Schede biografiche di Dante, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, Svevo, Primo Levi

Giordana Carlo Emanuele                                                           Classe III^ G

SCHEDE BIOGRAFICHE

DANTE ALIGHIERI

Dante nacque a Firenze nel 1265, da una famiglia guelfa.Dante poté in giovinezza condurre una vita da gentiluomo e procurarsi una raffinata educazione.Egli stesso presenta con gran devozione Brunetto Latini come suo maestro. Imparò da sé “l’arte di dire parole per rima”, leggendo i poeti provenzali, i siciliani, Guittone, Guinizzelli, subendo anche l’influenza dell’amico Cavalcanti.La sua esperienza intellettuale e sentimentale di questi anni giovanili si compendia intorno alla figura di una donna, che egli chiama Beatrice (ovviamente questo non è il suo vero nome).

La morte di Beatrice, nel 1290, segna per Dante un periodo di smarrimento, ma costituisce anche lo stimolo ad ampliare i suoi orizzonti culturali e a stabilire un rapporto con la realtà della vita civile e politica.

Innanzi tutto, si rivolge agli studi filosofici; al tempo stesso approfondisce la sua cultura poetica leggendo i poeti latini, in particolare Virgilio.

Nel 1295 Dante entrò nell’Arte dei Medici e Speziali (al tempo era necessario appartenere ad una corporazione per poter ricoprire cariche politiche) e negli anni successivi ricoprì varie cariche, fino a giungere, nel 1300, al Priorato, la suprema magistratura cittadina.

Era quello un periodo difficile per il Comune fiorentino, lacerato fra le fazioni dei Guelfi Bianchi e dei Guelfi Neri e minacciato nella sua autonomia dalle manovre del papa Bonifacio VIII.

Dante aveva a cuore sia la pace interna sia l’autonomia esterna del Comune e per questo finì per schierarsi dalla parte dei Guelfi Bianchi.

Però, nell’autunno 1301, il legato pontificio Carlo Di Valois, inviato con il pretesto di portare la pace fra le due fazioni, favorì la vittoria dei Guelfi Neri, i quali s’impadronirono della città iniziando a perseguitare i membri della fazione rivale.Lo stesso Dante, nel 1302, apprese di essere stato condannato all’esilio con l’accusa infondata di corruzione.

Iniziò in questo modo l’esperienza dell’esilio.Dante iniziò il suo pellegrinaggio per varie regioni italiane.La sua funzione era quella d’uomo di corte presso signori magnanimi sparsi per tutto il territorio italiano.

In ogni caso Dante non dimenticò mai Firenze, cui rivolgeva sempre i propri pensieri, nella speranza di potervici tornare un giorno.

Lo spettacolo delle città italiane lacerate da lotte civili, sopraffazioni e violenze, la visione di una Chiesa sempre più corrotta e irrispettosa nei confronti degli insegnamenti di Cristo, convinsero Dante di essere stato investito da Dio della missione di indicare all’umanità le cause della sua abiezione e di ricondurla sulla retta via.

Da questa vocazione profetica nacque il disegno della Commedia, alla quale lavorò per tutti gli anni dell’esilio.

Negli ultimi anni visse a Ravenna, dove morì il 14 settembre del 1321.

BOCCACCIO

Giovanni Boccaccio nacque nel 1313, probabilmente a Firenze, figlio di un famoso mercante.

Nel 1327 suo padre si recò a Napoli e portò con sé Boccaccio, per fargli fare pratica mercantile. A Napoli Boccaccio rimase poi sino all’inverno tra il 1340 ed il 1341. Questo soggiorno ebbe un’importanza determinante nella sua formazione. Egli poté così maturare quella concreta e multiforme esperienza della realtà che sarà alla base della sua arte di narratore e che sfocerà nelle novelle del Decameron.

Al tempo stesso, quale figlio di un socio della potente banca dei Bardi, poteva partecipare alla vita raffinata e gaudente dell’aristocrazia e della ricca borghesia napoletane.Sin dagli anni giovanili si delineano così le due fondamentali direttrici lungo cui si muoverà tutta l’esperienza letteraria boccaciana: quella “borghese”, attenta alla realtà concreta della vita sociale ed economica, e quella “cortese”, nostalgicamente protesa verso un mondo splendido di costumi signorili e di liberali comportamenti.

Alla letteratura Boccaccio si accostò con l’avidità che è propria dell’autodidatta.In primo luogo subisce il fascino della tradizione cortese, ma, in seguito, comincia ad affermarsi in lui anche la devozione per i classici latini.

Accanto ai classici antichi, Boccaccio ammira anche i classici nuovi: i poeti stilnovisti ma, soprattutto, Dante e Tetrarca.

Quest’esistenza serena alla corte angioina, fatta di svaghi aristocratici, amore e poesia, è troncata di colpo nel 1340: Boccaccio, a causa della crisi della banca dei Bardi, è infatti costretto a tornare a Firenze.

Alla festosa vita cortese napoletana subentra il grigiore di una vita borghese, segnata dalle ristrettezze economiche.

La sua città in ogni caso lo ama come personaggio illustre e si vale di lui in numerose missioni ed ambascerie.

Sotto l’influenza di Petrarca,che egli considera suo maestro, Boccaccio abbandona l’idea di una letteratura intesa essenzialmente al diletto ed inizia a coltivare un tipo di letteratura più solenne e moralmente impegnata.

La sua ultima fatica è un commento alla Commedia di Dante, che egli tenne tra il 1373 ed il 1374 nella chiesa di Santo Stefano di Badia.

La morte lo colse il 21 dicembre del 1375.

NICCOLO’ MACHIAVELLI

Niccolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469 da una famiglia borghese di modesta agiatezza e di buone tradizioni culturali.Ebbe un’educazione umanistica,basata sui classici latini.

Sin dagli anni giovanili si coglie il suo indirizzo fortemente laico,che resterà a connotare il suo pensiero in tutta la sua opera.

La prima notizia sicura sulle sue attività conferma la sua sistemazione tra gli oppositori di Savonarola. Nel febbraio del 1498 concorse alla segreteria della seconda cancelleria del Comune,ma fu sconfitto dal candidato del partito savonaroliano;  poté ottenere la carica solo dopo la caduta del frate. La sua posizione implicava missioni diplomatiche presso Stati italiani e stranieri e la tenuta di una rete di corrispondenze.

I quattordici anni della segreteria furono preziosi per Machiavelli, perché gli consentirono di accumulare un’esperienza diretta della realtà politica e militare del tempo, da cui egli poté trarre lo spunto per le riflessioni, le teorie e le analisi trasferite poi nelle sue opere.

Nel giugno del 1502 compì una missione presso Cesare Borgia e restò molto colpito dalla sua figura di politico audace e spregiudicato,che aspirava a costruirsi un vasto Stato nell’Italia centrale.

Nel frattempo Machiavelli si dedicò anche all’attività letteraria. In questi anni maturarono in lui le teorie, poi sostenute nel “Principe” e ne “L’Arte Della Guerra”, sulla necessità di evitare le infide milizie mercenarie e di creare un esercito permanente, composto non di soldati di ventura ma di cittadini in armi.

Nel settembre 1511 iniziò a delinearsi inevitabilmente un possibile scontro fra la Francia, di cui Firenze era alleata, e la Lega Santa, capeggiata dal papa. Nel 1512, con la battaglia di Ravenna, i Francesi vengono sconfitti dagli spagnoli; stessa sorte toccherà alle truppe fiorentine, sconfitte a Prato dalle milizie spagnole e pontificie: la Repubblica Fiorentina venne in tal modo abbattuta ed al suo posto ritornò il dominio dei Medici. Machiavelli fu immediatamente licenziato da tutti i suoi incarichi, e questo fu un durissimo colpo per lui.

In questo periodo d’allontanamento forzato dalla vita politica iniziò a scrivere il “Principe”,”I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” e la commedia “La Mandragola”.

Nel 1519 il governo della città fu assunto dal cardinale Giulio de’ Medici, più favorevole a Machiavelli, che vide in tal modo rinascere la speranza di un rientro nella vita politica.

Revocata l’interdizione dagli uffici pubblici, cominciò a poco a poco a riottenere vari incarichi, di carattere militare e diplomatico, in Emilia e Romagna.

Nel 1527 i Medici vennero però nuovamente scacciati dalla città e la Repubblica fu restaurata.

Machiavelli sperava di poter riottenere l’antica segreteria ma, guardato con sospetto ed ostilità per via del suo riavvicinamento alla signoria medicea, non poté più riacquistare la sua antica carica.

La delusione fu enorme ma durò ben poco: infatti, ammalatosi all’improvviso, morì il 21 Giugno dello stesso anno.

LUDOVICO ARIOSTO

Il poeta proveniva da una nobile famiglia: il padre era funzionario al servizio dei duchi d’Este ed era comandante della guarnigione militare di Reggio Emilia.

In questa città nacque Ludovico l’otto di settembre del 1474. Dal 1484 il padre si stabilì a Ferrara ed in tale città Ludovico intraprese i primi studi. Tra i 15 ed i 20 anni frequentò corsi di diritto all’Università di Ferrara, ma soltanto per obbedire al padre.

Lasciati gli studi poco graditi, si dedicò ad approfondire la sua formazione letteraria e umanistica.

La morte del padre, nel 1500, lo mise di fronte alle necessità della vita e nell’autunno del 1503 entrò al servizio del cardinale Ippolito, con incarichi molto vari, che andavano dalle missioni politiche e diplomatiche a minute incombenze pratiche.

Nel 1516 pubblicò la prima edizione de “L’Orlando furioso”, alla quale lavorava da circa un decennio. Nel 1517 Ariosto passò al servizio del duca Alfonso, il quale, nel 1522, gli affidò un difficile compito: quello di governatore della Garfagnana, una regione molto turbolenta.

Qui il poeta fornì prova di capacità politiche, d’equilibrio e d’energia, come testimoniano le sue relazioni al duca.

Tornato a Ferrara nel 1525, riprese ad occuparsi degli spettacoli di cortee nel morì nel 1533.

ITALO SVEVO

Italo Svevo, pseudonimo d’Ettore Schmitz, nacque a Trieste il 19 dicembre 1861, da famiglia ebraica.

A dodici anni, Ettore fu inviato nel collegio di Segnitz presso Wurzburgo. Lo studio prevedeva insieme alle materie tecniche commerciali il corretto apprendimento di quattro lingue ed in particolare il tedesco.

La lingua tedesca, imparata in pochi mesi, e la passione per la letteratura consentirono ad Ettore di leggere i maggiori classici tedeschi, alcune ottime traduzioni tedesche di opere di Turgenev e Shakespeare, e con particolare entusiasmo le opere del filosofo A. Schopenhauer.

Nel 1878 Ettore rientrò a Trieste. Il fallimento dell’azienda paterna e le conseguenti incertezze economiche lo costrinsero a cercarsi in breve tempo un lavoro.

Nel settembre 1880 fu assunto presso una banca triestina con le mansioni d’addetto alla corrispondenza francese e tedesca.

Sempre più fermo e deciso nel voler approdare alla carriera di scrittore, Ettore dedicò molte ore alla lettura dei classici italiani (Boccaccio e Machiavelli principalmente), e d’altri autori contemporanei. Iniziò a scrivere alcune commedie finché riuscì a far pubblicare due racconti: “Una lotta” e “L’assassinio di Via Belpoggio”.

Nel 1892, con lo pseudonimo d’Italo Svevo (pseudonimo che scelse per sottolineare la sua doppia appartenenza alla cultura italiana e a quella tedesca), pubblicò a sue spese il suo primo romanzo, intitolato “Una vita”, che però fu ignorato totalmente dalla critica.

Svevo dovette affrontare un calvario di lutti famigliari, aiutato dal pittore triestino Umberto Veruda, suo grande amico, e con le attenzioni premurose della cugina Livia Veneziani che sposerà nel  1896.

Nel 1898 pubblicò (sempre a sue spese) “Senilità”, ma la critica, che gli rimproverava un uso troppo scarno della lingua italiana, restò ancora una volta in silenzio. Questo secondo insuccesso di critica e di pubblico scosse profondamente lo scrittore che decise di abbandonare la scrittura per immergersi nuovamente nella lettura d’altri grandi autori: Ibsen, Checov e Dostoevsky..

Lasciò definitivamente il lavoro alla banca e per affari incominciò a viaggiare in diversi paesi europei. Il crescente sviluppo delle attività aziendali posero Italo Svevo nella necessità di perfezionarsi nella lingua inglese, pertanto si rivolse a James Joyce, scrittore irlandese giunto a Trieste qualche anno prima per insegnare l’inglese alla Berltz Scholl.

