La peste in letteratura

LA PESTE IN LETTERATURA

Sono stati persi i dati di riferimento di questo file
Se qualcuno rivendica i diritti di proprietà del testo,  si rivolga alla segreteria 0171/692906


INDICE

Introduzione ………………………………………………………………… p.2
Omero ………………………………………………………………………. p.9
Tucidide …………………………………………………………………….. p.12
Lucrezio …………………………………………………………………….. p.15
Celso ……………………………………………………………………….. p.18
Paolo Diacono ……………………………………………………………… p.20
G. Boccaccio ……………………………………………………………….. p.22
F. Borromeo ………………………………………………………………… p.26
A. Manzoni …………………………………………………………………. p.32
D. Defoe …………………………………………………………………….. p.39
A. Camus …………………………………………………………………… p.41

INTRODUZIONE

Da sempre le grandi epidemie hanno fatto riflettere l’uomo, dapprima da un punto di vista religioso, poi scientifico, quindi metaforico. Per rendersene conto è sufficiente ripercorrere le pagine della letteratura, ad iniziare da quella greca. Il primo testo pervenutoci, testo base della letteratura occidentale, l’ Iliade di Omero, si apre con la grandiosa immagine della peste che colpisce il campo greco. Perché ciò avviene ? Perché gli Achei, giusti vendicatori di un’offesa subita da parte dei Troiani, il rapimento di Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, devono subire una tale punizione? Perché di punizione si tratta, come tutto ciò che inspiegabilmente colpisce l’uomo in quei secoli lontani. L’ interconnessione tra l’umano e il divino è stretta e il mondo umano trova una sua giustificazione in quello ultraterreno e viceversa. Gli uomini subiscono l’ira degli dei, che, a loro volta, subiscono le offese degli uomini. La riconciliazione dipende dall’uomo, che deve “indovinare” la causa del risentimento divino. Gli dei, però, sono suscettibili e capricciosi e non è facile risalire al motivo, che ha scatenato la loro collera, e individuare il modo di placarla. Per questo esistono gli “indovini”, individui privilegiati, in grado di decifrare i segni, con i quali gli dei comunicano, e di indicare i rimedi da adottare per ritornare in armonia con loro: tale è Calcante per gli Achei.

Col passare del tempo però, ci si rende conto, almeno tra gli intellettuali, che forse le cose non stanno veramente così. Gli dei, se esistono, non hanno un’indole vendicativa e molti mali hanno cause naturali, anche se ignote. Non si può prevedere il verificarsi di epidemie catastrofiche e non si sanno curare i sintomi delle stesse per ignoranza, ma probabilmente in futuro le cose cambieranno. Ed ecco che Tucidide, sopravvissuto alla peste di Atene del 430 a. C. pur avendola contratta, decide di descriverla minuziosamente. “ Io, per conto mio, dirò come si è manifestato ( il morbo ) e con quali sintomi; così che, se un giorno dovesse di nuovo tornare a infierire, ognuno che stia attento, conoscendone prima le caratteristiche, abbia modo di sapere di che si tratta”. E’ la prima testimonianza di un accostamento laico alla vita e di un embrionale interesse scientifico. Lo storico “deve” far conoscere ai posteri come, “obiettivamente”, si sono svolti i fatti, offrir loro la possibilità di riconoscere i sintomi al nuovo verificarsi di un’epidemia simile e, implicitamente, fornire gli strumenti per arginare la diffusione del male. La sua, quindi, vuol essere una testimonianza reale, una descrizione priva di interpretazioni personali o alterazioni di qualsiasi genere. Con la precisione di un referto medico il passo di Tucidide inizia soffermandosi sugli aspetti esteriori del male, i sintomi e la veloce consunzione del corpo fino alla morte del malato. Ciò che più preoccupa, però, al di là del numero elevatissimo di vittime, è l’impatto psicologico sulla mente dei vivi, che altera i rapporti sociali, che porta gradualmente all’indifferenza per le leggi umane e divine, che sgretola un tessuto sociale minando alla base la possibilità di una convivenza civile. La peste, sembra voler dire lo storico, è tanto più distruttiva quanto più ci si arrende ad essa, quanto più ci si abbandona alla convinzione dell’ impossibilità di debellarla.

E gli autori successivi, che torneranno a trattare l’argomento, faranno tutti proprio questo aspetto, per cui si può dire che la trattazione di Tucidide è divenuta punto di riferimento letterario fino ad oggi.

All’autore greco fa esplicito riferimento Lucrezio, che, nel primo secolo a. C., affronta il problema in un’ottica diversa, secondo una prospettiva che possiamo definire “filosofica”. D’altra parte tutta l’impostazione del De rerum natura risulta una fusione di elementi scientifici e speculativi, tanto che l’opera stessa non trova una precisa collocazione. Fine dichiarato è la volontà di liberare l’uomo dalla paura degli dei e della morte. In un’epoca di profondi  e violenti capovolgimenti storici non c’è da stupirsi che la superstizione si stesse propagando, che si individuasse nella perdita di valori religiosi tradizionali la causa delle guerre civili con il loro enorme spargimento di sangue. Ed ecco che Lucrezio, appellandosi alla concezione epicurea, tenta di riportare i suoi contemporanei sulla via della razionalità, cercando di dimostrare come il mondo ( la natura ) sia regolato da leggi fisse, scientifiche, indipendenti dall’intervento divino. L’ottimismo iniziale ed il rigore logico del ragionamento si perdono in parte nella stesura dell’opera, ma la conclusione della stessa evidenzia l’apprezzamento e lo studio del passo tucidideo sopra citato, che diventa la fonte prima per la ricostruzione letteraria in latino della stessa peste di Atene del 430 a. C..

C’è chi ha voluto vedere in essa il punto più alto del pessimismo lucreziano, il fallimento quasi del suo progetto iniziale: individuate le cause che stanno alla base di catastrofi naturali o epidemie non si possono tuttavia eliminare queste ultime né prevenirle, non sapendo quando si verificano. Di fatto, probabilmente la meditazione di Lucrezio voleva soffermarsi sugli effetti deleteri a cui la perdita di razionalità può condurre l’uomo. A conferma di ciò si può addurre l’insistenza dell’autore sulle conseguenze morali e sociali del contagio e la stessa collocazione del passo come chiusura dell’opera. Dopo una breve sintesi dei sintomi che accompagnano il manifestarsi della peste, infatti, l’autore latino indugia sul comportamento umano, sul venir meno dei sentimenti anche più naturali, sulla disperazione di un’umanità che inconsciamente si rende conto che gli dei non esistono, ma non sa ancora cercare e trovare in se stessa la capacità e la forza per opporsi al male. Solo l’uso della ragione potrà aiutarla e siamo alle soglie della nascita di un pensiero scientifico basato sulla speculazione ma, soprattutto, sulla sperimentazione e sullo studio empirico.

La scienza, intesa in senso moderno, sta muovendo i primi passi e ci lascia testimonianza di ciò Celso, autore vissuto nel primo secolo dopo Cristo, di cui ci è pervenuto il De medicina.

Nel Proemio del suo trattato egli ripercorre la storia della medicina sottolineando il fatto che, originariamente, essa si occupava soltanto delle ferite, che venivano curate ferro et medicamentis, in quanto tutte le altre malattie erano considerate di derivazione divina. Individua in Ippocrate di Cos (460-380 circa a. C.) e nei suoi discepoli coloro che cominciarono a considerare la medicina parte a sè stante rispetto alla filosofia e a riconoscere in essa tre parti distinte: dietetica, farmaceutica e chirurgia. Quanto alla dietetica (= cura delle malattie in particolare e delle epidemie in generale) bisogna arrivare a Serapione di Alessandria ( prima metà del II se. a. C.) per vederla collocata esclusivamente nell’empeirìa ( in usu tantum et experimentis eam posuit, la collocò esclusivamente nella pratica e negli esperimenti ).

Le cose non cambiarono, afferma Celso, finchè venne Asclepiade di Prusa, contemporaneo di Lucrezio ( morì a Roma nel 40 a. C. circa). Egli ( come Lucrezio ) era un atomista e riteneva che ogni malattia nascesse dalla presenza di ostacoli, che impedivano il libero moto degli atomi, di cui ogni corpo era composto. Dal benessere fisico generale dipendeva la possibilità di contrarre o meno malattie. La cura di queste ultime consisteva nel ricreare l’equilibrio iniziale, cioè nella dieta. Di qui deriva il metodo curativo basato sulla “verisimiglianza”, cioè sulla somministrazione o meno di cibi e bevande a seconda degli effetti positivi o negativi registrati in passato, come Celso conferma. Ecco quindi l’importanza della testimonianza, intuita già da Tucidide, soprattutto per quanto riguarda le malattie epidemiche. Nell’impossibilità di individuare le cause del male ci si rassegna cioè fino all’epoca moderna a studiarne i sintomi e a procedere per tentativi con l’intento di arginarne il più possibile la diffusione. Il fanatismo religioso medievale  determinò una battuta d’arresto nel campo della ricerca scientifica. Le grandi epidemie furono di nuovo interpretate come punizioni divine e si cercò di arrestarle ricorrendo a processioni e cerimonie di espiazione.

Ancora una volta la letteratura ci offre pagine significative. Paolo Diacono (720-799 d. C.), storico longobardo che insegnò alla corte di Carlo Magno, nella sua Historia Longobardorum, descrive la peste che colpì l’Italia negli ultimi anni dell’impero di Giustiniano (527-565 d. C.), sottolineando, significativamente, il senso di desolazione e di morte diffusosi, non solo tra gli uomini, ma nello stesso paesaggio: Si poteva osservare come la natura era stata riportata all’antico silenzio: nessuna voce in campagna, nessun fischio di pastore, nessun pericolo di animale contro il gregge, nessun danno ai volatili domestici. Il grano, passata la stagione, aspettava intatto la falce del mietitore; la vigna, senza foglie, rimaneva carica di uva nonostante l’avvicinarsi dell’inverno… Non restava alcuna traccia dei passanti, non si vedeva nessun assassino e tuttavia gli occhi erano stracolmi della visione di cadaveri.

Secondo alcuni critici il passo dell’autore longobardo costituì, con ogni probabilità, un modello per Boccaccio. Quest’ultimo ci offre un dettagliato resoconto della peste che, incominciata in Asia alcuni anni prima (1346), fu portata in Sicilia da navi provenienti dalla Siria e dilagò in Italia, raggiungendo Firenze nell’aprile del 1348: E in quella non valendo alcuno senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazione della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare.

Alla descrizione quasi scientifica dei bubboni e delle macchie della peste fa seguito l’osservazione delle reazioni popolari e del venir meno di ogni forma di solidarietà e di civile convivenza. Lo schema letterario, cioè, si ripete simile a se stesso ma con maggior ampiezza e ricchezza di particolari. Singolari, inoltre, risultano essere alcuni accenni, che sembrano voler sollecitare il lettore ad una lettura anche metaforica dei fatti: la peste materiale non conosce rimedi, ma la peste” morale”, che ne consegue e che può avere nel tempo effetti ben più devastanti, sì. Anche nella disperazione l’uomo deve ricordare di essere uomo, mantenere la propria integrità e rettitudine. L’Introduzione al Decameron si apre con un’indicazione particolare: Boccaccio parlerà della mortifera pestilenza, la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata… . ” Giusta ira di Dio” dunque, eco del fanatismo religioso di un Medioevo che sta per concludersi e che è stato ricostruito al meglio dalle immagini del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo: l’Apocalisse come testo guida, la vita come espiazione, il corpo come strumento di mortificazione, la peste ed ogni male come prova della presenza divina.

Boccaccio, però, non insiste più di tanto e cerca di cogliere il più obiettivamente possibile il diverso comportamento umano: E erano alcuni , li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere… Altri , in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando in torno e sollazzando e il sodisfare d’ ogni cosa l’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male… Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non stringendosi nelle vivande quanto i primi né nel bere e nell’altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano e senza rinchiudersi andavano a torno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ciò fosse cosa che l’aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi e delle infermità e delle medicine compreso e puzzolente… Alcuni erano di più crudel sentimento…dicendo niuna altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona come il fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne abbandonarono la loro città, le proprie case…quasi l’ira di Dio a punire le iniquità degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor città si trovassero… .

Tra il 1348 e il 1749, periodo in cui la peste scomparirà definitivamente dall’Europa occidentale, abbiamo testimonianza di focolai di peste presenti in Europa in modo ricorrente ma non paragonabili per diffusione alle epidemie sopra citate.

Fra il 1349 e il 1537 il contagio si diffonde in Italia in aree diverse più o meno ogni due anni. Nel corso del 1400 Napoli è colpita da nove attacchi epidemici con intervalli più ravvicinati nella seconda metà del secolo (1478-1481-1493-1495-1497) mentre Milano è colpita diciotto volte durante il secolo XVI, mediamente ogni due anni fino al 1528 e poi ogni quattro fino al 1550. Nel 1600, invece, assistiamo alla presenza di contagi più violenti e più distanziati nel tempo, culminanti nei due episodi del 1630 e del 1665. Dopo circa un secolo da quest’ultima data, si registrerà un’ultima epidemia di peste nel 1749 a Messina e a Reggio Calabria.

In letteratura troviamo abbondantemente documentata la peste del 1630 nelle pagine de I Promessi Sposi e della Storia della colonna infame di A. Manzoni e in un breve trattato del cardinale Federico Borromeo, il De pestilentia, fonte segreta del Manzoni stesso.

