sulle norme allora considerate alla base della giustizia divina e si possono considerare vincitori coloro che hanno saputo tenere un comportamento idoneo a queste norme, ottenendo la salvezza dell’anima. Tutti quelli che invece sono stati collocati nell’Inferno possono essere ritenuti dei perdenti, anime tormentate per l’eternità a causa dei loro comportamenti “malvagi”; nonostante questo, Dante prova pena per alcuni di loro (cfr. Canto 5, episodio di Paolo e Francesca), ma, nel suo giudizio, si attiene alle regole dettate dalla Chiesa.

BOCCACCIO

I testi di Giovanni Boccaccio si distanziano di molto da quelli di Dante per quanto riguarda il rapporto con la Chiesa Cattolica. E’ importante ricordare che, per Boccaccio, il destino dell’uomo non dipende più esclusivamente dalla Fortuna, intesa come un’intelligenza divina (alla maniera di Dante), ma anche dalla “virtù” umana.

I personaggi che riescono a fare del proprio futuro ciò che vorrebbero sono vincenti, anche se spesso ricorrono a metodi non moralmente corretti (cfr. ad es. la novella di Ser Ciappelletto); altri, invece, subiscono le azioni dei “vincenti”, facendosi ingannare o raggirare (ad es. Calandrino).

Non essendo ancora presente un’attenta analisi psicologica, i protagonisti dei testi possono essere giudicati solo dalle loro azioni e dai loro discorsi. Vince dunque chi sa utilizzare bene l’intelligenza e la parola, considerate le vere facoltà superiori dell’uomo e perdono quelli che non riescono a farlo. Talvolta essi suscitano compassione ma più spesso, come nel caso di Calandrino, si ride di loro.

MACHIAVELLI

Per quanto riguarda Niccolò Machiavelli e la sua opera analizzata in classe, “Il Principe”, i giudizi sono rivolti ai protagonisti della sfera politica; a partire dalle considerazioni sull’operato politico è possibile distinguere uomini e metodi politici vincenti e altri perdenti.

Molto ammirato e stimato da Machiavelli, Cesare Borgia può essere considerato uno dei pochi in grado di rispondere alle caratteristiche che deve avere un “principe nuovo”, e quindi è verosimile che l’autore fiorentino lo considerasse un vincente, nonostante il suo progetto politico non sia durato a lungo. Machiavelli attribuisce però questo improvviso declino alla sfortuna, anche se gli storici contemporanei hanno ridimensionato le reali capacità politiche di Cesare Borgia.

Sullo scenario europeo, le maggiori potenze presentavano già organismi statali unitari, mentre l’Italia era continuamente divisa da contrasti tra i vari Stati regionali: ecco il vero perdente; nella penisola italica la situazione era sempre più grave, in quanto nessun esercito, tanto meno quelli mercenari, era in grado di fronteggiare le truppe francesi. Machiavelli capisce che le varie signorie avevano sbagliato la loro politica troppo a lungo, arrivando a mettere a rischio la loro stessa indipendenza.

Anche in questo caso bisogna però citare la concezione della Fortuna: per Machiavelli, essa può essere controllata per metà dalla Virtù umana; il Vincente che emerge da queste teorie sarebbe quindi un uomo capace di riflettere le caratteristiche del principe nuovo e sempre pronto a sfruttare le occasioni che si presentano, cercando di volgerle al meglio per sé e per i propri cittadini.

ARIOSTO

Nella principale opera di Ludovico Ariosto, “L’Orlando Furioso”, il successo può essere inteso come compimento delle imprese più o meno epiche tentate: le numerose vicende contenute all’interno dal testo, sia quelle amorose sia quelle guerresche presentano dei vincitori e dei vinti. E’ interessante osservare come buona parte della narrazione è incentrata sulla reazione che ha Orlando dopo aver accusato la sconfitta della fuga amorosa di Angelica con Medoro; la pazzia come completa perdita della razionalità non è altro che la reazione di uno sconfitto che vede svanire i propri sogni. Vincente è dunque chi sa conciliare la sua volontà di successo con una valutazione realistica della situazione in cui si trova e magari sa accettare le sconfitte con serenità.

SVEVO

I tre romanzi principali di Italo Svevo, “Una Vita”, “Senilità” e “La coscienza di Zeno” sono principalmente incentrati sul confronto successo-insuccesso e analizzano i diversi modi con i quali i personaggi reagiscono alle difficoltà.

L’inetto, figura ricorrente nella letteratura del Novecento, è di per sé un perdente, incapace di vivere e di affrontare le situazioni che si presentano di volta in volta, anche se si tratta di fatti apparentemente normali: la ricerca di una relazione stabile o la gestione della famiglia e del lavoro. Svevo, rifacendosi in parte alla propria vita, crea personaggi che si somigliano, ma si comportano diversamente: se l’inetto protagonista di “Una vita” giunge al suicidio, sentendosi incapace di vivere, in “Senilità” il protagonista si sente già irrimediabilmente vecchio a trent’anni, anche se continua a vivere.

Per quanto riguarda Zeno vedi il capitolo di seguito.

L’ approfondita analisi psicologica presente nei testi di Svevo permette di conoscere a fondo l’Io del protagonista (che spesso coincide almeno in qualche misura con quello dell’autore); le riflessioni sul concetto di normalità, che in fondo è il punto di partenza per distinguere il successo dall’insuccesso, sono ancora interessanti ai giorni nostri e ci fanno capire meglio come anche l’antitesi  salute / malattia sia molto relativa.

