Paradiso 2016

Programma di Divina Commedia 2016

1) VITA E OPERE DI DANTE
2) LA DIVINA COMMEDIA – TEMPO DELL’AZIONE
3) SCHEMA DELL’UNIVERSO DANTESCO ISPIRATO AL SISTEMA
ARISTOTELICO- TOLEMAICO RIVISITATO ALLA LUCE DELLA TEOLOGIA
4) SCHEMA DEL PARADISO DANTESCO
5) INTRODUZIONE AL PARADISO
6) CONSIDERAZIONI SULL’ ATTUALITA’ DELLA DIVINA COMMEDIA E
COMMENTO AD ALCUNI PASSI INSERITI NEL PROGRAMMA DELLA CLASSE V^G a.s. 2015 – 2016
a) Testi a commento del canto XXXIII del Paradiso dalla tradizione indù e islamica (Arjuna e Krishna; Isra’ e Mi’raj)
b) Donne, salvezza e violenza
c) Com’ occhio per lo mar: grandezza e limiti della ragione e della giustizia nel mondo umano
d) Difesa del libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana
e) La poesia degli spazi non euclidei
7) ELENCO DEI BRANI CITATI E BREVISSIMA DESCRIZIONE DEL CONTENUTO DEI CANTI IN CUI SONO COMPRESI

DANTE ALIGHIERI: VITA, OPERE, PENSIERO

RIDUZIONE DA
studiarapido | 08/09/2015 | Accadde oggi, Cultura e civiltà, Italiano, dalle origini al ‘300, Letteratura, Riassunti | Nessun commento

Dante Alighieri si presenta come il massimo poeta della civiltà comunale: nella sua opera convergono la cultura dell’intero Medioevo e i fermenti di una nuova epoca, inquieta e in rapida modificazione…..  La figura di Dante mantiene del resto la sua modernità e la sua opera risulta attuale ancora oggi. Nell’opera dantesca è fondata la nostra lingua; la Vita nuova è il primo romanzo della nostra letteratura; le rime politiche, filosofiche, d’amore innalzano la tradizione lirica ad un livello più alto; il Convivio è il primo modello di prosa filosofica-scientifica in volgare; la Commedia è un insuperato modello di poesia e narrazione…

Della vita di Dante si hanno poche notizie biogafiche certe. L’opera di Dante è sì ricca di riferimenti autobiografici, ma in molti casi sono elementi di cui l’autore si serve con grande libertà al fine di costruirsi una sorta di mitologia personale. Elementi che non riguardano mai il matrimonio, i figli, gli spostamenti del prima e del dopo esilio, le letture e le frequentazioni. Si ricorre perciò a varie fonti e attraverso discussioni e ricerche si perviene ai vari dati, spesso solo ipotetici. Dante in origine era Durante: la forma Dante è un diminutivo, che ha poi sostituito il nome reale. La forma Alighieri per il cognome entra in uso con Boccaccio, tra i primi e maggiori commentatori di Dante: l’originale cognome dovrebbe essere stato Alagherii – in latino patronimico, figlio di Alagherio – o de Alagheriis – in latino, gentilizio, della famiglia degli Alagheri. Dante nasce a Firenze tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265:Appartiene alla piccola nobiltà cittadina: l’imperatore Corrado III aveva insignito al trisavolo Cacciaguida il titolo di cavaliere poco più di un secolo prima della nascita di Dante. Il padre di quest’ultimo aveva incrementato la scarsa ricchezza familiare con attività commerciali e finanziare, prestito incluso. … Nel 1285 Dante sposa Gemma Donati, da cui ha tre figli: Pietro, Iacopo, Antonia e forse un quarto, Giovanni. I primi due sono tra i primi commentatori della Commedia. Il matrimonio era stato stabilito con un contratto notarile nel 1277, quando Dante aveva solamento 12 anni, secondo l’uso del tempo. Gli anni giovanili sono quelli della formazione culturale tanto filosofica quanto teologica, dello studio dei classici e della frequentazione dei vari ambienti culturali. Significativa è sicuramente la frequentazione di Brunetto Latini, studioso di retorica, da cui Dante deriva la concezione dell’intellettuale impegnato in ambiente filosofico e civile. Un altro incontro decisivo è quello con Guido Cavalcanti, più grande di dieci anni, massimo esponente della tradizione lirica degli ultimi decenni del Duecento, di quella corrente che Dante stesso definirà Dolce stil novo. Collegato all’esperienza del Dolce stil novo è l’incontro con Beatrice. Nella Vita nova, (opera mista di prosa e versi in cui egli racconta l’evoluzione dei suoi stati d’animo nei confronti di Beatrice), Dante narra del suo incontro con Beatrice, nel 1283, all’età di diciotto anni, esattamente nove anni dopo un primo incontro puerile. La Beatrice di Dante è certamente Bice, figlia di Folco Portinari. Ella muore l’8 giugno 1290. Al seguito della morte di Beatrice, segue un periodo di traviamento, un periodo in cui Dante si allontana dal culto di Beatrice e si abbandona a una vita dissoluta, abbandonando gli studi teologici. Dante – come egli stesso dichiara – cerca conforto nella filosofia, in particolare nel De consolatione philosophiae di Boezio e nel De amicitia di Cicerone. Per quanto concerne la formazione filosofica, Dante sembra essere più influenzato da Tommaso e dai cosiddetti aristotelici, condividendo l’integrazione tra fede e ragione, rifiutando la tradizione platonica, che si configura spesso come abbandono al mistico e all’inconoscibile, sebbene si lasci ispirare – per la Commedia, ad esempio – dalle Confessioni di Agostino, un platonico, come lo stesso Boezio. ….Al 1295 risale probabilmente la sua iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali, quella a cui solitamente aderivano gli intellettuali, condizione indispensabile per ricoprire cariche pubbliche secondo gli Ordinamenti antinobiliari di Giano della Bella, che vieta ai nobili l’accesso alle cariche pubbliche, a meno che non siano iscritti a una corporazione. Negli anni precedenti, Dante ha un modesto impegno in campo militare. Nel 1295 inizia  la sua carriera politica, …fino a ricoprire la carica di priorato tra il 15 giugno e il 15 agosto del 1300. La scena politica fiorentina è dominata dallo scontro tra Bianchi e Neri, …. I Bianchi fanno capo ai Cerchi ed esprimono gli interessi dei finanzieri e dei ricchi mercanti, i Neri, guidati dalla famiglia dei Donati, sostengono la restaurazione del potere nobiliare e sono disposti ad appoggiarsi al papa, per raggiungere il loro scopo. Dante, invece, in questo periodo è sostenitore dell’autonomia dei comuni, lontano da logiche universalisitiche, quali erano quelle che alimentavano gli scontri tra Chiesa e Impero. Egli appoggia, perciò, il primo schieramento, dimostrandosi moderato e imparziale: il 7 maggio 1300 Dante si reca presso il Comune di San Gimignano al fine di sostenere la causa dei Bianchi; durante la sua carica manda in esilio anche capifazione violenti, tra cui lo stesso Cavalcanti.
Si scontra inevitabilmente con Bonifacio VIII, intenzionato a restaurare il potere dei Neri, per affermare la propria egemonia in Toscana. Terminata la carica, continua a prendere parte alla politica comunale, sempre contro il papa; nell’ottobre 1301 è uno dei tre ambasciatori che il governo dei Bianchi manda a Roma, per sondare le intenzioni papali. Il primo novembre le truppe angioine di Carlo di Valois, alleato del papa, entrano a Firenze, imponendo il governo dei Neri, che scatenano una dura repressione nei confronti dei nemici. Quando Dante ebbe tale notizia è già sulla strada del ritorno, ma non cade nelle mani dei nemici. Il 27 gennaio 1302 è pronunciata la condanna contro di lui: una multa di cinquemila fiorini e due anni di esilio. L’accusa rivoltagli è di baratteria (cioè di corruzione nell’esercizio di pubbliche funzioni); in quanto falsa, viene da Dante rifiutata. Questi si unisce allora ad altri guelfi bianchi in esilio, premeditando il ritorno in patria con un’azione diplomatica o anche con le armi. Il 10 marzo la condanna viene aggravata con la confisca dei beni e condanna alla morte sul rogo. Non sono tutti chiari gli spostamenti di Dante durante gli anni dell’esilio. Nel 1303 assieme ad altri guelfi bianchi si allea con i vecchi capi ghibellini…Ma TUTTI I TENTATIVI DI RIENTRARE IN FIRENZE FALLISCONO E DANTE PERDE OGNI STIMA NEI CONFRONTI DEI FUORIUSCITI. A questo punto comincia a delinearsi la nuova concezione politica dantesca, lontana dalle istanze municipalistiche, che lo hanno coinvolto in quella continua lotta che dilania Firenze. Rilancia quel modello universalistico che è già da tempo in crisi. Nel Convivio, nella Commedia e nel De monarchia, Dante afferma la legittimità del potere imperiale, fondato sulla tradizione romana e voluto da Dio per rimediare, con la forma più giusta di gestione politica, alla degenerazione della storia umana. Il tema politico viene largamente affrontato da Dante nel De monarchia, trattato politico, in latino, in cui sogna un’Italia unita e in cui pone una netta distinzione tra potere temporale dell’imperatore, che deve garantire la felicità terrena e il potere papale, che deve, invece, garantire all’uomo la salvezza eterna ed, essere, quindi, esclusivamente detentore di un potere spirituale. …… Attorno al 1310 appare imminente la discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo; Dante compone molte lettere per favorire l’azione di riunificazione imperiale in Italia – in questi anni Dante compone il De monarchia – ma Arrigo muore prima di poter compiere la sua missione. Nella visione finale del Paradiso, Dante dirà che esiste per lui un seggio speciale in Paradiso, lui che ha tentato invano di governare l’Italia.  Nel 1315 un’ amnistia sarà concessa a Dante, a patto del pagamento di una multa simbolica e del pubblico rinoscimento del suo torto. EGLI RIFIUTERÀ e verrà rinnovata la condanna di morte nei confronti suoi e dei suoi figli. Attorno al 1312 è a Verona con i figli, presso Cangrande della Scala. Qui rimane fino al 1318 o al 1320, per poi recarsi a Ravenna da Guido Novello da Polenta e viene accolto anche dagli Scaligeri di Verona, ottenendo incarichi diplomatici e formandosi un circolo di ammiratori e di allievi. Ha da poco concluso il Paradiso quando muore, per aver contratto la malaria, al ritorno da un’ambasceria a Venezia, tra il 13 e il 14 settembre 1321. Viene sepolto nella Chiesa di San Piero Maggiore – oggi San Francesco – a Ravenna e ancora oggi è reclamato dai fiorentini.

LA DIVINA COMMEDIA – TEMPO DELL’AZIONE

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Il viaggio narrato da Dante nel poema si svolge nell’arco di circa una settimana, da venerdì 8 aprile (o 25 marzo) a giovedì 14 aprile (o 31 marzo) dell’anno 1300: è l’anno del primo Giubileo indetto da papa Bonifacio VIII ed ha dunque una valenza simbolica, venendo a coincidere con la speranza di un rinnovamento spirituale e politico che è alla base del pensiero dell’autore e che anima molte pagine dell’opera. Che l’anno sia il 1300 è detto in modo implicito dal primo verso della Commedia (Inf., I, 1), poiché Dante dichiara di essersi smarrito nella selva oscura a metà del cammino della vita degli uomini, ovvero al suo 35° anno di età (il poeta leggeva nella Bibbia che l’età media degli uomini è di 70 anni, Salmi, LXXXIX, 10);

SCHEMA DELL’UNIVERSO DANTESCO ISPIRATO AL SISTEMA ARISTOTELICO-TOLEMAICO RIVISITATO ALLA LUCE DELLA TEOLOGIA

Il viaggio narrato da Dante nel poema si svolge nell’arco di circa una settimana, da venerdì 8 aprile (o 25 marzo) a giovedì 14 aprile (o 31 marzo) dell’anno 1300:

 

SCHEMA DEL PARADISO DANTESCO

 