Nel De pestilentia l’autore dedica un capitolo all’origine della peste secondo le capacità umane di previsione. In esso, non mettendo in dubbio che la peste sia anche un’arma dell’ira divina… in base a prove naturali e a quanto affermano pure i sacri Dottori, indaga anche quelle cause della peste che derivano dalla natura, dalla disposizione delle cose e dalla condizione umana: in primo luogo la carestia sorta precedentemente a causa della sterilità della terra e aggravata da atti gravi a dirsi commessi dalla eccessiva libertà militare e dalle bande. Conseguenza di ciò fu lo sfinimento non solo del corpo ma anche dell’animo per cui tale male non era tenuto in alcun conto da persone che desideravano per lo più la morte, e morivano lietamente per non tormentarsi ancora pascolando nei prati e addentando le erbe. Mancò quindi la determinazione nel contrastare la diffusione del male al suo primo insorgere. Si aggiunse poi il fatto che penetrò profondamente negli animi di molti l’opinione che ciò accadesse per opera di alcuni Principi, i quali, per poter realizzare i loro progetti, spargevano questi veleni e infettavano la popolazione. E poiché codeste opinioni risultano abbastanza plausibili tra il volgo e sono accolte con animi creduli, invece di combattere la peste gli animi furono distolti a indagare chi mai fosse stato il macchinatore e l’artefice di una frode così grave. Emergono così le figure degli untori, che compariranno anche nelle opere manzoniane, alcuni dei quali, secondo l’opinione pubblica, confessarono tra le torture di essere stati stipendiati da un grande Principe per quel servizio e quel compito di ungere.

Tra il volgo si diffuse, inoltre, la diceria che gli untori mescolassero agli unguenti anche accordi pattuiti coi Demoni, e che gli stessi unguenti risultassero composti di veleni oltre al veleno vero e proprio della peste. E F. Borromeo conclude: Che tutto ciò sia potuto accadere, facilmente sono portato a crederlo; infatti sia i tossici sia le pozioni magiche sono in grado di annientare la vita e nota è la natura della peste. Il trattatello prosegue con una rassegna di casi prodigiosi e con l’analisi della condizione di Milano nel periodo di maggior diffusione del contagio, cioè tra luglio e agosto. Carri carichi di cadaveri percorrevano le strade e camminando a caso … molti cadaveri cadevano; e i corpi putrefatti di costoro emanavano tali fetori, che gli abitanti delle case vicine erano costretti a uscire e a portarli via.

Non si vedevano persone in giro se non becchini e ladri che, per avidità di denaro, sfidavano il male, saccheggiando le case dei morti.

L’autore non tralascia di sottolineare i pubblici interventi: assunzione di addetti ai lazzaretti, di addetti alle pompe funebri, di scavatori di fosse, di amministratori, di banditori, di guardie e di sorveglianti dei carri. E aggiunge: Ma un altro fatto ancor più ammirevole e straordinario fu osservato, che cioè in mezzo a una folla così vasta di morenti né in città né entro i lazzaretti un solo individuo decedette senza i sacramenti della Chiesa.

Di tali notizie e di altri documenti si servì A. Manzoni per offrire al lettore un quadro completo e realistico della peste di Milano nei cap. XXXI e XXXII de I Promessi Sposi. In essi egli dice espressamente che il suo fine non è soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale sono venuti a trovarsi i personaggi, ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto … un tratto di storia patria più famoso che conosciuto. Ci troviamo cioè di fronte ad una ricostruzione obbiettiva e completa del diffondersi dell’epidemia nel milanese, delle reazioni del popolo e delle autorità civili ed ecclesiastiche. Con esplicito riferimento alle fonti, l’autore non manca di registrare anche le superstizioni, le dicerie, i fanatismi sviluppatisi in quel momento terribile, in cui la popolazione della città fu ridotta di circa tre quarti. E’ possibile così ripercorrere anche cronologicamente gli avvenimenti.

20 ottobre 1629        relazione del protofisico Settala al tribunale di sanità

30 ottobre 1629    il tribunale, in seguito a sinistre notizie, dispone le bullette per chiuder fuori della Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato

14 novembre 1629 i delegati, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi al governatore, e d’esporgli lo stato delle cose. V’andarono, e riportarono: … i pensieri della guerra esser più pressanti …

18 novembre 1629   emanò il governatore una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe, primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze

23 novembre 1629   fu stesa quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre

29 novembre 1629   pubblicazione della grida per le bullette

22 ottobre  o

22 novembre  o

29 novembre 1629   un soldato porta il contagio in Milano

primi mesi del 1630    la peste andò covando e serpendo lentamente

30 marzo 1630        i cappuccini assumono l’organizzazione del lazzaretto e il presidente della Sanitàconvocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità

17 maggio 1630      esplode la prima furia popolare contro gli untori dopo che da alcuni era parso di vedere … persone in duomo andare ungendo un assito …

18 maggio 1630      In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne … . La città già agitata ne fu sottosopra.

21 maggio 1630      grida contro gli ignoti che hanno scatenato il panico

22 maggio 1630     vengono inviati due decurioni al governatore per esporgli la situazione e qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il governatore trasferì, con lettere patenti, la sua autorità a Ferrer

maggio 1630           i decurioni decidono di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di San Carlo – il cardinale rifiuta

11 maggio 1630       … la processione uscì, sull’alba, dal duomo

12 giugno 1630        … le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima

4 luglio 1630           … la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento

luglio – agosto 1630     periodo culminante dell’epidemia

Manzoni conclude il suo excursus dicendo che, data la quantità di dati e di testimonianze in suo possesso, relativi alla vicenda degli untori, gli è parso che la storia potesse esser materia d’un nuovo lavoro: la Storia della colonna infame. Quest’opera, pubblicata in appendice all’edizione definitiva dei Promessi Sposi nel 1842, esamina gli atti del processo, tenuto a Milano nel 1630, contro presunti untori. E’ evidente in essa la condanna della malafede dei magistrati che si resero responsabili di fatti iniqui: gli imputati furono torturati, le loro case abbattute e, sulle rovine di queste, fu posta una colonna con i nomi dei “colpevoli”, a loro perenne infamia.

Quanto alla peste che colpì l’Inghilterra nel 1665, abbiamo un’interessante testimonianza di Daniel Defoe, che nel 1722, quando si diffuse il timore di una nuova epidemia, pubblicò A Journal of the Plague Year. Scritto come il racconto di un testimone dell’epidemia del 1665, il commerciante H. F., l’opera di Defoe si propone di mettere in guardia i lettori sul pericolo della peste e di informarli sul possibile modo di tenere sotto controllo la malattia, ma è anche un’analisi interessante e convincente del comportamento umano in condizioni di paura e di stress. Frutto dell’intervista dei sopravvissuti e dello studio attento della documentazione storica, lo scritto evidenzia particolari talmente realistici e terrificanti da sembrare autentici e plausibili ricordi di un testimone oculare, anziché l’opera di uno scrittore che aveva solo cinque anni nel 1665.

Completamente diversa dalle opere precedenti, finora analizzate, risulta essere La peste di A. Camus, ricostruzione immaginaria e metaforica di un’epidemia. Il rigore descrittivo può indurre accidentalmente il lettore a credere che siano riportati fatti realmente accaduti, ma non è così. Ciò risulta evidente fin dall’inizio del racconto, in cui l’autore dichiara che I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano, lasciando in sospeso la data esatta, ma indicando un periodo ben preciso della storia e parlando, quasi per contraddizione, di cronaca. A ciò si può aggiungere l’avvertimento esplicito nelle parole di Daniel Defoe, che introducono il romanzo: Si può rappresentare nello stesso modo un imprigionamento per mezzo di un altro come si può descrivere una qualsiasi cosa che esiste realmente per mezzo di un’altra che non esiste affatto.

La peste materiale diviene peste morale, epidemia ideologica che ha portato alla follia della seconda guerra mondiale e a tutte le aberrazioni storiche ricorrenti in diverse epoche e in diverse guerre, per cui Camus può concludere il romanzo con la presa di coscienza del protagonista, che deve essere presa di coscienza e campanello d’allarme per ogni uomo: … Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: Sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura o insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.

OMERO

ILIADE, I, 1-133

Cantami, o Diva, del Pelide Achille,

l’ira funesta, che infiniti addusse

lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco

generose travolse alme d’eroi,

e di cani e d’augelli orrido pasto

lor salme abbandonò ( così di Giove

l’alto consiglio s’adempìa ), da quando

primamente disgiunse aspra contesa

il re de’ prodi Atrìde e il divo Achille.

E qual de’ numi inimicolli? Il figlio

di  Latóna e di Giove. Irato al Sire

destò quel Dio nel campo un feral morbo,

e la gente pería: colpa d’Atride

che fece a Crise sacerdote oltraggio.

Degli Achivi era Crise alle veloci

prore venuto a riscattar la figlia

con molto prezzo. In man le bende avea,

e l’aureo scettro dell’arciero Apollo,

e agli Achei tutti supplicando, e in prima

ai due supremi condottieri Atridi:

« O Atridi, » ei disse, « o coturnati Achei,

gl’immortali del cielo abitatori

concèdanvi espugnar la priamèia

cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.

Deh, mi sciogliete la diletta figlia,

ricevétene il prezzo, e il saettante

figlio di Giove rispettate ». Al prego

tutti acclamâr: doversi il sacerdote

riverire, e accettar le ricche offerte.

Ma la proposta al cor d’Agamemnóne

non talentando, in guise aspre il superbo

accomiatollo, e minaccioso aggiunse:

« Vecchio, non far che presso a queste navi

ned or né poscia più ti colga io mai;

chè forse nulla ti varrà lo scettro,

né l’infula del Dio. Franca non fia

costei, se lungi dalla patria in Argo,

nella nostra magion pría non la sfiori

vecchiezza, all’opra delle spole intenta.

Or va’, né m’irritar, se salvo ir brami».

Impaurissi il vecchio, ed al comando

obbedì. Taciturno incamminossi

del risonante mar lungo la riva;

e, in disparte venuto, al santo Apollo

di Latóna figliuol  fe’ questo prego:

«Dio dall’arco d’argento, o tu, che Crisa

proteggi e l’alma Cilla,e sei di Tènedo

possente imperador, Smintèo, deh, m’odi:

se di serti devoti unqua il leggiadro

tuo delúbro adornai, se di giovenchi

e di caprette io t’arsi i fianchi opimi,

questo voto m’adempi: il pianto mio

paghino i Greci per le tue saette».

Sí disse orando: L’udì Febo, e scese

dalle cime d’Olimpo, in gran disdegno

coll’ arco sulle spalle, e la faretra

tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo

su gli òmeri all’irato un tintinnío

al mutar de’ gran passi; ed ei simíle

a fosca notte giù venía. Piantossi

delle navi al cospetto: indi uno strale

liberò dalla corda, ed un ronzío

terribile mandò l’arco d’argento.

Prima i giumenti e i presti veltri assalse,

poi le schiere a ferir prese, vibrando

le mortifere punte; onde per tutto

degli esanimi corpi ardéan le pire.

Nove giorni volâr pel campo acheo

le divine quadrella. A parlamento

nel decimo chiamò le turbe Achille;

ché  gli pose nel cuor questo consiglio

Giuno, la diva dalle bianche braccia,

de’ moribondi Achei fatta pietosa.

Come fûr giunti e in un raccolti, in mezzo

levossi Achille piè veloce, e disse:

« Atríde, or sí cred’ io volta daremo

nuovamente errabondi al patrio lido,

se pur morte fuggir ne fía concesso:

ché guerra e peste ad un medesmo tempo

ne struggono. Ma via; qualche indovino

interroghiamo, o sacerdote, o pure

interprete di sogni ( ché da Giove

anche il sogno procede ), onde ne dica

perché tanta con noi d’Apollo è l’ira:

se di preci o di vittime neglette

il Dio n’incolpa, o se d’agnelli e scelte

capre accettando l’odoroso fumo,

il crudel morbo, allontanar gli piaccia».

Cosí detto, s’ assise. In piedi allora

di Tèstore il figliuol, Calcante, alzossi,

de’ veggenti il più saggio, a cui le cose

eran conte che fûr, sono e saranno;

e per quella, che dono era d’Apollo,

profetica virtù. De’ Greci a Troia

avea scòrte le navi. Ei dunque in mezzo

pien di senno parlò queste parole:

«Amor di Giove, generoso Achille,

vuoi tu che dell’ arcier sovrano Apollo

ti riveli lo sdegno? Io t’obbedisco.

Ma del braccio l’aíta e della voce

a me tu pría, signor, prometti e giura:

perché tal, che qui grande ha sugli Argivi

tutti possanza e a cui l’Acheo s’inchina,

n’andrà, per mio pensar, molto sdegnoso.

Quando il potente col minor s’adira,

reprime ei, sí, del suo rancor la vampa

per alcun tempo, ma nel cor la cova,

finché prorompa alla vendetta. Or dinne

se salvo mi farai». «Parla securo»,

rispose Achille, «e del tuo cor l’arcano,

qual ch’ei si sia, di’ franco. Per Apollo

che pregato da te ti squarcia il velo

de’ fati, e aperto tu li mostri a noi,

per questo Apollo a Giove caro io giuro:

nessun, finch’ io m’avrò spirto e pupilla,

con émpia mano innanzi a queste navi

oserà vïolar la tua persona,

nessun degli Achei; no, s’anco parli

d’Agamennón, che sé medesmo or vanta

dell’esercito tutto il più possente».

Allor fe’ core il buon profeta, e disse:

«Né d’ oblïati sacrifici il Dio

né di voti si duol; ma dell’oltraggio

che al sacerdote fe’ poc’anzi Atríde,

che francargli la figlia ed accettarne

il riscatto negò. La colpa è questa

onde cotante ne diè strette, ed altre

l’arcier divino ne darà; né pría

ritrarrà dal castigo la man grave

che si rimandi la fatal donzella,

non redenta né compra, al padre amato,

e si spedisca un’ecatombe a Crisa.

Così forse avverrà che il Dio si plachi».

( traduzione di  Vincenzo Monti)

TUCIDIDE

STORIE cap. 47-53

[47] Sul cominciare dell’estate i Peloponnesiaci e i loro alleati, con due terzi delle milizie, come l’anno prima, irruppero nell’Attica ( li comandava Archidamo, figlio di Zeussidamo, re di Sparta ) e, postovi il campo, si diedero a devastare il paese.