PRIMO LEVI

La drammatica esperienza vissuta da Primo Levi all’interno del campo di Auschwitz porta alla visione di un mondo nel quale è difficile riconoscere i vincenti e i perdenti.

Le milizie tedesche, perdenti alla fine della guerra, non possono essere considerate del tutto sconfitte nel loro tentativo di annientare (fisicamente e moralmente) i prigionieri all’interno dei campi di concentramento: allo steso modo, è difficile considerare vincenti i sopravvissuti alla prigionia, perché la sopravivenza del corpo non è sempre stata accompagnata da quella interiore; il ricordo dell’inferno del Lager e i sensi di colpa per quello che l’istinto di sopravvivenza ha portato a fare hanno spesso condotto a delle conseguenze tragiche, come quella del suicidio dell’autore.

In definitiva, come l’autore chiarirà in un testo significativamente intitolato”I sommersi e i salvati”,vincente risulta essere chi è riuscito in lager a conservare almeno una parte della sua umanità e a non cedere del tutto all’opera di distruzione morale messa in atto dai nazisti, anche se questo ha comportato la morte. Non vince chi sopravvive a costo della sua degradazione morale, ma chi in qualche modo ha saputo rifiutare in sé il meccanismo perverso che in lager degradava la natura umana. Il suicidio di Primo Levi ci fa capire che negli ultimi tempi si sentiva sconfitto: di fronte al sorgere dei movimenti neonazisti e al silenzio che era caduto sull’Olocausto ha aggravato tragicamente questa sensazione.

Calandrino e Tancredi: due grandi sconfitti

Le vicende dei due personaggi creati da Giovanni Boccaccio sono molto differenti tra loro, ma sia Calandrino sia Tancredi possono essere definiti “perdenti”.

Il primo, facendosi ingannare da due che considera suoi amici, Bruno e Buffalmacco, si dimostra un inetto sfortunato, incapace di scoprire i raggiri di due personaggi più furbi di lui. Non suscita comprensione perché è un perdente “cattivo”,  avido, privo di scrupoli e totalmente incapace.

Il secondo, invece, non riesce a credere alle drammatiche parole della figlia e, facendo uccidere Guiscardo, condanna in pratica Ghismunda, che non indugerà nell’uccidersi. Il “prenze di Salerno” esce così sconfitto, a causa della sua incapacità di accettare la relazione sentimentale della figlia.
A differenza di Calandrino si tratta di un perdente tragico, travolto da un amore possessivo che non rispetta la personalità della figlia e che condurrà lui stesso in una condizione di solitudine carica di rimorso, peggiore della stessa morte.

Dante personaggio e Medoro: due vincenti indiscussi

Per quanto riguarda Dante nelle vesti di personaggio, il suo viaggio nell’Aldilà non può che considerarsi un successo: l’ascesa fisica nel Purgatorio e in seguito nel Paradiso è accompagnata da un’ascesa morale; il Dante alla fine del viaggio è completamente diverso da quello che si era perso nella selva e l’intera opera diventa una sorta di ammonimento per tutti coloro che, come Dante, si sentono persi nel peccato. E’ quindi un’opera intimamente ottimista: tutti possono essere dei vincenti se lo vogliono davvero, la strada della salvezza non è preclusa a nessuno.

Il successo di Medoro, personaggio dell’Orlando furioso, è invece determinato in buona parte dalla fortuna: il suo casuale incontro con Angelica e la successiva fuga, nonostante lui fosse solo un fedele di un principe saraceno, fanno impazzire Orlando, che si sente nettamente superiore al suo rivale in amore. Tutti i suoi tentativi non riusciranno a conquistare Angelica, che sposerà Medoro e lo farà diventare principe del regno di suo padre. Vincente per caso, Medoro diventa l’emblema di tutti coloro che hanno avuto un destino fortunato e hanno potuto godere di una felicità che non hanno fatto nulla per ottenere; il loro merito è stato però quello di  cogliere al volo l’occasione della vita.

Zeno: vincente o perdente?

L’ opera di Italo Svevo “La coscienza di Zeno” è in buona parte basata sul concetto di vincente/perdente, che spesso è associato a quello di salute/malattia.

Zeno, sentendosi un inetto, ricorre alla psicoanalisi e si sente guarito, oppure cerca di convincersi di essere guarito, solo dopo che, attraverso il commercio e la speculazione in tempo di guerra, è riuscito ad arricchirsi.

I soldi e la capacità di adattarsi alla “normalità” vengono identificati con il successo, ma la conclusione del libro afferma che la società moderna ha perso la propria salute, e la psicoanalisi non è in grado di guarire malati psichiatrici, in quanto solo la convinzione del malato potrebbe portare ad una guarigione.

Zeno è dunque un inetto che fa finta di essere un vincente e cerca di rendere credibile al lettore questa finzione; la tragica realtà emerge nelle sue riflessioni sul destino del mondo intero, al quale non è possibile ridare la salute se non distruggendolo. Entrambi sconfitti, dunque; la società moderna e coloro che cercano di adattarsi ad essa.  Questa sconfitta non è tuttavia totale: l’ironia che il personaggio è in grado di esercitare su di sé e sulla società lo aiuta infatti a non cadere nella totale disperazione e apatia morale che avevano travolto i personaggi dei romanzi precedenti, Una vita e Senilità.