Dante, l’allegoria e la libertà

Dalla selva oscura alla giungla d’asfalto:
l’allegoria al servizio della libertà

« L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. »
(ITALO CALVINO, Le città invisibili, 1972)

La Divina Commedia, oltre ad essere opera di straordinaria poesia, costituisce un’esemplare dimostrazione di come la letteratura non sia soltanto una forma di intrattenimento o un esercizio di retorica ma possa indurre chi ne usufruisce a mettere in luce la parte migliore di sé interrogandosi sulle proprie responsabilità nel mondo. Un lettore attento della Divina Commedia, qualora sia disposto ad accogliere il messaggio fondamentale di Dante, diventerà consapevole del fatto che nel corso della sua vita dovrà inevitabilmente fare delle scelte e che proprio nel mettersi in grado di operarle consapevolmente difenderà non solo la propria dignità, ma quella dell’umanità in generale. Non si tratta ovviamente dell’unico testo che si prefigge questo obiettivo, molti altri ne sono stati scritti nel corso del tempo con caratteristiche anche molto diverse, ma questo risulta particolarmente significativo per l’importanza fondamentale che gli è stata riconosciuta nella storia della letteratura. Le modalità attraverso le quali un’ opera letteraria può realizzare questo intento sono molte, qui si intende esaminare in particolare il ruolo delle figure di pensiero, in particolare l’allegoria e la metafora, attraverso le quali gli autori non si limitano a ornare il discorso di accessori piacevoli ma che riguardano semplicemente l’aspetto formale del discorso. Esse rendono invece esplicito il funzionamento profondo dei meccanismi psicologici per mezzo dei quali siamo in grado di interpretare ciò che vediamo e di collegare immagini e concetti secondo procedimenti che attribuiscono loro un senso nuovo proprio perchè tali legami, posti dai lettori di ogni epoca secondo modalità a loro familiari, ne evidenziano le analogie profonde. Interpretare segni e simboli, pensare per modelli, riconoscere relazioni di causa-effetto o contiguità spazio-temporale è possibile solo perchè siamo in grado di operare associazioni tra immagini e suoni, attivando così il processo mentale che sta alla base del linguaggio e della stessa conoscenza. Le modalità attraverso le quali avviene questa associazione definiscono sistemi logici che noi utilizziamo in modo diverso a seconda delle circostanze, innanzitutto per elaborare il pensiero razionale e scientifico di cui ci serviamo per risolvere problemi e regolarci nella vita quotidiana. Quando è attivo questo tipo di logica, un oggetto esiste in una precisa posizione spazio-temporale, non può essere se stesso e contemporaneamente altro, i fatti si legano in concatenazioni di cause ed effetto e in una successione temporale che non può essere invertita. Tuttavia, come fa notare lo psicanalista argentino Ignacio Matte Blanco , esiste indubbiamente anche una logica dell’inconscio che opera sulla base dell’analogia e in cui un’immagine può stare al posto di un’altra o addirittura di molte altre e tutte queste immagini possono essere contemporaneamente presenti anche se si riferiscono a fatti e oggetti separati da secoli o da grandi lontananze spaziali. Nella metafora e nell’allegoria questa sostituzione è facilmente percepibile, nel caso del simbolo invece la relazione tra significante e significato è più difficile da interpretare e soprattutto meno univoca, alludendo ad un fascio di associazioni più ampio, spesso inesauribile. Nei testi letterari queste due logiche si intrecciano e, se è vero che esistono opere in cui viene utilizzata prevalentemente l’una o l’altra, esse sono sempre in qualche modo compresenti. Questa amalgama, di cui le figura di pensiero costituiscono una manifestazione fondamentale, incuriosisce ed affascina molti lettori e, come si preciserà sotto, li rende ricettivi nei confronti di messaggi importanti che sarebbe meno agevole trasmettere col linguaggio più arido della scienza, della filosofia o della morale.
La metafora e l’allegoria sono note fin dall’antichità, in letteratura e nelle arti figurative, anche se in alcune epoche come il Medioevo o il Barocco sono state utilizzate in modo più diffuso. Dante ad esempio sottolinea questa caratteristica fondamentale della sua opera quando, ai piedi delle mura della città di Dite, rivolgendosi ai lettori dice: O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / sotto ‘l velame de li versi strani! (If. IX, 61 – 63) .