Erano nell’Attica da pochi giorni, quando fece la sua prima comparsa fra gli Ateniesi la peste: anche prima si parlava di pestilenze scoppiate in molte parti, a Lemno ad esempio, e altrove, ma tuttavia in nessun luogo, mai a memoria d’uomo, si ricordava un simile flagello e una strage così grande di uomini. Né i medici erano in grado di combatterla, per imperizia, dato che si trovavano a curarla per la prima volta; anzi, essi stessi in modo particolare, morivano, in quanto più di tutti s’accostavano ai malati; ogni altro umano accorgimento era inefficace. E quante suppliche nei templi, quanti ricorsi agli oracoli e ai divini aiuti! Tutto fu inutile.

Alla fine, da tutto ciò si desistette, sopraffatti dalla violenza del male.

[48] Fece la sua prima apparizione, a quanto si racconta, in Etiopia, oltre l’Egitto: poi dilagò anche nell’Egitto, in Libia e nella maggior parte del regno di Persia. In Atene piombò all’improvviso e i primi a subirne il contagio furono gli abitanti del Pireo, sicché ne venne poi la diceria che i Peloponnesiaci avessero inquinato le cisterne di acqua piovana, dato che in quel luogo non vi erano ancora sorgenti vive. Poi giunse anche nella città alta e quivi le vittime furono molto più numerose. Dunque su questo malanno ognuno dica pure quello che pensa, dotto o meno nell’arte medica: donde è probabile che abbia avuto origine e quali ragioni egli ritiene sufficienti perché un siffatto disastro con tanta violenza si sia scatenato. Io, per conto mio, dirò come si è manifestato e con quali sintomi: così che, se un giorno dovesse di nuovo tornare a infierire, ognuno che sia attento, conoscendone già da prima le caratteristiche, abbia modo di sapere di che si tratta: tutto chiaramente esporrò, perché io stesso l’ho sofferto e ho visto molti colpiti dal contagio.

[49] Quell’anno, a detta di tutti, era stato assolutamente immune da ogni altro genere di malattia: e se qualcuno già prima aveva qualche malanno, tutti si convertivano in questa. Gli altri, senza alcun apparente motivo, all’improvviso, da sani che erano, dapprima venivano presi da violente vampate alla testa, gli occhi diventavano rossi e gonfi, e gli organi interni, come la faringe e la lingua, subito si facevano sanguinolenti e l’alito fetido oltre l’usato. Poi sopraggiungeva lo starnuto e la raucedine e in breve il male scendeva nel petto provocando tosse violenta. Quando si localizzava nello stomaco, ne venivano le nausee e tutte quelle secrezioni di bile che i medici descrivono e per di più accompagnate da forti dolori. La maggior parte veniva presa da conati di vomito a vuoto, provocanti una convulsione tremenda, che ad alcuni passava subito, ad altri invece durava molto a lungo. Il corpo, all’esterno, non presentava eccessivo calore al tocco, né pallore alla vista; ma piuttosto era rossastro, livido, tutto coperto di piccole piaghe e ulcere; di dentro, invece, gli ammalati erano bruciati da un calore così ardente da non poter tollerare il contatto dei più leggeri vestiti, o drappi finissimi o altri indumenti: solo nudi resistevano, con una pazza bramosia di gettarsi nell’acqua fresca: anzi molti lo fecero, eludendo la sorveglianza dei loro cari, e si gettarono nei pozzi, da inestinguibile sete divorati: il bere molto o poco, però, arrecava lo stesso risultato.

L’impossibilità , poi, di riposare e l’insonnia erano un continuo tormento. Il corpo, per tutto il tempo in cui la malattia era allo stato acuto, non illanguidiva, ma resisteva alla sofferenza oltre ogni credere; sicché la maggior parte o moriva dopo sette o nove giorni, distrutti dall’interna arsura, ma ancora in forze; ovvero, se il malato riusciva a superare questo periodo, il male si estendeva all’ intestino e allora, sopravvenendo qualche grave ulcerazione accompagnata da violenta diarrea, i più, a causa di questa, spiravano per esaurimento.

Passava infatti attraverso tutto il corpo il male che s’era prima localizzato in alto, nel capo: e se uno sopravviveva alle più gravi complicazioni, la malattia lasciava il suo segno, almeno nelle parti estreme. Intaccava, infatti, anche le vergogne e le punte delle mani e dei piedi; e molti che scamparono perdettero l’uso di queste parti, e alcuni, anche degli occhi.

Ci fu chi, subito, appena guarito, fu colpito da una completa smemoratezza di tutto, al punto di non aver più coscienza di se stesso e non riconoscere i propri famigliari.

[50] Poiché la natura di questa malattia eccede ogni possibilità di descrezione e non solo infierì su ogni malato troppo violentemente perché la costituzione umana potesse sopportarla; ma dimostrò all’evidenza che si trattava di un malanno ben diverso dalle epidemie ordinarie anche in questo: tutti gli uccelli e i quadrupedi che si cibano di carne umana, sebbene molti cadaveri giacessero insepolti, o non vi s’avvicinavano, o , se ne toccavano, morivano. Prova ne sia che si fece subito notare la scomparsa di tali uccelli e non se ne vedevano più né presso i cadaveri, né altrove.

L’impressione più viva di quanto succedeva l’offrivano i cani, per l’abitudine che hanno di vivere con gli uomini.

[51] Tale dunque fu il carattere, in generale, della malattia nel complesso, pur tralasciando io molti altri elementi di singolarità che, magari, a uno sopravvenivano in modo diverso che a un altro. Per tutta la sua durata, non s’ebbe a lamentare nessun altro dei mali soliti: o se qualcuno si manifestava, si trasformava in peste. Molti morivano, è vero, per mancanza di cure; ma ne morivano anche molti nonostante l’assistenza di cui godevano. Non si trovò, per così dire, nemmeno un rimedio che, ad usarlo, fosse di sicuro giovamento: quello che ad uno giovava si rivelava nocivo a un altro. Nessun corpo si dimostrò di fronte al male capace di resistere, fosse forte o esile di costituzione: la peste portava via tutti, anche gli organismi curati con la più scrupolosa dieta di vita.

Ma di tutto il male la cosa più terribile era lo scoramento da cui venivano presi quando s’accorgevano d’aver contratto il morbo ( subito, infatti, in piena lucidità di mente, buttandosi in preda alla disperazione, s’abbattevano molto di più di quello che avrebbero dovuto e perdevano perfino la volontà di lottare ) e siccome cercavano di curarsi l’un l’altro, morivano di contagio, come le pecore. Ciò provocò la più vasta mortalità. Se, per timore del contagio, evitavano d’accostarsi, morivano poi in solitudine e molte case si spopolarono perché mancava chi prestasse le cure necessarie. Se poi qualcuno si avvicinava agli appestati, moriva ugualmente; ed erano soprattutto quelli che volevano dar prova di magnanimità. Spinti dal senso d’onore, mettevano a repentaglio la vita visitando gli amici, mentre al contrario, anche i loro congiunti, vinti alla fine dall’orrore del male, non riuscivano più a sopportare i lamenti dei moribondi.

Maggior compassione tuttavia mostravano, verso chi moriva e chi col male lottava, coloro che erano sfuggiti alla violenza della peste, sia perché essi stessi prima avevano provato qual sofferenza fosse, sia pure perché erano ormai al sicuro: non si ricadeva, infatti, una seconda volta nel male, o, almeno, l’eventuale ricaduta non portava alla morte.

Invidiati dagli altri, essi stessi, nell’esaltazione del momento, nutrivano la vana speranza che, per l’avvenire, nessun’ altra malattia li avrebbe più potuti domare.

[52] Oltre al male che li opprimeva, aggravava la situazione anche l’afflusso in città di coloro che venivano dai campi e che poi avevano la peggio.

Infatti, siccome non avevano case in cui sistemarsi, ma vivevano in capanne soffocanti, data la stagione, la moria faceva vittime in una spaventosa confusione e, morendo gli uni sugli altri, così ammonticchiati giacevano; oppure, moribondi, si trascinavano per le vie e intorno ad ogni fonte per il bisogno di un po’ di refrigerio. Anche i luoghi sacri, nei quali s’erano attendati, rigurgitavano di cadaveri, poiché quivi appunto morivano: gli uomini schiacciati dalla strapotenza del male, di fronte a un ignoto destino, divennero del pari indifferenti a ogni cosa divina e umana. Furono sovvertite tutte le consuetudini che prima regolavano le sepolture, e seppelliva ognuno come poteva. Molti fecero ricorso a mezzi di sepoltura indegni per mancanza del necessario, tanti erano stati i cari che fino allora avevano perduto: sicchè alcuni, quando vedevano un rogo per altri apparecchiato, s’affrettavano a prevenire colui che l’aveva costruito e, postovi il loro morto, vi appiccavano il fuoco; altri ancora, mentre un cadavere ardeva, vi gettavano sopra quello che portavano e fuggivano via.

[53]Cominciò allora, in città, per la prima volta, in seguito alla malattia, una maggiore sfrenatezza di fronte alla legge, anche in altre cose; e più arditamente molti osavano ciò che prima si guardavano bene dal fare a piacimento. Si assisteva a improvvisi capovolgimenti di fortuna: ricchi improvvisamente morivano e gente che prima non possedeva un soldo subentrava improvvisamente nel godimento delle sostanze dei morti. Cosicché, ugualmente passeggere considerando tanto la propria vita quanto le ricchezze, venivano nella determinazione di doversi affrettare a godere dei beni e al piacere rivolgere ogni cura. Nessuno si sentiva invogliato a raggiungere con fatica uno scopo ritenuto onesto, dato che non sapeva se, prima di giungere alla meta, non sarebbe caduto in cammino. Ormai tutto ciò che era piacere immediato, e serviva a giungere ad esso da ogni parte, era considerato onesto e utile. Nessun timore degli dei, nessuna legge umana valeva a trattenerli: quanto agli dei, pensavano che non avesse importanza venerarli o meno, al vedere che tutti, allo stesso modo, erano travolti nella rovina; quanto alle colpe verso gli uomini, nessuno sapeva di poter vivere fino a dover subire un processo e scontare la pena relativa; molto più grave, invece, era il castigo, già decretato, che loro pendeva sul capo: prima che ne fossero fiaccati, valeva la pena di goder qualche gioia della vita.

( traduzione di Luigi Annibaletto)

LUCREZIO

DE RERUM NATURA, VI, 1230-1286

Illud in his rebus miserandum magnopere unum

aerumnabile erat, quod ubi se quisque videbat

implicitum morbo, morti damnatus ut esset,

deficiens anima maesto cum corde iacebat,

funera respectans animam amittebat ibidem.

Quippe etenim nullo cessabant tempore apisci

ex aliis alios avidi contagia morbi,

lanigeras tam quam pecudes et bucera saecla.

Idque vel in primis cumulabat funere funus.

Nam quicumque suos fugitabant visere ad aegros,

vitai nimium cupidos mortisque timentis

poenibat paulo post turpi morte malaque,

desertos, opis expertis, incuria mactans.

Qui fuerant, autem praesto, contagibus ibant

atque labore, pudor quem tum cogebat obire

blandaque lassorum vox mixta voce querellae.

Optimus hoc leti genus ergo quisque subibat.

[…]

inque aliis alium populum sepelire suorum

certantes; lacrimis lassi luctuque redibant;

inde bonam partem in lectum maerore dabantur.

Nec poterat quisquam reperiri, quem neque morbus

nec mors nec luctus temptaret tempore tali.

Praeterea iam pastor et armentarius omnis

et robustus item curvi moderator aratri

languebat, penitusque casa contrusa iacebant

corpora paupertate et morbo dedita morti.

Exanimis pueris super exanimata parentum

corpora non numquam posses retroque videre

matribus et patribus notos super edere vitam.

Nec minimam partem ex agris maeror is in urbem

confluxit, languens quem contulit agricolarum

copia conveniens ex omni morbida parte.

Omnia complebant loca tectaque quo magis aestu,

confertos ita acervatim mors accumulabat.

Multa siti prostrata viam per proque voluta

corpora silanos ad aquarum strata iacebant

interclusa anima nimia ab dulcedine aquarum,

multaque per populi passim loca prompta viasque

languida semanimo cum corpore membra videres

horrida paedore et pannis cooperta perire,

corporis inluvie, pelli super ossibus una,

ulceribus taetris prope iam sordeque sepulta.

Omnia denique sancta deum delubra replerat

corporibus mors exanimis onerataque passim

cuncta cadaveribus caelestum templa manebant,

hospitibus loca quae complerant aedituentes.

Nec iam religio divum nec numina magni

pendebantur enim: praesens dolor exsuperabat.

Nec mos ille sepulturae remanebat in urbe,

quo prius hic populus semper consuerat humari;

perturbatus enim totus trepidabat et unus

quisque suum pro re maestus humabat.

Multaque (res) subita et paupertas horrida suasit.

Namque suos consanguineos aliena rogorum

insuper extructa ingenti clamore locabant

subdebantque faces, multo cum sanguine saepe

rixantes, potius quam corpora desererentur.

Ma in questo flagello, la cosa più penosa e affliggente era che, appena il malato si vedeva invaso dal contagio, credendosi già condannato alla morte e perdendo ogni coraggio, giaceva immobile, il cuore colmo di amarezza; e ossessionato dalla vista dei propri funerali, rendeva sul colpo l’anima. In nessun momento il contagio del male insaziabile cessava di portare via gli uni dopo gli altri, come montoni lanosi o mandrie di buoi. Soprattutto questo accumulava funerali su funerali. Tutti quelli, che evitavano accuratamente di visitare i parenti ammalati, erano ben presto puniti per questo amore eccessivo della vita, per questa paura della morte, da una morte vergognosa e miserabile, e morivano abbandonati, privi di soccorso, vittime a loro volta della propria indifferenza. Al contrario quelli, che non avevano mai lasciato i loro cari, soccombevano pure al contagio e allo sfinimento che l’onore gli faceva un dovere di affrontare, e anche gli accenti supplichevoli di cui i malati inframmezzavano i pigri lamenti. Così i migliori erano esposti a questa forma di trapasso […] alla rinfusa, affrettandosi a gara per seppellire il popolo dei morti; esausti da pianti e gemiti, se ne tornavano; poi, una gran parte, si ammalavano per il peso del dolore: né si poteva trovare alcuno che la malattia, la morte o il lutto non mettessero a dura prova a un certo momento.