L’amicizia fra i due fu immediata. Entrambi interessati alla letteratura si scambiarono i propri scritti. Joyce, dopo la lettura dei due romanzi di Svevo, espresse all’amico parole di consenso e d’incoraggiamento.

Italo Svevo si dedicò durante la prima guerra mondiale ad uno studio più approfondito della letteratura inglese e cominciò ad interessarsi alla psicanalisi.

Nel 1923 portò a compimento il suo terzo romanzo, “La coscienza di Zeno” (pubblicato ancora una volta a sue spese e ancora una volta sottovalutato dalla critica italiana).

Il successo di questo terzo romanzo è dovuto all’amico James Joyce, il quale ne rimase entusiasta, tanto da convincere Svevo ad inviare alcune copie ai critici e letterati francesi Larbaud e Crémieux, i quali espressero un assoluto apprezzamento e ne decretarono lo straordinario successo in campo europeo. In Italia fu Eugenio Montale a dedicare un articolo di critica letteraria a Svevo, riconoscendone le grandi qualità di romanziere.

Le lodi europee e il consenso delle nuove generazioni letterarie smossero definitivamente le incomprensioni italiane, forse non completamente immuni da componenti antisemite.

Italo Svevo, grazie a questa “iniziazione” di fiducia riprese con entusiasmo la propria produzione letteraria. Nel 1928 iniziò a scrivere quello che doveva diventare il suo quarto romanzo: “Il vecchione”, rimasto purtroppo incompiuto per via della sua morte, che lo colse il 13 settembre 1928 a Motta di Livenza, per un incidente automobilistico accaduto due giorni prima.

I romanzi d’Italo Svevo hanno un fondo autobiografico, ma la loro caratteristica più importante consiste nell’approfondimento psicologico dei personaggi, che l’autore studia scavando nel loro animo irrequieto e insicuro, scrutandone tutte le pieghe e tutte le sfumature e creando attorno a loro lo sfondo di una città, di un ambiente e di una realtà triste e opaca.

PRIMO LEVI

Primo Levi nacque il 31 luglio del 1919 a Torino, da genitori di religione ebraica.
Nel 1937 si diplomò al liceo classico Massimo D’Azeglio e s’iscrisse al corso di laurea in chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino.
Nel 1938, con le leggi razziali, s‘istituzionalizzò la discriminazione contro gli ebrei, cui fu vietato l’accesso alla scuola pubblica. Levi, in regola con gli esami,ha notevoli difficoltà nella ricerca di un relatore per la sua tesi: si laurea nel 1941, a pieni voti e con lode, ma con una tesi in Fisica.
Sul diploma di laurea figura la precisazione: «di razza ebraica». Comincia così la sua carriera di chimico, che lo porta a vivere a Milano, fino all’occupazione tedesca: il 13 dicembre del ’43 viene catturato a Brusson e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli, dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che convogliano tutti i prigionieri ad Auschwitz.
È il 22 febbraio del ’44: data che nella vita di Levi segna il confine tra un “prima” e un “dopo”.

L’autore è deportato a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in un campo di lavoro i cui prigionieri sono al servizio di una fabbrica di gomma. Giunti al lager, persi nei loro pensieri, presi da mille domande, da ipotesi continue che, per quanto catastrofiche, non si avvicinano neanche lontanamente alla verità, si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e vestiti con pantaloni e giacche a righe. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto. I prigionieri vengono marchiati come bestie. Il loro compito: lavorare, mangiare, dormire, OBBEDIRE. Il loro intento: sopravvivere. Dietro quel numero non c’è più un uomo, ma solo un oggetto: häftling, vale a dire “pezzo”. Se funziona, va avanti. Se si rompe, è gettato via. Levi è l’häftling numero 174517.

Lo scrittore è tra i pochissimi a far ritorno dai campi di concentramento. Ci riesce fortunosamente, grazie ad una serie di circostanze e solo dopo un lungo girovagare nei Paesi dell’est europeo.

Quale testimone di tante assurdità, sente il dovere di raccontare, descrivere l’indescrivibile, affinché tutti sappiano, tutti si domandino un perché, tutti interroghino la propria coscienza.
Quest’intento viene raggiunto da Levi nel 1947, quando riesce a far pubblicare il suo manoscritto “Se questo è un uomo”.
Il libro ottiene un discreto successo di critica ma non di vendita.
Infatti solo nel ’56 l’Einaudi comincia a pubblicare tutti i suoi lavori: Se questo è un uomo viene tradotto in diverse lingue, La Tregua vince la prima edizione del Premio Campiello.
Nel ’67 Levi raccoglie i suoi racconti in un volume intitolato “Storie naturali.
Nel ’71 esce “Vizio di forma”, una nuova serie di racconti, mentre nel ’78 il suo “La chiave a stella vince il Premio Strega. Nel ’81 viene pubblicata un’antologia personale dal titolo “La ricerca delle radici nella quale sono raccolti tutti gli autori che hanno contato nella formazione culturale dell’autore.
Nel novembre dello stesso anno esce “Lilìt e altri racconti e l’anno successivo “Se non ora quando? grazie al quale Levi vince sia il Premio Viareggio che il Premio Campiello.
Nell’ottobre del ’84 pubblica “Ad ora incerta e a dicembre “Dialogo in cui riporta una conversazione avuta con il fisico Tullio Regge.
Nel novembre dello stesso anno esce l’edizione americana del “Sistema periodico” e nel gennaio del ’85 una cinquantina di scritti pubblicati precedentemente su diverse testate, raccolti in un volume unico intitolato “L’altrui mestiere. Nel 1986 pubblica “I sommersi e i salvati”, l’ultima sua opera..

L’undici aprile del 1987 Primo Levi muore suicida.

Questo gesto maturò dalla paura dello scrittore sulla possibilità che le generazioni future potessero dimenticare ciò che era accaduto nei campi di concentramento, finendo così per ripetere gli stessi orrori avvenuti in quegli anni di guerra.

QUANTO LA BIOGRAFIA DEI DIVERSI AUTORI FIN QUI ANALIZZATI HA INFLUENZATO LE LORO OPERE?

LOCALIZZAZIONE ED ANALISI D’EVENTUALI PERSONAGGI AUTOBIOGRAFICI E DI NARRATORI AUTODIEGETICI (NARRATORE CHE VIVE LA VICENDA NEL MOMENTO IN CUI LA STA NARRANDO).

ANALISI DEL TIPO DI FOCALIZZAZIONE PRESENTE IN CIASCUNA OPERA.

DANTE ALIGHIERI

Senza alcun dubbio Dante è il più chiaro esempio di come la vita di uno scrittore finisca per influenzare le sue opere.
Infatti nella Divina Commedia, il capolavoro dello scrittore fiorentino, si trovano molti richiami a fatti che sono accaduti durante la sua vita; inoltre molte opinioni personali, maturate dallo scrittore nel corso degli anni, vengono esposte nei vari canti componenti la Commedia.

Dante si permette addirittura di ubicare a suo piacere nell’inferno, nel purgatorio o nel paradiso le persone che ha avuto l’occasione di conoscere durante la sua vita, dando giudizi positivi o negativi su di queste e fissandoli per sempre nella storia grazie alla sua famosissima opera.

L’evento principale della vita di Dante, cioè l’esilio forzato da Firenze, ha un’importanza enorme nella stessa stesura della Commedia: infatti, molto probabilmente, se non fosse stato esiliato dalla sua città natale, la sua stessa opera non avrebbe mai visto la luce.

Inoltre la Commedia nasce nel “mezzo del cammin di nostra vita”, un momento molto difficile nella vita del poeta, poiché, come dice lui stesso, aveva perso “la retta via”. Scrivendo la sua opera, Dante compie una sorta di cammino che lo conduce realmente fuori della selva oscura in cui si era ritrovato, portandolo alla redenzione e, di conseguenza, alla salvezza.

Dante è al tempo stesso autore, narratore e personaggio della sua opera. Autore perché è lui a scrivere la Commedia, narratore perché lui stesso parla di fatti che gli sono accaduti, e personaggio poiché è il protagonista della sua opera.

Ovviamente non possiamo parlare di Dante come un personaggio autobiografico, siccome le vicende di cui ci narra non sono state vissute realmente dall’autore, in quanto la stessa Commedia è un’opera di fantasia. In questo caso possiamo però parlare di Dante narratore autodiegetico, giacché vive la vicenda nel momento stesso in cui la sta narrando. A tratti questo narratore si presenta come onnisciente, in quanto conosce già alcune cose che avverranno in futuro nell’opera, mentre in altri casi s’immedesima nel Dante personaggio, apparendoci come totalmente all’oscuro di come si svolgeranno i fatti.

BOCCACCIO

Nel caso di Boccaccio, l’influenza della propria biografia nelle sue opere è molto meno marcata ed importante.

Il soggiorno dello scrittore a Napoli, divisa tra vita mondana alla corte degli Angiò e lavoro a stretto contatto con la ricca borghesia mercantile napoletana, e la conseguente esperienza della realtà multiforme, lo rese capace d’arrivare a scrivere novelle d’altissimo livello, come quelle del Decameron, opera più famosa lasciataci dal poeta. L’ambientazione delle novelle è infatti molto varia, ma risultano particolarmente importanti quelle che raccontano storie di mercanti, come era Boccaccio o che si svolgono in città, ambiente che lui conosceva bene.

Nel Decameron non è presente alcun personaggio autobiografico e nemmeno alcun narratore autodiegetico.

NICCOLO’ MACHIAVELLI

Anche nelle opere di Niccolò Machiavelli (se consideriamo quelle più importanti – L’arte della guerra, Il principe, La mandragola) non sono presenti né personaggi autobiografici né narratori autodiegetici. Detto ciò, non possiamo però dimenticare che queste opere sono state influenzate in modo particolarmente forte dalla biografia dello scrittore.

Difatti “L’arte della guerra” ed “Il principe” sono scaturiti dalla passione che aveva Machiavelli per l’amministrazione ed il governo (egli aveva ricoperto diverse cariche all’interno del comune fiorentino, sia nel periodo repubblicano sia in quello mediceo), e dalle molte conoscenze riguardo a questi argomenti che nascevano dalla sua esperienza persoanle. Inoltre la situazione in cui versava l’Italia al tempo di Machiavelli era disastrosa: divisa da lotte interne, colpita in continuazione dalle nazioni europee più forti (Francia,Spagna), che, approfittando della divisione fra i diversi staterelli italiani, potevano fare il bello ed il cattivo tempo lungo l’intera penisola. Lo scrittore sperava che prima o poi arrivasse una persona abbastanza forte (un principe) da riuscire a superare questi problemi e capace di unificare l’Italia intera.

Di queste sue idee abbiamo prova, oltre che nelle sue opere, nell’ammirazione che provava nei confronti di Cesare Borgia, che molto probabilmente vide come il principe così fortemente atteso.

Invece la famosissima commedia “La Mandragola”, particolarmente cattiva, fu scritta in un brutto periodo per Machiavelli, quello dell’allontanamento forzato dal governo cittadino da parte dei Medici per via degli incarichi svolti durante il periodo della Repubblica Fiorentina.

LUDOVICO ARIOSTO

Nelle opere principali d’Ariosto non esistono né personaggi autobiografici né narratori autodiegetici, e la sua stessa biografia non ha avuto praticamente nessun’influenza nella stesura delle sue opere principali.

Forse l’unica contaminazione presente nelle sue opere da parte della propria biografia si può trovare ne “L’Orlando furioso”, poiché il protagonista di questo racconto soffriva, proprio come lo scrittore, per amore: entrambi si dichiaravano infatti pazzi d’amore.

ITALO SVEVO

Negli scritti di Svevo non esistono personaggi autobiografici ma esistono bensì dei narratori autodiegetici. Ad esempio, ne “La coscienza di Zeno”, è lo stesso protagonista a narrarci le varie vicende del romanzo. In questo modo Svevo può approfondire psicologicamente la descrizione del suo personaggio, rendendoci più realistica questa descrizione in quanto è lo stesso personaggio a rivelarci i vari segreti che racchiude in sé.

PRIMO LEVI

Nella maggior parte delle opere di Primo Levi, o meglio, nelle sue opere più importanti, esistono personaggi autobiografici e narratori autodiegetici.