O superbi cristian, miseri lassi,
che, della vista della mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi,
non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola alla giustizia sanza schermi?
Purgatorio, Canto X°.

E’ d’altra parte importante rimarcare il fatto che esiste da sempre una tendenza ad interpretare in modo allegorico testi che normalmente vengono letti e studiati per il loro significato letterale a partire dallo stesso Omero . L’intenzione nascosta dietro questo modo di interpretare è quella di offrire al lettore un messaggio importante, di farlo giungere ad una verità più profonda che è nascosta nel testo dall’autore in modo consapevole o può essere individuata anche a prescindere dalla sua volontà. In questo senso può anche accadere che un testo venga “forzato” ad esprimere significati che non sono espressi nella sua lettera e spesso non potrebbero mai essere attribuiti ad una scelta intenzionale dell’autore perché è vissuto in contesti molto lontani da quelli dei suoi interpreti. Questa particolare lettura dei testi genera spesso metafore e allegorie là dove nell’intenzione originaria non dovevano essercene, ma è un modo di mantenerli vivi e capaci di “fare senso” anche a distanza di molti secoli e in circostanze storiche e sociali completamente diverse. Adotteremo qui la prospettiva di Hans Georg Gadamer per il quale una coscienza ermeneuticamente esperta è consapevole della propria storicità. La distanza temporale che ci separa dalle opere del passato non è qualche cosa che possiamo superare o annullare (…). Non esiste una soggettività separata e neutra che possa comprendere, né possiamo riferirci a un “senso di sé” dell’opera o dell’evento che dobbiamo comprendere. Ciò che viene compreso e colui che comprende sono entrambi inseriti in un processo di trasmissione storica.
Di questo si è già parlato altrove in riferimento all’interpretazione del canto di Ulisse da parte di Primo Levi, ma Dante stesso offre un esempio di un analogo approccio al testo, che qualcuno ha giudicato una forzatura, nel Purgatorio , dove il poeta Stazio dichiara di aver abbandonato la cattiva abitudine di sprecare il denaro leggendo un passaggio dell’Eneide la cui traduzione nei versi di Dante è sicuramente sbagliata e certo non può essere attribuita ad una svista del Poeta .
Ciò che a Dante premeva sottolineare con questa forzatura è il fatto che Virgilio è non solo maestro di poesia ma anche di morale e le sue parole hanno ispirato comportamenti corretti anche nella prospettiva cristiana che egli
stesso non ha potuto conoscere: questo è il motivo fondamentale che l’ha indotto a sceglierlo come guida nell’Inferno e nel Purgatorio . Sostiene Giorgio Barberi Squarotti: <<…al di là di ciò che Virgilio ha scritto o del significato che ciò che ha scritto ha per lui c’è la storia di altre anime che dal libro ricevono illuminazione (come in altre occasioni, possono aver ricevuto, invece, l’incentivo al peccato: e basta, a questo proposito, ricordare il caso di Francesca e Paolo) >> .
D’altra parte la stessa conversione di Stazio è stata provocata dalla lettura di tre versi dell’egloga IV : La grande serie dei secoli ricomincia / Ecco che torna anche la Vergine [Astrea, dea della Giustizia], ritorna il regno di Saturno; / ecco che una nuova progenie discende dai cieli , ai quali gli studiosi cristiani attribuivano la caratteristica di essere involontaria profezia della nascita di Cristo.

Ed elli a lui: «Tu prima m’inviasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel nova’

Per te poeta fui, per te cristiano:
(Pg. XXII 64 – 73)

Esistono quindi delle parole e delle immagini poetiche che acquistano un significato particolarmente illuminante quando accade nella realtà qualche cosa che attribuisce loro un senso nuovo e salvifico; prima rimangono pura letteratura, per quanto grande.