Già i mandriani, i guardiani di greggi, i robusti conducenti dell’aratro ricurvo, tutti erano colpiti da illanguidimento; e ammucchiati al fondo delle capanne, stendevano i corpi immobili, che la povertà e la malattia restituivano alla morte. Su bambini senza vita si potevano talvolta vedere ammassati i corpi inanimati dei genitori, e talvolta anche dei bambini rendere l’anima sopra i padri e le madri. E perloppiù proprio dalla campagna il contagio si diffuse in città, portato dalla folla dei villici che la malattia vi faceva affluire da ogni parte. Riempivano tutti i luoghi, tutti gli edifici pubblici, così l’epidemia, trovando nelle loro file serrate una preda più facile, ammassava cadaveri a mucchi. Molti, morendo di sete per la strada, cadevano improvvisamente al suolo e ricoprivano i bordi delle fontane pubbliche, soffocati dall’eccesso della dolce bevanda. Molti, sparsi nei luoghi aperti al pubblico e per le strade, esausti, mezzi morti, offrivano come uno spettacolo i corpi imbrattati di lordura, coperti di stracci, e soccombevano in questa spaventosa sporcizia. Sulle ossa non restava che la pelle, già quasi tutta ricoperta da spaventose ulcere e uno strato di sudiciume. Anche i santuari degli dei, la morte finì per colmare di corpi senza vita, e dovunque i templi degli abitanti del cielo restavano ingombri dei cadaveri di tutti gli ospiti di cui i guardiani li avevano riempiti. Né la religione né la potenza divina contavano qualcosa in un tale momento: l’angoscia presente era ben più forte. Non si vedevano più nella città celebrare i riti funebri che quel popolo pio aveva fin allora praticato per l’inumazione dei suoi morti. I cittadini smarriti si agitavano in disordine: ognuno, col cuore stretto, seppelliva i suoi come lo permettevano le circostanze. Grandi orrori furono compiuti, consigliati dalla necessità dell’ora e della povertà. E se ne videro che, sui roghi eretti per gli altri, collocavano, con grandi pianti, i corpi dei propri parenti e ne avvicinavano la torcia infiammata, sostenendo lotte sanguinose piuttosto che abbandonare i loro cadaveri.

(traduzione di Olimpio Cescatti)

CELSO

DE MEDICINA LIBRI VIII, I, PROEMIUM

Ut alimenta sanis corporibus Agricultura, sic sanitatem aegris Medicina promittit. Haec nusquam quidem non est: siquidem etiam imperitissimae gentes herbas, aliaque promta in auxilium vulnerum morborumque noverunt. Verumtamen apud Graecos aliquanto magis, quam in ceteris nationibus, exculta est; ac ne apud hos quidem a prima origine, sed paucis ante nos saeculis; utpote quum vetustissimus auctor Aesculapius celebretur. Qui, quoniam adhuc rudem et vulgarem hanc scientiam paulo subtilius excoluit, in Deorum numerum receptus est. Hujus deinde duo filii, Podalirius et Machaon, bello Trojano ducem Agamemnonem sequuti, non mediocrem opem commilitonibus suis attulerunt. Quos tamen Homerus, non in pestilentia, neque in variis generibus morborum aliquid attulisse auxilii, sed vulneribus tantummodo ferro et medicamentis mederi solitos esse, proposuit. Ex quo apparet, has partes medicinae solas ab iis esse tractatas, easque esse vetustissimas. Eodemque auctore  disci potest, morbos tum ad iram Deorum immortalium relatos esse, et ab iisdem opem posci solitam. Verique simile est, inter nulla auxilia adversae valetudinis, plerumque tamen eam bonam contigisse ob bonos mores, quos neque desidia, neque luxuria vitiarant: siquidem haec duo, corpora, prius in Graecia, deinde apud nos, afflixerunt. Ideoque multiplex ista medicina, neque olim [ apud Graecos], neque apud alias gentes necessaria, vix aliquos ex nobis ad senectutis principia perducit. Ergo etiam post eos, de quibus retuli, nulli clari viri medicina exercuerunt; donec majore studio literarum disciplina agitari coepit, quae, ut animo praecipue omnium necessaria, sic corpori inimica est. Primoque medendi scientia sapientiae pars habebatur, ut et morborum curatio, et rerum naturae contemplatio sub iisdem auctoribus nata sit: scilicet iis hanc maxime requirentibus, qui corporum suorum robora quieta cogitatione, nocturnaque vigilia minuerant. Ideoque multos ex sapientiae professoribus peritos ejus fuisse accepimus; clarissimos vero ex iis Pythagoram, et Empedoclem, et Democritum. Hujus autem, ut quidam crediderunt, discipulus Hippocrates Cous, primus quidem ex omnibus memoria dignis, ab studio sapientiae disciplinam hanc separavit, vir et arte et facundia insignis. Post quem Diocles Carystius, deinde  Praxagoras et Chrysippus, tum Herophilus et Erasistratus sic artem hanc exercuerunt, ut etiam in diversas curandi vias processerint. Iisdemque temporibus in tres partes medicina diducta est: ut una esset, quae victu; altera, quae medicamentis; tertia, quae manu mederetur. Primam diaithtikhn, secundam  jarmakeutikhn, tertiam ceirourgikhn Graeci nominarunt. Ejus autem, quae victu morbos curat, longe clarissimi auctores, etiam altius qaedam agitare conati, rerum quoque naturae sibi cognitionem vindicarunt, tamquam sine ea trunca et debilis medicina esset. Post quos Serapion, primus omnium, nihil hanc rationalem disciplinam pertinere ad medicinam professus, in usu tantum et experimentis eam posuit. Quem Apollonius, et Glaucias, et aliquanto post Heraclides Tarentinus, et alii quoque non mediocres viri sequuti, ex ipsa professione se empeirikouV appellaverunt. Sic in duas partes ea quoque, quae victu curat, medicina divisa est, aliis rationalem artem, aliis usum tantum sibi vindicantibus: nullo vero quidquam post eos qui supra comprehensi sunt, agitante, nisi quod acceperat, donec Asclepiades medendi rationem ex magna parte mutavit. Ex cujus successoribus Themison nuper ipse quoque qaedam in senectute deflexit. Et per hos quidem maxime viros salutaris ista nobis professio increvit.

Come l’Agricoltura garantisce la salute ai corpi sani, così la Medicina la garantisce a quelli malati. Questa senza dubbio esiste ovunque: dal momento che anche le popolazioni più ignoranti conoscono erbe e altri preparati per la cura delle ferite. Ma tuttavia presso i Greci è praticata molto più che fra altre genti; e neppure presso questi fin dalle origini, ma da pochi secoli prima di noi; tanto che è considerato Esculapio il più antico intenditore. Ed egli, poiché coltivò in modo un po’ più approfondito questa scienza fino ad allora primitiva e volgare, fu accolto nel numero degli dei. Poi due figli di questo, Podalirio e Macaone, che avevano seguito il comandante Agamennone durante la guerra di Troia, prestarono un aiuto non indifferente ai loro commilitoni. Tuttavia Omero riferì che essi non portarono nessun aiuto nella pestilenza, né in vari tipi di malattie, ma che erano soliti guarire le ferite soltanto con operazioni e medicamenti. E da ciò risulta evidente che solo queste parti della medicina erano state coltivate da loro e che erano antichissime. E dallo stesso autore si può apprendere che allora le malattie erano attribuite all’ira degli dei immortali, e agli stessi si era soliti chiedere aiuto. Ed è verosimile che, non esistendo nessun rimedio per la cattiva salute, tuttavia per lo più quella buona era determinata dai buoni costumi, che non erano stati contaminati dalla pigrizia e dalla lussuria: dal momento che questi due vizi colpirono i corpi prima in Grecia, poi da noi. E perciò codesta varia medicina, non necessaria un tempo presso i Greci né presso altre popolazioni, a stento porta alcuni di noi alle soglie della vecchiaia. Dunque anche dopo quelli di cui ho parlato, nessun uomo illustre esercitò la medicina, finchè si cominciò a praticare con maggior sollecitudine lo studio delle lettere, che, come è indispensabile per l’animo, così è nocivo per il corpo.

Da principio la scienza medica era considerata parte della filosofia, tanto che sia la cura delle malattie, sia l’osservazione della natura nacquero dagli stessi studiosi: evidentemente perché si dedicavano soprattutto a questa loro che avevano minato la robustezza del proprio corpo con una statica concentrazione e con lo star svegli di notte. E perciò siamo venuti a sapere che molti fra gli esperti di filosofia furono (anche) conoscitori di quella; e i più famosi di essi furono senza dubbio Pitagora, ed Empedocle, e Democrito. In seguito un discepolo di quest’ultimo, come certi ritennero, Ippocrate di Cos, senza dubbio il più importante fra tutti quelli degni di memoria , separò questa disciplina dalla filosofia, uomo notevole per capacità ed eloquenza. E dopo di lui Diocle Caristio, quindi Prassagora e Crisippo, infine Erofilo ed Erasistrato esercitarono tanto quest’arte, che avanzò anche in diverse direzioni di cura. E contemporaneamente la medicina fu divisa in tre parti: in modo tale che ce n’era una che curava con la dieta, l’altra, che curava con i medicamenti, l’altra ancora con interventi chirurgici. I Greci chiamarono la prima dietetica, la seconda farmaceutica, la terza chirurgia. In seguito i maggiori studiosi di quella che cura le malattie con la dieta, avendo provato a studiare anche altre cose in modo più approfondito, rivendicarono per sé anche la conoscenza della natura, come se senza di essa la medicina fosse incompleta e superficiale. Dopo di loro Serapione, primo fra tutti, avendo dichiarato che questa disciplina razionale non riguardava per niente la medicina, limitò quest’ultima solo alla pratica e agli esperimenti. E avendo seguito costui Apollonio e Glaucia e molto più tardi Eraclide  di Taranto, e anche altri uomini di non poco ingegno, in base alla professione stessa si chiamarono empirici. Così anche quella medicina, che cura con la dieta, fu divisa in due parti, dal momento che alcuni rivendicavano per sé soltanto l’attività speculativa, altri la pratica: ma dopo quelli che sono stati menzionati sopra nessuno si dedicò a qualcosa ( di diverso ), se non a ciò che aveva appreso, finché Asclepiade mutò in gran parte il modo di curare le malattie.

PAOLO DIACONO

HISTORIA LONGOBARDORUM, II, 4

4. Huius temporibus in provincia praecipue Liguriae maxima pestilentia exorta est. Subito enim apparebant quaedam signacula per domos, ostia, vasa vel vestimenta, quae si quis voluisset abluere, magis magisque apparebant. Post annum vero expletum coeperunt nasci in inguinibus hominum vel in aliis delicatioribus locis glandulae in modum nucis seu dactuli, quas mox subsequebatur febrium intolerabilis aestus, ita ut in triduo homo extingueretur. Sin vero aliquis triduum transegisset, habebat spem vivendi. Erant autem ubique luctus, ubique lacrimae. Nam, ut vulgi rumor habebat, fugientes cladem vitare, relinquebantur domus desertae habitatoribus, solis catulis domum servantibus. Peculia sola remanebant in pascuis, nullo adstante pastore. Cerneres pridem villas seu castra repleta agminibus hominum, postero vero die universis fugientibus cuncta esse in summo silentio. Fugiebant filii, cadavera insepulta parentum relinquentes, parentes obliti pietatis viscera natos relinquebant aestuantes. Si quem forte antiqua pietas perstringebat, ut vellet sepelire proximum, restabat ipse insepultus; et dum obsequebatur, peri mebatur, dum funeri obsequium praebebat, ipsius funus sine obsequio manebat. Videres seculum in antiquum redactum silentium: nulla vox in rure, nullus pastorum sibilus, nullae insidiae bestiarum in pecudibus, nulla damna in domesticis volucribus. Sata transgressa metendi tempus intacta expectabant messorem; vinea amissis foliis radiantibus uvis inlaesa manebat hieme propinquante. Nocturnis seu diurnis horis personabat tuba bellantium, audiebatur a pluribis quasi murmur exercitus. Nulla erant vestigia commeantium, nullus cernebatur percussor, et tamen visus oculorum superabant cadavera mortuorum. Pastoralia loca versa fuerant in sepulturam hominum, et habitacula humana facta fuerant confugia bestiarum. Et haec quidem mala intra Italiam tantum usque ad fines gentium Alamannorum et Baioariorum solis Romanis acciderunt.

