Parole sull'orlo del baratro

Appunti su Cesare Pavese, Jacopo Ortis o, più in generale su persone e  personaggi in bilico tra la vita e la morte.

Queste pagine non vogliono essere in alcun modo un’esaltazione dell’atto di togliersi la vita, anzi, in realtà intendono mettere in luce la debolezza che si nasconde dietro al suicidio “titanico”.  Si ritiene comunque che una riflessione su questo tema, così ricorrente nella letteratura soprattutto a partire dall’ epoca preromantica, sia indispensabile per comprendere meglio le caratteristiche di queste opere.  Soprattutto è importante individuare una via d’uscita costruttiva e non distruttiva da quello che si crede essere un fallimento personale e invece è un’interpretazione di ciò che ci accade viziata dal cedimento ai pensieri disfunzionali (si veda la conclusione del testo su letteratura e psicoanalisi). Per fare questo bisogna prestare attenzione alle parole di chi si trova sull’orlo del baratro, ma ovviamente resistere alla tentazione di scambiare il salto per un atto di coraggio.

ASPETTI IMPORTANTI DELL’OPERA DI PAVESE DA APPROFONDIRE

–          NON NEOREALISTA MA DECADENTE

–          ANTIFASCISTA MA NON COMUNISTA CONVINTO NE’ CATTOLICO NONOSTANTE ACCENNI A DIVENTARE RELIGIOSO

–          IMPORTANZA DEL SIMBOLO (IN SENSO PSICANALITICO:FUOCO, SANGUE, LUNA, COLLINE…) E DEL MITO ( NEI DIALOGHI CON LEUCO’): LE LANGHE COME MITICA TERRA DI PASSIONI PRIMITIVE: ODIO, AMORE, RIMPIANTO

–          PER PAVESE LA   COLLINA  RAPPRESENTA IL NOSTRO ASPETTO ISTINTIVO E VIOLENTO DAL QUALE SI SENTE ATTRATTO E RESPINTO AL TEMPO STESSO (DICOTOMIA CITTA’/CAMPAGNA

–          INFLUENZA DI AUTORI ITALIANI COME FOSCOLO, LEOPARDI, MONTALE, E STRANIERI COME JOYCE E GLI AMERICANI

–          LA LETTERATURA AMERICANA COME “TERRA IDEALE DELLA LIBERTA” : SI PUO’ DIRE CIO’ CHE SI SENTE CON PAROLE NON ANCORA LOGORATE DALL’USO COMUNE E LETTERARIO.

3 prospettive a partire dalle quali si affronta il personaggio e l’opera di PAVESE.

1)       Il confronto con Foscolo sull’attività della traduzione, Leopardi, Pascoli, Montale, Fenoglio

2) L’interpretazione dei segni. Il mito e il simbolo

3) Parole sull’orlo del baratro: le ultime lettere di Iacopo Ortis e Il mestiere di vivere

L’INTERPRETAZIONE DEI SEGNI

PAROLE SULL’ORLO DEL BARATRO

Da “le Ultime lettere di Jacopo Ortis” “Bell’alba! ed è pure gran tempo ch’io non m’alzo da un sonno così riposato, e ch’io non ti vedo, o mattino, così rilucente! – ma gli occhi miei erano sempre nel pianto; e tutti i miei pensieri nella oscurità; e l’anima mia nuotava nel dolore.

Splendi, su splendi, o Natura, e riconforta le cure de’ mortali. Tu non risplenderai più per me. Ho già sentito tutta la tua bellezza, e t’ho adorata, e mi sono alimentato della tua gioja; e finché io ti vedeva bella e benefica tu mi dicevi con una voce divina: Vivi. – Ma nella mia disperazione ti ho poi veduta con le mani grondanti di sangue; la fragranza de’ tuoi fiori mi fu pregna di veleno, amari i tuoi frutti; e mi apparivi divoratrice de’ tuoi figliuoli adescandoli con la tua bellezza e co’ tuoi doni al dolore.

Sarò io dunque ingrato con te? protrarrò la vita per vederti sì terribile, e bestemmiarti? No, no. – Trasformandoti, e acciecandomi alla tua luce non mi abbandoni forse tu stessa, e non mi comandi ad un tempo di abbandonarti? – Ah! ora ti guardo e sospiro; ma io ti vagheggio ancora per la reminiscenza delle passate dolcezze, per la certezza ch’io non dovrò più temerti, e perché sto per perderti. – Né io credo di ribellarmi da te fuggendo la vita. La vita e la morte sono del pari tue leggi: anzi una strada concedi al nascere, mille al morire. Se non ci imputi la infermità che ne uccide, vorrai forse imputarne le passioni che hanno gli stessi effetti e la stessa sorgente perché derivano da te, né potrebbero opprimerci se da te non avessero ricevuto la forza? Né tu hai prefisso una età certa per tutti. Gli uomini denno nascere, vivere, morire: ecco le tue leggi: che rileva il tempo e il modo?