In linea teorica ogni segmento di testo può essere interpretato così, ma sicuramente sono quelli più densi di significati metaforici, allegorici e simbolici ad incoraggiare questo approccio.
E’ vero che la critica letteraria di impostazione crociana ha bollato l’allegoria e l’intenzione di trasmettere messaggi morali, filosofici o politici al lettore come “non poesia” , ma è anche vero
che esse hanno sempre esercitato un fascino indiscutibile e si sono rivelate un ottimo veicolo, se non il migliore, per comunicare contenuti importanti. Proseguendo il discorso iniziato sopra, Giorgio Barberi Squarotti aggiunge, in riferimento al poema dantesco: << Non che essere un elemento esterno ed estraneo rispetto alla poesia della Commedia, l’allegoria ne è l’intima struttura, quella che regola figure, episodi, situazioni, aspetti, incomprensibili nella loro complessità e verità, di pensiero e di poesia, se si prescinde dal significato allegorico che essi hanno. >> Quando si devono trasmettere messaggi che possono risultare sconvolgenti ma che, come dice Cacciaguida , saranno molto utili una volta compresi bene, è importante saper utilizzare immagini fantasiose, cosa che d’altra parte fanno spesso anche i filosofi.
E’ noto l’esempio di Lucrezio che, nel De Rerum Natura difende la sua scelta di scrivere la filosofia in versi perché la rende più accattivante con un’immagine che ha colpito la fantasia di molti, da Cicerone a Torquato Tasso .
Come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt’attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell’imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l’amara
pozione dell’assenzio e dall’inganno non ricevano danno,
ma in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l’hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esportela
col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprenderai tutta
la natura e sentirai a fondo il vantaggio.

Dante, che aveva un intento del tutto simile a quello di Lucrezio anche se non ne condivideva le posizioni epicuree , fa ricorso ad un procedimento simile a quello utilizzato dal poeta latino e da Platone, il cui mito della caverna è, come ribadiremo più vanti, una delle migliori esemplificazioni di allegoria come veicolo di conoscenza filosofica.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
(If. I 1-12)

Il bosco e i suoi abitanti, minacciosi o benevoli non sono solo elementi dell’ambiente in cui inizia la storia, ma soprattutto del paesaggio interiore di chi sente di aver perso la capacità di dirigere la sua vita verso obiettivi sensati. Obiettivo sensato è la capacità di assumere in modo consapevole un comportamento che soddisfi le esigenze profonde del nostro animo, non solo le necessità o i piaceri materiali. La diritta via è perciò quella che porta alla riscoperta di un senso profondo del sé e da questo punto di vista la selva intricata può essere interpretata come un’ immagine dell’inconscio nel quale agiscono le pulsioni rimosse manifestandosi come presenze inquietanti e minacciose ma anche istanze positive che aiutano ad uscire dallo stato di smarrimento qualora si sia capaci di cogliere ed amare quella che Umberto Saba definiva “la verità che giace sul fondo” .
Diversamente da quanto accade presso altre culture prevalentemente orali , in molti testi della letteratura europea gli animali feroci rappresentano generalmente le tendenze negative intenzionate a distruggere la parte migliore di noi stessi, ad esempio l’immagine del lupo è stata spesso associata a quella un pericolo mortale messo in opera da una creatura avida e crudele. Il lupo di Fedro, così come quello celebre di Cappuccetto Rosso nella favola dei fratelli Grimm sono predatori insidiosi che non hanno in sé né la forza del leone né l’astuzia della volpe e rappresentano la prepotenza unita all’opportunismo. Il lupo mannaro colpisce la nostra fantasia perché mette in luce il male che si annida dentro di noi e può trasformare una creatura ragionevole e capace di buoni sentimenti in un assassino istintivo che infierisce su innocenti o addirittura su persone per le quali, mentre era un essere umano, provava affetto. La sua metamorfosi nelle notti di luna piena, più volte rappresentata nei film, genera disgusto e paura non solo per il significato letterale delle immagini ma anche perché ci pone di fronte alla degradazione della natura umana ad una inferiore, procedimento assai efficace sul quale si fonda la struttura stessa dell’Inferno di Dante. E’ significativo il fatto che, fuor di metafora (o di allegoria) la tendenza malvagia che opera questo capovolgimento e “divora” spietatamente persone e ideali è proprio l’avidità. Degradando in sé la parte migliore della natura umana, la persona affamata di potere o di denaro si trasforma in un predatore istintivo e brutale, che non conosce compassione né senso della misura; questa constatazione strappa a Dante un’altra celebre invettiva:

Maledetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte le altre bestie hai preda
per la tua fame senza fine cupa!
(Pg. XX, 10 – 12)

Sul concetto di degradazione ad una natura inferiore si fonda anche il contrappasso del tredicesimo canto dell’Inferno, dove è descritto con insuperabile maestria un altro orribile bosco, in cui le anime dei suicidi sono imprigionate in “corpi” vegetali che conservano della natura umana solo la capacità di sospirare e sanguinare quando vengono lesi da agenti esterni, dando così sfogo occasionale al loro dolore. A provocare queste ferite graffiando il legno coi loro artigli sono le Arpie, mostri con corpo di uccello e viso di donna e le cagne feroci che nel sottobosco inseguono e sbranano le anime degli scialacquatori facendo contemporaneamente scempio dei cespugli. Ancora una volta la contaminazione della natura umana con quella animale e vegetale rappresenta attraverso immagini molto efficaci l’opera distruttiva del peccato tramite il quale i dannati hanno tolto dignità a se stessi.

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco:

non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
(If. XIII. 1 – 15)
Gli elementi spaventosi sono simili a quelli della selva del primo canto, anzi la sensazione di orrore si aggrava quando Dante scopre la vera natura di quegli alberi strani infliggendo senza volerlo dolore ad una delle piante, quella in cui è rinchiusa l’anima di Pier delle Vigne:

Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?»

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
(If. XIII, 31 – 45)

Significativamente questo contesto boschivo compare nuovamente, sebbene con caratteristiche opposte, sulla sommità del Purgatorio dove, nell’ ambiente redento e ordinato del Paradiso Terrestre, si manifestano figure benevole come Matelda e Beatrice. Non si tratta più di una selva selvaggia e aspra e forte/ che nel pensier rinova la paura (If. I, 5 – 6) ma un luogo in cui la natura è intatta, libera dal divenire, quindi anche dalla corruzione e dalla morte. Ogni movimento e cambiamento qui derivano direttamente da Dio, sono svincolati da ogni causalità terrestre; questo è il luogo in cui si svolge la processione in cui si rappresenta la storia della Chiesa che rappresenta il momento più allegorico della Divina Commedia, come riconosciuto generalmente dalla critica. .

Appare dunque evidente che boschi, animali, presenze inquietanti o amichevoli formano un insieme strettamente correlato di elementi metaforici e simbolici che non solo hanno ispirato a Dante potenti visioni allegoriche, ma sono anche profondamente radicati nell’immaginario collettivo. Consideriamo ad esempio il fatto che nell’Orlando Furioso il luogo in cui si muovono i cavalieri è costituito da una selva ove si può incontrare allo stesso modo il peccato o la redenzione, combattere il nemico o cercare la donna amata. Dietro ad ogni albero, nel cuore di ogni radura si nasconde la possibilità di un incontro avventuroso e straordinario: povere capanne o castelli incantati, santi eremiti o incantatori malvagi, draghi, mostri, giganti, fanciulle sorridenti o saraceni armati e pericolosi. Diversamente da quanto accade nella Divina Commedia, lo smarrimento nella selva non comporta l ’idea di peccato, ma la mancanza di equilibrio dell’uomo alle soglie dell’età moderna, l’assenza di un principio ordinatore del mondo che per Dante e il Medioevo era la volontà di Dio. Nella selva fugge Angelica per sottrarsi alle sgradite attenzioni dei paladini, nella selva andrà a raccogliere le erbe con le quali curerà Medoro ferito, umile fante che otterrà la donna ambita dai più nobili cavalieri senza nemmeno averla cercata, nella selva Bradamante si getterà all’inseguimento del misterioso personaggio che la condurrà alla radura in cui sorge il castello del mago Atlante, dove ciascuno insegue vanamente le sue illusioni e nella selva impazzirà Orlando, quando verrà a sapere dell’amore a lieto fine di Angelica e Medoro.