Infatti Levi ha vissuto in prima persona tutte le vicende che ci narra quindi è un narratore autodiegetico che descrive le  cose che gli accadono e che è costretto a subire durante il suo periodo di permanenza nel campo di concentramento: lui stesso ci descrive le sue sofferenze man mano che procediamo nella lettura del romanzo.
Egli è molto bravo a cogliere il suo stato d’animo e a descriverlo in maniera eloquente, riuscendo a fare un’“istantanea” d’ogni momento trascorso da lui nel campo.
A partire dal suo arrivo, la sua descrizione si fa sempre più cupa e triste, fino ad arrivare alla resa psicologica totale nei confronti dei nazisti: i quali, che lo si voglia ammettere o meno, sono riusciti nel loro intento di rendere tutti i prigionieri delle bestie, allontanandoli dallo spirito di fratellanza tipico del genere umano e rendendoli sempre più solitari e spinti dallo spirito di sopravvivenza, anche ai danni dei propri compagni di sventure. Un passaggio su tutti mi ha colpito in particolar modo, e penso che sia quello che esemplifichi meglio ciò che intendevo dire nelle righe precedenti: un prigioniero viene catturato, accusato d’aver fatto esplodere una delle parti principali del lager e condannato a morte.

L’esecuzione ha luogo nella piazza principale del campo di concentramento, sotto gli occhi di tutti gli altri prigionieri. Prima di morire, il condannato ha ancora il coraggio di urlare agli altri di non perdersi d’animo, poiché lui sarà l’ultimo a morire in quel modo. Di fronte a queste parole però gli altri prigionieri rimangono silenziosi, incapaci d’esultare: la paura e l’abitudine a sottomettersi che i tedeschi avevano messo loro in corpo era ormai entrata in maniera così profonda, da impedire qualsiasi forma di ribellione.

OPERE PRINCIPALI DEI VARI AUTORI FIN QUI CITATI

DANTE ALIGHIERI

RIME GIOVANILI

Queste rime sono i documenti del suo apprendistato poetico: infatti in queste rime possiamo notare tutte le influenze che subì da parte dei suoi primi maestri, primi fra tutti Brunetto Latini e Guido Cavalcanti.

LA VITA NUOVA (1293-1295)

Raccolta di tutte le liriche scritte dal poeta fino l’anno della morte della sua amata Beatrice. Ogni lirica è preceduta da un commento in prosa che spiega l’occasione da cui è nata ed è seguita da un commento retorico. In questo modo Dante vuole farci capire che tutte le sue liriche hanno un senso profondo ed unitario, che segue la linea di svolgimento di una decisiva vicenda interiore.

Quest’opera fu intitolata Vita Nuova proprio ad indicare il rinnovamento spirituale determinato nel poeta da un amore eccezionale ed altissimo. Quest’opera è una sorta d’anticipazione di ciò che sarà poi la Divina Commedia

RIME POSTERIORI ALLA VITA NUOVA

Queste rime vedono un radicale cambiamento dei contenuti nei confronti delle opere precedenti. Difatti Dante stesso ci racconta che, dopo la morte di Beatrice, nacque in lui una passione particolare per la filosofia. Questo nuovo “amore” obbligò le sue opere ad un radicale cambiamento stilistico: il poeta abbandona infatti lo stile “dolce” tipico delle fasi precedenti ed inizia ad usare una rima “aspra e sottile”, che traduca così lo sforzo di esporre nudi concetti.

In alcune di queste rime Dante inizia a condannare la propria epoca, che ha abbandonato le virtù del passato.

In altre rime entra nell’ambito della poesia comica: l’esempio più famoso di questo genere che Dante intraprende si trova nella “tenzone” che ha con l’amico Forese Donati, uno scambio di sonetti pieni di mordaci invettive tipiche del linguaggio basso e plebeo, ma impiegato con estrema abilità tecnica. Questa stessa tecnica gli sarà poi utile nella Commedia, per affrontare il mondo degradato del basso inferno. Altre rime che compone in questo periodo sono le cosiddette “Rime petrose”, frutto dell’incontro con la poesia trobadorica del periodo aureo, conosciuta in maniera indiretta da Dante.

Infine, nelle rime composte durante l’esilio, possiamo notare una visione sempre più cupa del mondo che lo circonda, che pare sprofondare in una totale abiezione.

IL CONVIVIO (1304-1307)

Frutto degli studi filosofici e dell’allargamento d’orizzonti prodotto dall’esperienza politica, essa è anche la prima opera dottrinaria di Dante. Nella mente di Dante, quest’opera doveva dare la possibilità al poeta di dimostrare la propria dottrina, per difendere la propria fama dalle accuse ingiuste a lui rivolte da parte dei suoi concittadini, i quali lo avevano esiliato.

Nella mente del sommo, quest’opera doveva comprendere quindici trattati, ma non fu mai portato a termine. Giunto al quarto trattato, infatti, Dante interrompé il suo lavoro, forse per via della delineazione nella sua mente dell’opera che sarebbe poi dovuta diventare il capolavoro dantesco: la Divina Commedia.

DE VULGARI ELOQUENTIA

Scritto nello stesso periodo del Convivio, esso riprende ed amplia il discorso sulla dignità del volgare. Nella mente del poeta doveva essere una sorta di “retorica” che fissasse le norme per l’utilizzo della lingua volgare, legittimando il volgare quale lingua letteraria e della cultura.

LA MONARCHIA E LE EPISTOLE

Opere d’intenso lavoro di riflessione politica. Entrambe saranno fondamentali per apportare le basi necessarie al poeta fiorentino per avviare la stesura della Divina Commedia, il suo capolavoro, punto d’arrivo di decenni di studi e perfezionamenti continui.

LA COMMEDIA

Il capolavoro del volgare italiano, una delle opere più famose al mondo, nasce da una visione cupa ed apocalittica della realtà presente e dall’ansiosa speranza di un riscatto futuro.

Dante, grazie alla sua esperienza d’uomo politico, nota come l’ordine voluto da Dio per assicurare agli uomini la pace, la giustizia e l’esercizio delle virtù è sconvolto. La stessa Chiesa, che dovrebbe indicare all’umanità intera la retta via, è corrotta e malsana.

Per questo il poeta ritiene d’essere stato investito da Dio stesso della missione d’indicare all’umanità la via della rigenerazione e della salvezza.

Per questo, obbedendo alla volontà divina, deve compiere il viaggio nei tre regni dell’oltretomba, esplorare tutto il male del mondo che si concentra nell’inferno, trovare la via dell’espiazione e della purificazione nel purgatorio, ascendere di cielo in cielo sino alla visione diretta di Dio. Compiuto questo viaggio, dovrà descriverlo all’umanità intera tramite il suo poema, in modo che anch’essi possano vedere la “diritta via” che hanno smarrito.

Il viaggio è dunque la storia della redenzione personale di Dante, come individuo particolare, ma Dante rappresenta anche tutta quanta l’umanità, incamminata verso la sua collettiva redenzione: redenzione che ha come fine ultimo la salvezza eterna nella città celeste, ma prima ancora la “felicità di questa vita”, nella città terrena.

Per potere analizzare completamente le diverse componenti presenti nella Commedia non basterebbe un libro intero, e per questo ho preferito fermarmi ad una considerazione più superficiale della vicenda narrata in essa.

BOCCACCIO

LA CACCIA DI DIANA

Questa è la prima opera di Boccaccio. E’ un poemetto in terzine anteriore al 1334.

Alla base di questo poemetto vi è il basilare principio cortese secondo cui l’amore è fonte d’ingentilimento e d’elevazione.

E’ interessante notare all’interno dell’opera l’antitesi Diana-Venere, castità-amore, che testimonia la preferenza per una tematica erotica e sentimentale, una scelta che sarà determinante anche per le opere successive.

IL FILOSTRATO

Questa è la prima opera d’impegno scritta dal poeta. Composta tra il 1335 ed il 1338, si tratta di un poemetto scritto in ottave, il metro tipico dei cantari popolari.

Ricava il suo argomento dalla narrativa medievale in lingua d’oil e presenta le vicende di personaggi del mito omerico con vesti e psicologie feudali e cavalleresche.

Il titolo, in un’approssimativa etimologia greca, vorrebbe significare “vinto d’amore”, ed è il nome che l’autore stesso assume nel dedicare l’opera alla donna amata.

E’ evidente come Boccaccio vi voglia proiettare, trasfigurandola romanzescamente, l’esperienza autobiografica dei suoi amori napoletani.

IL FILOCOLO (1336)

Il titolo, dall’etimologia greca sempre molto approssimativa, vorrebbe significare “pena” o “fatica d’amore”. Si tratta ancora di un’opera narrativa, ma in prosa.

Riprende una vicenda anch’essa cara al romanzo medievale francese, la storia delle peripezie di due giovani amanti già narrata in un poemetto in lingua d’oil che aveva goduto di grande successo e diffusione.

Ma il nucleo narrativo originale, molto semplice, è complicato dalla sovrapposizione degli schemi del romanzo greco-alessandrino, che presenta intricate peripezie, separazioni, avventure degli amanti, pericoli, equivoci, sorprese, colpi di scena ed agnizioni risolutive.

Questo poemetto giovanile raccoglie già una vastissima materia narrativa, una varietà sbalorditiva di caratteri, casi umani, ambienti, rivelando quell’apertura verso la realtà in tutte le sue forme, quel piacere del raccontare che saranno poi caratteristici del Decameron.

IL TESEIDA (1339-1340)

E’ un poema in ottave, così intitolato perché narra le guerre del mitico re Teseo contro le Amazzoni e contro Tebe.

E’ quindi nuovamente una materia medievale d’armi e d’amori ad essere assunta da Boccaccio, ma le ambizioni sono ancora più alte che nel Filocolo: il poeta si propone di dare per primo alla letteratura italiana un poema epico all’altezza dell’Eneide virgiliana.

LA COMEDIA DELLE NINFE FIORENTINE

Quest’opera, la prima composta da Boccaccio dopo l’abbandono di Napoli, è una narrazione in prosa, inframmezzata da componimenti in terzine, cantati dai vari personaggi.

In questo scritto si vede tornare il principio cortese secondo cui l’amore ingentilisce e raffina l’animo. L’allegoria del componimento infatti non ha più nessuna delle valenze religiose dell’allegoria dantesca ed assume un significato esclusivamente mondano.

L’opera è un omaggio alla bellezza delle donne fiorentine, che traspaiono chiaramente dietro le figure delle ninfe.

L’AMOROSA VISIONE (1342-1343)

E’ un poema in terzine di cinquanta canti.

Sotto la guida di una donna gentile, il poeta visita in sogno un castello, dove vede dipinti i trionfi della Sapienza, della Gloria, dell’Avarizia, dell’Amore e della Fortuna, insieme a personaggi che servono ad esemplificare queste astrazioni.

L’ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA (1343-1344)

L’opera segna una svolta rispetto all’autobiografismo insistito delle opere di quella prima fase: Boccaccio prende le distanze dall’esperienza napoletana, oggettivandola attraverso una sorta di rovesciamento dei dati biografici.
Egli, infatti, narra non dal proprio punto di vista, bensì da quello di una dama napoletana abbandonata dall’amante, il giovane fiorentino Panfilo, che è tornato nella sua città e l’ha dimenticata.

IL NINFALE FIESOLANO

Poemetto in ottave, d’ambiente idillico-pastorale, che rievoca le leggendarie origini di Fiesole e Firenze.

Al centro vi è essenzialmente la storia d’amore di due giovani.

Il poemetto risente di numerosi modelli classici: la poesia bucolica di Virgilio, il motivo delle metamorfosi d’Ovidio, che si collega con il motivo eziologico, cioè la spiegazione leggendaria dell’origine di nomi di luoghi. Ma è assente il peso erudito che caratterizza le altre opere fiorentine di Boccaccio; manca anche ogni schema allegorico e il sistema d’allusioni mondane della Commedia della Ninfe Fiorentine: qui vi è solo la rappresentazione di un mondo popolare, nei suoi costumi semplici e nei suoi sentimenti elementari.
Anche il linguaggio e il metro hanno il ritmo facile, la grazia fresca e spontanea dei cantari popolareschi toscani.

IL DECAMERON

Il Decameron è una raccolta di cento novelle, inquadrate entro una cornice narrativa. Fu scritto probabilmente tra il 1348 ed il 1353.
L’autore racconta come, durante la peste che nel 1348 devasta Firenze, una brigata di sette fanciulle e tre giovani d’elevata condizione sociale decida di cercare scampo dal contagio e dalla dissoluzione morale e sociale della vita cittadina ritirandosi in campagna.
Qui i dieci giovani trascorrono il tempo fra banchetti, canti, balli e giochi, e per occupare piacevolmente le ore più calde del pomeriggio decidono di raccontare ogni giorno una novella ciascuno.

Quotidianamente viene eletto dalla brigata un re, cui tocca fissare un tema ai narratori.

Il titolo dell’opera più celebre di Boccaccio conferma quel gusto per la lingua greca che il poeta aveva manifestato sin dalle prime opere giovanili: infatti “Decameron”, in Greco, significa “di dieci giorni”.

Anche per questo capolavoro della letteratura italiana non sarebbero sufficienti le pagine di un libro per descriverne le sottigliezze stilistiche ed i dettagli linguistici, e per questo, anche in questo caso, mi sono limitato ad un brevissimo resoconto dei contenuti di quest’opera.