INTRODUZIONE AL PARADISO
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È il terzo dei tre regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Beatrice: Dante ne dà una precisa collocazione spaziale come per Inferno e Purgatorio, anche se la sua descrizione è molto lontana da quella di un luogo fisico e si fa più astratta man mano che l’ascesa procede. Il poeta immagina la Terra sferica e immobile al centro dell’Universo, circondata da dieci Cieli che costituiscono appunto il Paradiso (la sfera del fuoco separa il mondo terreno da quello celeste): i primi nove Cieli sono sfere concentriche che ruotano attorno alla Terra, ciascuno governato da un’intelligenza angelica, mentre il X (l’Empireo) è immobile e si estende all’infinito, essendo la sede di Dio, degli angeli e dei beati. I primi sette Cieli prendono il nome del pianeta che ruota insieme ad essi (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno), mentre l’VIII è il Cielo delle Stelle Fisse e il IX è il Primo Mobile, detto così in quanto è il primo Cielo a muoversi e a imprimere il movimento a tutti gli altri. Dai primi otto Cieli nasce un influsso generato dalla stella che è presente in ognuno di essi e che si riverbera sulla Terra e su tutte le creature. Nel X Cielo dell’Empireo risiede Dio, circondato dai nove cori angelici e dalla Candida rosa dei beati.
Questi sono divisi in sette schiere, a seconda dell’influsso celeste che hanno subìto in vita, e sono gli spiriti difettivi, quelli operanti per la gloria terrena, gli spiriti amanti, i sapienti, i combattenti per la fede, gli spiriti giusti, gli spiriti contemplanti. Anche se i beati risiedono normalmente nell’Empireo assieme a Dio e agli angeli, nel Paradiso (per ragioni di simmetria compositiva e di più agevole comprensione per il lettore) essi compaiono a Dante nel Cielo dalla cui stella hanno subìto l’influsso: così, ad esempio, gli spiriti difettivi compaiono nel I Cielo della Luna, gli spiriti amanti invece nel III Cielo di Venere, e così via. Nel Cielo delle Stelle Fisse Dante assiste al trionfo di Cristo e di Maria, quindi gli appaiono le anime di san Pietro, san Giacomo e san Giovanni, che esaminano il poeta rispettivamente sulla fede, sulla speranza e sulla carità. Superato l’esame, Dante viene ammesso al Primo Mobile dove assiste allo sfavillio e al canto dei nove cori angelici, descritti come altrettanti cerchi lucenti che circondano un punto luminosissimo. Beatrice … e il poeta accedono all’Empireo, dove i beati si mostrano tutti in forma… di Candida rosa: essi sono disposti in seggi che si allargano via via verso l’alto, e Dante osserva che i punti più lontani appaiono con la stessa nitidezza di quelli più vicini. Beatrice conduce Dante al centro della rosa e gli mostra che i seggi vuoti sono ormai pochi, tra cui quello già destinato all’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, su cui è posta la corona imperiale.
A questo punto Beatrice riprende il suo seggio all’interno della rosa, accanto a Rachele, mentre il suo posto come guida di Dante è rilevato da san Bernardo di Chiaravalle. Questi invita Dante a contemplare la gloria di Maria, quindi fornisce al poeta alcune spiegazioni circa la composizione della rosa e invoca l’assistenza della Vergine perché interceda presso Dio e ammetta Dante alla visione dell’Altissimo. La Cantica e il poema si chiudono con la descrizione di questa visione.
Struttura del Paradiso
Come detto, ciascuno dei primi nove Cieli è governato da un’intelligenza angelica e i primi otto sono associati a un influsso celeste e a una particolare schiera di beati (eccetto l’VIII, dove non compare alcuna schiera). …….
Nella descrizione poetica del terzo regno dell’Oltretomba Dante si discosta nettamente dalla tradizione letteraria precedente e sceglie una strada del tutto nuova, che differenzia la III Cantica anche dalle due precedenti. Inferno e Purgatorio, infatti, erano luoghi fisici la cui raffigurazione aveva tratti plastici e materiali, dal momento che il primo era una voragine che si apriva nel sottosuolo e il secondo una montagna altissima che si ergeva su un’isola; il Paradiso, invece, pur avendo una precisa collocazione spaziale, è rappresentato da Dante in modo astratto, immateriale, con una descrizione che si fa più rarefatta man mano che si sale e ci si avvicina a Dio. L’autore rinuncia quindi volutamente all’iconografia tradizionale che era associata al Paradiso, alla descrizione di angeli dalle ali bianchissime o dei santi che circondano Dio assiso su un trono (una simbologia ancora piuttosto presente per certi aspetti nel Purgatorio), per affidarsi invece a effetti di luce e di musica, a figure geometriche e immagini matematiche che sono quanto di più lontano da ogni descrizione materiale.
I beati conservano un aspetto umano solo nel I Cielo, dove appaiono a Dante quali figure evanescenti e simili a immagini riflesse nell’acqua, mentre già nel II Cielo essi sono sagome completamente avvolte dalla luce e indistinguibili dall’occhio; più avanti gli spiriti si presenteranno come pura luce, il cui maggiore splendore significherà la gioia di poter parlare con il viaggiatore. A partire dal IV Cielo i beati formeranno delle figure geometriche dalla simbologia associata alla schiera cui appartengono, come gli spiriti sapienti che formano due corone che circondano Dante e Beatrice e danzano al suono di una musica melodiosa, o quelli combattenti che formano una croce; gli spiriti giusti del Cielo di Giove disegneranno una scritta che esorta i regnanti in Terra ad amare la giustizia, per poi creare un’aquila simbolo dell’autorità imperiale, mentre gli spiriti contemplanti creeranno una scala d’oro che si erge altissima e rappresenta l’ascesi spirituale. Nell’Empireo, poi, tutti i beati formeranno la candida rosa descritta come un fiume o un lago di luce, i cui seggi sono evocati da Beatrice ma non descritti fisicamente. Estremamente stilizzata e astratta anche la descrizione della mente di Dio che Dante osserva alla fine della Cantica, con i tre cerchi che nascono l’uno dall’altro (il mistero della Trinità) e l’effigie umana che si distingue su un fondo dello stesso colore (l’incarnazione del divino).
Dante sottolinea a più riprese nella Cantica l’estrema difficoltà per i suoi mezzi umani di dare una compiuta descrizione del regno santo che rappresenta una dimensione sovrumana e va oltre le normali capacità terrene: tale difficoltà nasce anzitutto dal labile ricordo che della visione è rimasto nella sua memoria, a causa della sproporzione tra le capacità del suo intelletto e l’altezza delle cose vedute, e poi dal problema di esprimere a parole ciò che per sua natura è indescrivibile. Dante dichiara assai spesso che, pur facendo ricorso a tutta la sua capacità poetica e a tutta la sua ispirazione umana, non potrà che rappresentare una traccia dello spettacolo cui ha assistito e più volte, per rendere un’idea delle cose descritte, è costretto a usare delle complesse similitudini mitologiche ipotizzando delle situazioni impossibili in natura. …. In ultima analisi la poesia del Paradiso, come dell’intero poema, NEL PENSIERO DELL’ AUTORE è una poesia ispirata da Dio, poiché Dante si considera l’autore umano di un’opera cui è stato chiamato in virtù di un eccezionale privilegio e alla quale secondo le sue parole hanno posto mano e cielo e terra …. Anche l’avo Cacciaguida, dopo avergli profetizzato l’esilio, ribadirà a Dante qual è il suo compito: attraverso la poesia riferire le verità che ha appreso agli uomini anche a costo di farsi dei nemici potenti; lo stesso farà San Pietro a conclusione della sua invettiva contro la corruzione della Chiesa.

La particolarità nella descrizione del Paradiso e l’alto impegno dottrinale profuso dall’autore hanno determinato una certa difficoltà di ricezione da parte dei lettori successivi a Dante, per cui diversi critici hanno riservato il loro favore alle prime due Cantiche e hanno svalutato la terza, dalla quale invece il poeta si aspettava la fama imperitura. Ciò è avvenuto soprattutto in epoca romantica, in cui lettori … preferivano di gran lunga Inferno e Purgatorio nei quali, oltre a una rappresentazione plastica e aderente alla realtà, si trovavano personaggi più vicini al gusto della poesia ottocentesca (da Francesca a Farinata, da Ulisse al conte Ugolino, anche se spesso gli episodi di cui erano protagonisti erano sottoposti a una rilettura in chiave moderna e perciò pesantemente fraintesi). Decisamente negativo anche il giudizio che sul Paradiso pronunciò B. Croce, il quale considerava la III Cantica alla stregua di «filosofia messa in versi» e dunque un esempio di poesia didascalica e pedantesca, nella quale si potevano individuare pochi e isolati momenti di autentica ispirazione (un giudizio analogo, per molti versi, a quello riservato a Leopardi). Bisognerà attendere la seconda metà nel Novecento ……perché il Paradiso venga rivalutato e colto finalmente nella sua essenza, oltre ad essere finalmente compreso nel suo significato più autentico: la lettura della III Cantica non può prescindere dalle spiegazioni dottrinali, che della poesia dantesca fanno parte integrante e sono indispensabili per la comprensione del suo messaggio, e la cui presenza è certo maggiore nella Cantica finale ma non era assente neppure nelle prime due. ……La lettura del poema, in particolare del Paradiso, ci fa capire quanta sia la distanza che ci separa dal mondo di Dante e dalla mentalità medievale, che solo con un grande sforzo possiamo in parte comprendere; in fondo è ancora valido il richiamo fatto da Dante stesso all’inizio del Canto II, quando ammonisce i lettori con scarse conoscenze in materia teologica a non mettersi in mare aperto dietro il suo vascello poetico, perché perdendo la sua scia rischierebbero di smarrirsi. Ciò è successo a critici illustri del recente passato, per cui è innegabile che accostarsi alla lettura del Paradiso richieda ancora oggi un grande impegno.

CONSIDERAZIONI SULL’ATTUALITA’ DELLA DIVINA COMMEDIA E COMMENTO AD ALCUNI PASSI INSERITI NEL PROGRAMMA DELLA CLASSE V^ G a.s. 2015 – 2016

Questo testo è stato scritto dalla professoressa Gabriella Codolini. Le note che compaiono in questa dispensa si riferiscono al testo originario, reperibile all’indirizzo:

https://codolini.wordpress.com/letteratura-italiana/dante/dante-nella-nostra-vita/

Le parafrasi  sono tratte da http://divinacommedia.weebly.com

Che la vera poesia abbia sempre il carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi la riceve, questo è il migliore insegnamento che Dante ci abbia lasciato. Egli non è il solo che ci abbia dato questa lezione, ma fra tutti è certo il maggiore. E se è vero che egli volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile alla nostra moderna cecità che quanto più il suo mondo si allontana da noi, di tanto si accresce la nostra volontà di conoscerlo e farlo conoscere a chi è più cieco di noi” (E. MONTALE, da Atti del Congresso internazionale di Studi danteschi-20-27 aprile 1965- Firenze, Sansoni, 1966, vol. II, pp. 330-33) [1]

Cogliere l’eterno, penetrare in un tempo senza tempo: ecco la risposta alla domanda “Perché leggere la Divina Commedia?” (JORGE LUIS BORGES, intervista pubblicata in Una vita di poesia, Spirali)

Accade talvolta ad un docente di letteratura italiana di sentirsi domandare perché si deve ancora leggere la Divina Commedia. I tempi in cui viviamo sono molto diversi, il poema allegorico-didascalico non è più un genere letterario all’ordine del giorno, la terza rima non è più utilizzata (e nemmeno le altre), la stessa visione dell’universo, della morale e della religione è cambiata profondamente. L’orizzonte culturale degli studenti e per molti aspetti anche quello dei professori include solo marginalmente la letteratura medioevale e la lettura della Divina Commedia richiede notevoli sforzi che potrebbero essere destinati ad altro. La risposta è che tutti i testi, anche i graffiti preistorici sulle pareti delle caverne possono assumere per noi un significato importante se li avviciniamo senza pretendere di definirlo una volta per tutte ma lasciamo che interagiscano con la coscienza di chi li interpreta e diamo il tempo a questa interazione di portare i suoi frutti. …L’esperienza induce a credere che ogni lettore si avvicini ad un testo a partire da un bagaglio di esperienze e aspettative che, “reagendo” con gli elementi contenuti nell’opera, fanno emergere significati sempre nuovi. Dunque, in analogia con quanto accade negli esperimenti di fisica quantistica, il significato del testo dipende dalle condizioni in cui avviene la lettura e dalle caratteristiche di chi legge (l’osservatore), il che determina per così, dire, un ampio fascio di interpretazioni più o meno probabili, non un unico giudizio assoluto e definitivo sull’opera. Il testo ci interroga a sua volta, ci costringe ad esaminare i presupposti in base si quali l’abbiamo avvicinato, ci sfida , ci invita ad un confronto dal quale le nostre supposizioni iniziali escono in qualche modo modificate: rafforzate, sminuite, mutate, corrette, precisate. La convinzione di chi scrive è che, più ancora di altri testi letterari, la Divina Commedia è in grado di coinvolgere profondamente il lettore in questa operazione complessa e stimolante tanto che, se si creano le condizioni adatte, anche gli studenti si appassionano ancora alla lettura del sacrato poema (Pd. XXIII.62 ) , perché hanno molte occasioni di trovare o ritrovare una parte profonda di se stessi sotto il velame de li versi strani (Inf. IX,63). Nel corso dei secoli infatti la Divina Commedia, con una netta preferenza per l’Inferno, è stata prima ascoltata e poi letta da un pubblico eterogeneo, anche non particolarmente istruito. Ricordiamo le pubbliche letture che ne fece Giovanni Boccaccio a Firenze e, a distanza di sette secoli, le recitazioni commentate di Roberto Benigni, che ha trasformato le sue serate dantesche in grandi successi televisivi, riuscendo a risollevare almeno per qualche ora il livello sconsolante dell’ intrattenimento popolare. Perché il comico e regista toscano sente un legame così profondo con Dante e riesce a trasmettere così efficacemente il suo entusiasmo al pubblico? Perché, contando sul suono di una poesia mirabilmente scandita dalla terza rima e sulla potenza evocativa della metafora e dell’allegoria, capaci di generare immagini straordinariamente efficaci, che hanno lasciato una traccia profonda nell’immaginario collettivo, il suo poema induce il lettore di ogni epoca ad interrogarsi sulla propria identità e sulla direzione da dare alla propria esistenza. Si esamineranno di seguito alcuni degli spunti di riflessione che rendono la Divina Commedia ancora attuale: l’immagine della donna, grandezza e limiti della ragione umana e della giustizia nel mondo[2], la difesa dal libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana, l’incontro fra poesia e matematica nella descrizione di uno spazio complesso. In questa prospettiva si indicheranno alcune opere letterarie che ripropongono temi e immagini cari a Dante o che utilizzano la sua lezione per esprimere significati loro propri. La visione finale di Dio contiene elementi che compaiono anche in religioni diverse dal Cristianesimo, in particolare la metafora della luce come perfetta conoscenza alla quale si arriva dopo un lungo e faticoso cammino. Non si intende assolutamente dire che Dante conoscesse il Buddhismo o l’Induismo ma che alcune immagini sono affascinanti e significative per persone di ogni epoca e ogni luogo. Ad esempio il Buddhismo identifica il Nirvana col raggiungimento della conoscenza perfetta nel momento dell’Illuminazione mentre l’Induismo lo interpreta come il ricongiungimento dell’atman (il vero sé dell’essere umano) col Brahman, il Tutto dal quale le anime individuali si sono distaccate cadendo così in una condizione di sofferenza, il Samsara. Mentre è ancora poco esplorato il rapporto tra Dante e le culture orientali, [3] sono stati indagati più a fondo i suoi punti di contatto con la letteratura islamica, in particolare con “Il libro della scala” [4] in cui si narra l’ascesa di Maometto in Paradiso.