In questo periodo in Liguria si sviluppò una terribile peste. Improvvisamente comparvero alcuni indizi sulle case, sulle porte, sulle suppellettili e sui vestiti che, se fosse stato possibile nascondere, si notavano in misura sempre maggiore. Verso la fine dell’anno cominciarono ad apparire nell’inguine delle persone, o in altri posti molto delicati, ghiandole piccole come noci o datteri, cui immediatamente seguivano altissime febbri con grande arsura al punto che il malato in tre giorni moriva. Se superava questo periodo, aveva molte possibilità di sopravvivenza. Non si vedeva altro che lutti e lacrime. Appena si spargeva la notizia ( di un caso di peste ), la gente fuggiva per evitare la morte e abbandonava le case deserte, lasciandovi solo i cani. Le pecore erano abbandonate a se stesse, senza pastori. Mentre prima le ville e gli accampamenti erano pieni di soldati, si sarebbe potuto vedere il giorno seguente tutti questi luoghi completamente abbandonati e deserti. I figli fuggivano lasciando insepolti i cadaveri dei genitori; d’altra parte i genitori abbandonavano i figli febbricitanti senza alcuna pietà. Se qualcuno, mosso da compassione, voleva seppellire qualche parente, restava egli stesso insepolto; e se moriva mentre faceva i funerali, nessuno gli tributava il mesto rito. Si poteva osservare come la natura era stata riportata all’antico silenzio: nessuna voce in campagna, nessun fischio di pastore, nessun pericolo di animale contro il gregge, nessun danno ai volatili domestici. Il grano, passata la stagione, aspettava intatto la falce del mietitore; la vigna, senza foglie, rimaneva carica di uva nonostante l’avvicinarsi dell’inverno. La tromba dei belligeranti risuonava di notte e di giorno e si sentiva da molte persone come un mormorio di un esercito. Non restava alcuna traccia dei passanti, non si vedeva nessun assassino e tuttavia gli occhi erano stracolmi della visione di cadaveri. I pascoli venivano adattati a cimiteri e le abitazioni erano diventate tane di animali. E questi terribili eventi si verificarono a Roma e in Italia fino ai confini degli Alamanni e dei Bavari.

GIOVANNI BOCCACCIO

DECAMERON, INTRODUZIONE ALLA I GIORNATA

Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazione de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata. E in quella non valendo alcuno senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate e in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva sangue del naso era manifesto segno d’inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femmine parimente o nell’inguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcune meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti predette del corpo infra brieve spazio di tempo cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire, e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali o per le braccia o per le cosce, e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura delle quali infermità né consiglio di medico, né virtù di medicina alcuna pareva valesse o facesse profitto: anzi, o che la natura del malore nol patisse, o che la ignoranza de’ medicanti  (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e, per conseguente, debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra l’terzo giorno dalla apparizione de’ sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano.

E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagl’infermi di quella, per lo comunicare insieme, s’avventava a’ sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: chè non solamente il parlare e l’usare con gl’ infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è a udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegna persona udito l’avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno all’ altro, che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermità il contaminasse, ma quello intra brevissimo spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l’ altre volte, un dì, così fatta esperienza, che, essendo gli stracci d’un povero uomo da tale infermità morto gittati nella via pubblica e abbattendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il loro costume, prima molto col grifo e poi co’ denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra.

Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così facendo, si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, li quali avvisavano che il vivere moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità dovesse molto a così fatto accidente resistere: e fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, in quelle case ricogliendosi e rinchiudendosi dove niuno infermo fosse e da viver meglio, delicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori, di morte e d’infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quelli piaceri che aver potevano si dimoravano. Altri, in contraria oppinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il soddisfare d’ogni cosa allo appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi essere medicina certissima a tanto male: e così come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quell’altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò per l’ altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero che loro venissero a grado o in piacere. E ciò potevan fare di leggiere, per ciò che ciascun, quasi non più viver dovesse, aveva, sì come sé, le sue cose messe in abbandono: di che le più delle case erano divenute comuni, e così l’usava lo straniere, pure che ad esse s’avvenisse, come l’avrebbe il proprio signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre gl’infermi fuggivano a lor potere. E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri ed esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli era d’adoperare. Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non stringendosi nelle vivande quanto i primi, né nel bere e nell’ altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ciò fosse cosa che l’ aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi e delle infermità e delle medicine compreso e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, come che per avventura più fosse sicuro, dicendo niun’ altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona, come il fuggire loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne abbandonarono la propria città, le proprie case, i lor luoghi e i lor parenti e le lor cose, e cercarono l’altui o almeno il lor contado, quasi l’ira di Dio a punire le iniquità degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse, o quasi avvisando niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta.

E come che questi così variamente oppinati non morissero tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto langiueno. E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell’ altro cura, e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’ altro abbandonava, e il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase che o la carità degli amici ( e di questi fur pochi ), o l’avarizia de’ serventi, li quali, da grossi salari e sconvenevoli tratti, servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti: e quelli cotanti erano uomini e femine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate e di riguardare quando morieno; e servendo in tal servigio, sé molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere abbandonati gl’infermi da’ vicini, da’ parenti e dagli amici, e avere scarsità di serventi, discorse un uso quasi davanti mai non udito: che niuna quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava d’ avere a’ suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane o altro, e a lui senza alcuna vergogna ogni parte del suo corpo aprire non altrimenti che ad una femina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse: il che, in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette, cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti che per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno: di che, tra per lo difetto degli opportuni servigi li quali gl’infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine di quelli che di dì e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose assai contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra coloro li quali rimanean vivi.

Era usanza, sì come ancor oggi veggiamo usare, che le donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano piangevano; e d’altra parte dinanzi alla casa del morto co’ suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de’ suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n’era portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto o in maggior parte quasi cessarono, e altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Per ciò che, non solamente senza avere molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle s’ usavano per lo più risa e motti e festeggiar compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte posposta la donnesca pietà, per la salute di loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de’ quali fosser più che da un diece o dodici de’ suoi vicini alla chiesa accompagnati; li quali non gli orrevoli e cari cittadini sopra gli omeri portavano, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro o sei chierici con poco lume e tal fiata senza alcuno: li quali con l’aiuto de’ detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo uficio o solenne, in qualunque sepoltura trovavano più tosto il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: per ciò che essi, il più da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano, e non essendo né serviti né atati d’alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione tutti morivano. E assai n’erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de’ lor corpi corrotti, che altramenti, facevano a’ vicini sentire sé esser morti: e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da’ vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de’ morti non gli offendesse che da carità la quale avessero a’ trapassati. Essi, e per se medesimi e con l’aiuto di alcuni portatori, quando averne potevano, traevano delle lor case li corpi de’ già passati, e quegli davanti agli loro usci ponevano, dove, la mattina, spezialmente, n’avrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato; e quindi fatto venir bare ( e tali furono che per difetto di quelle sopra alcuna tavola ne ponieno ), né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e ‘l marito, gli due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne contenieno. E infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da’ portatori portate, di dietro a quella; e, dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n’ aveano sei o otto, e tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna lagrima o lume o compagnia onorati, anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramente si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre […].

E acciò che dietro a ogni particularità le nostre passate miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dico che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno d’alcuna cosa risparmiò il circustante contado; nel quale, lasciando star le castella, che simili erano nella lor piccolezza alla città, per le sparte ville e per gli campi i lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o aiuto di servidore, per le vie e per li loro colti e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa essi così nelli loro costumi come i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d’aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per che addivenne i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, e i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per gli campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere, non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro se n’andavano. E molti, quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavano satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado e alla città ritornando, se non che tanta e tal fu la crudeltà del Cielo, e forse in parte quella degli uomini, che in fra ‘ marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura ch’ aveano i sani, oltre a cento milia creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti? che, forse, anzi l’accidente mortifero, non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante, rimaser vòti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co’ loro parenti, compagni e amici, che poi la sera vegnente appresso nell’ altro mondo cenarono con li loro passati!

FEDERICO BORROMEO

DE PESTILENTIA

2

L’ORIGINE DELLA PESTE

SECONDO LE CAPACITA’ UMANE

DI PREVISIONE

Questo fenomeno morboso e questa gravissima strage possono aver avuto varie cause, che esamineremo ordinatamente. Infatti anche Omero nel riferire le cause della peste dispiegò la forza della sua intelligenza e della sua saggezza laddove, mescolando realtà e favole, cantò che Apollo aveva scagliate molte frecce. E tale era l’immagine del morbo.

Che la peste sia anche un’arma dell’ira divina non solo è noto in base a prove naturali, ma lo affermano pure i sacri Dottori. Morì per tale contagio un mercante straricco, lo stesso che due giorni prima di spegnersi disse di non aver nessuna paura, eccetto che da parte del proprio barbiere: licenzia perciò il barbiere e ne prende a servizio un altro e lo mantiene in casa tra tutti gli altri servi: costui era malato di peste; così mercante e barbiere morirono insieme.

Inoltre è stato notato, non senza meraviglia di molti, che raramente la peste contagiava un soldato. Eppure furono dei soldati a introdurre tale male, ma pochi di loro nel frattempo perirono di questo morbo e quasi la peste non toccò le truppe germaniche causa prima del contagio. Inoltre il nostro esercito di stanza nelle regioni ai piedi dei monti riceve quotidianamente rifornimento e annona da questa città e provincia, eppure esso rimane immune, il che potrebbe costituire la prova che la peste è un’arma divina, che colpisce in profondità e occultamente quanto è destinato. Del resto, se oltre ai misteri del giudizio divino volessimo cercare alcune cause per cui in limiti naturali accade che la peste quasi risparmi i soldati, tra le altre si potrebbe indicare questa: che i corpi dei soldati irrobustiti nelle fatiche e resi sempre più forti risentono meno delle durezze del Cielo. Inoltre, essi raramente abitano ammassati dentro una casa, cambiano spesso i luoghi, alimentandosi per lo più tra i campi, e io ho chiaramente sentito un comandante dell’esercito germanico il quale affermava che non trovavano contro la peste nessun rimedio più efficace che il trasferire in altre sedi quella parte dell’esercito che già era stata infettata, e subito dopo in altre ancora. Infatti egli diceva che grazie a quel mutamento venivano spezzati e dissolti, per così dire, il filo e la trama della malattia stessa; così come anche nel cambiamento di luoghi e tempi si rompe il corso delle congiure e ne vengono dissipati i piani.

Trovandosi una gran folla distribuita nei terreni del lazzaretto, piombò addosso improvvisamente una tale piena di acqua che sembrava che a stento qualcuno potesse mettersi in salvo; eppure non risulta che uno solo fra tante migliaia sia perito in tale occasione. Gli stessi perirono poi quasi tutti di peste, poiché appunto così voleva Dio, nella cui mano e nel cui potere sono non solo la vita e la morte degli uomini, ma anche il modo e il genere di morte, o di vita. Comunque, per quanto attiene a quelle cause della peste che derivano dalla natura, dalla disposizione delle cose e dalla condizione umana, si può senza dubbio affermare che la carestia che precedette il morbo in gran parte fu causa della peste stessa, quasi che la consunzione sopravvenendo dopo la carestia trovasse i corpi degli uomini indeboliti, in quanto le forze erano state distrutte, e resi quasi esangui, ed anche perché gli animi erano costernati e afflitti e pressoché ridotti alla disperazione, e da questa schiacciati e oppressi i poveri disprezzavano i poteri, i magistrati e persino la morte. Molti di loro dicevano che era meglio morire una volta per tutte piuttosto che soffrire a lungo ed essere lentamente consumati. Più o meno, tra la carestia e la peste intercorse lo spazio di un anno e appena terminata quella successe questa.

[…]

La carestia era precedentemente sorta a causa della sterilità della terra, quando andò delusa la speranza dell’anno e furono negate le messi. Inoltre dalla eccessiva libertà militare e dalle bande furono commessi atti gravi a dirsi, poiché, dissolta quasi ogni disciplina, quella barbarie incrudeliva secondo il suo costume e non potrei dire facilmente di chi in particolare sia stata tale colpa. Io mi limiterò a riferire quanto accadde a Milano, in modo che chiunque possa da ciò dedurre quanti fatti simili e anche più atroci siano potuti accadere nelle campagne, dove evidentemente vi era maggiore licenza e meno possibilità di organizzare i soccorsi.

Nell’anno 1629 sulla pubblica via fu visto un giovane di aspetto e portamento nobile, consumato dalla fame e dalla malattia, incapace di starsene in piedi, appoggiato perciò in qualche modo a un muro, dopo essersi alzato a fatica da uno strame e da alcune coperte. Urlava costui per il fatto che volendo andarsene e portare con sé le coperte, temeva che non appena si fosse chinato, gli sarebbero mancate le forze per rialzarsi. Aveva ben presente con quanta fatica si fosse prima levato e non voleva lasciare quello strame che costituiva la sua ricchezza e il suo letto. Questo egli raccontò in tali termini a un giovane che, provando pietà per un caso del genere, agì con spirito di bontà e volle conoscere la causa del suo dolore.

Dirà qualcuno: dunque non vi era a Milano alcun pensiero di mantenere gli indigenti? C’era senz’altro, anzi con generosa larghezza molti donavano sussidi; ma poiché affluivano in città da ogni dove turbe di affamati, divenne tanto grande la folla che tutti non potevano essere nutriti e mantenuti in nessun modo. Ormai gli ospizi, i pii alberghi e i ricoveri erano pieni di poveri: e non se ne potevano accogliere né accettare di più, e giungevano talmente avviliti sia dalle offese dei soldati, sia dalla sterilità della terra, che non riuscivano più a resistere. S’eran nutriti di cortecce d’alberi, e una porzione di crusca per loro era simile a un cibo squisitissimo. In città peraltro ci fu sì e no uno che si potesse dire fosse stato consumato dalla sola carestia. Per il resto erano stati a tal punto indeboliti e consunti sia dalla violenza dei soldati che strappavano loro il pane di bocca sia, come ho detto, da tutte le altre disgrazie che, quando poi furono giunti in città, non riuscivano a mangiare e a digerire i bocconi che venivano dati loro come cibo. Poiché la peste aveva colpito corpi e animi così estenuati, tale male non era tenuto in alcun conto da persone che desideravano per lo più la morte, e morivano lietamente per non tormentarsi ancora pascolando nei prati e addentando le erbe. E questi furono casi visti in grandissimo numero.

3

Poiché tanto si diffondeva e aumentava la peste, penetrò profondamente negli animi l’opinione che ciò accadesse per opera di alcuni Principi, i quali, per poter realizzare i loro progetti, spargevano questi veleni e infettavano la popolazione. E poiché queste opinioni risultano abbastanza plausibili tra il volgo e sono accolte con animi creduli, di per sé tale fatto fu di grave danno alla situazione generale. Infatti, mentre sarebbe stato meglio che si ponesse ogni cura nel respingere e scacciare la peste, gli animi furono distolti a indagare chi mai fosse stato il macchinatore e l’artefice di una frode così grave.