LE EPISTOLE, IL BUCOLICUM CARMEN, IL DE CASIBUS VIRORUM ILLUSTRIUM, IL DE CLARIS MULIERIBUS, IL DE GENEALOGIIS DEORUM GENTILIUM

Gli ultimi vent’anni della sua vita Boccaccio li dedicò agli studi letterari ed eruditi.

In particolare egli s’immerse nello studio dei classici, per cui aveva nutrito un’autentica adorazione sin dagli anni giovanili.
Quest’amore per l’antichità si riflette innanzitutto nelle Epistole (sono ventisei, quasi tutte in latino).

La produzione poetica in latino conta un solo titolo rilevante, il Bucolicum Carmen, 16 ecloghe pastorali raccolte intorno al 1367.

Frutto degli studi classici di Boccaccio furono soprattutto varie compilazioni in prosa latina: il De Casibus Virorum Illustrium (Le sventure d’uomini illustri, 1373), che narra delle vicende di famosi personaggi di varie epoche, passati da uno stato di felicità all’infelicità; il De Claris Mulieribus (Le donne famose, 1362), biografie di donne famose di tutte le età della storia, animate spesso da una gioia di narrare che le trasforma in vere e proprie novelle; la più importante è però il De Genealogiis Deorum Gentilium (Le genealogie degli dei pagani) un’immensa enciclopedia della mitologia classica, che ebbe larga rinomanza tra i dotti europei sino agli inizi del Rinascimento.

LE ESPOSIZIONI SOPRA LA COMMEDIA, IL TRATTATELLO IN LAUDE DI DANTE

Frutto del culto dantesco di Boccaccio sono in primo luogo le Esposizioni Sopra La Commedia, un commento ai primi diciassette canti dell’Inferno che raccoglie le pubbliche lezioni tenute su incarico del Comune tra il 1373 ed il 1374;

in secondo luogo il Trattatello In Laude Di Dante, una biografia del poeta, che delinea la sua formazione spirituale, i suoi studi e la sua dottrina, mescolando però anche aneddoti ed invenzioni romanzesche.

IL CORBACCIO

Negli ultimi anni della sua vita Boccaccio scrisse una sola opera d’invenzione, il Corbaccio (la cui datazione oscilla tra il 1355 ed il 1365).

Si tratta di un’aspra satira delle donne, che assume la forma di un breve scritto in prosa volgare, costruito sul modello dantesco della visione.
La feroce satira delle donne e la negazione dell’amore riprendono spunti della tradizione ascetica medievale, e segnano un radicale rovesciamento delle opere giovanili e del Decameron.
In quegli scritti l’amore era visto come forza naturale e positiva, e come fonte d’ingentilimento dell’animo; ora invece viene considerato come causa d’abbrutimento e di degradazione.

In questo rovesciamento si proiettano sia i turbamenti religiosi dell’ultimo Boccaccio, sia la sua dedizione all’attività erudita, che lo porta a privilegiare una letteratura di livello “alto”, destinata essenzialmente ai dotti.

NICCOLO’ MACHIAVELLI

Per poter trattare più facilmente le opere scritte da Machiavelli, ho deciso di dividerle per genere, in modo da poter comprendere più facilmente il suo percorso di formazione in ogni genere che ha trattato durante la sua vita di letterato.

L’EPISTOLARIO

Le lettere “familiari”, scritte da Machiavelli ad amici e conoscenti, ci sono pervenute solo parzialmente, attraverso autografi o copie.

In esse si alternano argomenti e toni vari, dalla serietà d’una riflessione politica alla scherzosità della descrizione di una giornata in esilio.

Le lettere più importanti rimasteci sono quelle indirizzate a Francesco Vettori (1513-1515) e l’abbozzo d’epistola detta Ghiribizzi al Soderini.

GLI SCRITTI POLITICI DEL PERIODO DELLA SEGRETERIA (1498-1512)

Tra gli scritti politici di questo periodo bisogna distinguere innanzitutto quelli ufficiali, le cosiddette “Legazioni e commissarie”, cioè le relazioni ed i dispacci inviati al governo fiorentino durante le varie missioni diplomatiche o gli incarichi interni al territorio della Repubblica..

Oltre a queste relazioni ci sono giunti altri brevi scritti politici.
Il primo è il “Discorso sopra le cose di Pisa” del 1498, dove si sostiene la necessità della forza per sottomettere la città che si era ribellata al dominio fiorentino.
In “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati”, del 1503, lo scrittore consiglia di prendere decisioni rapide e radicali, imitando in questo gli antichi Romani.

Dello stesso anno sono anche le “Parole da dire sopra la provvisione del danaio”, in cui lo scrittore afferma la tesi che la base della solidità dello Stato sono le armi e l’accortezza.

Sempre del 1503 è anche il racconto della strage di Senigaglia, in cui il duca Valentino si liberò dei signorotti dell’Emilia e Romagna che congiuravano contro di lui (“Del modo tenuto dal duca Valentino per ammazzar Vitellozzo Vitelli).

Vi sono poi gli scritti in cui Machiavelli raccoglie le riflessioni suscitate dalle sue missioni in Germania e in Francia: del 1508 è il “Rapporto delle cose della Magna”; del 1510 è il “Ritratto delle cose di Francia”.

Ultimi rimangono gli scritti che trattano del problema delle milizie: “Discorso dell’ordinare lo stato di Firenze alle armi” e “Le cagioni dell’ordinanza”.

IL PRINCIPE

Una delle opere più famose dello scrittore fiorentino, il Principe prende forma fra luglio e dicembre del 1513, in una stesura di getto.

Pur essendo un’opera rivoluzionaria nell’impostazione del pensiero, il Principe si può collegare ad una precedente tradizione di trattatistica politica. Già nel medioevo infatti erano diffusi trattati intesi a tracciare il modello del principe e ad indicare le virtù che egli doveva possedere.

Se da un lato il Principe di Machiavelli si riallaccia a questa tradizione, dall’altro però la rovescia radicalmente: mentre tutti questi trattati mirano a fornire un’immagine ideale ed esemplare del regnante,Machiavelli proclama di voler guardare alla “verità effettuale della cosa”, e non all’”immaginazione di essa”, quindi non propone al principe le virtù morali, ma quei mezzi che possono consentirgli effettivamente la conquista ed il mantenimento dello Stato ed arriva a consigliargli d’essere anche non buono, crudele, mentitore, dissimulatore, quando le esigenze dello Stato lo impongano.

Il Principe è un’operetta molto breve, si articola in 26 capitoli, ognuno recante un titolo in latino, secondo la consuetudine della trattatistica del tempo.

I DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO

Il nucleo originario dell’opera dovette essere costituito dalle carte “liviane”, cioè dagli appunti a cui Machiavelli affidava le riflessioni politiche suggeritegli dalla lettura dei primi dieci libri della “Storia” di Livio.
Probabilmente tra il 1517 ed il 1518 lo scrittore riprese e rifuse quelle annotazioni: ne risultarono i Discorsi.

L’opera fu divisa in tre libri, ciascuno ordinato intorno ad una precisa tematica: nel primo si tratta delle iniziative di politica interna di Roma, intraprese per deliberazione pubblica; nel secondo delle iniziative di politica estera e dell’espansione dell’Impero; nel terzo delle azioni di singoli cittadini, che contribuirono alla grandezza di Roma.

L’ARTE DELLA GUERRA E LE OPERE STORICHE

Ne “L’arte della guerra”, Machiavelli riprende i temi militari che gli stanno a cuore.
L’opera, composta di sette libri, fu scritta tra il 1519 ed il 1520 e pubblicata poi l’anno seguente.
Essa assume la forma tipica della trattatistica rinascimentale.

Argomento centrale del dialogo è la polemica contro le armi mercenarie, viste come fattore di debolezza di uno Stato, in cui è da ravvisare per l’autore una delle cause principali della crisi italiana; da questa diagnosi negativa scaturisce la necessità, per lo Stato, di valersi di “armi proprie”, cioè di arruolare milizie popolari.

Nel 1519 Machiavelli, riavvicinatosi ai Medici, riceve dallo Studio fiorentino l’incarico di scrivere una storia di Firenze, e nel maggio del 1525 l’opera viene consegnata manoscritta al cardinale Giulio de’Medici.

Reca il titolo di “Istorie fiorentine”, è redatta in lingua volgare ed è divisa in otto libri.
Machiavelli intende soffermarsi in questa sua opera soprattutto sulla storia interna di Firenze e sulle “civili discordie”, per individuare le cause della decadenza della città e fornire così un insegnamento ai contemporanei.

Carattere fortemente letterario ha un’altra opera storica dello scrittore fiorentino, la “Vita di Castruccio Castracani”, un condottiero lucchese del Trecento.

LE OPERE LETTERARIE

I “Canti carnascialeschi” testimoniano il profondo legame di Machiavelli con il clima del comico carnevalesco, beffardo ed irriverente, ma contengono anche spunti politici.

Altra opera letteraria molto famosa è il “Decennale”, un poemetto in terzine scritto nel 1504 e pubblicato nel 1506, in cui viene ripercorsa la storia fiorentina ed italiana tra il 1494 ed il 1504.

I quattro “Capitoli”, scritti in terzine tra il 1506 ed il 1512, trattano dell’ingratitudine, dell’ambizione, dell’occasione e della fortuna.

Interessante anche un poemetto, sempre in terzine, intitolato “L’asino”, risalente probabilmente al 1516 e rimasto incompiuto.
Machiavelli vi riprende il mito omerico di Circe, la maga che trasformava gli uomini in animali.

L’unico testo propriamente narrativo giunto a noi ad opera dello scrittore è “Belfagor Arcidiavolo” (1518). Attraverso lo spunto narrativo del diavolo che prende moglie vengono toccati alcuni motivi tradizionali, come quello della perfidia e della malizia delle donne e quello dell’astuzia dei contadini.

Il testo letterario più importante di Machiavelli è però una commedia, la “Mandragola”, un autentico capolavoro, senz’altro il testo più vivo di tutta la produzione comica cinquecentesca.
Scritta presumibilmente nel 1518, risale quindi al periodo in cui Machiavelli era forzatamente escluso dall’attività politica, e riflette lo stato d’animo risentito ed amaro di quegli anni.

L’intreccio, che si svolge a Firenze in anni contemporanei, ricalca gli schemi propri del teatro comico del tempo: una vicenda d’amore contrastato si risolve felicemente grazie all’intervento d’uno scaltro parassita e, intrecciata ad essa, la vicenda d’uno sciocco beffato.

Nel 1525 Machiavelli compose una seconda commedia, la “Clizia”.
Il testo è più vicino ai modelli classici, lontano dalla comicità corrosiva e cupa della Mandragola, e, per altri versi, ripiegato su toni più patetici e quasi dolenti.

Possiamo ancora ricordare il “Discorso intorno alla nostra lingua”, la cui datazione è incerta.
L’opera si inserisce nel dibattito sul problema della lingua ed in essa si sostiene che il modello linguistico deve essere la lingua viva dell’uso fiorentino.

LUDOVICO ARIOSTO

LE LIRICHE LATINE

La lirica latina di Ariosto risale prevalentemente agli anni giovanili.

Sono 67 componimenti, scritti quasi tutti fra il 1494 ed il 1503, che non furono mai raccolti dall’autore in forma organica né pubblicati come opera compiuta. Essi ci rivelano la formazione umanistica dello scrittore.

Di personale, Ariosto vi immette un’intonazione più realistica, come la denuncia del contrasto fra la durezza quotidiana e le aspirazioni all’otium intellettuale proprie del letterato.

Ciò emerge in particolar modo nell’elegia “De diversis amoribus”, del 1503.

LE RIME VOLGARI

A differenza della poesia latina, le rime volgari sono state scritte lungo tutto l’arco dell’esistenza del poeta, tra il 1493 ed il 1527.Anch’esse non furono mai raccolte organicamente dall’autore, e furono pubblicate solo postume, nel 1546.
Vi sono componimenti d’occasione, legati ad avvenimenti della storia contemporanea, ma buona parte delle rime si concentra intorno al tema amoroso e alla figura della donna amata.
Il tono peculiare di questa poesia amorosa è lontano dalla rarefazione assoluta della poesia petrarchesca: vi sono spunti più intimi ed affettuosi, persino scherzosi, e spunti di più caldo erotismo, ispirati ai classici latini..

I CAPITOLI

Interessanti sono anche i capitoli. Quelli ariosteschi contengono riferimenti autobiografici, effusioni liriche ed amorose, il tutto in toni misurati e pacati e con un linguaggio medio, colloquiale, che li accosta alle Satire.