TESTI A COMMENTO DEL XIII DEL PARADISO TRATTI DALLA TRADUZIONE INDUISTA E ISLAMICA

In questo testo si usano i dati forniti da Wikipedia, l’enciclopedia libera sull’argomento in oggetto.

Vediamo qualche esempio di come in altre culture si è tentato di descrivere Dio
Il Mahabarata, opera che comprende molte storie di guerre e di conquiste, è un poema sacro indù che data il 300 a.C. circa; inizialmente orale, la sua messa per iscritto, tarda, è avvenuta su carta nell’XI secolo d.C. Il Poema sacro è uno dei capitoli del Mahabharata, ci riporta l’insegnamento Sri (sri = maestro) Krishna, avatar (manifestazione terrena della divinità) che insegna al discepolo Arjuna, guerriero stanco di combattere, cosa è il Brahaman (la forza impersonale che mantiene in essere tutto l’universo). Nel capitolo intitolato “Visione della forma universale”, Arjuna chiede a Krishna di vedere la sua “forma” dopo averlo dotato di un “occhio divino”

12. Se un migliaio di soli apparissero simultaneamente nel cielo,
fiocamente la loro luce potrebbe rassomigliare allo splendore di quel potente Essere!13. Dimorando nella forma infinita del Dio degli dèi, Arjuna vide
l’intero universo con tutte le sue variegate manifestazioni.
……..

Le Upaniṣad sono un insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita a partire dal IX-VIII secolo a.C. fino al IV secolo a.C. ….
Trasmesse per via orale, furono messe per iscritto per la prima volta nel diciassettesimo secolo, quando il sultano musulmano Dara Shikoh ordinò la traduzione dal sanscrito al persiano di cinquanta di esse e quindi la loro resa in forma scritta[1].
Il termine Upaniṣad significa “sedersi vicino”, ma più in basso rispetto ad un maestro spirituale, per ascoltarne gli insegnamenti spirituali.

In questo Uno l’intero universo
Vedi ora, con tutto ciò che si muove e ciò che non si muove
Nel mio corpo, o Arjuna,
vi è tutto ciò che desideri vedere.
(Muṇḍaka Upaniṣad, I,1,6-7)

« Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato. Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall’Indistruttibile si genera il tutto. »
(Chandogya Upanishad)
Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la realtà, essa è l’Atman.(l’anima individuale) Essa sei tu. (Tat tvam asi) (Tu sei quello)
(concetto ripreso dal cristianesimo gnostico)

ISRA’ E MI’RAJ
In questo testo si usano i dati forniti da Wikipedia, l’enciclopedia libera sull’argomento in oggetto.
E’ stato ipotizzato che Dante conoscesse il contenuto di alcune sure del Corano in cui si descrive il Paradiso. con le parole arabe isrāʾ e miʿrāj (in arabo: إسراء ومعراج‎) ci si riferisce rispettivamente a un miracoloso viaggio notturno del profeta Maometto in sella a Buraq (isrāʾ) e della sua successiva ascesa al Cielo (miʿrāj), con la visione delle pene infernali e delle delizie paradisiache riservate a dannati e beati, fino alla finale ascesa e accostamento ad Allah, con relativa Sua “visione beatifica”, impossibile agli occhi di qualsiasi uomo per l’infinità che è uno degli attributi divini. L’esperienza è narrata dal Corano nelle sure XVII:1, LIII:1-12 e LXXXI:19-25. Da queste sure è stato tratti il Libro della Scala, esto escatologico arabo-spagnolo, che fu fatto tradurre poco prima del 1264 da re Alfonso X di Castiglia, ad opera di un dotto medico giudeo, Abraham. Forse il maestro di Dante, Brunetto Latini, ne aveva portato una copia dalla Spagna, dove aveva trascorso alcuni anni, o comunque ne era a conoscenza e non è improbabile che, in questo caso, ne abbia parlato a Dante.
Il racconto
Il racconto fu fatto da Maometto una mattina dopo aver trascorso la notte, ospite nella casa di Mecca della cugina … L’ambiguità del resoconto della straordinaria esperienza narrata non fece capire ai testimoni presenti se il profeta si stesse riferendo a una sua esperienza reale o a una di tipo mistico.
Per lungo tempo (due secoli quasi) l’ambiguità non si dissolse e non mancarono esimi studiosi islamici…che pensarono che la narrazione avesse un significato prettamente esoterico e che fosse quindi una “visione” ( ruʾya ) da interpretare. Prevalse però l’opinione contraria e, a tutt’oggi, l’Islam si riferisce a quell’esperienza come a un fatto realmente accaduto.
Isrāʾ
Maometto sarebbe stato svegliato da un angelo e trasportato nel corso d’una sola notte (da qui il termine isrāʾ) “dal Tempio Santo al Tempio Ultimo”, identificati poi nella Kaʿba della Mecca e nella Spianata del Tempio di Gerusalemme (dove, in effetti, fu poi costruita la moschea detta al-Aqṣā, cioè “Ultima”). ….
In particolare il versetto 1 della sura XVII (la Sura del Viaggio notturno) dice:
« Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l’Ascoltante, il Veggente. »
(Traduzione di Alessandro Bausani)
Miʿrāj
Nella seconda esperienza Maometto, partito dal “Tempio Ultimo”, avrebbe sorvolato il baratro infernale, assistendo alle pene decisamente corporali (fiamme e dolori fisici) inflitti ai dannati in funzione del loro peccato commesso sulla terra, secondo un’anticipazione del cosiddetto “contrappasso” dantesco. In seguito Maometto avrebbe asceso[1] i sette Cieli, in ognuno dei quali avrebbe incontrato un profeta che l’aveva preceduto nel mondo per l’identica missione salvifica del genere umano: Adamo fu il primo, seguito da Yaḥyà (Giovanni Battista) e da ʿĪsā (Gesù)…e da altri saggi e profeti.
Maometto venne ammesso infine al supremo cospetto divino, alla distanza di “due archi e meno ancora” (fa-kāna qāba qawsayni aw adnà), con ciò realizzando (per volere insondabile di Dio) l’impresa impossibile agli uomini di vedere con i limitati occhi terreni, l’infinità della Sua Maestà.
Quest’ultima esperienza sarebbe per definizione sovrasensibile e impossibile in vita agli uomini, che hanno sensi del tutto limitati e che, comunque, non possono sopportare la Potenza divina, tanto da essere permessa da Dio all’uomo solo una volta morto allorché questi verrebbe dotato di particolari sensi, che sopravanzerebbero di molto quelli terreni.
Il miracolo voluto da Dio (che, essendo Onnipotente, non conosce limiti alla Sua Volontà) sarebbe proprio quello di aver permesso al Suo profeta ultimo qualcosa di straordinario ma l’ineffabilità della visione non rende possibile che questa possa essere razionalmente descritta e immaginata, sì da costringere a espressioni dalle forti coloriture poetiche e simboliche.….
Influenze sulla letteratura
La narrazione si diffuse ovviamente in tutto il mondo islamico. In al-Andalus, di essa vennero a conoscenza anche autori cristinai, che ne riprodussero presto versioni negli idiomi volgari proto-spagnoli, chiamandoli libri “della Scala” (nel senso di “scalata” al Cielo). Da qui trasse origine una vastissima letteratura nelle altre lingue neo-latine, germaniche e slave. Brunetto Latini, maestro di Dante, che aveva vissuto in Spagna, conosceva probabilmente questo testo ed è plausibile che ne abbia parlato col suo discepolo.
La struttura topografico-concettuale dell’Inferno e del Paradiso ha quasi certamente influenzato la Divina Commedia dantesca. L’ipotesi, affacciata per la prima volta dallo studioso gesuita Miguel Asín Palacios, generò una feroce polemica fra vari studiosi, per lo più (ma non solo) dantisti, espressi in margine alle celebrazioni del VI centenario dantista. Essi rifiutarono per lo più aprioristicamente qualsiasi possibile “contaminazione” islamica del capolavoro di Dante, mentre gli islamisti, sia pure in modo altalenante,[2] senza mettere in alcun modo in discussione l’originalità poetica e ideologica della Divina Commedia, accettarono una simile contaminazione, alla luce del fatto che l’Alighieri, da uomo di grande e vivace cultura, non poteva ignorare il contenuto di alcune fra le tante versioni dei Libri della Scala redatte in lingue volgari.

DONNE, VIOLENZA E SALVEZZA

La Divina Commedia ha esercitato un grande fascino su Eugenio Montale che, pur avendo sempre avuto difficoltà ad accettare l’esistenza di una realtà trascendente, è stato un grande ammiratore di Dante e si è ispirato alla sua poesia fin dalle fasi stilnovistiche; è nota ad esempio l’importanza nei testi del poeta ligure di eteree figure femminili che lo affiancano e confortano. Una di esse, Clizia, è stata più volte paragonata a Beatrice perché, pur con le innegabili differenze che qui non ci fermeremo a discutere, riesce, come il girasole, a vedere la luce anche in un momento storico oscuro come quello dei totalitarismi trionfanti e a confortare il poeta consentendogli di intravedere il ritorno della libertà.[6] (EUGENIO MONTALE, La primavera hitleriana)
Sono molto numerosi i passaggi del Paradiso in cui Dante manifesta gratitudine per Beatrice e non si stanca di guardarla negli occhi, quegli occhi che l’hanno innalzato al di sopra della montagna del Purgatorio e ora lo guidano alla visione di Dio, rendendo così evidente il fatto che dietro all’immagine di Beatrice si nasconde la Teologia, grazie alla quale si può raggiungere la salvezza. Gli occhi di Beatrice, che il critico letterario rumeno Horia- Roman Patapievici [7] ha scelto come titolo di uno stimolante saggio del quale si parlerà più avanti [8] ci offrono l’occasione di affrontare il primo spunto di riflessione sull’attualità della Divina Commedia: la stima di Dante nei confronti delle donne.
Come si diceva sopra, Beatrice è una figura positiva e salvifica; accorgendosi dello stato di traviamento in cui si trova Dante è scesa nel Limbo per mandare Virgilio in suo soccorso, l’ha atteso nel Paradiso Terrestre e, dopo avergli rimproverato i suoi errori, l’ha guidato verso la salvezza. Questa è la sua vera bellezza, un fatto essenzialmente spirituale del quale Dante riconosce l’importanza tanto che, nel momento in cui prende congedo da lei guardandola mentre è intenta a contemplare Dio dal suo posto nella Rosa Mistica, le rivolge straordinarie parole di gratitudine:

O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.

Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi .

Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.
(Pd. XXXI, 79-93)

Non si intende qui discutere il problema della condizione femminile o forzare la posizione di Dante sugli schemi che ci sono familiari della parità tra uomo e donna, è tuttavia innegabile che dalla sua opera emerge un atteggiamento nei confronti del gentil sesso diverso da quello più diffuso suoi tempi.[9] Da un lato è vero che apprezzava le donne virtuose in senso tradizionale, quelle che vegliano allo studio della culla (Pd. XV, 121) come dice Cacciaguida o che si vestono e si ornano in modo modesto; è nota l’invettiva contro la degradazione della moda femminile fiorentina dei suoi tempi pronunciata da Forese Donati nel Purgatorio:

Parafrasi
O dolce fratello, cosa vuoi che ti dica? Io prevedo un tempo futuro, rispetto al quale il presente non sarà molto antico, nel quale dal pulpito sarà proibito alle sfacciate donne fiorentine di andare in giro a seno scoperto.
Quali barbare, quali saracene ci furono mai per le quali fossero necessarie, per farle andare coperte, pene e sanzioni della Chiesa o dello Stato?
(Pg., XXIII, 97-105)

Se la sua posizione sulla moralità femminile può sembrare abbastanza tradizionalista, in altri passaggi del poema pare sicuramente più moderna e aperta, si pensi al modo con cui viene descritta Cunizza da Romano, donna giudicata dai commentatori assai propensa all’amore fisico, che Dante interpreta però come propensione alla donazione di sè, evidente anche nelle opere di carità alle quali la donna si dedicò  a Firenze, dove il poeta la conobbe. Proprio per questa benevolo atteggiamento il Poeta, che l’ha conosciuta quando lei era già avanti negli anni e aveva ormai rivolto completamente a Dio la sua disponibilità ad amare, l’ha collocata in Paradiso, nel cielo di Venere, compiendo una scelta che agli occhi dei contemporanei era sembrata scandalosa, come ammette lei stessa:

Il mio nome è stato Cunizza e qui risplendo perchè sono stata sopraffatta dalla forza dell’amore ma felicemente perdono a me stessa la causa di questa felice sorte (cioè la predisposizione ad amare) e questo non mi crea problemi, il che forse sembrerà scandaloso a chi fra voi è persona volgare, incapace di capire.
(Pd., IX, 32-36)

Si noti bene il significato della seconda terzina: Cunizza perdona a se stessa il suo comportamento che anzi, è stato per lei motivo di salvezza e certo i tradizionalisti di tutti i tempi si sono scandalizzati, la cosa è parsa loro forte, tanto che gli antichi commentatori [10], con maschile disprezzo, l’hanno descritta come una prostituta, destino che tocca spesso alle donne che rivendicano il loro diritto di avere una vita sessuale autonoma. E’ anche vero che essi, come tutti i falsi moralisti, sono definiti sprezzantemente vulgo.