Entro certi limiti io cerco di sapere che esito abbia avuto tale inchiesta, ma non indico che cosa io ritengo debba essere affermato come vero e che cosa come falso. Ma a me appunto sembra più probabile che non ci siano stati Principi complici di questa colpa e che non siano derivati dalle loro decisioni questi venefici degli unguenti.

[…]

Si era sparsa la voce che alcuni imputati tra le torture avessero confessato di essere stati stipendiati da un grande Principe per quel servizio e quel compito di ungere. Tuttavia, quando i giudici indagando e interrogando cercavano di sapere quale mai dei Principi fosse quello, non si poté cavarlo fuori. Ma forse il Demonio si fece beffe avverso le apparenze e furono permesse alcune cose del genere di cui tratteremo in seguito, e ad inganni di questo tipo sono particolarmente esposti gli ingegni di coloro che sono detti alchimisti e che cercano tesori e amano praticare attività del genere. Io ritengo che l’origine degli unguenti, dei veneficii e della peste stessa sia partita da una delle seguenti tre cause. La peste di per sé appunto poté aver origine dall’incredulità del popolo e dalla preoccupazione di conservare gabelle e dazi che avrebbero inevitabilmente interrotto i pubblici emolumenti, se si fosse sparsa la voce che a Milano c’era la peste. Ma, dopo che il male aveva cominciato a serpeggiare e a diffondersi più ampiamente, si ebbe un vivace contrasto tra i Magistrati e vi erano molti i quali insistevano che questa non era peste, ma qualche altro genere di male.

Tre furono le colpe o gli errori di coloro che amministravano lo Stato in questa vicenda. Infatti da una parte non adottarono rimedi per tempo contro il male, dall’altra lo stesso tempo che si sarebbe dovuto dedicare ai rimedi lo persero cercando in qualche modo di scoprire chi fossero mai gli untori di unguenti. I loro animi erano occupati dal sospetto che fosse stata organizzata una congiura per impadronirsi della città e trasferirne il potere, cosa che io ho sempre ritenuta completamente priva di fondamento. Ciò che si sarebbe dovuto procurare fin dall’inizio o evitare, non vollero né procurarlo né evitarlo. E, per quanto il problema fosse già stato affrontato in discussioni e riunioni, tuttavia discussioni e riunioni furono prive di esito.

Avrebbero dovuto inviare fuori città non solo quelli che la peste avesse già infettato completamente, ma anche quelli che avesse indicato anche un minimo sospetto di tale male. Avrebbero dovuto far costruire ricoveri prima che giungesse la necessità stessa e l’occasione di servirsi dei ricoveri, e tale ritardo fece sì che la peste di un uomo solo ne contaminasse dieci e che dieci ne contaminassero cento. Ma dacché sempre più intensamente aveva cominciato a serpeggiare e ad aumentare il male, affinché non scomparisse la classe intera degli artigiani, i Capi e i Rettori della città, compiuta una scelta di artigiani, avrebbero dovuto mandare i Maestri di ogni attività e tutti i migliori nel proprio ramo in luoghi salubri e mantenerli ivi a spese pubbliche finché ci fosse stata la peste in città. E non sarebbe stato un impegno di così grande spesa mantenere trecento operai, quale era stato press’a poco il loro numero. Questi in seguito, conservati salvi e incolumi, sarebbero tornati in città e sarebbe stato leggero il danno in tale campo se fossero morti i giovani garzoni e gli aiutanti di infimo conto delle officine, essendo ovviamente facile la sostituzione di tale gente e facile il ritorno agli antichi opifici, affinché non scomparissero i prodotti commerciali come di fatto accadde.

Noi nei primi tempi della peste avevamo esaminato quali in tutto il clero fossero i sacerdoti più validi e migliori e, purché non fossero tenuti occupati da cura d’anime o da impegni del genere, li mandammo fuori città. In tal modo grazie a noi, furono salvati, eccetto ripeto i curatori d’anime che coraggiosamente consacrarono la loro vita alla difesa del gregge e morirono nell’adempimento del loro dovere. Del resto non si sarebbe dovuto agire altrimenti.

Riferisce Tucidide che a causa di quella feroce e terribile peste di Atene, che egli stesso descrive, perirono tutti gli uomini più eminenti e più forti, e individua anche la causa di tale fatto.

5

LE ARTI DI SPARGERE LA PESTE

E L’ORIGINE DI TALI ARTI

Ma non appena il contagio aveva incominciato a infierire in città, si originarono un grave sospetto e gravi terrori che esistessero degli uomini perduti che ungevano e avvelenavano tutti i luoghi e i corpi stessi, diffondendo in tal modo la peste. Sopra tale questione sono state fatte molte affermazioni e supposizioni e ci furono alcuni che ritenevano la faccenda essere completamente falsa e inventata. Del resto sempre il falso si mescola al vero, cosicché la voce popolare e la fama inventarono molti fatti sopra una faccenda di tal genere. Anzitutto circolava la diffusa convinzione che per portare la peste e la morte bastasse toccare appena con  tale unguento l’abito a qualcuno, e che fossero stati portati via da questo veleno molti che invece era stata la peste stessa a distruggere. Ciò appunto accadeva per una certa abitudine degli uomini a trasferire le proprie colpe su cause esterne e, quasi cercando una scusa alla propria negligenza, dicevano non di essersi appestati per un contatto o rapporto imprudente, ma che era stato teso loro un inganno per mezzo di veleni.

Come a maghi e avvelenatori i demoni fanno molte promesse ma non le mantengono, così questi untori credettero a molte menzogne, come se potessero essi stessi restare immuni dal male e inattaccabili dalla peste e insieme potessero farsi assassini di chiunque volessero. Una donnetta affermò che erano caduti di sua propria mano tremila uomini; un’altra affermò di essere stata assassina di quattromila.

Dicevano peraltro che questi unguenti erano composti e confezionati in molti luoghi e che le vie dell’inganno erano state parecchie; certo alcune di queste arti ingannevoli le ammettiamo, altre invece riteniamo siano state completamente inventate.

Ci furono alcuni che, ungendo i libelli di supplica, si studiarono di infettare di marcia coloro ai quali venivano porti i libelli.

Ci furono alcuni che cospargevano di polvere avvelenata la terra o i corpi degli uomini, oppure i frutti e tutte le altre merci che mettevano in vendita per le varie necessità della vita. Altri, dividendo piccoli bocconi unti, andavano in giro per le campagne, e in tal modo contaminavano la gente semplice e bisognosa. Altri distribuivano dolci e biscotti unti e infettati di veleno, attraendo con la dolcezza di tale esca un bambino e qualche bambina, a seconda di come era risultato loro opportuno. Parimenti unsero paglie e spighe affinché le contadine assoldate per mietere le messi durante il lavoro contraessero la peste. Unsero pareti, usci di case, battenti di porte cittadine e angoli e là dove non potevano arrivare cercavano di far giungere il veleno per mezzo di una pertica o di un mantice. Unsero anche delle monete e le diedero ai poveri fingendo di fare carità. E fu scoperto chi ungeva con la medesima marcia le vasche dell’acqua benedetta. Avendo una signora ordinato di  distribuire ai poveri delle porzioni di riso cotto, il servo incaricato del compito infettava di unguento il cibo e fu colto in tale delitto.

[¼]

Benché questa sia la situazione, benché tanto le inchieste eseguite quanto i supplizi dei colpevoli, tanto l’atrocità della peste stessa quanto la maggior parte degli altri fatti non permettano di dubitare che ci sia stato inganno umano e veneficio, ci furono alcuni che negavano integralmente frode e veneficio. Ciò è facilmente confutato proprio da questo fatto, che cioè è accertato come moltissimi, sia di coloro che ungevano sia di coloro che erano unti con questo veleno, perirono. C’erano stati anche alcuni popolani increduli e ostinati a tal punto che chiamavano col nome di martiri coloro che venivano puniti ingiustamente. Peraltro costoro non solo furono pochi, ma venivano anche criticati assai severamente nei discorsi di persone più sagge.

[¼]

7

LO STATO E L’ASPETTO DELLA CITTA’

AL TEMPO DELLA PESTE

Ora comincerò a descrivere brevemente quali fossero lo stato e l’aspetto della città allorquando infuriava al suo culmine la peste. Questo fu un periodo di circa due mesi, cioè dall’inizio di luglio alla fine di agosto. E senza dubbio i mucchi di cadaveri e il disgustosissimo fetore nutrivano ed alimentavano il contagio. Infatti, benché fossero state scavate fosse enormi e buche profonde per accogliere cadaveri, da esse giungeva l’influsso nocivo della puzza non solo alle case vicine, ma penetrava anche nelle parti più interne della città e poco mancò che fossero contaminate l’aria stessa e la porzione di Cielo diffusa sopra la città. Addirittura in quel quartiere che si chiamava Porta Nuova, dove si visita il tempio della martire Anastasia e una croce lì posta in un bivio, gli abitanti delle case furono costretti a trasferirsi altrove non potendo sopportare tale fetore. E poiché non erano state preparate le buche per accogliere i cadaveri e non bastavano i carri per trasportarli, i corpi giacevano putrefatti lungo le vie.

Molti mentre procedevano verso il lazzaretto o altri ricoveri preparati fuori della città e vi andavano con le proprie gambe, cadevano avendo affrettato la morte e si aggiungevano ai cadaveri già sparsi a terra; e quasi non era possibile muovere il passo o appoggiare i piedi senza che in ogni momento fossero toccate membra di morti. Quei corpi inoltre, sia per il fango e la melma dovuti alle continue piogge, sia per la nudità delle membra, sia per la marcia delle ulcere, turbavano gli animi e li riempivano di terrore.

I becchini prendendoli e ponendoli sui carri non potevano coprirli né velarli né comporli a causa del gran numero, ma venivano trasportati con le gambe e le braccia penzolanti. Persino le teste pendevano se per caso qualche corpo era di statura un po’ più grande del normale. E intanto i becchini, cosa che potrebbe sembrare quasi incredibile a dirsi, si erano abituati a trattare con tanta familiarità la morte e i cadaveri che si sedevano su di essi e, stando seduti, bevevano in continuità. Portavano via i cadaveri dalle case dopo esserseli caricati sulle spalle come una bisaccia o un sacco, e li gettavano sui carri. Spesso accadde che, mentre qualche morto veniva tolto da un letto, un braccio che un becchino per caso afferrava, essendosi ormai putrefatta e dissolta l’articolazione, si staccava dal busto, e allora abbracciato l’osceno peso essi lo affidavano al carro, così come sono portate tutte le altre merci.

Talora furono visti trenta carri in fila ininterrotta pesantemente carichi di cadaveri quanto dei cavalli aggiogati insieme potevano tirare. E il vicinato della Chiesa cattedrale aveva approntato un carro di inusuale grandezza, col quale, fatto andare e tornare piuttosto frequentemente, si sarebbe potuta svuotare qualunque altra città. I carri talvolta erano gravati da tanto peso che i giumenti aggiogati non bastavano ed era necessario cercare altri animali e porli sotto.

[¼]

Gravissimo pericolo di contrarre la peste era nello stesso camminare, e anzitutto si stava in guardia dalle pareti stesse a causa degli unguenti avvelenati che era possibile scorgere qua e là, e a uno dei nostri familiari poiché si era avvicinato troppo a un muro cadde sulla testa molta polvere avvelenata. Noi pure a causa del nostro compito, avendo la necessità di recarci in ogni località, non mettevamo il piede a caso dappertutto, dal momento che ci si presentavano davanti pagliericci sui quali si trovavano alcuni morti o le stesse bende per i bubboni e i carbonchi gettate giù dalle finestre.

Serviva a mantenere la salute il fatto che, come ciascuno usciva di casa, subito al ritorno cambiasse le scarpe e la veste. Io avevo raccomandato ai preti di usare una tonaca più corta o anche una sopravveste di lino di colore nero, per il fatto che questo indumento era più sicuro in tale occasione e la lana raccoglie più facilmente e più tenacemente la peste.

Già si vedevano aperte le case, non vi era più alcun battente di finestre e usci: tutte quante erano abbandonate al saccheggio per becchini e ladri.

[¼]

Dapprima campanelli e vesti di colore rosso servirono come segni distintivi per costoro, poi infierendo sempre più la malattia li tralasciarono e non erano più individuati da alcun segnale. Tale razza d’uomini scacciati a prezzo fuori dalle sue aspre montagne correva a la morte per avidità di guadagno. Ma ce ne furono anche alcuni che sopravvissero e si scoprì che tutti i peggiori e i più delinquenti furono subito estinti, che la peste risparmiò per qualche tempo quelli migliori.

[¼]

Ai primi paurosi sospetti di peste avevano creduto i Magistrati e i maggiorenti della città che potesse bastare ad accogliere la moltitudine il lazzaretto che fecero costruire fuori delle mura della città anticamente i Duchi di Milano, ed esso è meritatamente annoverato tra i nostri edifici degni di ammirazione. Ma in breve quegli stessi edifici si trovarono pieni zeppi e fu necessario far costruire altrove dei ricoveri. Entro quei recinti gregoriani morivano cinquecento ogni giorno e ciò per molto tempo. Tali recinti, ovvero mura del lazzaretto, nei primi giorni erano stati certo un opportuno rifugio per accogliere la moltitudine e liberare le case. Peraltro quando ormai tanta era la gente portata lì che erano disposti in dieci per ogni camera ed era necessario sistemare dei letti all’aperto in tutti i portici, si credette che la soluzione stessa avesse alimentato più intensamente la peste.

ALESSANDRO MANZONI

I PROMESSI SPOSI

Cap. XXXI

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò buona parte d’Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamità; nel milanese, s’intende, anzi in Milano quasi esclusivamente; chè della città quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto.