L’OBIZZEIDE

Va ancora ricordata l’Obizzeide, un frammento di poema epico, iniziato prima del 1505 con l’intento d’esaltare la casa d’Este e presto interrotto, per il delinearsi del progetto del Furioso.

LE COMMEDIE

Ariosto si occupò professionalmente di teatro, poiché questo compito rientrava tra quelli di intellettuale cortigiano.

Egli fu colui che inaugurò la nuova tradizione di scrivere commedie in volgare (fino ad allora infatti si usava tradurre quelle in latino) con due commedie: “La Cassaria”, del carnevale del 1508, e “I Suppositi”, del carnevale dell’anno successivo.

Pur rivolgendosi a soddisfare i bisogni del pubblico, Ariosto mirò egualmente ad un’alta dignità artistica e, nell’elaborazione dei suoi testi guardò ai modelli classici, in particolare a Plauto.
Mentre però le commedie latine erano in versi, Ariosto scelse in un primo tempo la prosa.

La Cassaria è caratterizzata dalla serie di trovate astute di molti servi, che si susseguono con intenso dinamismo.
I Suppositi si fonda su una serie di scambi di persona e sugli equivoci che ne nascono.

Dopo queste due commedie l’attività teatrale di Ariosto si interruppe per quasi un decennio.
Quando riprese la scrittura di commedie, l’autore lasciò la prosa per il verso più adatto all’idea di teatro letterariamente elevato che gli era propria e più vicino ai modelli classici.

Nel 1520 Ariosto inviava al papa Leone X “Il Negromante”, commedia già ideata sin dal 1509.
Al dinamismo dell’intreccio e delle trovate comico-furfantesche, che era proprio delle prime commedie, si sostituiscono intenti di satira di costume.
La rappresentazione realistica di costume caratterizza anche “La Lena” (1528) in cui si insiste sul tema dell’interesse economico.
A partire del 1518-19 Ariosto aveva anche abbozzato un’altra commedia, “Gli Studenti”.
Questa rimase però interrotta all’inizio del IV atto.
Accanto ai testi teatrali può poi essere collocato “L’Erbolato”, che è una “cicalata” in prosa di un ciarlatano che magnifica le virtù delle sue erbe medicinali.

LE SATIRE

Tra il 1517 ed il 1525 Ariosto scrisse sette satire in forma di lettere in versi indirizzate a parenti ed amici.
La satira antica era in origine un componimento che permetteva di toccare i più vari argomenti, senza un ordine prefissato.

I temi centrali delle Satire sono la condizione dell’intellettuale cortigiano, i limiti e gli ostacoli che essa pone alla libertà dell’individuo, l’aspirazione ad una vita quieta ed appartata, lontana dalle ambizioni e dalle invidie della realtà di corte, dedita agli studi, ai voli della fantasia ed agli affetti famigliari, il fastidio per le incombenze pratiche che dell’esercizio poetico costituiscono l’ostacolo, la follia degli uomini che si danno ad inseguire oggetti vani, la fama, il successo, la ricchezza.

L’atteggiamento dell’autore è ironico, il tono colloquiale.

LE LETTERE

Ci sono giunte 214 lettere di Ariosto, scritte fra il 1498 ed il 1532.
La lettera ariostesca non è componimento squisitamente letterario, ma un documento autentico, non scritto per la pubblicazione, scevro di intenti letterari. Non sono scritte in un linguaggio letterario elaborato, ma in stile semplice ed immediato.

L’ORLANDO FURIOSO

Intorno al 1505 Ariosto mise mano alla composizione di un poema cavalleresco, L’Orlando furioso.

La materia cavalleresca era molto amata nella corte ferrarese e aveva già trovato espressione, pochi decenni prima, in un capolavoro, “L’Orlando innamorato” di Boiardo.

Nella sua opera Ariosto si collega direttamente a quella boiardesca, riprendendo la narrazione esattamente al punto in cui il poeta l’aveva interrotta.

Una prima redazione del Furioso vide la luce a Ferrara nel 1516. Dopo vari rimaneggiamenti, Ariosto si accinse ad una nuova e più radicale revisione dell’opera ed una terza ed ultima edizione del poema fu edita nel 1532.

I CINQUE CANTI

Furono scritti presumibilmente intorno al 1518-19, con l’intenzione di inserirli nella seconda edizione del Furioso.

Ariosto rinunciò poi a questo inserimento e li lasciò inediti, e furono pubblicati postumi dal figlio Virginio.

ITALO SVEVO

UNA VITA

Iniziato verso la fine del 1887, fu completato probabilmente alla fine dell’89.

Nel romanzo, ambientato nella Trieste di fine Ottocento e ripartito in venti capitoli, è narrata la storia di Alfonso Nitti, impiegato presso la Banca Maller & C., che conduce una vita tediosa e austera, all’insegna della passività. Alfonso proviene da un paese della provincia e si adatta con qualche difficoltà alla vita cittadina, tanto più che il suo carattere debole e insicuro non gli agevola né le relazioni sociali né, a maggior ragione, i rapporti con le donne. Anche la sua passione per la letteratura risulta sterile: dà inizio a un trattato di filosofia morale arrestandosi dopo poche pagine. Il compito cui attende in ufficio è monotono e per nulla gratificante; una distrazione nella compilazione di una lettera commerciale gli procura aspri rimproveri e frustrazioni ulteriori. Tra gli impiegati regna la diffidenza reciproca e ciascuno ricorre a ogni accortezza per limitare il carico di lavoro da svolgere e per mettersi in luce agli occhi del capufficio.

Al di sopra di vari personaggi che popolano la banca , aleggia la figura minacciosa di Maller quasi invisibile ma temutissima.
Nitti sta a pensione presso i Lanucci, una famiglia modesta presso la quale trascorre molte delle ore libere dal lavoro. Quando questi gli propongono di dare lezioni di italiano alla figlia Lucia, con l’evidente scopo di suscitare il suo interesse per lei, Alfonso accetta senza alcun entusiasmo e la stessa ragazza si sottomette malvolentieri al desiderio dei genitori che non nascondono il desiderio di trovare per lei un buon partito e farla sposare al più presto. Lucia, non bella e piuttosto goffa nei modi, è intellettualmente limitata e priva di interessi, per cui le lezioni cessano ben presto, con sollievo di entrambi. Alfonso conosce Annetta, la figlia di Maller, una ragazza sicura di sé e abituata a una vita agiata, che si compiace unicamente di vedersi attorniata da molti ammiratori. Benché sia stato avvertito circa il suo carattere volubile e la freddezza con cui è solita trattare i corteggiatori, Alfonso fa di tutto per essere ammesso tra i frequentatori abituali di casa Maller e ottiene di vedere tutte le sere la ragazza con il pretesto di scrivere insieme con lei un romanzo. Gli incontri avvengono sempre alla presenza di Francesca, originaria dello stesso paese di Alfonso: Annetta non ha alcun talento per la letteratura, ma il giovane si assoggetta volentieri a questa finzione pur di starle vicino; anzi troverà il modo di dichiararsi e, reso più audace dalla confidenza, nei rari momenti in cui è solo con lei, si permette delle affettuosità alle quali la ragazza non si sottrae, ma che accoglie con indifferenza, come un dovuto omaggio alla sua bellezza.

Anche nell’innamoramento Alfonso si comporta in modo contraddittorio: costantemente preda di dubbi e ripensamenti, è incapace di mantenere un proponimento o di portare a esecuzione un progetto. Una sera, approfittando dell’assenza di Francesca, si spinge oltre i soliti abbracci e baci e fa sua Annetta. Ciò costituisce una svolta decisiva nel romanzo: da quel momento la ragazza abbandona l’indifferenza ostentata fino ad allora e si mostra ad Alfonso nelle vesti dell’innamorata, mentre lui comincia a farsi più freddo e distaccato. Cosicché, quando Annetta lo prega di allontanarsi dalla città per qualche giorno, per avere il tempo di avvertire suo padre e prepararlo all’idea del loro matrimonio, Alfonso obbedisce. Francesca, che è stata l’amante di Maller e spera di trarre vantaggi personali dall’unione di Annetta e Alfonso, lo mette in guardia dal partire perché, così facendo, rischierebbe di perdere l’amore della capricciosa ragazza. Invano: egli mantiene il suo proposito di obbedire ad Annetta, non perché la ami ma perché vuole porre fine a quella storia, rimettendo a lei l’iniziativa di lasciarlo. Chiede di assentarsi dall’ufficio con il pretesto che sua madre è in gravissime condizioni; giunto a casa, scopre che la donna è stata realmente in serio pericolo di vita.

Si apre così un’altra fase del romanzo, dedicata alla malattia della madre fino alla sua morte, e segnata da un’ulteriore sconfitta per Alfonso, indotto a vendere subito e a condizioni svantaggiose la casa paterna. Infine egli si ammala e trascorre vari giorni in condizioni di semi-incoscienza. Rientrato in città, si avvede con amarezza che nessuno ha sofferto per la sua assenza e gli giunge notizia che Annetta si è fidanzata con il cugino, il brillante avvocato Macario. In casa Lanucci, Lucia è incinta ma il fidanzato non ha mezzi per affrontare il matrimonio e la abbandona. Impietosito, Alfonso si offre di pagare la dote purché il fidanzato la sposi. Anche in ufficio la situazione volge al peggio: sempre più osteggiato da Maller, viene retrocesso a un incarico di second’ordine. Tenta invano di avere un chiarimento prima con lui e poi con Annetta, ma viene invece sfidato a duello dal fratello di lei, un giovane fatuo e arrogante. Constatato il totale fallimento della propria esistenza, Alfonso si suicida, lasciando la signora Lanucci erede dei suoi beni.

Il romanzo mette in luce un mondo squallido, in cui i rapporti sono improntati a ragioni di mera utilità e l’interesse economico è il solo motore delle relazioni sociali. Il meccanismo si ripete anche nelle classi inferiori: la signora Lanucci, per esempio, vuole un matrimonio conveniente per la figlia e la spinge senza ritegno prima verso Alfonso, poi verso il fidanzato.
Alfonso – un personaggio che presenta diverse “coincidenze” con l’autore – è incapace di inserirsi in un mondo così ferocemente dominato dall’utile: ha ambizioni letterarie ed è un sognatore, perennemente scollato dalla società che lo circonda. Intorno a sé nessuno sembra possa corrispondere ai suoi interessi, e la fantasticheria è uno sbocco insufficiente alle sue frustrazioni. Consapevole della propria inettitudine e costantemente impegnato nell’autoanalisi, risulta privo di energie quando deve affrontare le situazioni concrete della vita. Alfonso (come Emilio di Senilità e, in parte, come il protagonista della Coscienza de Zeno) è condannato ad attraversare un’epoca trionfante di apparenti progressi, restando prigioniero del disagio e del fallimento, di quella malattia i cui sintomi sono «coazione a ripetere, pratiche autopunitive, nevrosi di scacco, monologo ininterrotto, razionalizzazione abusiva».

SENILITA’

Scritto fra il 1896 e il 1897.