Nulla io ti sottraggo di ciò che mi hai dato. Il mio corpo, questa infinitesima parte, ti starà sempre congiunta sotto altre forme. Il mio spirito – se morrà con me, si modificherà con me nella massa immensa delle cose – e s’egli è immortale! – la sua essenza rimarrà illesa.

Oh! a che più lusingo la mia ragione? Non odo la solenne voce della Natura? Io ti feci nascere perché tu anelando alla tua felicità cospirassi alla felicità universale; e quindi per istinto ti diedi l’amor della vita, e l’orror della morte. Ma se la piena del dolore vince l’istinto, che altro puoi tu fare se non correre verso le vie che io ti spiano per fuggir da’ tuoi mali? Quale riconoscenza più t’obbliga meco, se la vita ch’io ti diedi per beneficio, ti si è convertita in dolore?

Che arroganza! credermi necessario! – gli anni miei sono nello incircoscritto spazio del tempo un attimo impercettibile. Ecco fiumi di sangue che portano tra i fumanti lor flutti recenti mucchj d’umani cadaveri: e sono questi milioni d’uomini sacrificati a mille pertiche di terreno, e a mezzo secolo di fama che due conquistatori si contendono con la vita de’ popoli. E temerò io di immolare a me stesso que’ dì pochi e dolenti che mi saranno forse rapiti dalle persecuzioni degli uomini, o contaminati dalle colpe?”

Da “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”  20 marzo 1797

“Io non so né perché venni al mondo; né come; né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo.”

Da “Il mestiere di vivere”

14 luglio 1950

Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo. Tutto crolla. L’ultima dolcezza l’ho avuta da D, non da lei. Lo stoicismo è il suicidio. Del resto sui fronti la gente ha ricominciato a morire. Se mai ci sarà un mondo pacifico, felice, che cosa penserà di queste cose? Forse quello che noi pensiamo dei cannibali, dei sacrifici aztechi, dei processi alle streghe.

All is the same.
Time has gone by.
Some day you came,
some day you’ll die.

Some one has died
long time ago

20 luglio

Non si può finire con stile.Adesso la tentazione di lei.

((domenica 25 giugno 1950 scoppiava la  guerra di Corea (“Korean Conflict”) determinò la fase più acuta della Guerra Fredda, durante la quale il mondo rimase con il fiato sospeso, temendo lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale con l’uso delle bombe nucleari, già sperimentate durante la seconda guerra mondiale a Hiroshima e Nagasaki.

La guerra di Corea scoppiò nel 1950 a causa dell’invasione della Corea del Sud da parte dell’esercito nord-coreano, che determinò una rapida risposta dell’ONU: su mandato ONU, gli Stati Uniti, affiancati da altri 17 paesi, intervennero militarmente nel tentativo di liberare il paese occupato ed, eventualmente, rovesciare il governo nordcoreano. All’epoca, in occidente, la guerra venne considerata come una reazione all’espansionismo sovietico e, ideologicamente, come parte di una più ampia lotta fra il “mondo libero” e il “mondo comunista”. Calcolata per difetto, la carneficina costò almeno 1.500.000 morti tra i comunisti ed almeno 650.000 morti tra gli alleati. Ad essi vanno sommate le vittime civili, spesso barbaramente massacrate, ammontanti al almeno 250.000 morti.))

13 agosto

E’ ben altro. E’ lei, la venuta dal mare

14 agosto

E anche lei finisce allo stesso modo. Anche lei. Sono onde di questo mare.

16 agosto

Cara, forse tu sei davvero la migliore, quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo, di fartelo sapere e poi, se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento. Vedo oggi chiaramente che dai 28 ad oggi ho sempre vissuto sotto
quest’ ombra . qualcuno direbbe complesso – E dica pure: è qualcosa di molto più semplice. Anche tu sei la primavera, un’elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera. dolce, fresca, sfuggente – corrotta e buona – “un fiore della dolcissima valle del Po ” direbbe chi so io.. Eppure, anche tu sei soltanto un pretesto. La colpa, dopo che mia, è soltanto dell’E”inquieta angosciosa, che sorride da sola”.

Perchè morire? Perchè morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente.

Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia gli uomini, ho condiviso le pene di molti.

17 agosto

I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

Il piacere di farmi la barba dopo due mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’ albergo  e fuori era il mare.