[…]

Solamente abbiam tentato di distinguere e di verificare i fatti più generali e più importanti, di disporli nell’ordine reale della loro successione, per quanto lo comporti la ragione e la natura d’essi, d’osservare la loro efficienza reciproca, e di dar così, per ora e finché qualchedun altro non faccia meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro.

Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di San Carlo.

[…]

il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso. […] L’uno e l’altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna; nel resto non sono ben d’accordo, neppur sul nome. […]Differiscono anche nel giorno della sua entrata in Milano … del resto, dal riscontro d’altre date che ci paiono, come abbiam detto, più esatte, risulta che fu , prima della pubblicazione della grida sulle bullette; e, se ne mettesse conto, si potrebbe anche provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di quel mese; ma certo il lettore ce ne dispensa.

Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, si ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.

Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto, in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non si propagasse di più.

Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.

Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.

Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.

Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, « della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe, » dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto.

[…]

ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti all’opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto.

[…]

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

[…]

cap. XXXII

[…]

Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevano presa un’altra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di san Carlo.

Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l’effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c’era di questi untori, la processione fosse un’ occasion troppo comoda al delitto: se non ce n’era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale .Ché il sospetto sopito dell’ unzioni s’era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima.

S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno, le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’ appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito. Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto  d’uomo interessato a stornar dal vero  l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.

[…]

… in poco tempo , non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto … montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, « per le diligenze fatte », dopo la peste, si trovò la popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de’ morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da’ registri civici, oltre quelli di cui non si potè tener conto. Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso.

Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. I primi erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta. Il nome, vuole il Ripamonti che venga dal greco monos; Gaspare Bugatti ( in una descrizion della peste antecedente ), dal latino monere; ma insieme dubita, con più ragione, che sia parola tedesca, per esser quegli uomini arrolati la più parte nella Svizzera e ne’ Grigioni. Né sarebbe assurdo il crederlo una troncatura del vocabolo monathlic ( mensuale ); giacchè, nell’incertezza di quanto potesse durare il bisogno, è probabile che gli accordi non fossero che di mese in mese. L’impiego speciale degli apparitori era di precedere i carri, avvertendo, col suono d’ un campanello, i passeggieri, che si ritirassero. I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi d’ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva.

E non solo l’esecuzione rimaneva sempre addietro de’ progetti e degli ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamente, anche in parole; s’arrivò a quest’eccesso d’impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera. Moriva, per esempio, d’abbandono una gran quantità di bambini, ai quali eran morte le madri di peste: la Sanità propose che s’istituisse un ricovero per questi e per le partorienti bisognose, che qualcosa si facesse per loro; e non potè ottener nulla. « Si doueua non di meno », dice il Tadino, « compatire ancora alli Decurioni della Città, li quali si trouauano afflitti, mesti et lacerati dalla Soldatesca senza regola, et rispetto alcuno; come molto meno nell’infelice Ducato, atteso che aggiutto alcuno, né provisione si poteua hauere dal Gouernatore, se non che si trouaua tempo di guerra, et bisognaua trattar bene li Soldati »

Tanto importava il prender Casale! Tanto par bella la lode del vincere, indipendentemente dalla cagione, dallo scopo per cui si combatta!

Così pure, trovandosi colma di cadaveri un’ampia, ma unica fossa, ch’era stata scavata vicino al lazzeretto; e rimanendo, non solo in quello, ma in ogni parte della città, insepolti i nuovi cadaveri, che ogni giorno eran di più, i magistrati, dopo avere invano cercato braccia per il tristo lavoro, s’eran ridotti a dire di non saper più che partito prendere. Né si vede come sarebbe andata a finire, se non veniva un soccorso straordinario. Il presidente della Sanità ricorse, per disperato, con le lacrime agli occhi, a que’ due bravi frati che soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s’ impegnò a dargli, in capo a quattro giorni, sgombra la città di cadaveri; in capo a otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a quello che si potesse preveder di peggio nell’avvenire. Con un frate compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, andò fuor della città, in cerca di contadini; e, parte con l’autorità del tribunale, parte con quella dell’abito e delle sue parole, ne raccolse circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; spedì poi al lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno prefisso, la sua promessa si trovò adempita.

Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne potè avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: chè, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furono degli altri in cui la carità nacque al cessare di ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furono pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.

Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni all’incirca.

[…]

Così, ne’ pubblici infortuni e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione di attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordine di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de’ rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con denari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. Si disse ( e tra la leggerezza degli uni e la malvagità degli altri, è ugualmente malsicuro il credere e il non credere ), si disse, e l’afferma anche il Tadino, che i monatti e apparitori lasciassero cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata, un regno, una festa. Altri sciagurati, fingendosi monatti, portando un campanello attaccato a un piede, com’era prescritto a quelli, per distintivo e per avviso del loro avvicinarsi, s’introducevan nelle case a farne di tutte le sorte. In alcune, aperte e vote d’abitanti, o abitate soltanto da qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri, a man salva, a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan lo stesso, e anche cose peggiori.

[…]

La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse la volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan sé stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’eran figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’ affermazioni di molti scrittori. Così nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: chè, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte le uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla.

[…]

Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’ era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi addurre in prova dell’unzioni e della congiura diabolica, un fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d’aver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come, al suo rifiuto, quelli se n’erano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, « che sino al far del giorno vi dimororno».

Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così è storia dello spirito umano, e dà occasion d’ osservare quanto una serie ordinata e ragionevole d’idee possa esser scompigliata da un’altra serie d’idee, che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli uomini più riputati del suo tempo.

Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal Federigo dubitasse del fatto dell’unzioni. Noi vorremmo poter dare a quell’inclita e amabile memoria una lode ancor più intera, e rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant’altre cose, superiore alla più parte de’ suoi contemporanei, ma siamo in vece costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza d’un’opinione comune anche sulle menti più nobili. S’è visto, almeno da quel che ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio: ritenne poi sempre che in quell’opinione avesse gran parte la credulità, l’ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi d’aver così tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto ci fosse d’esagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero. Nella biblioteca ambrosiana si conserva un’operetta scritta di sua mano intorno a quella peste; e questo sentimento c’è accennato spesso, anzi una volta enunciato espressamente. « Era opinion comune », dice a un di presso, « che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che molte fossero l’arti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion vere, altre inventate.»

[…]

I processi che ne vennero in conseguenza, non erano certamente i primi d’un tal genere: e non si può neppur considerarli come una rarità nella storia della giurisprudenza. Chè, per tacere dell’antichità, e accennar solo qualcosa de’ tempi più vicini a quello di cui trattiamo, in Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in Torino, del 1599, e di nuovo, in quel medesim’ anno 1630, furono processati e condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove qualcheduno, dove molti infelici, come rei d’aver propagata la peste, con polveri, o con unguenti, o con malìe, o con tutto ciò insieme. Ma l’affare delle così dette unzioni di Milano, come fu il più celebre, così è fors’anche il più osservabile; o, almeno, c’è più campo di farci sopra osservazione, per esserne rimasti documenti più circostanziati e più autentici. E quantunque uno scrittore lodato poco sopra se ne sia occupato, pure, essendosi lui proposto, non tanto di farne propriamente la storia, quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un assunto di maggiore, o certo di più immediata importanza, c’è parso che la storia potesse esser materia d’un nuovo lavoro.

[…]

DANIEL DEFOE

A JOURNAL OF THE PLAGUE YEAR

Straziava il cuore di chi si avvicinava sentire le grida pietose di coloro che erano stati contagiati, i quali, essendo fuori di sé per l’intensità del dolore, o il bruciore che sentivano nelle vene, erano stati rinchiusi o forse anche legati al loro letto o ad una sedia, per impedire che si facessero del male; le loro grida erano proprio a causa del fatto che erano imprigionati e non li si lasciava morire ” in libertà”, come dicevano e come avrebbero voluto fare.

Questo correre qua e là di gente malata e fuori di senno era terribile e le Autorità facevano del loro meglio per impedirlo; ma dal momento che ciò accadeva generalmente di notte e all’improvviso, quando si cercava di impedirlo, non c’erano soldati in giro pronti ad intervenire, ma anche quando accadeva di giorno i soldati non volevano avvicinarsi troppo, poiché, se i malati erano a quel punto, certamente erano estremamente contagiosi, ed era pericoloso al massimo toccarli.

D’altra parte essi correvano senza meta, senza sapere quello che facevano, finché non cadevano a terra morti stecchiti, o esaurivano le loro energie ed allora cadevano per poi morire nel giro di mezz’ora o un’ora; e la cosa più straziante da udire era che in quella mezz’ora tornavano completamente in sé e quindi i loro lamenti si facevano più laceranti poiché si rendevano conto, angosciati, dello stato in cui si trovavano. Questo accadeva prima che venisse eseguito rigorosamente l’ordine di sigillare le abitazioni, poiché all’inizio le guardie non erano così rigide e severe, come in seguito, nel tenere la gente chiusa in casa; cioè prima che alcuni di loro fossero stati severamente puniti per la loro negligenza, essendo venuti meno al loro dovere ed avendo anzi favorito la fuga di molte persone, sane o malate, che erano sotto la loro sorveglianza.

Ma quando videro che le autorità preposte al loro controllo erano quanto mai decise a far sì che, se non adempivano al loro dovere, venissero puniti, diventarono più severi e la gente fu rinchiusa; il che fu accettato malissimo e lo scontento non si può descrivere; ma era una cosa assolutamente necessaria, si deve ammettere, a meno che non si fossero trovate altre misure, ma ormai era troppo tardi.

Se non fosse stata applicata quella misura di rinchiudere i malati, Londra sarebbe stata il posto più terrificante del mondo; ci sarebbero stati, per quanto ne so, altrettanti morti per strada che nelle case; poiché quando il male raggiungeva il culmine, rendeva i malati folli e in delirio, e quando erano in quello stato, non c’era modo di tenerli a letto se non con la forza; e molti che non erano legati, si gettavano dalla finestra, quando scoprivano di non poter uscire dalla porta.

Dal momento che in questo tempo di calamità non era possibile scambiarsi notizie, non si poteva venire a conoscenza delle terribili vicende che accadevano nelle varie famiglie; soprattutto fino ad oggi non si è mai saputo di quante persone nel loro delirio si siano affogate nel Tamigi e nel fiume che scorre dalle paludi di Hackney, che noi chiamiamo generalmente il fiume Ware od il fiume Hackney. Quelli elencati nel bollettino settimanale dei morti erano infatti pochi; né si poteva sapere se gli annegati erano accidentali o no. Ma, ritengo, almeno per quanto potei venire a conoscenza o potei vedere con i miei occhi, che furono molti di più coloro che si affogarono di quanti non risultino complessivamente nei bollettini ufficiali, poiché molti corpi non furono mai ritrovati, e tuttavia risultavano dispersi: e così avvenne con altri sistemi di autodistruzione.

Ci fu persino un uomo in o nei pressi di Whitecross Street che bruciò nel suo letto; alcuni dicono che si era dato fuoco da solo, altri che fu il tradimento dell’infermiera che lo assisteva; ma che fosse ammalato di peste era cosa su cui tutti concordavano…

Noi che eravamo gli Ispettori spesso non riuscivamo a sapere se il contagio era entrato in una casa finché non era troppo tardi per sigillarla, e talvolta non fino a quando tutti i suoi abitanti erano morti. In Petticoat Lane due case erano entrambe contagiate, e molte persone erano malate; ma la malattia fu tenuta così ben nascosta che l’Ispettore, mio vicino di casa, non ne seppe nulla finché non fu avvisato di mandare laggiù il carro per portare via gli abitanti che erano tutti morti. I due capifamiglia si erano organizzati in modo che quando l’Ispettore era nei pressi si facevano vedere e mentivano uno per l’altro o facevano dire da un vicino che stavano tutti bene e certamente nessuno ne sapeva di più, finché la morte rese impossibile mantenere il segreto più a lungo, ed i carri mortuari furono chiamati di notte ad entrambe le case e così la cosa fu risaputa; ma quando l’ispettore ordinò all’ufficiale giudiziario di chiudere le due case, non erano rimaste che tre persone in tutto, due in una casa ed una nell’altra, morenti, ed in ciascuna casa c’era un’infermiera; esse ammisero di averne seppelliti già cinque, che la casa era contagiata da nove o dieci giorni, e che per il resto dei componenti delle due famiglie, piuttosto numerosi, se ne erano andati, alcuni malati, altri sani, non si sapeva.

Nello stesso modo, in un’altra casa della stessa via, un uomo, che  aveva la famiglia contagiata, ma che non voleva essere rinchiuso, quando non potè più tenere la cosa nascosta si rinchiuse da sé, cioè affisse la grande Croce Rossa sulla porta con le parole “Dio abbia misericordia di noi” e così ingannò l’Ispettore, che ritenne fosse opera dell’Ufficiale Giudiziario su ordine dell’altro Ispettore, poiché c’erano due Ispettori per ogni distretto; in questo modo poteva entrare ed uscire di casa, a suo piacimento, nonostante fosse contagiata. Alla fine, però, il suo stratagemma fu scoperto ed allora egli, con i servi e i componenti della famiglia rimasti sani, si allontanò e fuggì e così riuscirono ad evitare di essere rinchiusi…

Si deve però osservare che dal momento che i funerali erano divenuti così numerosi, non si riusciva più a suonare la campana a morto, fare le condoglianze, piangere e portare il lutto come prima; e nemmeno fare le casse da morto per tutti quelli che morivano; tanto che dopo un po’ il contagio crebbe in modo tale che, in breve, nessuna casa fu più sigillata. Era ormai evidente che tutti i rimedi si erano rivelati inutili e che non c’era modo di opporsi alla furia della peste; tanto che l’anno seguente, quando scoppiò il grande incendio, esso divampò e si diffuse con tale violenza che gli abitanti rinunciarono a qualunque sforzo per spegnerlo; allo stesso modo quando la Peste raggiunse l’apice della sua virulenza, se ne stettero immobili a guardarsi l’un l’altro ormai preda della disperazione.