I quattordici capitoli del secondo romanzo di Svevo vedono protagonista Emilio Brentani, letterariamente consanguineo di Alfonso e Zeno, protagonisti di Una vita e della Coscienza di Zeno: si tratta di un personaggio che vive una vita arida e piatta, che non trae alcuna soddisfazione nemmeno dall’attività letteraria alla quale pure si dedica assiduamente. Vive con la sorella Amalia, una donna spenta e grigia quanto lui, che sogna l’amore romantico e trascina un’esistenza altrettanto monotona e solitaria. Emilio ha una relazione sentimentale con Angiolina, ragazza di vistosa bellezza e dal passato che molti giudicano equivoco. Ha cercato in quella relazione un’avventura breve e non impegnativa, di quelle che sente raccontare dagli amici, principalmente da Stefano Balli, lo scultore che passa da una donna all’altra mantenendo con loro un ostentato atteggiamento di superiorità. Balli – uomo cui ha arriso la fortuna e che vive per godere della bellezza, della ricchezza e della forza – si propone di insegnare all’amico come trattare le donne e organizza a scopo dimostrativo una cena, cui i due si presentano accompagnati dalle rispettive ragazze. Lo scultore non perde occasione per tiranneggiare la sua (che è piuttosto rozza e volgare), mettendosi così in bella mostra agli occhi di Angiolina, che cade preda del suo fascino e si dichiara pronta a fargli da modella. Angiolina, dunque, sembra la donna ideale per l’esperimento che dovrebbe portare Emilio all’educazione “sentimentale” e al superamento degli impacci psicologici che gli precludono l’azione: oltre a essere bella e fatua, è bugiarda e intrattiene relazioni con altri uomini senza neanche darsi la pena di nasconderlo troppo. «Angelica» solo nel nome e nelle speranze di Emilio, incarna perfettamente il tipo della donna perduta (nel romanzo tale circostanza non viene mai esplicitata, ma tutto fa pensare che essa sia una prostituta). Anche la sua famiglia ha del sordido: la madre le regge manifestamente il gioco, il padre è afflitto da manie di persecuzione e la sorella minore sembra incamminarsi verso un destino del tutto analogo a quello della maggiore. I difetti e le bugie di Angiolina spingono però Emilio ad attaccarsi ancora di più a lei.
La storia si complica dal momento in cui egli si prefigge di redimerla, di elevarla a uno stato superiore, quando cioè se ne innamora davvero. Con un procedimento ambiguo e tortuoso, egli mostra di avvedersi di tutta la volgarità e l’innocenza che abitano nel personaggio, per cui desidera contemporaneamente redimerla e corromperla. Inizia per il protagonista un periodo tormentato dalla gelosia: la ragazza asserisce di aver trovato un lavoro presso una famiglia che risulterà poi inesistente; inoltre si accompagna all’attempato ma ricco Volpini, il sarto suo “fidanzato” che, dopo averla posseduta, rompe la relazione. Emilio accetta una situazione così apertamente equivoca e non prende alcuna iniziativa per chiarire la sua posizione; tuttavia deve arrendersi all’evidenza quando Balli gli dimostra che la ragazza ha incontri furtivi anche con altri uomini. Disgustato, si allontana allora da lei e torna a occuparsi della sorella, che comincia a manifestare, oltre alla consueta malinconia, i sintomi di uno squilibrio nervoso, aggravato da una delusione amorosa (aveva creduto che Balli fosse innamorato di lei). La situazione di Emilio nei confronti di Angiolina trova una sua simmetria in quella di Amalia e Balli: fratello e sorella non si rendono mai conto della reale natura delle persone che hanno di fronte e si trascinano in situazioni patetiche.

Ben presto il proponimento di Emilio viene infranto: rivede Angiolina e si ritrova attratto da lei. Cadendo ancora una volta nella rete delle sue parole e dei suoi sorrisi, ricomincia a frequentarla e anzi la fa sua. Pur essendo via via più consapevole degli artifici messi in atto per legarlo a sé, lo riprende il desiderio di educarla. La gelosia, tuttavia, non cessa di tormentarlo e l’amico Balli costituisce il più serio pericolo, incarnando egli perfettamente il tipo del seduttore e dell’uomo forte che Emilio non riesce a essere. Simultaneamente alla decisione presa da Brentani di lasciare per sempre Angiolina, Amalia cade ammalata. La polmonite di cui è vittima è complicata dal fatto che il suo fisico è stremato dall’uso di etere, con il quale la donna si inebriava per dimenticare la propria infelicità. La morte giunge dopo una penosa agonia, la cui sintomatologia è riportata in dettaglio. Angiolina, si saprà in seguito, è fuggita con il cassiere (ladro) di una banca. Il romanzo si conclude ancora all’insegna dell’ambiguità: dopo la morte della sorella e la scomparsa dell’amata, Emilio si ritrova a sovrapporre in un’unica immagine le figure così diverse delle due donne, finendo con l’esplicitare una intercambiabilità di ruoli e fisionomie tra i personaggi non priva di risvolti morbosi.

Anche Emilio Brentani, come gli altri antieroi sveviani, è incapace di scelte attive e di conquistare una personale identità. Costantemente impegnato nell’osservazione critica di se stesso, ammira la vitalità dimostrata da Balli e da Angiolira, ma non sa uscire dal ruolo al quale lui e la sorella risultano atroficamente fissati. In questo simmetrico quadrilatero, Emilio e Amalia, assimilati nei nomi per assonanza, sognatori, piegati su se stessi, passivi e perdenti, hanno il loro opposto in Angiolina e Balli, personaggi alquanto rozzi ma attivi, che lottano e superano ogni difficoltà. «Svevo si è mosso speditamente sulla pista del realismo ottocentesco facendosi saltare tutti i ponti alle spalle: devastato il campo del personaggio, rinnegata la serietà della vicenda, ha di fronte a sé la sola prospettiva di essere un romanziere ironico, una volta per tutte».

LA COSCIENZA DI ZENO

Scritto tra il 1919 ed il 1922.

Il romanzo, ambientato a Trieste, non segue lo svolgimento cronologico dei fatti, ma è ripartito in otto capitoli – ciascuno con un titolo – che raccontano, per nuclei tematici, la vicenda di Zeno Cosini, nella quale si ritrovano non poche coincidenze con la biografia di Svevo.

Si apre con una brevissima «Prefazione» (capitolo primo), a firma del «dottor S.», lo psicanalista che ha avuto in cura Zeno. La scrittura dell’autobiografia è stata suggerita quale propedeutica alla cura e il dottore afferma di pubblicarne il testo «per vendetta», dal momento che il paziente ha interrotto le sedute, dichiarandosi tuttavia disposto a dividere i compensi con lui nel caso voglia riprendere la terapia. La complessità del romanzo, i suoi molteplici livelli, le contraddizioni e gli artifici che segnano la narrazione sono annunciati già nella prima pagina, quando – per bocca del Dottor S. – Svevo scrive: «Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!…» .

«Preambolo» (capitolo secondo). Zeno comincia a ripercorrere la propria esistenza, cercando invano di riportare alla memoria l’infanzia, ed espone la teoria (che troverà varie conferme nel corso del romanzo, fino alle enunciazioni drammatiche delle ultime pagine) che la vita consiste in un progredire di dolore e malattia. La memoria, ossia la consapevolezza di quel che i fatti abbiano significato, è quindi il tema centrale dell’opera.

«Il fumo» (capitolo terzo). È uno dei più noti capitoli del romanzo. Zeno narra di come abbia preso il vizio di fumare (rubando i sigari dal panciotto del padre) e di come abbia ripetutamente tentato di smettere (ogni proposito di «ultima sigaretta», siglato «u.s.», era invariabilmente smentito dal ritorno al fumo). Decide infine di seguire la terapia del dottor Muli: accompagnato dalla moglie, egli si reca nella sua clinica, dove resterà chiuso in un appartamento, sorvegliato dall’infermiera Giovanna. Rimasto solo, Zeno cade preda di una violenta agitazione nervosa: vuole tornare immediatamente a casa, non solo perché avverte il bisogno di fumare, ma anche perché è colto dal sospetto che la moglie possa intendersela con il dottore. Poiché non riesce a corrompere l’infermiera, ricorre allo stratagemma di farla bere, eludendone così la sorveglianza. Il risultato è che, la sera stessa del suo ricovero per disintossicarsi, egli si trova in casa.

«La morte di mio padre» (capitolo quarto). Svolge il tema del difficile rapporto di Zeno con il padre. Tra i due, però, ci sono evidenti affinità: il padre non ha mostrato di avere rilevanti qualità in campo professionale (i suoi affari sono diretti dall’Olivi, un fedele impiegato) e, pur avendo relazioni con altre donne, in casa ha sempre mantenuto una condotta irreprensibile. In punto di morte, costretto dal figlio a restare a letto, gli dà uno schiaffo. A partire da quello schiaffo, sul quale Zeno molto a lungo s’interrogherà, il protagonista sarà portato a rivedere interamente e a chiarire il suo rapporto con la figura paterna. In questo capitolo è particolarmente evidente la familiarità dell’autore con la teoria e la pratica della psicoanalisi (riscontrabile peraltro in tutto l’impianto del romanzo), che tuttavia il narratore evita di trattare in forma diretta.

«La storia del mio matrimonio» (capitolo quinto). Alla Borsa Zeno conosce Giovanni Malfenti, suo futuro suocero, uomo piuttosto rozzo ma abilissimo negli affari, che egli cerca invano di imitare. Malfenti ha quattro figlie (Ada, Augusta, Alberta, Anna), e Zeno, già prima di conoscerle, decide che sposerà una di loro: a suggestionarlo è la circostanza che i nomi di tutte e quattro le ragazze abbiano la lettera iniziale tanto distante dalla sua («Quell’iniziale mi colpì molto più di quanto meritasse. Io mi chiamo Zeno ed avevo perciò il sentimento che stessi per prendere moglie lontano dal mio paese»). Esclude subito Anna, che è una bambina, e Augusta; rimane colpito dalla freschezza di Alberta, ma si innamora di Ada, la più bella, che però lo ignora. Come spesso accade nel romanzo, costellato d’atti mancati, Zeno è indotto dalle circostanze a chiedere in moglie Augusta, la meno avvenente delle sorelle, affetta per di più da strabismo. Durante una seduta spiritica, Zeno, pensando di avere vicino Ada, giunge a dichiararle il suo amore. L’episodio della domanda di matrimonio è uno dei momenti di più spiccato umorismo del romanzo. Deciso a sposarsi, Zeno in uno stesso pomeriggio fa domanda di matrimonio ad Ada e ad Alberta, che rifiutano, infine ad Augusta, che accetta di sposarlo pur sapendo che Zeno non la ama e le preferisce le sorelle. Il protagonista si conferma incapace di assumere le responsabilità di qualsiasi proponimento, limitandosi ad adeguarsi alle diverse situazioni, anche quando vorrebbe tutto il contrario: «avevo accettato di fidanzarmi con Augusta per essere sicuro di dormir bene quella notte». Per una delle tante incongruenze, intenzionali e significative del romanzo, quello sarà un matrimonio felice per entrambi: nasceranno due figli ed egli amerà e rispetterà la moglie, pur tradendola ripetutamente con altre donne. Il suo è dunque il classico matrimonio borghese, vissuto all’insegna della normalità e dell’obbedienza alle regole. In questo periodo Zeno comincia ad accusare i sintomi di un male immaginario, che gli si presenta con forti dolori. Ossessionato dal pensiero della malattia e della morte che si figura incombente, vede in Augusta l’immagine perfetta della salute e tale per lui resterà fino alla fine.

«La moglie e l’amante» (capitolo sesto). Le giornate di Zeno trascorrono tranquillamente e, poiché i suoi impegni d’ufficio sono del tutto irrilevanti (gli affari sono gestiti con profitto dal vecchio impiegato del padre), vive «in una simulazione d’attività. Un’attività noiosissima». Conosce Carla, una povera ragazza che studia musica e vive con la madre grazie al sostegno economico che le passa un amico di Zeno, Enrico Copler, e avvia con lei una relazione amorosa che durerà tre anni. Subentrato al Copler, mantiene la ragazza pur non avendo alcuna fiducia nelle sue capacità artistiche, e mal tollera le ingenue richieste di lei, sospettandole dettate da cinico interesse. Anche in quest’occasione manca di risolutezza: più volte si propone di interrompere la tresca e ogni volta si ritrova attratto dalla ragazza. La relazione viene invece troncata da Carla, quando ritiene che la moglie di lui abbia scoperto tutto e ne soffra in silenzio. Si tratta di un ulteriore equivoco, dal momento che la ragazza, in realtà, ha visto non Augusta ma Ada, anche lei tradita dal marito Guido. Nonostante Zeno faccia di tutto per riaverla, Carla si mantiene fermissima nel suo proposito e sposerà il suo maestro di canto, allontanandosi definitivamente dalla vita del protagonista.

«Storia di un’associazione commerciale» (capitolo settimo). Esaurita la fase del risentimento verso Guido, al quale non riesce a perdonare di aver sposato Ada, Zeno si unisce a lui in un’associazione commerciale, ancora una volta apparentemente senza una ragione particolare e solo perché Guido glielo ha richiesto. Entrambi impreparati a sostenere una simile impresa, mettono in piedi un ufficio ma lo conducono senza alcun progetto né una seria direttiva. Anche l’impiegata viene assunta da Guido solo per la sua avvenenza (e, infatti, diventerà presto la sua amante). Il matrimonio di Ada e di Guido, avviato sotto i migliori auspici, attraversa notevoli difficoltà. La bellissima Ada, oltre che dalla gelosia verso il marito, viene tormentata da una malattia, il «morbo di Basedow», che n’altera i tratti e la costringe a cure intensive e a lunghi periodi di ricovero a Bologna. Dall’attività commerciale Guido e Zeno, per un certo tempo, non ricavano alcun frutto. La situazione precipita quando Guido comincia a giocare in Borsa, arrivando a perdere somme considerevoli: per la ditta è il tracollo e, di fronte all’incombente bancarotta, Guido si toglie la vita. Zeno – che fino a quel momento ha mantenuto nell’ufficio una funzione ausiliaria e ha fatto intendere al lettore la propria inadeguatezza all’incarico – prende in mano l’azienda e riesce in brevissimo tempo a sanare gran parte dello scoperto finanziario. Ma, nell’attività febbrile di quelle ore, manca di partecipare al funerale dell’amico, cosa che Ada gli rimprovererà, ritenendolo anche responsabile di quella morte.