CHI ERA CUNIZZA
Ultimogenita di Ezzelino II da Romano, signore di Treviso, sorella del più famigerato Ezzelino III (incluso da Dante fra i violenti contro il prossimo) , era nota per le sue relazioni amorose extraconiugali. Dopo la fine della potenza dei da Romano, Cunizza lasciò forse la Marca Trevigiana e secondo alcuni documenti sarebbe stata a Firenze tra 1265 e 1279, dove cambiò vita e si dedicò ad opere pietose; non è escluso che Dante l’abbia conosciuta in tale occasione, per quanto non ci siano conferme dirette. Morì nel 1279 o poco dopo, venendo ben presto raffigurata come una donna dai costumi spregiudicati e libertini in campo amoroso, successivamente ravvedutasi e dedita a una vita pia e ad opere di carità (questo spiega in gran parte il suo destino ultraterreno nel poema).
Dante la colloca infatti tra gli spiriti amanti del III Cielo di Venere…Dichiara di presentarsi nel III Cielo per aver subìto l’influsso di quella stella, quindi per essere stata uno spirito amante, cosa che però perdona a se stessa e di cui non si rammarica, anche se ciò, spiega, può sembrare difficile da comprendere.

.….In tutta l’opera di Dante si evidenzia inoltre un percorso che lo conduce da un’iniziale posizione stilnovistica a rendere a Beatrice un omaggio di natura diversa, molto più profondo dal punto di vista filosofico e morale ed espresso attraverso uno stile poetico più elevato come è chiaramente detto nel capitolo conclusivo della Vita Nuova (opera in prosa e versi in cui Dante descrive il suo amore per Beatrice fino al momento della precoce morte dell’amata) in cui si annuncia anche il progetto di un’opera che sarà poi la Divina Commedia

Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua na: cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui “qui est per omnia secula benedictus“. (Vita Nuova, XLIII).

In un’epoca in cui amore e matrimonio erano due cose molto diverse e il sospetto di eresia molto diffuso, la Chiesa non apprezzava la libera espressione dei sentimenti e delle idee, diffidando della lirica d’amore proprio perché permetteva ai poeti di raccontare se stessi al di là di ogni convenzione sociale. E’ anche vero che dietro la lirica d’amore si nascondevano talvolta significati metaforici e allegorici di natura politica e religiosa lontani dall’ortodossia cattolica e quindi la condanna era legata anche a questi aspetti più sottili e pericolosi per la Chiesa come istituzione mondana intesa a ribadire il proprio controllo sulla società. Se rimaniamo però sul terreno strettamente personale, Dante, conteso come altri poeti tra innamoramento e proibizioni religiose, passa dalle liriche d’amore della gioventù (dedicate anche ad altre donne, oltre che a Beatrice), le quali gli valsero anche in Firenze accuse di scarsa serietà, ad una posizione più attenta alle conseguenze morali di ciò che si dice in poesia. Il mezzo con cui si realizza questo cambiamento è proprio la trasformazione di Beatrice nella rappresentazione allegorica della teologia.[12] Conservando quindi l’aspetto che tanto l’ha affascinato finché è stata viva ma trasfigurandolo nello splendore del Paradiso, questa nuova immagine dell’amata come rappresentazione della Teologia riesce a sconfiggere il pericolo del peccato mortale e diventare per Dante veicolo di salvezza. Questo cambiamento gli permette di superare lo smarrimento che il Poeta manifesta chiaramente nel quinto canto dell’Inferno, dove il suo svenimento alla fine del discorso di Francesca segnala il senso di colpa che le ultime parole della donna hanno fatto nascere in lui riguardo al ruolo determinante della letteratura nel loro adulterio. Dunque Francesca è davvero, come dice Giorgio Barberi Squarotti, una vittima della letteratura [13] ed esiste una responsabilità dei poeti nei confronti dei loro lettori che potrebbero interpretare come leciti dei comportamenti, come quelli di Lancillotto e Ginevra, che costituiscono per la Chiesa un peccato mortale. Dante è dunque consapevole non solo del rischio di dannazione cha ha corso personalmente, ma si sente anche responsabile di ciò potrebbe essere accaduto ad altri.
Tra i motivi che rendono attuale la visione dantesca della donna ce n’è anche uno tragico; Dante manifesta infatti anche una grande sensibilità nei confronti di coloro che sono state vittima della violenza maschile. ….
Il delitto d’onore, che Dante giudica, almeno nel caso specifico di Paolo e Francesca[15] , crimine peggiore del tradimento (Caina attende chi a vita ci spense If. V, 107) è esistito formalmente nel nostro ordinamento giuridico con una serie di disposizioni che agevolavano il colpevole fino al 1981 (insiema al “matrimonio riparatore”), ma sopravvive dopo la sua abolizione nella mentalità di molti uomini che “puniscono” con la morte le donne che pretendono di fare scelte autonome, soprattutto quella di fare a meno di loro.
Dante tratta questo argomento con estrema delicatezza, confermando in alcuni celebri passaggi del poema il fatto che la condizione delle donne le esponeva all’abuso anche quando non violavano alcuna regola. Utilizzate come merce di scambio in alleanze matrimoniali che certamente le penalizzavano più dei mariti, obbligate a sposare uomini più anziani, spesso violenti e desiderosi soltanto di impadronirsi della dote, disposti a sbarazzarsi di loro quando non servivano più o addirittura rapite dal convento in cui erano entrate di loro spontanea volontà per essere costrette al matrimonio, le donne erano private del diritto di scegliere autonomamente il loro destino. Le figure di Pia de’ Tolomei e Piccarda Donati rivelano, senza necessità di molte parole, la sofferenza dell’”altra metà del cielo” e Dante ne rivela la tragedia umana tratteggiandole con versi straordinariamente efficaci

Ricorditi di me,che son la Pia:
Siena mi fè, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma

Ricordati di me, che sono Pia (de’ Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi aveva dato l’anello nuziale.
(Pg. V, 130-136)

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

Uomini poi, abituati a fare il male piuttosto che il bene
mi rapirono dal dolce chiostro del convento:
Dio solo sa cosa poi è stata la mia vita.
(Pd. III, 106-108)

Leggendo la cronaca si noterà che questi episodi sono ancora numerosi e confermano il fatto che la violenza contro le donne viene commessa molto spesso all’interno della famiglia dove spesso resta impunita oggi come allora.Difesa dal libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana

E’ importante sottolineare il ruolo della letteratura nel miglioramento della condizione femminile: da semplici fruitrici di testi scritti dagli uomini, le donne hanno iniziato a scrivere, superando grandi difficoltà tra le quali le scarse opportunità di accesso agli studi e la mancanza di spazio e tempo per scrivere[17]. Soprattutto negli ultimi due secoli dunque l’universo femminile si è dotato di una voce che prima non aveva se non in misura molto limitata. In altre le circostanze, in paesi dove dominano visioni integraliste dell’Islam, a partire dall’ Afghanistan dei Talebani per arrivare ai paesi dominati da formazioni come Boko Haran e ovviamente nei territori del sedicente Stato Islamico, ancora una volta vittime di pregiudizio e violenza, le donne vengono segregate in casa, cacciate via dalla possibilità di studiare e lavorare, obbligate ad andare in giro sotto capi di abbigliamento che sembrano volerne cancellare la stessa esistenza. Altro che Dolce Stil Novo! La donna viene considerata potenziale causa di peccato per il fatto stesso di essere al mondo e considerata una proprietà del parente maschio più prossimo, come un oggetto o un capo di bestiame.

COM’OCCHIO PER LO MAR: GRANDEZZA E LIMITI DELLA RAGIONE E DELLA GIUSTIZIA NEL MONDO UMANO

Il tema della ragione, delle sue prerogative e dei suoi limiti è fondamentale nella Divina Commedia perché da sempre gli esseri umani si interrogano sulla validità degli strumenti che hanno a disposizione per muoversi nell’intrico del mondo senza finire in pasto a belve metaforiche ma non per questo meno pericolose di quelle reali.
Si tratta di interrogativi che attraversano la vita di ciascuno di noi, soprattutto nei momenti in cui il dolore o la passione offuscano la nostra capacità di capire e di decidere. La Divina Commedia ci fa riflettere sul fatto che ciascuno di noi può incontrare un suo personale Virgilio il quale, incarnando la ragione, gli ricorderà che non siamo stati fatti per essere vittime di vere e proprie “belve mentali” alle quali la nostra cecità ha offerto lo status di idoli indiscussi: ignoranza, desiderio sfrenato di beni e potere, odio e furia cieca (allegoria della selva oscura). Senza ragione non si arriva alla salvezza, questo è uno degli assunti fondamentali di Dante ed è prova evidente della sua visione positiva della natura umana che ne fa una figura preumanistica, sfatando il mito di un Medioevo come epoca completamente buia. Anche se talvolta si sono trovati in minoranza, in ogni epoca sono esistiti intellettuali convinti del ruolo fondamentale della ragione nel guidare la vita dell’uomo, il che tuttavia non significa sostenere che essa ci renda onniscienti. Altre correnti di pensiero filosofico e religioso, ispirandosi a forme di pensiero che ridimensionano l’efficacia dell’agire umano in relazione al conseguimento della salvezza eterna, non condividono questo ottimismo.[18]

…..
Dante ha fiducia nella capacità raziocinante perché si tratta di una facoltà alla quale si può sempre far appello, anzi, si deve, specialmente quando si manifestano situazioni difficili, non è tuttavia in grado di dare una risposta a tutte le domande che ci poniamo. Esistono dunque dei limiti al di là dei quali essa perde efficacia e la violazione di questi limiti espone al pericolo di smarrirsi ed affondare, come accade all’Ulisse dantesco, inghiottito da un vortice con i suoi compagni dopo che, violato il divieto di oltrepassare le colonne d’Ercole, ha fatto rotta a sud, fino a giungere in vista della montagna del Purgatorio. Questo andare oltre, questo voler varcare le colonne d’Ercole insieme ad Ulisse, mettersi per lo alto mare aperto (If. XXVI 100)[19] e sfidare i limiti di cui siamo consapevoli ma che tolleriamo malvolentieri è una tendenza umana sempre in bilico tra l’ essere considerata un’esigenza legittima o un peccato di superbia intellettuale. [21]
Nel terzo canto del Purgatorio, Virgilio prosegue la trattazione dei limiti della ragione umana iniziato nei versi citati sopra dicendo:

(parafrasi)
È folle chi spera che la nostra ragione possa percorrere la via infinita che tiene una sola sostanza in tre persone (possa comprendere il dogma della Trinità). Accontentatevi, uomini, di ciò che vi è stato rivelato; infatti, se aveste potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse Gesù e avete visto desiderare invano (di sapere tutto) filosofi tanto profondi che, se ciò fosse possibile, avrebbero appagato il loro desiderio, il quale invece è la loro pena eterna: Io parlo di Aristotele, di Platone e di molti altri»; e a quel punto chinò la fronte, senza aggiungere altro e restando turbato.
(Pg. III, 34-45)

Dunque secondo Dante di fronte ai grandi interrogativi (quia) che l’umanità si pone è necessario “stare contenti” di quello che possiamo sapere, perché se l’umanità avesse potuto darsi da sola tutte le risposte non sarebbe stata necessaria la Rivelazione cristiana. Noi dunque non possiamo credere di eguagliare l’onniscienza divina perché se questo fosse stato possibile ci sarebbero riusciti personaggi come Aristotele e Platone che sono invece nel limbo dei sapienti morti senza Battesimo e lì si rammaricano di essere lontani da quella verità che hanno ricercato per tutta la vita. Agli occhi del Poeta, la ragione umana ci salva dalla selva oscura delle tendenze peccaminose ma non ci fa uscire dal limbo delle domande senza risposta: chi si affida solo alla ragione resta prigioniero in un “castello di congetture” come gli spiriti nobili risiedono in un castello con giardino, molto bello ma privo della luce proviene dal sereno che non si turba mai (Pd. XIX, 64 – 65). Utilizzando una metafora straordinariamente efficace che richiama ancora l’immagine del mare, Dante, nel canto XIX del Paradiso, fa ribadire i limiti della ragione umana dall’immensa aquila formata degli spiriti che in vita hanno praticato la giustizia. Nell’occhio dell’aquila che, secondo i bestiari medioevali, era in grado di guardare direttamente il sole senza essere accecata dall’acutezza dei suoi raggi[25], sono beate le anime di molti re, anche ebrei e persino pagani, salvi per l’intercessione di un papa o grazia speciale di Dio come Davide e Traiano. L’aquila ribadisce a Dante che pretendere di eguagliare l’intelligenza di Dio è un atto di superbia simile a quello che ha condotto Lucifero all’inferno:

«Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l’universo, che ‘l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E ciò fa certo che ‘l primo superbo,
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
e quinci appar ch’ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de’ raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente.
Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com’occhio per lo mare, entro s’interna;
che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l’esser profondo.
Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenebra
od ombra de la carne o suo veleno.

