Canti 28 – 29 Paradiso

Sintesi da

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canto 28

Nel Primo Mobile appare a Dante un punto luminosissimo (Dio), intorno al quale si . muovono nove cerchi concentrici (i cori angelici). Il Poeta osserva che questi cerchi, dal primo al nono, aumentano in grandezza e diminuiscono in splendore (e in velocità di rotazione). Tale fatto suscita in lui un grave dubbio: nell’ordine cosmico i cieli, quanto più si allontanano dalla terra (centro dell’universo), tanto più appaiono vasti, mentre, nei cerchi angelici, quello più vicino a Dio è il più piccolo. Poiché dalle intelligenze angeliche dipende e viene regolato il moto dei cieli, come può essere spiegata questa contraddizione? Nelle sfere fisiche – chiarisce Beatrice – la grandezza è in proporzione della potenza o “virtù” che viene infusa in esse dalle intelligenze angeliche, per essere poi trasmessa al mondo sottostante perciò il cielo più grande è quello più dotato dí virtù e, quindi, più potenzíalmente capace di influssi salutari.

Occorrerà, dunque, che i cieli più vasti siano governati dalle intelligenze angeliche più dotate di virtute. Per questo al cielo più grande, il Primo Mobile, corrisponderà il cerchio angelico più vicino a Dio: quello dei Serafini, il più piccolo di tutti. Poi Beatrice enumera a Dante tutti i nove cori angelici, raccogliendoli in tre gerarchie, ciascuna delle quali costituita da tre cori: Serafini – Cherubini’ – Troni, Dominazioni – Virtù – Potestà, Principati – Arcangeli – Angeli.
Negli ultimi versi del canto Dante dichiara di accogliere, riguardo alle intelligenze celesti, la disposizione fissata da Dionigi l’Areopagita, respingendo quella di Gregorio Magno.

(Dionigi Areopagita è uno pseudonimo usato da un anonimo (V o VI secolo) teologo e filosofo bizantino.;
Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero il Grande (Roma540 circa – Roma12 marzo 604), fu il 64º papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. La Chiesa cattolica lo venera come santo e dottore della Chiesa.)

 

All’inizio del canto, quando appare il punto luminoso, di Dio, e nella descrizione, fatta da Beatrice, dei cori angelici, ci troviamo di fronte a un’esperienza mistica, ma la posizione del Poeta “rimane quella di chi ritrae una realtà e una vicenda autonome” (Montano), non venendo mai meno “alla obiettività della sua rappresentazione e alla fermezza del suo distacco dalla materia trattata”. Non c’e dunque “impassibilità”, come vorrebbe il Vandelli (secondo il quale, di fronte alla mirabile teofania del canto XXVIII, non c’e, nel Poeta, “una sola parola che ci attesti o ci faccia intravedere la commozione del suo spirito”), né, tanto meno, un tono astratto e rigidamente ragionativo, bensì la capacità, che e quella dei grandi poeti, di rievocare un’esperienza personale e un’emozione profonda in termini di logica chiarezza .

 

 

Canto 29

Nel canto XXIX Dante espone, per mezzo di Beatrice, i problemi principali riguardanti le gerarchie angeliche: dove, quando, come furono creati gli angeli; quando e perché avvenne la ribellione di alcuni di essi; quale fu il premio per quelli rimasti fedeli; per quale motivo sbagliano quei pensatori che attribuiscono alle creature angeliche le tre facoltà umane dell’intelligenza, volontà e memoria; il numero sterminato degli angeli e la diversa intensità con la quale godono la visione diretta di Dio. A Dante interessa soprattutto mettere in rilievo che la creazione degli angeli fu un atto gratuito dell’amore divino, che volle estrinsecarsi in altri esseri, e che le intelligenze angeliche, i cieli e la materia prima furono creati da Dio istantaneamente e simultaneamente.
a proposito delle facoltà umane attribuite agli angeli, il discorso di Beatrice diventa polemico e le sue parole raggiungono un tono particolarmente aspro e duro. I cattivi predicatori del Vangelo, che hanno sostituito alle verità della fede cristiana le loro inutili ciance, sono rappresentati attraverso la grottesca figura del frate che predica dal pulpito con motti e con iscede, mentre il diavolo si annida nel bacchetto del suo cappuccio.Il canto si chiude con la visione di Dio che, pur rispecchiandosi in migliaia di creature angeliche, conserva la sua eterna unità.

 

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Beatrice, rispondendo alla domanda inespressa di Dante ( quando, dove, come Dio ha creato gli angeli; cfr. versi 46,48 ), ci introduce subito nel mistero della creazione, evocando il momento, al di là del tempo e dello spazio, del primo germinare delle cose. Dio, Bene assoluto e infinito, ha creato non per necessità, ma per un atto gratuito d’amore; Egli ha voluto che il suo splendore – irradiazione della sua vita intima – avesse sussistenza in sé, dispiegandosi in “altri” esseri, distinti da lui, dotati di proprietà e funzioni particolari, coscienti della loro esistenza. ……Queste nuove sussistenze, sbocciate dal suo amore, vivono a loro volta solo in quanto amano (nuovi amor). La dottrina esposta da Beatrice è informata al più rigoroso tomismo ( cfr. Summa Theologica I, L, 1; Contra Gentiles II, 46; De potentia III, 17, ad 4). 