«Psico-analisi» (capitolo ottavo). Ii capitolo si presenta nella forma diaristica, si apre con «L’ho finita con la psico-analisi», prosegue con un ritratto negativo del dottore e si conclude con l’affermazione lapidaria: «Sono intento a guarire dalla sua cura». Quindi racconta i giorni dell’entrata in guerra dell’Italia: qui la drammaticità è filtrata dall’adozione di un punto di vista particolare e del tutto umoristico. Nello scompiglio che segue la dichiarazione di guerra, Zeno, che si trova nella zona di Lucinico, nel Carso, si vede sbarrato il passo da un plotone di soldati in pieno assetto di guerra. Il suo disappunto è concentrato sul fatto che non può raggiungere la sua villa in tempo per il caffè.

Nelle ultime pagine, datate «marzo 1916», Zeno, ormai vecchio, ha la visione di come l’uomo – abbandonato lo stato di natura e sfuggito alle sue leggi di selezione -, dopo aver stravolto l’assetto del pianeta e averlo irrimediabilmente inquinato, stia andando incontro a una catastrofe senza precedenti: «A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie».

Quando uscì, La coscienza di Zeno non ebbe accoglienza diversa dai precedenti romanzi di Svevo, Una vita e Senilità, che erano passati praticamente inosservati. Fu scoperto da James Joyce e Bobi Bazlen e definitivamente imposto all’attenzione della critica da Eugenio Montale, Valery Larbaud e Beniamin Crémieux; da allora è diventato un classico del Novecento

Zeno/Svevo gioca a depistare il lettore, a disorientarlo, a sorprenderlo, giacché egli – perennemente distratto e, in apparenza, sempre scarsamente partecipe degli eventi di cui pure è protagonista – sembra non avere coscienza della realtà, vivendo in una sorta di spazio distinto, che coincide in sostanza con lo spazio della scrittura.

CORTO VIAGGIO SENTIMENTALE E ALTRI RACCONTI INEDITI

Pubblicato postumo, il libro contiene una serie di racconti, alcuni editi su periodici, altri ritrovati dopo la morte dell’autore, molti dei quali erano rimasti incompiuti. In «Appendice» alcuni abbozzi e le diverse redazioni di vari racconti
L’eponimo e incompiuto Corto viaggio sentimentale è il più ampio e articolato dei racconti. È ripartito in sette capitoli (ma l’ultimo è solo avviato): I «Stazione di Milano», II «Milano-Verona», III «Verona-Padova», IV «Venezia», V «Alla stazione di Venezia», VI «Venezia-Pianeta Marte», VII «Gorizia-Trieste».
Vi si narra di un viaggio d’affari da Milano a Trieste compiuto dall’anziano signor Aghios, che porta con sé la considerevole somma di trentamila lire. Impaziente di allontanarsi dalla moglie che affettuosamente lo ha accompagnato alla stazione, alla partenza del treno si sente finalmente libero e più giovane, sottratto alle premure della donna che lo considera vecchio e alle intemperanze del figlio, che non gli nasconde la sua insofferenza. In treno si compiace di intrecciare sguardi con le giovani donne presenti: scruta sia l’interno del vagone sia il paesaggio e, insieme, tiene sotto costante osservazione anche se stesso. Si sottopone ad analisi nei gesti, negli impulsi, nelle reazioni e anche nei pensieri, alla ricerca delle leggi che ne spieghino razionalmente la causa e la meccanica. Controlla costantemente il contenuto delle proprie tasche per soddisfare l’irreprimibile impulso di tenere in ordine le sue cose e, sistematicamente, si accerta della presenza della busta contenente il denaro. Fuma e fa conversazione con un altro viaggiatore, il ragionier Borlini, ispettore di una società di assicurazioni, che, come lui, viaggia con una grossa somma di denaro. Il signor Aghios, senza un motivo apparente, mente a Borlini, anche su particolari inessenziali, e dissimula il suo vero punto di vista in ogni circostanza. Fa amicizia con Giacomo Bacis, un giovane palesemente afflitto da una grave angoscia: impietosito, gli usa ogni sorta di riguardi e, durante la sosta alla stazione di Venezia, gli offre una cena. Il giovane risulta coinvolto in una complicata vicenda d’amore e d’interesse, che racconta ad Aghios e costituisce un ampio excursus rispetto al resto della narrazione.
È fidanzato con la figlia del suo padrone, Berta, che non ama ma che sposerebbe per interesse, e tuttavia non si rassegna a perdere la propria amante, la bella Anna, di umile condizione, dalla quale aspetta un figlio. Risoluto a rompere il fidanzamento, ne è impedito dal fatto che non è in grado di restituire le quindicimila lire avute in anticipo sulla dote e che, a sua volta, ha prestato a suo fratello, caduto in difficoltà. Aghios prende vivissima parte al racconto di Bacis e, complici anche i numerosi bicchieri di vino che i due bevono, si arrovella sul modo di aiutarlo, giungendo a confessargli di avere con sé le trentamila lire. Risaliti in vettura, Aghios si addormenta profondamente intorpidito dal vino, e sogna di essere in viaggio per raggiungere il pianeta Marte. Al risveglio, si accorge che Bacis è sceso dal treno e che lo ha derubato di quindicimila lire. L’episodio – con una tecnica consueta in Svevo – assume il significato di un proposito mandato a effetto con atti ambigui: il protagonista solo apparentemente ha subito una forzatura; in realtà ha fatto in modo di mettere a disposizione del ragazzo la somma che gli era necessaria e che lui desiderava offrirgli.

In L’assassinio di Via Belpoggio si seguono le mosse di un uomo che ha appena commesso un delitto per appropriarsi di un’ingente somma di denaro: dallo stupore derivante dall’enormità del gesto, ai tentativi di dissimulare l’agitazione che immediatamente lo coglie, alla consapevolezza di essere stato scoperto. Il carattere dell’assassino si manifesta a piccoli tratti, e quello che sulle prime poteva sembrare un atto inconsulto si rivela la conseguenza estrema di una vita viziosa e scioperata.
In Proditoriamente il signor Maier, assillato da difficoltà economiche, va a chiedere aiuto al signor Reveni, il quale, avendo sempre mantenuto una condotta prudente negli affari, rifiuta di soccorrerlo rimproverandogli gli errori commessi. Nel corso della conversazione Reveni è colto da malore e muore sotto gli occhi di Maier, che guarda con freddezza la drammatica scena, e riflette cinicamente su quanto presto sia mutata la condizione di chi, solo pochi minuti prima, forte della sua florida posizione economica, era rimasto indifferente alle necessità di un amico.

Lo stesso tema in La morte (incompiuto), nel quale si narrano gli ultimi giorni di Roberto, dei suoi sforzi per mantenersi vigile e cosciente anche di fronte al dolore fisico. Le poche pagine di Orazio Cima (incompiuto) abbozzano la storia di un giovane innamorato di Antonia, l’amante di un suo amico. Vincenzo, protagonista de Il malocchio (incompiuto), si rende conto di avere il potere di gettare il malocchio e di danneggiare e uccidere con lo sguardo, tanto che consulta un medico con la vana speranza di porre fine al proprio dramma.
Nel racconto La buonissima madre si narra di una donna che, dopo aver perduto il figlioletto nato deforme, dà alla luce una bambina e vive solo per questa maternità, incurante dell’amore che per lei nutre da anni il medico di famiglia. Roberto, il protagonista de L’avvenire dei ricordi, rievoca il momento in cui lui e suo fratello furono lasciati dai genitori in un collegio.

In Incontro di vecchi amici (incompiuto) Roberto Erlis, di famiglia poverissima e diventato ricco uomo d’affari con ambizioni letterarie, incontra il vecchio Miller, che era stato amico di suo padre. In Argo e il suo padrone, un uomo ha trovato un modo per comunicare con il suo cane e trascrive fedelmente tutto quanto l’animale riesce a fargli comprendere; ne emerge un mondo dove gli odori forniscono i dati più giusti per la conoscenza, mentre maltrattamenti catena e museruola segnano l’ottusa pretesa di superiorità del padrone. Ambientate a Murano sono Marianno, Gimutti e In Serenella (incompiuti). La storia di Giacomo è quella di un bracciante che con incredibile abilità riesce non solo a evitare di lavorare, ma anche a impedire che gli altri lavorino; e, per questa sua caratteristica, nessuno vuole assumerlo. Il personaggio è piuttosto singolare: egli non fa altro che applicare un raziocinio serrato, ponendo quesiti, formulando ipotesi, immaginando le più diverse soluzioni teoriche di problemi che gli altri, di norma, risolvono benissimo nell’atto pratico.

Nei racconti Umbertino, Le confessioni del vegliardo, Il mio ozio e Un contratto si trovano nuclei narrativi che costituiscono la continuazione della Coscienza di Zeno. Il primo è incentrato sul nipotino, figlio di Antonia; il secondo sul difficile rapporto con i due figli, Alfio, con ambizioni di pittore, e Antonia, che resta vedova e ritorna nella casa paterna; il terzo svolge il tema della vecchiaia; mentre nel quarto si ripercorre la progressiva estromissione di un uomo d’affari, ad opera del genero in collaborazione con l’amministratore.

Molti dei racconti sono accomunati dal fatto che i protagonisti, avanti con gli anni o comunque giunti a età matura, si volgono al passato e, alla luce dell’esperienza acquisita, rievocano episodi significativi della loro vita. I temi della vecchiaia e della memoria sono i più presenti e risultano perfettamente omologabili a quello che è la “coscienza” nella Coscienza di Zeno: oggettivano, cioè, la condizione di distacco e di estraneità che i protagonisti mantengono nei confronti del trascorrere dell’esistenza, uno stato privilegiato dal quale l’individuo può osservare con maggiore lucidità la mutevolezza della realtà, sia di quella esterna sia di quella interiore, segnata dall’avvicendarsi continuo di condizioni e stati psicologici contrastanti e irriducibili all’unità.

PRIMO LEVI

SE QUESTO E’ UN UOMO

L’opera è stata composta tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947, dopo che l’autore aveva raccontato più volte, oralmente, le vicende occorsegli.
Il testo – che rievoca la prigionia dell’autore in un lager – è articolato in diciassette capitoli: «Il viaggio», «Sul fondo», «Iniziazione», «KaBe», «Le nostre notti», «Il lavoro», «Una buona giornata», «Al di qua del bene e del male», «I sommersi e i salvati», «Esame di chimica», «Il canto di Ulisse», «I fatti dell’estate», «Ottobre 1944», «Kraus», «Die drei Leute vom Labor», «L’ultimo», «Storia di dieci giorni». Arrestato dalla Milizia fascista nel dicembre del ’43, Levi viene avviato nel campo di Monowitz, o Auschwitz terzo, nei pressi di Auschwitz, dove con altri prigionieri (oltre gli ebrei, ci sono anche criminali comuni e detenuti politici) lavora alla Buna, una fabbrica tedesca di gomma e prodotti sintetici. Fin dal viaggio di trasferimento al campo i prigionieri scoprono che la loro vita non ha più alcun valore: i tedeschi utilizzano gli ebrei come forza-lavoro (ciò costituirà la salvezza per Levi, giacché fino ad allora gli ebrei catturati erano stati immediatamente soppressi) e coloro che non risultano utilizzabili vengono portati nelle camere a gas.
La vita del campo si rivela subito infernale: condizioni di lavoro estenuanti, cibo scarsissimo e infimo, temperature rigide da sopportare con indumenti inadeguati, scarpe che piagano i piedi, divieto assoluto di infrangere un regolamento rigidamente vessatorio (per esempio il divieto di dissetarsi con un pezzo di ghiaccio o quello di dormire con il berretto). I prigionieri smettono di avere un nome, una identità e diventano un numero, quello che viene loro tatuato sul braccio sinistro, e a poco a poco cessano di avere una personalità, abbrutiti come sono dagli stenti, dalle percosse, dalla fame, dalla sete, dalle malattie, dalla disperazione. Essi sentono di non condividere più il mondo dei vivi. Ben presto però il prigioniero si rende conto che non deve guardarsi solo dalle SS tedesche ma anche dai compagni di sventura. Tutto – in un momento di distrazione – può venir rubato e rivenduto (il cucchiaio, la camicia ridotta a brandelli, oltreché, naturalmente, la misera razione di cibo) e i «Numeri Grossi», gli ultimi arrivati, devono difendersi dai compagni più furbi, i quali hanno imparato che nel campo la sopravvivenza va conquistata con sforzi quotidiani. Chi riesce, per esempio, a ottenere un qualsiasi incarico dai tedeschi passa dall’altra parte, dalla parte degli aguzzini, ed esercita il proprio compito con solerzia per dimostrarsene all’altezza. Si delinea cioè, fra gli stessi prigionieri, un preciso discrimine: da un lato i «sommersi», i vinti, destinati a morire; dall’altro i «salvati», i dominanti, quelli che sopravvivono. Una breve sosta è costituita dal ricovero in in fermeria (Levi vi trascorre qualche giorno), dove tuttavia non è possibile restare a lungo, visto che i malati che non mostrano segni di guarigione vengono soppressi, come periodicamente vengono soppressi («selezionati») tutti coloro che a una sommaria visita medica risultano eccessivamente indeboliti.
All’interno del campo il prigioniero ha modo di stringere salde amicizie, e quella con Alberto è la più significativa. Quando Levi viene chiamato a svolgere il lavoro di chimico nel laboratorio del campo, si apre per lui una nuova fase, meno dura per quel che riguarda le condizioni fisiche, più difficile dal punto di vista psicologico, giacché l’avere più tempo per pensare e ricordare il passato acuisce la sofferenza per lo stato presente. Una circostanza puramente fortuita fa sì che il protagonista sia tra i ricoverati in infermeria nel momento in cui i tedeschi fuggono per l’imminente arrivo dei sovietici (i «sani», infatti, vengono trasferiti e morranno tutti). Nel campo deserto i sopravvissuti trascorrono dieci giorni terribili prima dell’arrivo dell’Armata Rossa: abbandonati a se stessi, molti muoiono, mentre i pochi validi si organizzano per far fronte al freddo, alla fame e al pericolo di contagio costituito dai malati più gravi e dalla presenza di molti cadaveri. Il racconto si interrompe al 27 gennaio 1945; e le vicende successive all’arrivo dei russi saranno oggetto di un altro libro, La tregua, pubblicato nel 1963.
Nella «Prefazione» l’autore spiega che la rievocazione di quei tragici mesi risponde al «bisogno di raccontare» e allo scopo di «fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano». La narrazione è condotta con linguaggio volutamente pacato, senza animosità, affinché questa testimonianza ferma e precisa possa vincere le eventuali incredulità ad ammettere che tali barbarie siano veramente accadute e accadute in modo tanto efferato.