Non esiste altra luce di sapienza se non quella che viene da una mente illuminata che nulla può turbare, quella di Dio; tutto l’altro sapere è viziato dai limiti della nostra mortalità o del peccato. Chi non è credente da un lato può sentirsi chiamato in causa in modo negativo e questo, inutile nasconderlo, è senz’altro il significato letterale delle parole di Dante. Tenendo conto delle circostanze storiche, è comunque possibile anche per un ateo interpretare le parole del testo come un invito a ritenere giusta conoscenza quella che viene dalla luce della ragione e della compassione universale, attributi di Dio ma anche caratteristiche sublimi della natura umana evidenti in varia misura in coloro che, credenti o non credenti, si elevano al di sopra del puro soddisfacimento egoistico di desideri materiali.. Se andiamo oltre ad un’interpretazione restrittiva del testo, queste parole suonano come una condanna di chi ha degradato la scienza esercitandola su cavie umane nei campi di sterminio, chi ha avallato l’uso delle armi di distruzione di massa, chi usa il suo sapere per difendere privilegi e opprimere gli altri, magari proprio quelli che dovrebbe invece aiutare.
(https://codolini.wordpress.com/letteratura-italiana/autori-e-argomenti-di-lettetatura-italiana-ordine-cronologico/4il-novecento/bozza-di-scheda-sul-video-la-responsabilita-degli-scienziati-nella-bomba-atomica-2/ )

Allo stesso modo è ancora di grande interesse il discorso sui non cristiani, tema delicato che l’aquila affronta nel prosieguo del discorso. Dante ha infatti modo di porre agli spiriti giusti la domanda che più gli sta a cuore: come mai le persone che non hanno conosciuto Cristo ma si sono comportate correttamente secondo quello che la ragione umana può vedere non possono entrare in Paradiso? E’ qui evidente il nesso col brano del Purgatorio citato sopra: Aristotele e Platone, così come Virgilio e molti altri sono esclusi dal Paradiso ma come potevano conoscere la Rivelazione?. La domanda che sorge spontanea è proprio quella che Dante pone all’aquila: ov’ è questa giustizia che ‘l condanna? ov’ è la colpa sua, se ei non crede? ( Pd. XIX, 77-78).

Assai t’è mo aperta la latebra
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov’è questa giustizia che ‘l condanna?
ov’è la colpa sua, se ei non crede?”

Allora la Chiesa era tassativa: non può essere salvo chi non ha ricevuto il Battesimo e Dante, per costringere se stesso ad accettare un dogma di cui proprio non vedeva il senso, è stato costretto a far ricorso ai limiti della ragione umana, che non può capire le cause più remote delle cose.

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna?

Tuttavia il Poeta non poteva non trovare difficile adattarsi a questa ingiunzione della Chiesa e così l’aquila prosegue

Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
(Pd. XIX, 70 – 84)

Secondo l’interpretazione tradizionale, Dante non desiderava uscire dall’ortodossia cattolica per cui, tramite le parole degli spiriti giusti, fa ammenda dei suoi dubbi condannando come superbia intellettuale il suo pressante desiderio di sapere:

Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radiando, lui cagiona».
……..
«A questo regno
non salì mai chi non credette ‘n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
(Pd. XIX 85 – 90 e 103 – 105)

Esistono però studiosi che interpretano diversamente questo brano[26] anche facendo rilevare che Dante nei versi successivi non può fare a meno di “spezzare una lancia” a favore di chi è giusto pur senza aver ricevuto il Battesimo: queste persone giudicheranno negativamente i cristiani che sono tali solo dal punto di vista formale perché commettono crimini spregevoli:

Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà l’Etiòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

In questo brano si sente l’eco delle parole di Gesù riportate da Matteo:
Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.
(Matteo 7, 21 – 27)

Attualmente, dopo il Concilio Vaticano II, la posizione della Chiesa Cattolica è meno rigida e Dante ne sarebbe soddisfatto, anzi, partendo dal presupposto che “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.” [27] si arriva anche ad ammettere la salvezza dei non cristiani che deliberatamente aderiscono ad altri credi.

LA DIFESA DEL LIBERO ARBITRIO E DELLA DIGNITA’ UMANA

Se nel mondo degli uomini esistono azioni ragionevoli e giuste ed altre che non lo sono è perchè l’uomo è dotato di libero arbitrio. Dante è molto lontano non solo dall’idea agostiniana della predestinazione ma anche dalle posizioni deterministiche secondo le quali la capacità di scelta è un’illusione e gli uomini sono animali condizionati come gli altri ai quali l’istinto di conservazione della specie hanno ritenuto opportuno far credere di essere liberi. Anche questo è un interrogativo sempre attuale, per il quale non esiste una risposta definitiva, almeno per il momento: si tratta di un campo di indagine molto interessante per le neuroscienze, la psicologia, la filosofia, la religione e altre discipline del sapere o del credere. Ovviamente è molto interessante seguire l’evoluzione di questo dibattito anche se (per chi scrive fortunatamente) sarà molto difficile giungere ad una risposta definitiva.
Dante però non aveva dubbi: l’essere umano è responsabile del bene e del male che compie e si deve assumere ogni responsabilità a riguardo cioè, per citare le parole del Buddha, “Gli uomini sono padroni delle loro azioni ed eredi delle loro azioni”[38]. Che senso avrebbe altrimenti parlare di premi e punizioni ? Dante non avrebbe condiviso l’affermazione di Freud che l’io non è padrone in casa sua.[39] E’ ben vero che nel corso del suo cammino infernale il poeta manifesta spesso compassione nei confronti di chi ha sbagliato e sta pagando molto duramente i suoi umanissimi errori, basti pensare all’episodio di Paolo e Francesca, a quello di Pier delle Vigne, di Brunetto Latini o del conte Ugolino, ma questo non cancella le loro colpe. Nel sedicesimo canto del Purgatorio, Marco Lombardo svolge la teoria del libero arbitrio spiegando che gli astri non possono condizionare completamente le scelte degli esseri umani proprio perché essi sono dotati di una parte razionale, che è stata attribuita loro da Dio come il più grande dei doni e sulla quale, come afferma San Tommaso di Aquino, gli influssi dei pianeti non possono prevalere. La ragione ci consente di distinguere il bene dal male e può aiutarci a resistere agli impulsi generati dalla parte sensitiva della nostra anima, vincolata al corpo che è soggetto a vari condizionamenti.

Parafrasi

Voi che siete in vita riconducete la causa di tutto al Cielo, come se esso determinasse ogni cosa necessariamente. Se fosse così, in voi non ci sarebbe più il libero arbitrio, e non sarebbe giusto essere premiati per la virtù, ed essere puniti per la colpa. Il Cielo inizia i vostri movimenti, e neppure tutti; ma anche ammettendo ciò, voi siete in grado di distinguere il bene dal male, e avete il libero arbitrio; il quale, se anche incontra difficoltà nelle prime battaglie con gli influssi astrali, poi vince ogni cosa, purché venga ben nutrito. Voi siete soggetti, liberi, a una forza maggiore e a una natura migliore (Dio); e quella crea in voi l’intelletto, che il cielo non ha in suo potere. Perciò, se il mondo attuale pecca, la ragione è in voi e a voi deve essere attribuita
(Pg. XVI, 67-78)

L’uomo quindi non deve scegliere quei comportamenti che sono sbagliati secondo ragione, ma nemmeno rifugiarsi in una situazione di imbelle neutralità perché stare alla finestra nello scontro fra bene e male non paga. E  ’meglio addirittura passare dalla parte del male ed accettare la dannazione eterna che tirarsi indietro di fronte a qualunque scelta. Lo sa bene il povero asceta Pier da Morone, trascinato dalla pace del suo eremo vicino a Sulmona alla vita corrotta della corte pontificia e costretto a diventare Celestino V. Come è noto Dante colloca colui “che fece per viltade il gran rifiuto” (Inf. III, 86) nell’antinferno tra gli ignavi, con una scelta comprensibile ma certo molto rigida. La severità di Dante non è dovuta solo al fatto che a seguito dell’abdicazione di Celestino V è asceso al soglio pontificio il turpe Benedetto Caetani, causa dell’esilio del poeta e della rovina di molti altri, ma anche alla considerazione che una persona onesta posta da Dio così in alto deve adempiere alla sua missione, superando anche i suoi sensi di inadeguatezza. Certo le circostanze storiche erano molto difficili per un uomo che aveva passato una vita intera lontano dalle brutture del mondo. Ignazio Silone, che nel testo teatrale L’ avventura di un povero cristiano offre un’interpretazione del tutto diversa della storia, fa pronunciare a Pier da Morone un dignitoso discorso di fronte a Benedetto Castani ormai diventato Bonifacio VIII:
<< La potenza non mi attira, la trovo essenzialmente cattiva. Il comandamento cristiano che riassume tutti gli altri è l’amore.. Durante questi ultimi mesi, mentre me ne stavo nascosto per sfuggire alle ricerche della vostra polizia, sono diventato più cosciente di quanto non lo fossi nel passato, che la radice di tutti i mali, per la Chiesa, è la tentazione del potere >>.[40]
Dante avrebbe senz’altro condiviso questa opinione e forse, se avesse considerato Pier da Morone da questo punto di vista, non l’avrebbe condannato così severamente.

Sono molte le circostanze in cui anche noi avremmo la tentazione di non scegliere o di rifiutarci di vedere i problemi per paura, infingardaggine, pigrizia o perché non ci rendiamo esattamente conto delle conseguenze della nostra neutralità o del nostro silenzio….. Dante non ha certo corso il rischio di finire nell’antinferno, infatti ha sempre dichiarato di essere disposto a pagare di persona le sue scelte politiche e intellettuali. Non ha mai accettato di scendere a patti se questo avesse significato tradire i suoi ideali; così si giustifica la scelta di isolarsi rispetto agli altri esuli di parte bianca e anche il rifiuto di rientrare in Firenze a condizione di fare ammenda di colpe che non aveva commesso.
Lo dichiara apertamente al suo maestro Brunetto Latini che gli ha profetizzato l’esilio:
(parafrasi)
Io prendo nota ciò che narrate della mia vita, e mi riservo di farmelo spiegare insieme a un’altra profezia (di Farinata) da una donna (Beatrice) che saprà farlo, se arriverò sino a lei.Io voglio che vi sia chiaro che sono pronto a ciò che la fortuna mi riserva, purché non mi rimorda la coscienza.Tale profezia non è nuova al mio orecchio: dunque la fortuna giri pure la sua ruota come vuole, e il contadino ruoti la sua zappa».
(Inf. XV, 88- 96)
La convinzione espressa da Dante viene ripresa e ribadita nel diciassettesimo canto del Paradiso dal suo antenato Cacciaguida che, gli profetizza l’esilio, a coronamento di quanto era stato detto al Poeta da Ciacco e da Brunetto Latini nell’Inferno.

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta. 57
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. 60

Parafrasi
Tu lascerai ogni cosa che ami di più; e questa è la pena che l’esilio fa provare per prima.
Tu proverai come è amaro il pane altrui, e come è duro salire e scendere le scale altrui (accettare l’aiuto dei potenti).

Dante lo interroga poi sull’opportunità di dire la verità su quello che ha visto nei mondi ultraterreni anche a costo di suscitare le ire dei potenti colpiti dalle sue parole e magari non trovare più ospitalità:

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; 108

per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
sì che, se loco m’è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi. 111

Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro, 114

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume; 117

e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».

«Io vedo bene, padre mio, che il tempo avanza velocemente verso di me per darmi un colpo tale, che è tanto più grave quanto più uno si abbandoni ad esso;dunque è necessario che io mi armi di buona prudenza, così che, se sarò allontanato dal luogo a me più caro (Firenze), io non perda gli altri a causa dei miei versi.Giù nel mondo infinitamente amaro (Inferno), e lungo il monte dalla cui bella cima gli occhi della mia donna mi sollevarono (Purgatorio), e in seguito in Paradiso, di Cielo in Cielo, ho appreso cose che, se le riferirò, avranno per molti un sapore sgradevole;se io sarò timido amico della verità (se ometterò dei particolari), temo di non avere la possibilità di vivere tra coloro che definiranno antico questo tempo (tra i posteri)».

Cacciaguida risponde:

«Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.

Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note, 138

che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia».
«Una coscienza sporca per la colpa propria o di altri sentirà certo le tue parole come sgradevoli. Tuttavia, rimossa ogni menzogna, rendi manifesto tutto ciò che hai visto, e lascia pure che chi ha la rogna si gratti (che chi ha colpa ne paghi le conseguenze). Infatti la tua voce, se sarà spiacevole al primo assaggio, poi quando sarà assimilata lascerà un nutrimento vitale. Questo tuo grido sarà come un vento che colpisce di più le cime più alte, e ciò non è motivo di poco onore. Perciò in questi Cieli, in Purgatorio e nella dolorosa valle dell’Inferno ti sono mostrate solo le anime che sono molto famose, poiché l’animo di colui che ascolta non dà retta e non presta fede a un esempio che abbia la sua radice nascosta e sconosciuta (a esempi non noti), né a un altro argomento che non sia di tutta evidenza».
(Paradiso XVII 124 – 142)

Si tratta di un atteggiamento che molti intellettuali hanno assunto coraggiosamente pagandone le conseguenze di persona, dallo stesso Dante ai letterati che sono stati perseguitati da regimi politici illiberali e in molti casi hanno sacrificato non solo carriera e ricchezze ma anche la vita per difendere la dignità e il diritto ad essere liberi. Basti pensare al caso di Ugo Foscolo, che preferì prendere la via dell’esilio piuttosto che piegarsi moralmente ad accettare gli onori con i quali gli Austriaci intendevano in realtà assoggettarlo ai loro interessi. Hanno avuto lo stesso valore il rifiuto di Eugenio Montale di prestare giuramento al regime fascista e la sua conseguente espulsione dalla scuola, oppure le vicende di scrittori italiani che in epoca fascista hanno affrontato il confino o l’esilio[41] dando grande esempio di indipendenza di giudizio e capacità di effettuare scelte anticonformiste. Questi intellettuali, così come molte persone comuni hanno condiviso la stessa aspirazione alla libertà di Dante e di Catone l’Uticense . Virgilio stesso si fa portavoce di questa esigenza di libertà e di coerenza con le proprie scelte quando, nel primo canto del Purgatorio, spiega a Catone la presenza di Dante nel mondo ultraterreno dicendo: “Libertà va cercando ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta.” (Pg. I, 72). La decisione di “far parte per se stesso” che Dante opera in polemica contro gli altri fuoriusciti di parte bianca, anche se mette in evidenza un lato poco accomodante del carattere del Poeta, è una difesa coerente della propria libertà di scelta.
……
Soprattutto quando è in atto un disegno di repressione, la cultura, la conoscenza delle discipline scientifiche ed umanistiche è il miglior modo di affermare la dignità umana, di distinguerci dagli animali, che pure devono essere rispettati perché anch’essi sono capaci di soffrire, ma in modo cieco e inconsapevole. E’ inoltre degno di nota il fatto che la stessa autrice, Primo Levi e altri sopravvissuti dello sterminio nazista abbiano spesso citato l’Inferno di Dante per esprimere l’orrore di quello che avevano visto. …Anche questo per Dante sarebbe stato difficile prevedere, che un giorno qualcuno avrebbe tradotto in pratica sofferenze che per lui sarebbe stato impossibile persino immaginare.

LA POESIA DEGLI SPAZI NON EUCLIDEI
L’importanza di elevare l’animo attraverso la conoscenza è stata riconosciuta da Dante al punto di farne uno dei pilastri sui quali ha costruito il suo pensiero e la sua personalità e, come si è detto sopra, la poesia può essere efficace veicolo di conoscenza non solo filosofica ma anche scientifica, infatti nella Divina Commedia si trovano riferimenti a tutte le branche del sapere dell’epoca. Dante è stato uno di quegli intellettuali che padroneggiavano ampiamente lo scibile del loro tempo ed erano in grado di utilizzare nelle loro opere le nozioni fondamentali della cultura scientifica, filosofica e teologica che, come è noto, costituiscono la struttura portante del poema, in particolare della terza cantica[51]. Per questo motivo il Poeta mette in guardia coloro che non sono adeguatamente preparati in queste discipline dal proseguire la lettura della cantica, che risulterebbe incomprensibile:

“O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti. ”

Parafrasi: O voi che, desiderosi di ascoltarmi, mi avete seguito pur con una cultura teologica limitata (= piccioletta barca), dietro alla mia poesia che si nutre di teologia e filosofia e percorre il mare del sapere (legno che cantando varca)smettete di leggere (= tornate a rivedere i vostri liti), non affrontate un argomento per il quale non siete preparati (=non vi mettete in pelago cioè in alto mare) perchè se non capite quello che dico (perdendo me) sarete smarriti.
(Pd. II, 1 – 6)

Anche se non tutti i critici (si pensi a Benedetto Croce) hanno apprezzato questo approccio, l’astronomia, le scienze della terra, la matematica, la geometria forniscono a Dante la materia per numerose similitudini e inserti di natura didascalica affidati alla voce di Virgilio e soprattutto di Beatrice. L’astronomia esercitava un fascino particolare sull’animo di Dante; d’altra parte fin dall’antichità gli esseri umani hanno guardato al cielo come ad una sorta di libro nel quale sarebbe scritto anche il loro destino. Il desiderio di elevarsi al di sopra della condizione di pura fisicità li ha indotti a collocare la sede degli dei e il Paradiso in cielo, sentendosi destinati a raggiungerlo dopo la morte e per questo motivo le stelle hanno sempre rappresentato la speranza di un destino felice sia per chi le descrive in poesia sia per chi le studia come scienziato. Si può così spiegare la predilezione di Dante per la parola “stelle” che conclude le tre cantiche … Queste emozioni sorgono indubbiamente dall’incontro fra la bellezza del firmamento e le considerazioni filosofiche alle quali ci sentiamo disposti quando contempliamo l’infinito.[53]
In tempi recenti è stata rivalutata[54] l’importanza del sapere scientifico quale elemento fondamentale del poema, mentre in passato la critica crociana ne ha negato la validità artistica, giudicandola, insieme all’intento didascalico e all’allegoria, non poesia.[55]. La struttura dell’universo dantesco era coerente col sistema aristotelico-tolemaico secondo il quale la Terra era al centro dell’Universo mentre la Luna e i pianeti le si disponevano intorno muovendosi lungo percorsi che secondo l’opinione del tempo erano posti sulla superficie di sette sfere celesti concentriche. Esisteva poi un cielo delle stelle fisse e il cosiddetto Primo Mobile, che per Aristotele era il motore dell’Universo, aveva carattere divino ed era causa del movimento delle sfere sottostanti. I teologi cristiani aggiunsero alle sfere aristoteliche il cosiddetto Cielo Cristallino, perfettamente trasparente e l’Empireo, sede di Dio, delle gerarchie angeliche e dei beati. Tradizionalmente si rappresentano separatamente i cieli dei pianeti rispetto al contenuto dell’Empireo che si manifesta a Dante sotto diversi aspetti man mano che la sua capacità di vederlo e comprenderlo aumenta: dapprima appare un punto di viva luce (Dio), circondato da nove sfere concentriche di angeli che gli rendono omaggio, poi uno splendido fiume che scorre tra rive fiorite che ad un certo punto cambia forma dando origine alla Candida Rosa, cioè la comunità dei beati che contemplano Dio mentre gli angeli, come una schiera di api, vola da loro al punto di Luce per trasmettere il reciproco amore. [56]
Il modo con cui tradizionalmente si interpreta il cosmo dantesco però è sempre sembrato discutibile perché questa separazione tra universo visibile e invisibile non sembra convincente, così come non sembra adeguata l’immagine dell’Empireo sempre rappresentato come una specie di coroncina al di sopra dei cieli dei pianeti. Nel 2005 è stato pubblicato in Italia un saggio di un critico letterario rumeno, docente di fisica all’Università di Bucarest fino al 1996, Horia-Roman Patapievici,[57] che ha condotto uno studio matematico sulla Divina Commedia e sulla sua topografia sottolineando il fatto che esiste una simmetria tra i due gruppi di sfere: da un lato i cieli dei pianeti che ruotano intorno alla Terra al centro della quale c’è il diavolo e dall’altro l’Empireo con i cori angelici e la Rosa Mistica che hanno al centro Dio. In questo modo avremmo però l’immagine di un Universo bipartito dove non è ben chiara la relazione fra i due fasci di sfere. Per chiarire questo problema bisogna considerare il fatto che …. il Primo Mobile è tutto nella mente di Dio e va a integrarsi nell’Empireo, per così dire gli è tangente, come se tutti i suoi punti coincidessero con tutti i punti dell’Empireo stesso. Qui ha la sua origine il tempo, come un albero rovesciato che affondi le sue radici nel Primo Mobile ed estenda le fronde nei cieli sottostanti.
…. la forma del Paradiso sembrerebbe dunque essere quella di due fasci di sfere in cui quelle più esterne sono tangenti l’una all’altra in ogni punto. Esiste una soluzione quadridimensionale che soddisfa questa singolare condizione, ma se l’accettassimo dovremmo anche ammettere che l’Universo di Dante non è euclideo. La figura geometrica di una sfera tangente ad un’altra in ogni punto non è infatti rappresentabile in tre dimensioni, è una figura quadridimensionale perciò non direttamente percepibile dai nostri sensi chiamata ipersfera dai matematici.[58] ….. La teoria dell’ipersfera, che qualche critico ha anche considerato una forzatura del testo, rappresenta una descrizione geometrica particolarmente sofisticata dell’Universo dantesco e presenta l’indubbio vantaggio di rendere l’idea della trascendenza, della possibilità di accedere ad una dimensione che a noi esseri in carne ed ossa sfugge necessariamente, tanto che Dante in più circostanze sottolinea l’inadeguatezza del linguaggio, per quanto poeticamente elevato, a rappresentare la profondità della sua visione che non può più essere rievocata compiutamente nel momento in cui il poeta è tornato alla dimensione umana.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
(Par. XXXIII, 55 – 75)

Il concetto è ribadito nei versi successivi, in cui l’immagine della barca degli Argonauti richiama ancora una volta, come in molti altri luoghi del poema, il viaggio della mente umana verso Dio[59] per sottolineare la radicale alterità della beatitudine eterna rispetto alla condizione umana
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
(Par. XXXIII, 94 –96)

Si tratta dunque di un’interpretazione molto suggestiva, che rende ragione dell’ineffabilità della visione dantesca, ha il pregio di spostare il Demonio al di fuori del centro dell’Universo e costituisce un modello matematico complesso ed elegante del cosmo dantesco. Il saggio di Patapievici va però oltre, suggerendo che possa esistere un’analogia tra l’eventuale ipersfera dantesca e le teorie di illustri fisici, tra quali ad esempio Albert Einstein, il quale ha parlato di una struttura ipersferica dell’universo. Questa ipotesi non mi sembra accettabile, bisogna infatti fare molta attenzione a non spingere l’analogia oltre al lecito, perché in questo modo si farebbe cattivo uso sia della poesia sia della scienza. Dante non aveva le conoscenze di cui disponiamo ora né in campo astronomico né in campo matematico, quindi alla descrizione dell’universo come di un’ ipersfera deve essere considerata un’intuizione profonda non una teoria e tanto meno le deve essere attribuito valore un valore ontologico, cioè credere che possa rappresentare anche l’universo reale. Diversamente da quanto sostenuto da Patapievici però, secondo chi scrive, si evidenzia in questi ultimi canti del Paradiso non solo una convergenza tra il mondo dantesco e la scienza, ma anche una fondamentale diversità, che è la più importante acquisizione della storia del pensiero degli ultimi quattrocento anni: la separazione tra visione religiosa e visione scientifica dell’universo. Un punto fondamentale che distingue Dante, poeta medioevale, da uno scienziato moderno è anche la sua convinzione che la descrizione dell’Universo non possa fare a meno delle ipotesi metafisiche e teologiche: in altre parole per Dante non è pensabile un universo senza Dio. Al giorno d’oggi la scienza prescinde da qualsiasi ipotesi metafisica o religiosa; si tratta di un atteggiamento maturato fin dagli inizi della rivoluzione scientifica con Galileo Galilei e Isaac Newton il quale, pur essendo molto religioso (è stato ad esempio un esegeta dell’Apocalisse)[60], era solito dire <<Hypoteses non fingo>>[61] cioè <<Non pongo alla base delle mie teorie ipotesi metafisiche. >>
Vedere nell’Universo l’opera di un Creatore che ha ordinato tutte le cose assegnando loro caratteristiche immutabili, nature eterne subordinate le une alle altre e un comportamento specifico come sosteneva anche Aristotele è certo suggestivo e anche Dante ci credeva fermamente, come si può capire dalla lettura del brano citato sotto, fatti salvi alcuni cambiamenti introdotti nell’ordine del mondo dal pensiero cristiano. Si tratta però di una convinzione che nasce dalla fede, non dalla scienza: è un atteggiamento del tutto legittimo, ma che deriva dal credere, non dal sapere.