Né prima della creazione Dio rimase inoperoso, perché l’opera della creazione non ebbe né un prima né un poi.La creazione è avvenuta fuori del tempo, nell’eternità dove non esistono il prima e il poi: il tempo è il ritmo della vita delle creature e perciò non esiste senza di esse (cfr. Convivio IV, 11, 6)

La forma e la materia, unite fra di loro e allo stato puro, uscirono (dalla mente divina): ad un’ esistenza priva di difetti, coma da un arco munito di tre corde (escono contemporaneamente) tre frecce.

Dio produsse per primi, contemporaneamente e con un unico atto creativo, la forma pura ( gli angeli, pure intelligenze, privi di materia ), la matera pura (la materia prima e ancora informe degli elementi) e il composto di matera e forma ( i cieli ) . Se gli spiriti dotati di intelligenza e di volere e, soli fra tutti, capaci di dire subsisto (cioè di aver consapevolezza e certezza del loro essere), furono – come osserva ilNardi – “il fine principale della creazione [versi 13-18], Dio pensò di provvederli della stanza ove esplicare la loro attività ed esercitare il loro dominio: e questa stanza è il mondo sensibile. Si che mondo intelligibile e mondo sensibile sono due realtà strettamente legate fra loro, com’è stato già visto nel canto precedente, là dove si parlava appunto della corrispondenza fra i cori angelici e le virtù dei cerchi corporali”.

La triplice creazione si irraggiò da Dio tutta insieme nella pienezza del suo essere
senza distinzione di tempo nell’atto di nascere.

Insieme con le tre sostanze (sopra nominate) fu creato l’ordine (secondo il quale devono agire) e la struttura: del cosmo; e quelle sostanze che furono prodotte come puro atto (gli angeli) occuparono il luogo più alto dell’universo (I’Empireo);
la pura potenza fu posta nel luogo più basso; nel mezzo atto e potenza furono uniti insieme con un tale nodo, che non potrà mai essere sciolto.

Sorretta da un tessuto scolastico man mano sollevato da impeti mistici, la lezione di Beatrice sfocia in vastità contemplative fra le più solenni (là ‘ve s’appunta ogni ubi e ogni quando), immette su panorami sconfinati (in sua etternità di tempo fore), suggerisce la immagine di un’immensa fioritura negli spazi eterni (s’aperse in nuovi amor l’eterno amore), ritrova, attraverso lo scorcio potente di un’espressione biblica, la distesa trasparenza del cielo Cristallino (lo discorrer di Dio sovra quest’acque), esplora il mistero della creazione nello spazio e nel tempo (versi 22- 36) con un ragionamento nel quale la chiarezza logica e didascalica non impedisce l’esaltazione del cuore, oltre che della mente, di fronte alla struttura intima del cosmo.
Si noti, a proposito di quest’ultimo fatto, la rara potenza di sintesi con la quale Dante presenta la sua cosmogonia:
uscite dalla mente di Dio nello stesso istante la materia, la forma, e la materia e la forma unite insieme si dispongono immediatamente nel posto loro assegnato, secondo un ordine e un fine ben determinati: in alto l’Empireo, in basso la terra, nel mezzo i cieli. Non si può non riconoscere che tutti questi versi appaiono percorsi da una “indefinita emozione teologica”; “scanditi sul ritmo di un’inebriante vita affettiva”, battuti “da un respiro amplissimo, in cui è un’ansia di trascendentali certezze” (Getto). 

 

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Aristotele – Potenza e atto
La dottrina delle quattro cause è connessa al problema del divenire, che ai tempi di Aristotele continuava ad essere una delle questioni più controverse tra i filosofi. Che il divenire esiste è un fatto. Come aveva insegnato la scuola eraclitea, nell’universo tutto muta: un fiore sboccia, un giovane invecchia, un corpo si trasferisce da un posto all’altro. Come debba essere pensato il divenire invece è un problema. Anzi parmenide aveva dichiarato che il divenire è qualcosa di logicamente impensabile poichè implicherebbe un passaggio dall’essere al non essere, comportando quindi l’esistenza del nulla. Aristotele ribatte che il divenire sarebbe irrazionale, e quindi irreale, solo se, come sostenevano gli eleati, esso consistesse nel passaggio dal non-essere all’essere e viceversa: tale passaggio è infatti impossibile, perchè dal nulla, nulla può venir creato e non implichi un passaggio dal non essere all’essere, e viceversa, ma semplicemente un passaggio da un certo tipo di assere ad un altro tipo di essere.
Aristotele sostiene dunque che l’unica realtà sia l’essere e che il divenire sia soltanto una modalità dell’essere. Allo scopo di pensare adeguatamente la realtà del divenire, Aristotele elabora i concetti di potenza e atto. Per potenza si intende la possibilità, da parte della materia, di assumere una determinata forma. Per atto si intende la realizzazione congiunta da tale capacità.