LA TREGUA

La stesura di quest’opera fu completata quattordici anni dopo quella di “Se questo è un uomo”.

Nel libro sono ripercorse le vicende comprese tra l’arrivo dell’Armata Rossa ad Auschwitz (gennaio 1945) e il ritorno dell’autore a Torino (ottobre 1945), lungo un viaggio tortuoso che lo porta dalla Polonia in Unione Sovietica, quindi in Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Austria, Germania e infine Italia. Un periodo di «tregua»» fra l’orrore della prigionia nel lager e il reinserimento nella vita civile. Rispetto a Se questo è un uomo (di cui è la continuazione), l’opera ha un impianto più decisamente letterario ed è divisa in diciassette capitoli, ciascuno con titolo.
Agli occhi dei soldati russi si presenta un quadro di sconvolgente desolazione: nel lager, frettolosamente abbandonato dai tedeschi in fuga, ci sono ovunque cadaveri, agonizzanti in stato di totale abbandono e malati immersi nella sporcizia e nel gelo. Nello stupore doloroso dei liberatori torna ad affacciarsi quel sentimento di vergogna e di impotenza già provato dagli stessi prigionieri. Il disgelo rende le condizioni del campo ancor più precarie sotto il profilo igienico-sanitario. Trasferiti gli ex prigionieri al «Campo grande» di Auschwitz, Levi conosce un greco e si accompagna a lui nel viaggio verso Cracovia. Nei rapporti con questo greco – abilissimo negli affari e sprezzante nei confronti del giovane, apertamente rimproverato per la sua ingenuità e inesperienza nelle faccende pratiche – si ripropone la distinzione tra chi con furbizia riesce a far fronte alle difficoltà e chi non sa mettere a punto un’adeguata reazione. L’abilità del greco si manifesta appieno nella caserma dove si rifugia per una notte con il nuovo amico.

Giunto nel campo di sosta a Katowice, Levi viene temporaneamente impiegato come «doktor» e conosce Cesare, un vivacissimo romano anch’egli dotato di uno spiccato senso degli affari; con lui e con altri profughi, si mette in viaggio per tornare a casa. Insieme organizzano scambi vantaggiosi: in Russia, per ottenere una gallinella (una «curizetta»), si impelagano in un’estenuante e comica trattativa con una famiglia di contadini. Ma Cesare è anche autore di commerci truffaldini: vende infatti un anello d’ottone spacciandolo per oro, pesce siringato con acqua e camicie bucate per nuove. Tra le masse sbandate di profughi, si riproduce in sostanza la separazione tra i molti che subiscono passivamente gli eventi e i pochi che sanno trarre vantaggio dall’ingenuità o dalla debolezza altrui. Cessato il pericolo immediato della guerra, insorge prepotente la necessità di raccontare, e tra gruppi linguisticamente tanto distanti si ricorre a una comunicazione mediata e mescidata, per cui il romanzo è punteggiato di parole o frasi dialettali o straniere. Quando, per esempio, un marinaio russo racconta un movimentato episodio di guerra, per essere compreso dal suo variegato e attento uditorio, egli ricorre a tutte le forme espressive che riesce a ricordare e che vanno dal russo al tedesco, allo yiddisch e infine al linguaggio gestuale. Il viaggio prosegue tra innumerevoli difficoltà. A Curtici, tra la Romania e l’Ungheria, il convoglio sosta una settimana e per il paese è la devastazione, visto che i profughi fanno incetta di tutto quanto capiti loro a portata di mano: «è da credersi anzi che questo sia entrato a far parte delle tradizioni locali, e che se ne parlerà per generazioni, accanto al fuoco, come altrove ancora si parla di Attila e di Tamerlano». La vista di città poco prima nemiche, come Monaco e Vienna, distrutte dai bombardamenti, riaccende la memoria delle sofferenze provate durante la guerra. Lentamente, tuttavia, si ricostruiscono i vincoli sociali e le abitudini civili; i gruppi si consolidano e, dopo aver superato tutte le difficoltà provocate dallo stato disastroso delle linee di comunicazione, Levi può fare ritorno nella sua casa il 19 ottobre del ’45.
Nell’ultimo capitolo l’autore tocca con pudore e levità il tema del ricordo della prigionia e degli incubi che hanno continuato a visitarlo dopo il rientro, tanto potenti da fargli sospettare che quella del lager fosse ormai l’unica realtà e che la vita quotidiana vissuta in tempo di pace altro non fosse che un breve sogno.

LA CHIAVE A STELLA

Quest’opera è, secondo lo stesso autore, la prima professionale, in quanto durante la stesura delle altre due opere lui aveva anche un’altra occupazione, quella di chimico.
Protagonista di gran parte dei quattordici racconti è Tino Faussone, un montatore specializzato nella costruzione di gru, ponteggi e tra licci, che racconta all’autore le avventure capitategli nel corso delle varie missioni di lavoro. Senza scendere in particolari che renderebbero identificabile il luogo nel quale di volta in volta gli episodi sono avvenuti, Faussone offre, nella concretezza dei suoi ricordi, «un bel fatto. Lei poi, se proprio lo vuole raccontare, ci lavora sopra, lo rettifica, lo smeriglia, toglie le bavature, gli dà un po’ di bombé e tira fuori una storia; e di storie, ben che sono più giovane di lei, me ne sono capitate diverse». Il suo raccontare è piuttosto monotono, espresso con «vocabolario ridotto» e «luoghi comuni che forse gli sembrano arguti e nuovi»; e necessita pertanto di essere “messo in forma” dallo scrittore, che mantiene nei racconti la semplicità e la vivacità del registro colloquiale, con continui richiami all’origine orale del dettato («Allora, le stavo dicendo che ero laggiù…») e mantenendo la peculiarità del lessico specificamente professionale: «via verso il largo, tirandoci dietro il derrick coricato sui due pontoni come quando si porta una vacca al mercato per la cavezza».
Nel primo racconto, «Meditato con malizia», gli operai che lavorano al montaggio di una gru da molo, dopo aver protestato invano contro il padrone, si risolvono infine a «fargli la fisica», a operare cioè un malefizio che lo spaventi e lo faccia tornare sulle sue decisioni. Dopo la «fattura» il padrone, invece, cade ammalato e muore, cosicché alla famiglia sembra ovvio denunziare gli operai per «assassinio meditato con malizia» e aprire un processo che si annuncia lunghissimo. In Clausura Faussone racconta di quando era stato chiamato per montare il traliccio di sostegno alle colonne di un impianto chimico: «mi piaceva lo stesso di vederlo crescere, giorno per giorno, e mi sembrava di veder crescere un bambino, voglio dire un bambino ancora da nascere. Si capisce che come bambino era un po’ strano perché pesava sulle sessanta tonnellate solo la carpenteria, ma cresceva non così basta che sia, come cresce la gramigna». Faussone assume la direzione dei lavori («fin dal primo giorno è venuto come di natura che comandassi io, perché ero quello che aveva più mestiere: che fra noi è la sola cosa che conti, i gradi sulla manica noi non ce li abbiamo»), cosicché quando – a lavori ultimati – insorge un grave problema nell’impianto, viene immediatamente consultato. Una delle colonne, rappresentata come un organismo vivente, è «malata»: «aveva come un attacco ogni cinque minuti come una gran bestia che gli mancasse il fiato; la colonna cominciava a vibrare». Individuato il problema («quel progettista, ben che era in gamba, aveva fatto una topica marca leone, pare che in una colonna come quella gli anelli non ci andassero»), Faussone supera le proprie resistenze e si introduce nella colonna per rimuovere i detriti degli anelli che la ostruiscono. In quel luogo soffocante e sospeso a vari metri di altezza, Faussone ha una terribile esperienza di claustrofobia: «mi tornavano in mente tante cose che avevo dimenticate da un pezzo, quella sorella di mia nonna che si era fatta monaca di clausura, “chi passa questa porta – non vien più fuori né viva né morta”». Facendo appello a tutte le proprie risorse, Faussone porta a termine l’impresa di disostruire la colonna, fermamente risoluto in cuor suo a non accettare mai più di lavorare in spazi angusti. Altra avventura memorabile narrata da Faussone è quella della costruzione di un ponte sospeso in India (Il ponte): «io ho sempre pensato che i ponti è il più bel lavoro che sia: perché si è sicuri che non ne viene male a nessuno, anzi del bene, perché sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché sono come l’incontrano delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre». Quando i lavori sono quasi conclusi, il ponte – investito da un forte vento – comincia a ondeggiare vistosamente e in pochi istanti crolla su se stesso, tra la costernazione generale. Nel corso del racconto, il disastro era stato del resto quasi preannunciato da una serie di segni premonitori: il pericolo corso dal protagonista durante il viaggio aereo che lo porta in India, la morte di due operai durante le operazioni di dragaggio del fiume, la piena rovinosa del fiume che aveva divelto l’argine per decine di metri e, infine, l’immagine del rituale in uso presso i parsi che fanno a pezzi i defunti.
Il protagonista di Acciughe I e Acciughe II è il narratore stesso che racconta di come, finita la guerra e lasciato il campo di concentramento, avesse trovato impiego come chimico in un’azienda torinese: «II mio mestiere vero è il mestiere del chimico. Non so se lei ne ha un’idea chiara, ma assomiglia un poco al suo: solo che noi montiamo e smontiamo delle costruzioni molto piccole». La storia raccontata a Faussone gli era capitata in Unione Sovietica, dove era stato chiamato a risolvere il problema di una vernice che l’autore stesso aveva attentamente collaudato a Torino e sempre con esito positivo. Quella stessa vernice, acquistata dai sovietici per rivestire l’interno di scatole di acciughe, quando viene sottoposta a verifiche sul posto mostra inspiegabilmente grumi e striature che ne eliminano l’impermeabilità. Occorrerà un secondo viaggio e un’osservazione attenta delle condizioni in cui vengono effettuate le prove per individuare l’origine dell’inconveniente: nella vernice si infiltrano le fibre degli stracci utilizzati per le pulizie all’interno del laboratorio. Viste riconosciute le sue ragioni, il narratore affronta con soddisfazione il viaggio di ritorno.

FONTI

Guido Baldi, Silvia Giusto, Mario Rametti, Giuseppe Zaccaria

“Dal testo alla storia dalla storia al testo”, Volumi A e B.

Enciclopedia Universale Garzanti

Bissaca, Palella

“L’altra biblioteca”, Edizioni Lattes

Per le opere di Svevo e Levi: vari siti intenet dedicati agli scrittori del ‘900 italiano.

Carlo Emanuele GiordanaÔ

ã Famiglia Giordana 1988-2005