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
(Pd. I, 1 – 9)

Dunque, fatto salvo ovviamente il diritto di ciascuno di avere l’opinione religiosa che preferisce, è tipico atteggiamento dello scienziato moderno occuparsi di ciò che è misurabile, di ciò che cade sotto i sensi, potenziati dagli strumenti per rilevare dati, senza ipotizzare l’intervento di Dio. In questo il sapere di Dante era radicalmente diverso dal nostro.  Nonostante questo, probabilmente a Dante non sarebbe dispiaciuta questa interpretazione geometrica del suo mondo fisico e ultraterreno. Egli intuiva infatti che nella matematica si trova la chiave di accesso a verità molto profonde che stanno a fondamento del nostro Universo e forse non verranno mai svelate completamente; ne ha dato prova utilizzando un mistero insoluto della geometria per tentare di descrivere quello della Trinità. Si tratta della quadratura del cerchio, problema senza soluzione che ha tormentato a lungo i matematici nel nostro mondo; allo stesso modo è incomprensibile per gli esseri umani la possibilità di Dio di essere uno in tre persone. L’immagine del cerchio richiama aristotelicamente quella della perfezione, una condizione irraggiungibile dagli esseri umani finché sono vivi, ma che conosceranno quando si ricongiungeranno al sublime geometra, Colui che volse il sesto a lo stremo del mondo[62].
Proprio al culmine della visione, negli ultimi versi del poema la geometria e la matematica vengono incontro alla poesia, realizzando una profonda conciliazione del saper scientifico con la letteratura.
……

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Pd. XXXIII , 124 – 145)

ELENCO DEI BRANI CITATI E BREVISSIMA DESCRIZIONE DEL CONTENUTO DEI CANTI IN CUI SONO COMPRESI

CANTO I
Proemio della Cantica. Dante e Beatrice ascendono al Paradiso. Dubbi di Dante e spiegazione di Beatrice circa l’ordine dell’Universo.

Testo
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove. 3

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende; 6

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire. 9

Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto. 12

Parafrasi
La potenza di Colui (Dio) che muove ogni cosa si diffonde in tutto l’Universo e splende più in alcune parti, meno in altre. Io fui nel Cielo (Empireo) che è più illuminato dalla sua luce, e vidi cose che chi scende di lassù non sa né può riferire; infatti, avvicinandosi all’oggetto del suo desiderio (Dio), il nostro intelletto si addentra tanto in profondità che la memoria non lo può seguire. Tuttavia, l’argomento del mio canto sarà ciò che io riuscii a fissare nella mia mente del regno santo (Paradiso).

CANTO III

Nel I Cielo della Luna. Apparizione degli spiriti difettivi (cioè che hanno mancato in qualche modo ai voti pronunciati; la Luna rappresentava la mutevolezza, la volubilità): colloquio con Piccarda Donati. Piccarda spiega i gradi di beatitudine e l’inadempienza al voto.

I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella, 48

ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda. 51

Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati. 54

E questa sorte che par giù cotanto,
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto». 57

Ond’io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti: 60

però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino. 63

Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?». 66

Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco: 69

«Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. 72

Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne; 75

che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri. 78

Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse; 81

sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia. 84

E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria o che natura face». 87

Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove. 90

Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia, 93

così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola. 96

«Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela, 99

perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma. 102

Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta. 105

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 108

PARAFRASI
Nel mondo io fui una suora; e se tu rifletti attentamente, il fatto che io sia più bella non ti nasconderà la mia identità, ma mi riconoscerai come Piccarda Donati, che, posta qui con questi altri beati, sono nel Cielo più lento (della Luna). I nostri sentimenti, che sono infiammati solo dal piacere dello Spirito Santo, gioiscono nell’adeguarsi al suo ordine. E questa nostra condizione, che sembra tanto bassa, ci è stata data perché i nostri voti furono inadempiuti e trascurati in alcuni aspetti». Allora io le dissi: «Nel vostro meraviglioso aspetto risplende qualcosa di divino che vi rende diversi da come eravate in vita: per questo non fui rapido nel ricordare; ma ora quello che mi dici mi aiuta, così che mi è più semplice raffigurarmi il tuo volto. Ma dimmi: voi che siete qui felici, desiderate essere in un luogo più alto per vedere Dio più da vicino ed essere in maggior comunione con Lui?» Con le altre anime dapprima sorrise un poco; poi mi rispose tanto lieta che sembrava ardere nell’amore dello Spirito Santo: «Fratello, la virtù di carità placa la nostra volontà, e ci induce a volere solo ciò che abbiamo e non ci fa desiderare altro. Se desiderassimo essere più in alto, i nostri desideri sarebbero discordi dalla volontà di Colui (Dio) che ci colloca qui; e vedrai che questo non è possibile in questi Cieli, se qui è necessario essere in carità e se osservi bene la natura della carità stessa. Anzi, alla nostra condizione di beati è essenziale conformarsi alla volontà divina, per cui tutti i nostri desideri diventano uno solo; cosicché a tutto il regno piace il modo in cui siamo disposti di Cielo in Cielo, e piace al re (Dio) che ci invoglia a uniformarci alla sua volontà. E nella sua volontà è la nostra pace: essa è quel mare verso il quale si muove tutto ciò che essa crea o che la natura produce». Ma come accade quando un cibo sazia e di un altro rimane ancora il desiderio, allorché si chiede di questo e si ringrazia di quello, così feci io negli atti e nelle parole per sapere da lei quale fu la tela di cui non trasse la spola fino alla fine (quale voto non aveva adempiuto). Mi disse: «Una vita perfetta e un alto merito collocano in un Cielo più alto una donna (santa Chiara d’Assisi), secondo la cui regola sulla Terra ci si veste e si prende il velo, al fine di vegliare e dormire sino alla morte con quello sposo (Cristo) che accetta ogni voto che la carità conforma alla sua volontà. Per seguirla da fanciulla fuggii dal mondo e vestii il suo abito, promettendo di seguire la regola del suo Ordine. In seguito degli uomini, abituati al male più che al bene, mi rapirono fuori dal dolce convento: Iddio sa quale fu poi la mia vita.

CANTO XVII

Si svolge Nel V Cielo di Marte, in cui si manifestano coloro che hanno combattuto per la fede come Cacciaguida, antenato di Dante, morto nella seconda crociata. Dante chiede all’avo, che in un canto precedente aveva deplorato la corruzione di Firenze, notizie sulla sua vita futura: profezia dell’esilio da Firenze. Dubbi di Dante e dichiarazione della sua missione poetica.

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; 108

per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
sì che, se loco m’è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi. 111

Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro, 114

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume; 117

e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico». 120

La luce in che rideva il mio tesoro
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro; 123

indi rispuose: «Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca. 126

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna. 129

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta. 132

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento. 135

Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note, 138

che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia». 142

Parafrasi

Tu lascerai ogni cosa che ami di più; e questa è la pena che l’esilio fa provare per prima.
Tu proverai come è amaro il pane altrui, e come è duro salire e scendere le scale altrui (accettare l’aiuto dei potenti).
………

((Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora sarà la cortesia del gran Lombardo (Bartolomeo Della Scala) che sulla scala del suo stemma porta l’uccello sacro (l’aquila imperiale); egli avrà così benevolo riguardo nei tuoi confronti, che tra voi due i favori precederanno le richieste, contrariamente a quanto accade.Insieme a lui conoscerai quello (Cangrande) che, alla nascita, fu influenzato a tal punto da questo pianeta (Marte) che le sue imprese saranno straordinarie.))
«Io vedo bene, padre mio, che il tempo avanza velocemente verso di me per darmi un colpo tale, che è tanto più grave quanto più uno si abbandoni ad esso; dunque è necessario che io mi armi di buona prudenza, così che, se sarò allontanato dal luogo a me più caro (Firenze), io non perda gli altri a causa dei miei versi. Giù nel mondo infinitamente amaro (Inferno), e lungo il monte dalla cui bella cima gli occhi della mia donna mi sollevarono (Purgatorio), e in seguito in Paradiso, di Cielo in Cielo, ho appreso cose che, se le riferirò, avranno per molti un sapore sgradevole; e se io sarò timido amico della verità (se ometterò dei particolari), temo di non avere la possibilità di vivere tra coloro che definiranno antico questo tempo (tra i posteri)». La luce in cui brillava il mio tesoro (Cacciaguida) che io trovai lì, dapprima si fece splendente, come uno specchio d’oro colpito dal sole; poi rispose: «Una coscienza sporca per la colpa propria o di altri sentirà certo le tue parole come sgradevoli. Tuttavia, rimossa ogni menzogna, rendi manifesto tutto ciò che hai visto, e lascia pure che chi ha la rogna si gratti (che chi ha colpa ne paghi le conseguenze). Infatti la tua voce, se sarà spiacevole al primo assaggio, poi quando sarà assimilata lascerà un nutrimento vitale. Questo tuo grido sarà come un vento che colpisce di più le cime più alte, e ciò non è motivo di poco onore. Perciò in questi Cieli, in Purgatorio e nella dolorosa valle dell’Inferno ti sono mostrate solo le anime che sono molto famose, poiché l’animo di colui che ascolta non dà retta e non presta fede a un esempio che abbia la sua radice nascosta e sconosciuta (a esempi non noti), né a un altro argomento che non sia di tutta evidenza».

CANTO XIX

Si svolge nel VI Cielo di Giove, dove vengono incontro a Dante gli spiriti giusti, cioè coloro che sono stati eccellenti nel distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e hanno saputo mettere in pratica questa capacità. Essi  formano con le loro luci un’immensa aquila, simbolo della giustizia. Questo dipendeva dal fatto che le aquile erano le insegne delle legioni romane e lo stato di Roma veniva considerato giusto da Dante. L’aquila risolve un vecchio dubbio di Dante circa l’imperscrutabilità della giustizia divina riguardo al problema della salvezza.

Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto, 42

non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l’universo, che ‘l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso. 45

E ciò fa certo che ‘l primo superbo,
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo; 48

e quinci appar ch’ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura. 51

Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de’ raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene, 54

non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente. 57

Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com’occhio per lo mare, entro s’interna; 60

che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l’esser profondo. 63

Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenebra
od ombra de la carne o suo veleno. 66

Assai t’è mo aperta la latebra
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra; 69

ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva; 72

e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni. 75

Muore non battezzato e sanza fede:
ov’è questa giustizia che ‘l condanna?
ov’è la colpa sua, se ei non crede?” 78

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna? 81

Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia. 84

Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. 87

Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radiando, lui cagiona». 90

Quale sovresso il nido si rigira
poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch’è pasto la rimira; 93

cotal si fece, e sì levai i cigli,
la benedetta imagine, che l’ali
movea sospinte da tanti consigli. 96

Roteando cantava, e dicea: «Quali
son le mie note a te, che non le ‘ntendi,
tal è il giudicio etterno a voi mortali». 99

Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi, 102

esso ricominciò: «A questo regno
non salì mai chi non credette ‘n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. 105

Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo; 108

e tai Cristian dannerà l’Etiòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. 111

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? 114

Parafrasi
Poi iniziò: «Colui (Dio) che tracciò col compasso i confini dell’Universo e distinse in esso le cose visibili e invisibili, non poté imprimere il suo valore ovunque, senza che il suo Verbo non restasse infinitamente superiore alle capacità umane. E di ciò è prova il fatto che il primo peccatore di superbia (Lucifero), che fu la più perfetta di ogni creatura, fu precipitato dal Cielo per non aver atteso il lume della grazia divina; di qui si capisce che ogni creatura a lui inferiore non può certo contenere in sé quel bene (Dio) che non ha limite ed è la sola misura di se stesso. Perciò la vostra vista, che non è altro se non uno dei raggi della mente di Dio che è presente in tutte le cose, non può per sua natura essere così forte da vedere il suo principio (Dio), che è ben al di là delle capacità dei suoi sensi. Per questo la vista sensibile degli esseri umani penetra nella giustizia divina come l’occhio nel mare; ed esso, anche se da riva vede il fondale, in alto mare non lo vede più; e certo è presente, ma la profondità glielo nasconde. Non esiste vera luce, per la mente umana, se non viene da quella serenità (Dio) che non è mai offuscata; ogni altra è oscura, o viziata dai sensi, o attratta verso l’errore. Ora ti è stata dischiusa la buia caverna che ti nascondeva la giustizia divina, che suscitava in te dubbi così frequenti; infatti tu dicevi: “Un uomo nasce sulle rive dell’Indo (in paesi lontani) e qui nessuno parla o insegna o scrive di Cristo; pure, tutti i suoi desideri e i suoi gesti sono virtuosi, per quanto la ragione umana può giudicare, senza alcun peccato nelle azioni o nelle parole. Costui muore senza battesimo e privo della fede: che giustizia è quella che lo condanna? Qual è la sua colpa, se non crede?” Ora chi sei tu, che vuoi ergerti a giudice e sentenziare a mille miglia di distanza, con la vista che a malapena arriva a una spanna? Certo colui che fa sottili ragionamenti su di me (sulla giustizia divina) potrebbe dubitare in modo sorprendente, se non ci fosse al di sopra di voi la Sacra Scrittura. Oh, creature terrene! Oh, menti grossolane! La prima volontà (Dio), che è buona di per sé, non si è mai mossa da se stessa che è il sommo bene. Tutto ciò che è conforme ad essa è giusto: nessun bene creato la attira a sé, ma è essa, irraggiando la grazia, che lo determina». Come la cicogna, dopo aver sfamato i suoi piccoli, vola sopra il nido, e come i cicognini, avendo mangiato, la osservano, così fece l’immagine santa (l’aquila) che muoveva le ali spinte da tanti beati, mentre io alzai lo sguardo verso di essa. Volteggiando cantava, e diceva: «Come tu non intendi il canto che ti rivolgo, così il giudizio divino è inconoscibile a voi mortali». Dopo che quelle luci sante, piene di Spirito Santo, si fermarono e tornarono a raffigurare il segno (l’aquila) che rese i Romani degni di rispetto al mondo, esso ricominciò: «In questo regno (in Paradiso) non è mai asceso chi non ha creduto in Cristo, prima o dopo la sua crocifissione. Ma vedi: molti gridano “Cristo, Cristo!”, e il Giorno del Giudizio saranno molto meno vicini a Lui di chi non l’ha mai conosciuto; e questi Cristiani saranno condannati dall’Etiope, quando saranno divise le due schiere (eletti e reprobi), una eternamente ricca e l’altra misera. Che potranno dire i Persiani ai vostri re, quando vedranno aperto quel libro in cui sono descritte tutte le loro spregevoli azioni?