E’ la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere, dunque, sono re.  In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. e poi, al primo assalto dell'”inquieta angosciosa” sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna Non importano i nomi, sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.

Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono.

Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non rinirò.

Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena,m il loro cancro segreto?

18 agosto

La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile a pensarci, Eppure donnette l’hanno fatto . ci vuole umiltà non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.

Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

http://www.classicitaliani.it/pavese/pavese_verrà_la_morte.htm

Last blues, to be read 

some day

‘T was only a flirt

you sure did know ‒

some one was hurt

long time ago.

All is the same

time has gone by ‒

some day you came

some day you’ll die.

Some one has died

long time ago ‒

some one who tried

but didn’t know.

11 aprile ’50

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Cosí li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo ’50

Cesare Pavese nacque a S.Stefano Belbo nel 1908 da una famiglia di origine contadina trasferitasi poi a Torino. Fu proprio a Torino che Cesare, adolescente, frequentò il liceo, subendo particolarmente l’influenza di Augusto Monti, scrittore antifascista, suo professore. Conseguita la laurea in lettere si dedicò per qualche tempo all’insegnamento. Nel  1933  iniziò la sua attività presso la casa editrice Einaudi, di cui sarebbe poi diventato uno dei principali collaboratori ed animatori. Nel frattempo aveva collaborato alla rivista Cultura, soppressa poi dal governo fascista nel ’35, e si era dedicato con successo alla traduzione di romanzi americani.Il Confino Sempre nel ’35, pur non appartenendo al movimento antifascista, fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone calabro a causa di alcune corrispondenze di nuclei antifascisti recapitate presso di lui. In seguito ad un condono, peraltro ripetutamente richiesto sia da Pavese stesso che dalla sorella direttamente a Mussolini, l’anno successivo poté tornare a Torino.La fuga dal conflitto Nel ’43, per sfuggire alla guerra, si rifugiò nel Monferrato e dopo la liberazione si iscrisse al Partito comunista. Questo fu il periodo più fecondo nell’ambito letterario; ebbe i primi consensi sia di critica, sia di pubblico. Il premio Strega Nel ’50 conseguì il premio Strega con il volume ‘La bella estate’.

Il suicidio Qualche tempo dopo, esattamente il 27 Agosto, morì suicida in una camera d’albergo, a Torino.

Stefano Torre  Biografia di Cesare Pavese Edizione elettronica di riferimento   http://www.stefanotorre.it/biografia_di_cesare_pavese_sc_179.htm

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Il padre di Cesare muore quasi subito: questo episodio inciderà molto sull’indole del ragazzo, già di per sé scontroso e introverso.

Molti si sono occupati dell’adolescenza di Cesare, di questo ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi.

Davide Laiolo, suo grande amico, in un libro intitolato “Il vizio assurdo” tende ad evidenziare due elementi fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della madre che, con la sua freddezza ed il suo riserbo, attuerà un sistema educativo più da padre asciutto ed aspro che non da madre affettuosa e dolce. L’altro elemento è la tendenza al «vizio assurdo» , la vocazione suicida. Ritroviamo infatti sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo liceale.

Qualunque sia l’interpretazione che si vuole dare a questi primi anni, non si può negare che si profila subito in essi la storia di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni interpersonali, destino di solitudine, di amarezza, di disperata sconfitta.Una grande dicotomia tra l’attrazione per la solitudine e il bisogno di non essere solo.

Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura «come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori.

Al Liceo «D’Azeglio», dove avrà come professore un maestro d’umanità, Augusto Monti, al quale molti intellettuali torinesi di quegli anni devono tanto. L’ingresso al liceo «D’Azeglio» è di somma importanza per la vita di Cesare, il quale tra il 1923 e il 1926 partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che non solo esercitava l’azione educatrice di Monti ma che trovava concretezza e palpabilità nell’opera di Gramsci e Gobetti. Dapprima Pavese è assai riluttante ad impegnarsi attivamente nella lotta politica, verso la quale egli non nutre grande interesse, anche perché tende a fondere sempre il motivo politico con quello più propriamente letterario. È però attratto dai giovani che seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio.

Cesare trova gusto nelle discussioni, si trova a suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi saranno un giorno protagonisti dei suoi romanzi. Ha la sensazione di essere giovane, rinato e, negli ultimi anni dell’Università, nella sua vita privata entra colei che sarà al centro della sua anima, «la donna dalla voce rauca». Cesare appare addirittura trasformato: per tutto il tempo durante il quale ha la sensazione che questa donna gli sia vicina, diventa cordiale, umano, affettuoso, aperto al colloquio con gli altri.