Intere strade apparivano desolate, e non solo perché erano state chiuse, ma perché prive di abitanti, le porte erano spalancate e le finestre sbattevano al vento in case vuote dove non c’era nessuno a chiuderle. In poche parole, la gente cominciava ad abbandonarsi alle sue paure ed a pensare che regole ed ordinamenti erano tutti inutili e che ormai non c’era più speranza, ma tutto era desolazione; e fu proprio al culmine di questa disperazione generale che a Dio piacque allentare la morsa ed indebolire la furia del contagio, in modo addirittura sorprendente ( come lo era stato all’inizio ), dimostrando così che era proprio la Sua Mano al di sopra, se non addirittura senza, l’aiuto di altri mezzi, come spiegherò in altra sede.

ALBERT CAMUS

LA PESTE

I

[…]

La parola “peste” era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l’incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu quella della maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in ugual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra la gente dice: “Non durerà, è troppo stupida”. E non c’è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce ne accorgeremmo se non pensassimo sempre a noi stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi e ad avere opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che abolisce il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.

E persino dopo che il dottor Rieux ebbe riconosciuto davanti al suo amico che un gruppo di malati, senza preavviso, era morto di peste, il pericolo rimaneva irreale per lui. Semplicemente, quando si è medici, ci si è fatta un’idea del dolore e si ha un po’ più di fantasia. Guardando dalla finestra la sua città che non era mutata, appena appena il dottore sentiva nascere in sé quel lieve scoramento davanti al futuro che si chiama inquietudine. Cercava di raccogliere nella mente quello che sapeva della malattia. Delle cifre gli ondeggiavano nella memoria, e si diceva che la trentina di grandi pestilenze conosciute dalla storia aveva fatto quasi cento milioni di morti. Ma che cosa sono cento milioni di morti? Quando si fa la guerra, appena appena si sa cosa sia un morto. E siccome un uomo morto non ha peso che quando lo si è veduto, cento milioni di cadaveri sparsi attraverso la storia non sono che una nebbia nella fantasia. Il dottore ricordava la peste di Costantinopoli che, secondo Procopio, aveva fatto diecimila vittime in un giorno.

[…]

Il dottore guardava sempre dalla finestra. Da una parte del vetro il fresco cielo primaverile, e dall’altra la parola che ancora risuonava nelle stanza: la peste. La parola non conteneva soltanto quallo che la scienza ci voleva mettere, ma anche una lunga serie di immagini straordinarie che mal s’accordavano con quella città gialla e grigia, moderatamente animata a quell’ora, ronzante piuttosto che rumorosa, felice insomma, se è possibile essere insieme felici e tetri. E una tranquillità così pacifica e così indifferente negava quasi senza sforzo le vecchie immagini del flagello, Atene contagiata e disertata dagli uccelli, le città cinesi piene di moribondi silenziosi, gli ergastolani di Marsiglia che accatastavano nelle buche i corpi grondanti, la costruzione in Provenza d’un gran muro che doveva fermare il vento furioso della peste, Giaffa e i suoi orribili mendicanti, i letti umidi e putridi stesi sulla terra battuta dell’ospedale di Costantinopoli, i malati trascinati con gli uncini, il carnevale dei medici mascherati durante la peste nera, gli accoppiamenti dei vivi nei cimiteri di Milano, le carrette di morti in Londra atterrita, e le notti e i giorni pieni dappertutto e sempre dell’interminabile grido degli uomini. No, questo non era ancora così forte da uccidere la pace di quella giornata. Dall’altra parte del vetro, la campana di un tram invisibile respingeva in un attimo la crudeltà e il dolore. Soltanto il mare, oltre la cupa scacchiera dei caseggiati, testimoniava di quello che vi è d’inquietante e di instabile nel mondo. Il dottor Rieux, guardando il golfo, pensava ai roghi di cui parla Lucrezio, innalzati davanti al mare dagli Ateniesi, ai tempi del morbo. Vi si portavano i morti durante la notte, ma il posto mancava e i vivi si battevano a colpi di torce per mettervi coloro che gli erano stati cari, sostenendo lotte sanguinose piuttosto che abbandonare i cadaveri. Si potevano immaginare i roghi rosseggianti davanti all’acqua tranquilla e scura, i combattimenti di torce nella notte crepitante di scintille e gli spessi vapori velenosi che salivano verso il cielo attento. Si potevano temere…

Ma una tale vertigine non reggeva davanti alla ragione. E’ vero che la parola “peste” era stata pronunciata, è vero che in quello stesso minuto il flagello scuoteva o abbatteva una o due vittime. Ma insomma, lo si poteva fermare. Quello che bisognava fare era riconoscere chiaramente quello che doveva essere riconosciuto, cacciare infine le ombre inutili e prendere le misure necessarie. Poi la peste si sarebbe fermata, in quanto la peste non la si immaginava o la si immaginava falsamente. Se si fermava, ed era la cosa più probabile, tutto sarebbe andato bene. Nel caso contrario, si sarebbe saputo che cosa fosse, e se non vi fosse modo di adattarvisi prima per vincerla poi.

[…]

II

Da questo momento in poi si può dire che la peste fu cosa nostra, di tutti. Sino a qui, nonostante lo stupore e l’inquietudine suscitati da quei singolari avvenimenti, ciascuno dei nostri concittadini aveva proseguito le sue occupazioni, come gli era stato possibile, al suo solito posto. E certamente questo doveva continuare; ma una volta chiuse le porte, si accorsero di essere tutti, e anche lo stesso narratore, presi nel medesimo sacco e che bisognava cavarsela. In tal modo, ad esempio, un sentimento sì individuale come la separazione da una persona cara diventò subito, sin dalle prime settimane, lo stesso di tutto un popolo, e, insieme con la paura, la principale sofferenza di quel lungo periodo d’esilio.

Una delle conseguenze più notevoli della chiusura delle porte fu, infatti, la subitanea separazione in cui si trovarono persone che non vi erano preparate. Madri, figli, sposi, amanti che avevano creduto, alcuni giorni prima, di procedere a una temporanea separazione, che si erano abbracciati sulla banchina della nostra stazione con due o tre raccomandazioni, sicuri di rivedersi pochi giorni o poche settimane dopo, affondati nella stupida fiducia umana, appena distratti, per quella partenza, dalle loro abituali preoccupazioni, si videro di colpo allontanati senza rimedio, impediti di raggiungersi o di comunicare. La chiusura era stata fatta alcune ore prima che il decreto prefettizio fosse pubblicato, e, naturalmente, era impossibile prendere in considerazione i casi particolari. Si può dire che quest’invasione brutale della malattia ebbe per primo effetto di costringere i nostri concittadini ad agire come se non avessero sentimenti individuali. Nelle prime ore del giorno in cui il decreto entrò in vigore, la prefettura fu assediata da una folla di postulanti che, al telefono o presso i funzionari, esponevano situazioni egualmente interessanti e, nello stesso tempo, egualmente impossibili da esaminare. In verità ci vollero parecchi giorni prima che ci rendessimo conto di trovarci in una situazione senza compromesso, in cui le parole « transigere », « favore », « eccezione » non avevano  più significato.

[…]

La prima cosa che la peste recò ai nostri concittadini fu, insomma, l’esilio…

[…]

Ma s’era un esilio, nella maggioranza dei casi era un esilio in patria. E quantunque il narratore non abbia conosciuto che l’esilio di tutti, non deve dimenticare quelli, come il giornalista Rambert o altri, per cui, invece, le pene della separazione si aggravarono per il fatto che, forestieri sorpresi dalla peste e trattenuti in città, si trovavano lontani sia dalla persona che non potevano raggiungere sia dal paese loro. Nell’esilio generale erano i più esiliati: se il tempo suscitava in essi, come in tutti, l’angoscia che gli è propria, erano anche uniti allo spazio e urtavano senza tregua nei muri che dividevano il loro rifugio contagiato dalla patria perduta. Di certo, erano quelli che si vedevano errare a ogni ora del giorno nella città polverosa, chiamando in silenzio le sere ch’erano i soli a conoscere, e le mattine del loro paese. Nutrivano allora il proprio male di segni imponderabili e di messaggi sconcertanti come un volo di rondini, una rugiada al crepuscolo, o gli strani raggi che talvolta il sole lascia nelle vie deserte. Su quel mondo esterno, che può sempre salvare da tutto, essi chiudevano gli occhi, intestarditi com’erano a carezzare le loro chimere troppo reali e a inseguire con tutte le loro forze le immagini d’una terra in cui una certa luce, o due o tre colline, l’albero prediletto e dei visi di donna componevano un ambiente per loro insostituibile.

[…]

Ciononostante, ed è la cosa che più vale, per quanto dolorose fossero le angosce, per quanto fosse greve da portare il cuore sì vuoto, si può ben dire che tali esiliati, nel periodo della peste, furono dei privilegiati.

Nel momento stesso, infatti, in cui la popolazione cominciava ad atterrirsi, il loro pensiero era del tutto rivolto verso la persona che aspettavano. Nell’affanno generale, l’egoismo dell’amore li preservava, e se pensavano alla peste, era sempre nella misura in cui il morbo dava alla loro separazione dei rischi d’essere eterna. Portavano quindi nel cuore stesso dell’epidemia una distrazione salutare, che si era tentati di prendere per sangue freddo. La disperazione li salvava dal panico: il dolore, per essi, aveva qualcosa di buono. A esempio, se accadeva che uno di loro fosse portato via dal male, era quasi sempre senza che avesse avuto il tempo di riguardarsene. Tratto dalla lunga conversazione intima che sosteneva con un’ombra, egli era gettato allora, senza transizione, nel più fitto silenzio della terra. Non aveva avuto il tempo per niente.

[…]

Dal giorno dopo Tarrou si mise al lavoro e raccolse una prima squadra, che doveva esser seguita da molte altre.

[…]

Quelli che si votarono alle formazioni sanitarie non ebbero sì gran merito a farlo, infatti: sapevano ch’era la sola cosa da fare e che il non decidersi a farla, questo sarebbe stato incredibile. Le formazioni aiutarono i nostri cittadini a penetrare nella peste e li persuasero in parte che, se c’era la malattia, bisognava fare il necessario per combatterla. Siccome la peste, in tal modo, diventava il dovere d’alcuni, apparve realmente quello che era, ossia una faccenda di tutti.

Questo è bene.

[…]

Molti nuovi moralisti andavano allora dicendo nella nostra città che nulla, nulla sarebbe servito e che bisognava mettersi in ginocchio. E Tarrou, e Rieux, e i loro amici potevano rispondere questo o quello, ma la conclusione era sempre quella a loro nota: bisognava lottare in questo o quel modo e non mettersi in ginocchio. Tutta la questione era d’impedire al maggior numero possibile di uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. Per questo non c’era che un solo mezzo: combattere la peste. Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica.

Per questo era naturale che il vecchio Castel mettesse tutta la sua fiducia e la sua energia nel confezionare dei sieri sul posto, con materiale di fortuna. Rieux e lui speravano che un siero fatto con le colture del microbo stesso che infestava la città avrebbe avuto un’efficacia più diretta dei sieri venuti da fuori: tale microbo, infatti, differiva dal microbo della peste, com’era classicamente definito. Castel sperava di avere assai presto il suo primo siero. Per questo, anche, era naturale che Grand, che nulla aveva dell’eroe, assicurasse ora una sorta di segretariato alle formazioni sanitarie. Una sezione delle squadre formate da Tarrou si consacrava, infatti, a un lavoro d’assistenza preventiva nei quartieri sovrappopolati. Si cercava d’introdurvi la necessaria igiene, si faceva il còmputo dei granai e delle cantine non visitate dalla disinfezione. Un’altra sezione delle squadre aiutava i medici nelle visite a domicilio, assicurava il trasporto degli appestati e anche in seguito, in assenza del personale specializzato, guidò i veicoli dei malati e dei morti. Tutto questo esigeva un lavoro di registrazione e di statistica che Grand aveva accettato di compiere.

Da questo punto di vista, e più di Rieux o di Tarrou, il narratore ritiene che Grand fosse il vero rappresentante di quella virtù tranquilla che animava le formazioni sanitarie. Aveva detto di sì senza esitare, con la buona volontà che gli era propria. Aveva soltanto domandato di rendersi utile in piccoli lavori; era troppo vecchio per il resto. Dalle diciotto alle venti poteva dare il suo tempo. E siccome Rieux lo ringraziava con calore, egli se n’era meravigliato: « Non è la cosa più difficile. C’è la peste, bisogna difendersi, è chiaro. Se tutto fosse altrettanto semplice!».

V

[…]

L’aria era immobile e sottile, alleggerita dei soffi salsi che recava il vento tepido dell’autunno. Il rumore della città, intanto, batteva sempre ai piedi delle terrazze con uno strepito d’onda. Ma la notte era di liberazione e non di rivolta; in lontananza un buio rosseggiare indicava il sito dei viali e delle piazze illuminate. Nella notte adesso liberata, il desiderio diventava senza ostacoli, e il suo scroscio giungeva sino a Rieux.

Dal porto oscuro salirono i primi razzi dei festeggiamenti ufficiali. La città li salutò con una lunga e sorda esclamazione. Cottard, Tarrou, coloro e colei che Rieux aveva amato e perduto, tutti, morti o colpevoli, erano dimenticati. Il vecchio aveva ragione, gli uomini erano sempre gli stessi. Ma era la loro forza e la loro innocenza, e proprio qui, al di sopra d’ogni dolore, Rieux sentiva di raggiungerli. In mezzo ai gridi che raddoppiavano di forza e di durata, che si ripercuotevano lungamente sino ai piedi della terrazza, via via che gli steli multicolori si alzavano più numerosi nel cielo, il dottor Rieux  decise allora di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che erano state loro fatte, e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.

Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che, non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.

Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata. Sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura o insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.

( traduzione di Beniamino Dal Fabbro )