CANTO XXVII

Nel Cielo delle Stelle Fisse San Pietro esamina Dante sulla fede, poi san Giacomo lo esamina sulla speranza e san Giovanni esamina Dante sulla carità. Incontro con Adamo. Invettiva di san Pietro contro i papi corrotti e la corruzione della Chiesa….

Testo
‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebriava il dolce canto. 3

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso. 6

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza! 9

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace, 12

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne. 15

La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte, 18

quand’io udi’: «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend’io,
vedrai trascolorar tutti costoro. 21

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio, 24

fatt’ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa». 27

Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid’io allora tutto ’l ciel cosperso. 30

E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane, 33

così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ’n ciel fue,
quando patì la supprema possanza. 36

Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe: 39

«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata; 42

ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto. 45

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano; 48

né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse; 51

né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond’io sovente arrosso e disfavillo. 54

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci? 57

Parafrasi
Tutto il Paradiso cominciò a inneggiare ‘Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo!’, in modo tale che il dolce canto mi inebriava. Quello che io vedevo mi sembrava il sorriso dell’Universo, per cui l’ebbrezza penetrava in me attraverso l’udito e la vista. Che gioia! che letizia indescrivibile! Che vita completa d’amore e di pace! Che ricchezza sicura, in grado di appagare ogni desiderio! Davanti ai miei occhi le quattro luci stavano accese, e quella che era giunta per prima (san Pietro) iniziò a farsi più rossa, diventando nel suo aspetto tale quale diverrebbe Giove, se lui e Marte fossero uccelli e si scambiassero le penne. La Provvidenza, che in Cielo suddivide per ognuno gli incarichi, aveva posto silenzio al coro dei beati in ogni punto, quando io sentii: «Se io cambio colore, non stupirti, dal momento che alle mie parole vedrai fare lo stesso a tutti questi beati. Colui (Bonifacio VIII) che usurpa il mio posto, il mio posto, il mio posto che è vacante pur nella presenza di Cristo, ha trasformato il mio cimitero (il Vaticano) in una fogna dove si raccolgono il sangue e la puzza; per cui il malvagio (Lucifero) che cadde da quassù, laggiù ne gode». Io vidi allora tutto il Cielo cosparso di quel colore (rossastro) che le nubi assumono per il sole opposto, a sera e al mattino. E come una donna onesta che resta sicura di sé e ascoltando le parole peccaminose di altri arrossisce, così Beatrice mutò aspetto; e credo che in cielo ci fu una tale eclissi, il giorno in cui morì Cristo. Poi le parole di san Pietro proseguirono, con una voce così alterata che il suo aspetto non mutò maggiormente: «La sposa di Cristo (la Chiesa) non fu nutrita col sangue mio, di Lino, di Anacleto, per essere usata per arricchirsi, ma Sisto, Pio, Calisto e Urbano sparsero il loro sangue, dopo molto pianto, per guadagnare questa vita beata. La nostra intenzione non era che il popolo cristiano sedesse in parte alla destra, e in parte alla sinistra dei nostri successori; né che le chiavi che mi furono concesse diventassero simbolo su vessilli usati per combattere gente battezzata; né che la mia effigie comparisse sul sigillo di privilegi falsificati e venduti, cosa per cui io spesso arrossisco e fremo di sdegno. Da quassù si vedono per tutti i pascoli dei lupi famelici nelle vesti di pastori: o vendetta divina, perché tardi ad arrivare? Papi originari di Cahors (Giovanni XXII) e di Guascogna (Clemente V) si preparano a bere del nostro sangue (ad arricchirsi con la Chiesa): o nobile principio, come sei destinato a cadere in basso! Ma la Provvidenza divina, che con Scipione difese a Roma la gloria del mondo, interverrà presto, così come io prevedo; e tu, figliolo, che tornerai sulla Terra col tuo corpo mortale, apri la bocca e non nascondere ciò che io non ti nascondo».

CANTO XXXI

Si svolge nel X Cielo (Empireo), luogo al di fuori dello spazio e del tempo che comprende in sè tutto il mondo reale, nel quale i beati risiedono in eterno manifestandosi a Dante  in forma di Candida Rosa che il Poeta osserva stupito. Beatrice riprende il suo posto nella Rosa mistica, al suo posto appare  san Bernardo: commosso ringraziamento a Beatrice, tornata nel suo seggio. Glorificazione di Maria Vergine.

«O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige, 81

di tante cose quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute. 84

Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate. 87

La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi». 90

Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana. 93

Parafrasi
«O donna in cui si rafforza la mia speranza, e che per la mia salvezza tollerasti di lasciare le tue orme nell’Inferno, se ho potuto vedere tante cose riconosco che tale grazia e tale virtù è derivata dal tuo potere e dalla tua bontà. Tu mi hai riportato alla libertà dalla schiavitù del peccato, per tutte quelle strade e in tutti quei modi in cui tu avevi il potere di fare questo. Custodisci questo tuo dono in me, cosicché la mia anima, che hai reso sana, si separi dal corpo nel modo che a te piacerà (in questo stato di grazia)». Pregai in tal modo; e Beatrice, così lontana come appariva, sorrise e mi guardò, poi tornò all’eterna fonte di beatitudine (Dio).

CANTO XXXIII

Ancora nel X Cielo (Empireo). Preghiera di san Bernardo alla Vergine e intercessione di Maria. Dante fissa lo sguardo nella mente di Dio: visione dell’unità dell’Universo. I misteri della Trinità e dell’Incarnazione. Folgorazione e supremo appagamento di Dante.

Testo
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio, 3

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. 6

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore. 9

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace. 12

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali. 15

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre. 18

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate. 21

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una, 24

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute. 27

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 30

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi. 33

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi. 36

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 39

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati; 42

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro. 45

E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii. 48

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea: 51

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera. 54

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio. 57

Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede, 60

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa. 63

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla. 66

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi, 69

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente; 72

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria. 75

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi. 78

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito. 81

Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi! 84

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna: 87

sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. 90

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. 93

Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa,
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. 96

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa. 99

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta; 102

però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto. 105

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella. 108

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante; 111

ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’io, a me si travagliava. 114

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza; 117

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri. 120

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. 123

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi! 126

Ancora nel X Cielo (Empireo). Preghiera di san Bernardo alla Vergine e intercessione di Maria. Dante fissa lo sguardo nella mente di Dio: visione dell’unità dell’Universo. I misteri della Trinità e dell’Incarnazione. Folgorazione e supremo appagamento di Dante.Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta, 129

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo. 132

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige, 135

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova; 138

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne. 141

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle. 145

Parafrasi
«O Vergine Madre, figlia del tuo stesso Figlio (di Cristo-Dio), la più umile e la più alta di tutte le creature, termine fisso della sapienza divina, tu sei quella che ha nobilitato la natura umana a tal punto che il suo Creatore non disdegnò di diventare sua creatura (con l’Incarnazione). Nel tuo grembo si riaccese l’amore tra Dio e l’uomo, grazie al cui ardore nella pace eterna è germogliato questo fiore (la rosa celeste dei beati). Qui per noi tu sei una fiaccola lucente di carità e sulla Terra, fra i mortali, sei una viva fonte di speranza. Donna, sei così grande e hai così grande valore che, se uno vuole una grazia e non ricorre alla tua intercessione, è come se il suo desiderio volesse volare senza le ali. La tua benevolenza non solo risponde a chi la domanda, ma molte volte anticipa spontaneamente la richiesta. In te vi sono misericordia, pietà, liberalità, in te si raccoglie tutta la bontà che può esservi in una creatura. Ora costui (Dante), che dal profondo dell’Inferno fino a qui ha visto la condizione tutte le anime dopo la morte, supplica che tu gli conceda, per tua grazia, quella virtù sufficiente perché possa sollevarsi più in alto, verso l’ultima salvezza (guardare Dio). E io, che non ho mai desiderato di veder Dio più di quanto desideri ardentemente che lo veda lui, ti porgo tutte le mie preghiere e prego che siano sufficienti, affinché tu dissolva in lui ogni velo di mortalità con le tue preghiere a Dio, cosicché gli venga mostrata la suprema beatitudine. Ti prego inoltre, o Regina che puoi ottenere tutto ciò che vuoi, che tu conservi intatti i suoi sensi dopo una simile visione. La tua custodia vinca i suoi sentimenti umani: vedi Beatrice e tutti gli altri beati che uniscono le mani unendosi alla mia preghiera!» Gli occhi (di Maria) amati e venerati da Dio, fissi in quelli dell’oratore (san Bernardo), ci dimostrarono quanto le siano gradite le preghiere devote; quindi si rivolsero alla luce eterna di Dio, nella quale non bisogna credere che alcuna altra creatura, umana o angelica, possa penetrare lo sguardo altrettanto chiaramente. E io, che mi avvicinavo alla conclusione di tutti i desideri, così come dovevo fare, esaurii in me stesso l’ardore del mio desiderio. Bernardo mi faceva cenni e mi sorrideva, affinché io guardassi in alto; ma io ero già disposto a farlo da me stesso, come lui voleva: infatti la mia vista, diventando più limpida, penetrava sempre di più nel raggio dell’alta comprendere meglio la tua vittoria. Io credo che mi sarei smarrito se i miei occhi si fossero distolti dal vivo raggio della mente divina, a causa del fulgore che mi colpì. Mi ricordo che per questo io fui più coraggioso a sostenerne la vista, a tal punto che spinsi a fondo il mio sguardo nel valore infinito. Oh, grazia abbondante per la quale ebbi l’ardire di fissare lo sguardo nella luce eterna, al punto che portai la mia vista al limite estremo delle sue capacità! Nella sua profondità vidi che è contenuto tutto ciò che è disperso nell’Universo, rilegato in un volume: sostanze, accidenti e il loro legame, quasi unificati insieme, in modo tale che ciò che io ne dico è un barlume di verità. Credo di aver visto la forma universale di questo nodo, perché mentre ne parlo sento accrescere in me la gioia. Un attimo solo (quello della visione) è per me oblio maggiore dei venticinque secoli che ci separano dall’impresa degli Argonauti, per cui Nettuno si stupì vedendo l’ombra della nave Argo. Così la mia mente, tutta sospesa, ammirava con lo sguardo fisso, immobile e attento, aumentando via via il desiderio di osservare. Di fronte a quella luce si diventa tali che è impossibile voler distogliere il proprio sguardo da essa per guardare qualcos’altro; infatti il bene, che è oggetto della volontà, si raccoglie tutto in essa, e al di fuori di essa ciò che lì è perfetto diventa difettoso. Ormai le mie parole saranno insufficienti a esprimere i miei ricordi, più di quelle di un bambino che sia ancora allattato dalla madre. Non perché nella viva luce che io guardavo ci fosse più di un unico aspetto, che è sempre identico a ciò che era prima, ma per la mia vista che si accresceva man mano che guardavo, al mio mutare interiore quell’unico aspetto si trasformava ai miei occhi. Nella profonda e luminosa essenza della luce di Dio mi apparvero tre cerchi, di tre colori diversi e uguali dimensioni; e il secondo (il Figlio) sembrava un riflesso del primo (il Padre), come un arcobaleno riflesso da un altro, e il terzo (lo Spirito Santo) sembrava una fiamma che spira egualmente dagli altri due. Oh, quanto è insufficiente il mio linguaggio a esprimere ciò che ricordo! E anche questo, rispetto a quel che vidi, è così esiguo che non basta dire ‘poco’. O luce eterna, che hai luogo solo in te stessa, che sola ti comprendi e, compresa da te stessa e nell’atto di comprenderti, ami e ardi di carità! Quel cerchio (il secondo, il Figlio) che sembrava nascere come da un riflesso, dopo essere stato a lungo osservato dai miei occhi, mi sembrò che avesse dipinta in esso, dello stesso colore, l’immagine umana: per questo avevo penetrato all’interno tutto il mio sguardo. Come lo studioso di geometria, che si ingegna con tutte le sue forze per misurare la circonferenza e non trova, pensando, quell’elemento di cui manca, così ero io davanti a quella visione straordinaria: volevo capire come l’immagine umana si inscrivesse nel cerchio e in che modo si collocasse al suo interno; ma le mie ali non erano adatte a un volo simile (non ne avevo le capacità): senonché la mia mente fu colpita da una folgorazione, grazie alla quale poté soddisfare il suo desiderio. Alla mia alta immaginazione qui mancarono le forze; ma ormai l’amore divino, che muove il Sole e le altre stelle, volgeva il mio desiderio e la mia volontà, come una ruota che è mossa in modo uniforme e regolare (Dio aveva appagato ogni mio intimo desiderio).

IL TESTO INTEGRALE E LE RELATIVE NOTE SONO REPERIBILI ALL’INDIRIZZO
https://codolini.wordpress.com/letteratura-italiana/dante/dante-nella-nostra-vita/