Si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Gli anni del liceo e poi dell’università portano nella vita del ragazzo solitario il suggello dell’amicizia: tutto contribuisce ad umanizzare le sue rabbiose letture: le dispute letterarie, l’eccitante accostamento al mondo vietato della politica, i caffè concerto, i miti sfolgoranti dell’industria cinematografica, le marce in collina, le vogate sul Po che rinvigoriscono il suo corpo, precocemente squassato dall’asma. In confronto al paese, la città si presenta come una grande fiera, come una festa continua. Di giorno la vita è piena, i negozi sono tanti, i tram sferragliano e dovunque si ascolta musica.

Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la laurea: per l’ammirazione mai manifestata e per il rimorso di non aver mai saputo dimostrare il suo affetto e la sua tenerezza per lei, la sua morte segna un altro solco amaro nella vita dello scrittore. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte. Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio ad un periodo nuovo nella narrativa italiana. Con le sue traduzioni, egli dà la misura di quanto sia grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche ed aprire a sé e agli altri nuovi orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto ammalare la società italiana. Egli vuole presentare coscientemente «il gigantesco teatro dove, con maggior franchezza che altrove, veniva recitato il dramma di tutti». Il fascismo negava ogni iniziativa alle grandi masse, condannava ed impediva gli scioperi, mentre in quei romanzi americani si leggeva la possibilità di creare nuovi rapporti sociali.Contro la monotonia della prosa d’arte e diversamente dall’ermetismo, Pavese dimostrava come il contatto con le grandi masse americane attraverso quei romanzi vivificasse anche il linguaggio, con l’inserimento della parlata popolare (studiò lo slang), sì da renderlo congeniale con i nuovi contenuti. Di tutti, quello che diventa la coscienza del suo destino è Peter Mathiessen (lo scrittore della Natura: Il leopardo delle nevi, L’albero dove è nato l’uomo, Il silenzio africano ndr.), per la comune ricerca del linguaggio, per il senso tragico e per il considerare inutile la vita, nonché per l’estremo gesto suicida. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista: Cesare accetta di far giungere al proprio domicilio lettere fortemente compromettenti sul piano politico: scoperto, non fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 viene condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tre anni che si ridurranno poi a meno di uno, per richiesta di grazia: torna infatti dal confino nel marzo del 1936, ma questo ritorno coincide con un’amara delusione: l’abbandono della donna e il matrimonio di lei con un altro. L’esperienza (che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il carcere), e la delusione giocano insieme per farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio.

Si richiude in un isolamento forse peggiore di quello adolescenziale ma ancora una volta a salvarlo è la letteratura, il suo «valere alla penna».

Nel 1936 compare  la prima raccolta di poesie Lavorare stanca . In quegli anni scrive ancora racconti, romanzi brevi, saggi: sembra aver riacquistato la fiducia in se stesso e nella vita e, soprattutto frequentando gli intellettuali antifascisti della sua città, pare aver maturato anche una coscienza politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra né alla Resistenza: chiamato alle armi, viene dimesso perché malato di asma. Destinato a Roma per aprire una sede della Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato presso la sorella, dove vivrà per due anni «recluso tra le colline» con un accenno di crisi religiosa e soprattutto con la certezza di essere diverso, di non sapere partecipare alla vita, di non riuscire aessere attivo e presente, di non essere capace di avere ideali concreti per vivere (motivi che ritorneranno nel Corrado de La casa in collina e che in un certo senso riportano alla inettitudine sveviana e quindi al decadentismo).

Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista ma anche questa scelta, come la crisi religiosa, altro non era se non un ennesimo equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se stesso, di illudersi di possedere quella capacità di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno che invece gli mancavano. La sua probabilmente era una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di mettere a posto la coscienza e del resto ancora il suo impegno è sempre letterario: scrive articoli e saggi di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò. Recatosi a Roma per lavoro ( dove soggiornerà per un periodo stabilmente, a parte qualche periodica evasione nelle Langhe) conosce una giovane attrice: Constance Dowling. È di nuovo l’amore. La giovane con le sue efelidi rosse e forse in qualche modo con una sincera ammirazione per un uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e capace di una forte emotività, accende ancora una volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona. Costance torna in America e Pavese scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi….

A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo sgomento e all’angoscia che lo assalgono nonostante i successi letterari ( nel 1938 Il compagno vince il premio Salento; nel 1949 La bella estate ottiene il premio Strega; pubblica La luna e i falò, considerato il suo miglior racconto) alla nuova ondata di solitudine e di senso di vuoto non riesce più a reagire. Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono…». Aveva solo 42 anni.

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