Testi a commento del canto XXXIII del Paradiso

TOMMASO D’AQUINO

Non est.. .possibile quod per aliquam similitudinem creatam divina sub stantia intellegatur
(Contra Gentiles – Bosco-Reggio 765) (Dante trasgredisce)

Bhagavad_ Gita (Canto del Beato)

Il Poema sacro è uno dei capitoli del poema epico  Mahabharata, storie di guerre e di conquiste, e ci riporta l’insegnamento Sri Krishna, avatar (manifestazione terrena della divinità) che insegna al discepolo Arjuna, guerriero stanco di combattere, cosa è il Brahaman. È stato composto più o meno 300 anni prima di Cristo; tuttavia, gli avvenimenti storici con i quali si confronta si situano in epoca più antica; la grande guerra descritta dalla Bhagavad Gita avvenne in una data che la critica moderna fissa a 1.000 anni prima di Cristo.

Nel capitolo intitolato “Visione della forma universale”, Arjuna chiede a Krishna di vedere la sua “forma” dopo averlo dotato di un “occhio divino”

12. Se un migliaio di soli apparissero simultaneamente nel cielo,
fiocamente la loro luce potrebbe rassomigliare allo splendore di quel potente Essere!

13. Dimorando nella forma infinita del Dio degli dèi, Arjuna vide
l’intero universo con tutte le sue variegate manifestazioni.

……..

In questo Uno l’intero universo

Vedi ora, con tutto ciò che si muove e ciò che non si muove

Nel mio corpo, o Arjuna,

vi è tutto ciò che desideri vedere.

Muṇḍaka Upaniṣad, I,1,6-7)

« Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato. Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall’Indistruttibile si genera il tutto. »

Chandogya Upanishad
Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la realtà, essa è l’Atman.(l’anima individuale) Essa sei tu. (Tat tvam asi) (Tu sei quello)

(concetto ripreso dal cristianesimo gnostico)

I Veda  sono un’antichissima raccolta in sanscrito vedico di testi sacri dei popoli arii che invasero intorno al XX secolo a.C. L’India settentrionale, costituenti la civiltà religiosa vedica, divenendo, a partire della nostra era, opere di primaria importanza presso quel differenziato insieme di dottrine e credenze religiose che va sotto il nome di Induismo. Il termine sanscrito vedico veda indica il “sapere”, la “conoscenza”, la “saggezza”, e corrisponde e al latino video.

Le Upaniṣad (sanscrito, sostantivo femminile, devanāgarī: उपानिषद) sono un insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita a partire dal IX-VIII secolo a.C. fino al IV secolo a.C. (le quattordici Upaniṣad vediche) anche se progressivamente ne furono aggiunti di minori fino al XVI secolo raggiungendo un numero complessivo di circa trecento opere aventi questo nome.

Trasmesse per via orale, furono messe per iscritto per la prima volta nel 1656 quando il sultano musulmano Dara Shikoh (1615-1659) ordinò la traduzione dal sanscrito al persiano di cinquanta di esse e quindi la loro resa in forma scritta[1].

Il termine Upaniṣad deriva dalla radice verbale sanscrita: sad (sedere) e dai prefissi upa e ni (vicino) ossia “sedersi vicino”, ma più in basso rispetto ad un  maestro spirituale) per ascoltarne gli insegnamenti spirituali.

Da http://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_d’Aquino
Le “viae” per giungere ad ammettere l’esistenza di Dio

Secondo Tommaso, consiste nel procedere a posteriori: partendo cioè dagli effetti, dall’esperienza sensibile, che è la prima a cadere sotto i nostri sensi, per dedurne razionalmente la sua Causa prima. Si tratta di quella che chiama demonstratio quia[5], cioè, appunto dagli effetti, il cui risultato è ammettere necessariamente che esista il punto d’arrivo della dimostrazione, anche se non è pienamente intelligibile.

Sulla base di questo sfondo di pensiero Tommaso espone le sue prove dell’esistenza di Dio, non a caso chiamate in latino ‘viae’, cioè ‘percorsi’, ‘cammini’ presi come esempi di largo respiro [6]. Tutte e cinque, con piccole variazioni, seguono questa struttura: 1) constatazione di un fatto in rerum natura, nell’ esperienza sensibile ordinaria (movimento inteso come trasformazione; causalità efficiente subordinata; inizio e fine dell’esistenza degli esseri generabili e corruttibili, perciò materiali, contingenti nel suo vocabolario, che quindi possono essere e non essere; gradualità degli esseri nelle perfezioni trascendentali, come bontà, verità, nobiltà ed essere stesso; finalità nei processi degli esseri non intelligenti); 2) analisi metafisica di quel dato iniziale esperienziale alla luce del principio metafiisco di causalità, enunciato in varie formulazioni (“Tutto ciò che si muove è mosso da un altro”; “E’ impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa”; “Ora, é impossibile che tutte di tal natura siano state sempre, perché ciò che può non essere un tempo non esisteva”; “Ma il grado maggiore o minore si attribuiscono alle diverse cose secondo che si accostano di più o di meno a qualcosa di sommo o di assoluto”; “Ora, ciò che è privo di intelligenza non tende al fine se non perché é diretto da un essere conoscitivo e intelligente”); 3) impossibilità di un regressus in infinitum inteso in senso metafisico, non quantitativo, perché ciò renderebbe inintelligibile, inspiegabile pienamente il dato di fatto di partenza esistente (“Ora, non si può in tal modo procedere all’ infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore…”; “Ma procedere all’ infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e così non avremmo neppure l’ effetto ultimo, né le cause intermedie…”; “Dunque non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà ci sia qualcosa di necessario. Ora, tutto ciò che è necessario, o ha la causa della sua necessità in un altro essere oppure no. D’ altra parte [in questo genere di esseri] non si può procedere all’infinito…”;

Si ricordi anche il racconto L’Aleph di Jorge Luis Borges

Benvenuti su Aleph!

“L’Aleph?” ripetei…
“Si, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli. Non rivelai a nessuno la mia scoperta, ma vi tornai ancora.
Il bambino non poteva supporre che quel privilegio gli fosse accordato perchè l’uomo portasse a perfezione il poema.”

Jorge Luis Borges, “L’Aleph”, 1949