Luogo dell’avventura e dell’imprevisto, la selva viene recuperata così alla laicità e in qualche modo passa a rappresentare l’intrico in cui si aggira ciascuno di noi nella sua vita e tutte le avventure e i personaggi in cui casualmente si imbatte. Non sempre si tratta di un luogo spaventoso e selvaggio: nell’Orlando Furioso spesso si sottolinea la bellezza di questo paesaggio e il bosco impenetrabile si apre in radure fiorite o si ferma alle sponde di un piacevole ruscello, dove la natura ci rivela il suo lato benevolo e materno. La selva è dunque l’ambiente in cui il movimento dei personaggi, alla vana ricerca dell’oggetto che desiderano, si svolge in modo tale da tornare molte volte su se stesso attraverso una serie di intricati sentieri. E’ un movimento circolare, senza una vera meta, guidato dal capriccio della fortuna, vera padrona del destino umano, contrariamente a quanto accade nella Divina Commedia, che presuppone un moto verticale dal basso all’alto, quindi un miglioramento morale attivamente ricercato dal protagonista. Il tema della selva e quello della ricerca sono strettamente connessi: la nostra vita è intricata come una foresta e in questa foresta noi cerchiamo vanamente gli oggetti dei nostri desideri, spesso poco realistici. Lo stesso accade nel castello del mago Atlante, dove i paladini si aggirano senza pace, trattenuti non tanto dall’incantesimo quanto dalla follia delle loro illusioni.
E’ vero anche che in quella foresta può manifestarsi improvvisamente un aiutante, un messaggero della verità e forse è per questo che vale la pena di continuare a vagare. Mediante l’immagine del castello, i temi della selva e della ricerca si trasformano progressivamente in quello del labirinto, al centro del quale esiste un luogo privilegiato, un tesoro in attesa o un mostro in agguato, che non sempre i protagonisti riescono a raggiungere, così come nella vita reale non sempre noi realizziamo i nostri progetti o siamo in grado di “afferrare saldamente” qualche risultato.

Si tratta di un modo di sentire che recentemente è stato riproposto dagli autori postmoderni, in particolare in Italia lo scrittore Italo Calvino, grande estimatore dell’opera di Ariosto , ha riproposto l’allegoria in numerosi romanzi come quelli della Trilogia degli Antenati . Particolarmente significativo nell’ambito del nostro discorso è il personaggio del barone Cosimo Piovasco di Rondò, allegoria dell’intellettuale che sceglie di isolarsi dal mondo, sale sugli alberi e non ne scenderà mai più, sentendosi profondamente estraneo a tutto ciò che avviene “a terra”. L’intrico della selva resta un’immagine fondamentale nella produzione di Calvino che, nei romanzi successivi la reinterpreterà sovrapponendole quelle simili del labirinto e della città. L’allegoria si associa così al progetto di una letteratura combinatoria e nascono
Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati .

I labirinti e le città, come le selve, continuano a nascondere meraviglie e pericoli: è nota la storia del Minotauro, essere nato dalla degradazione della natura umana in agguato nel labirinto di Creta. Orribili minotauri si nascondono nelle foreste della nostra coscienza, basti pensare ad un altro testo che tratta questo tema con implicazioni non solo allegoriche ma anche oscuramente simboliche: il racconto La morte di Halpin Frayser dello scrittore americano Ambrose Gwynnette Bierce, tradotto anche in italiano col titolo Il bosco . Si tratta della storia di un uomo che, avendo deluso gravemente la madre per aver improvvisamente abbandonato la sua casa, si trova ad attraversare un bosco e si addormenta sognando di camminare in una misteriosa foresta. Ben presto dovrà rendendosi conto che il luogo è infestato da presenze malevole perché, come accade nella selva dei suicidi, sente sommessi sospiri e brani di conversazioni provenire dalla boscaglia ma senza riuscire ad individuare chi li produce. Sa istintivamente che qualcuno sta complottando per togliergli la vita e l’anima, pensiero rafforzato dal fatto che la parte di bosco in cui si sta addentrando è bagnata da una pioggia di sangue. Egli tenterà di rendere un’ultima testimonianza della sua esperienza scrivendola su un taccuino che rappresenta il suo fallimento poetico oltre che umano. Lo lascerà infatti cadere in preda all’orrore quando si troverà di fronte allo spirito irato della madre, morta in sua assenza senza che lui ne avesse avuto notizia.
Il peccato per il quale Halpin paga con la vita è non solo l’allontanamento da casa, ma anche la stessa relazione morbosa e ambigua con la madre, la quale torna dopo la morte a manifestarsi come una predatrice implacabile nel cuore dell’orribile foresta: corpo senz’anima preda di un oscuro desiderio di vendetta per aver subito un inaspettato abbandono. In questa rappresentazione allegorica dell’inconscio umano il complesso di Edipo fa nascere un mostro contro il quale il protagonista non può battersi e non c’è nessuno che possa o voglia risponde alle sue invocazioni di aiuto. Bierce dichiara nel suo racconto che un corpo senz’anima è molto più temibile di un’anima senza corpo, descrivendo così la natura profonda dell’inferno: la situazione in cui un essere dotato di ragione lascia che l’ira folle lo degradi ad animale, a oggetto inanimato, a macchina di morte. Cos’altro resta di lui allora se non la vana apparenza di un corpo umano tormentato ciecamente dal ricordo ossessivo dei fatti che hanno provocato la sua rabbia?

Come già ricordato sopra , la degradazione ad animale e addirittura ad oggetto caratterizza la struttura stessa dell’ Inferno di Dante. Oltre alla selva dei suicidi, nella parte più profonda dell’abisso, la reificazione degli esseri umani procede inesorabilmente fino a trovare compimento nello stagno di Cocito, luogo di pena dei traditori. Qui si manifesta l’orrore puro: il conte Ugolino rosicchia il cranio dell’arcivescovo Ruggieri in un’ eterna manifestazione di odio implacabile, come quella di un mastino feroce che si accanisce contro un osso . Questo è il suo tratto caratteristico, lo stato d’animo in cui è morto gli è dato per tormento eterno e, come accade per tutti i personaggi della Divina Commedia, fa dell’Ugolino imprigionato nel ghiaccio l’adempimento di cui il nobiluomo messo a morte dal perfido arcivescovo era figura. Ad accrescere lo sgomento di Dante è la constatazione che sul fondo oscuro dell’Universo molte anime sono completamente sommerse nel ghiaccio e sono visibili solo in trasparenza, come festuca in vetro . E’ loro preclusa ogni forma di movimento e di comunicazione come se l’indegnità del loro peccato li avesse esclusi per sempre dalla possibilità di avere relazioni con le altre anime e con l’ambiente esterno. Lo stesso Lucifero è ridotto a mulino a vento, gigantesca macchina che, generando i venti, mantiene gelato lo stagno di Cocito ed è l’immagine di una rabbia bestiale e impotente manifestata dallo stritolare coi denti i traditori di Dio e dello stato.
«Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse ‘l maestro mio, «se tu ‘l discerni».
Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ‘l vento gira,
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.
Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi».

Com’ io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.
Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.
S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.
Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’ io mai cotali.
Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.
Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto».
(If, XXXIV 1 – 69)

Il racconto di Bierce ha questo in comune con quello dell’Inferno, il capovolgimento della razionalità in furia cieca, dell’amore in odio, della bellezza in deformità ma, a differenza di quanto accade per Dante che, grazie all’aiuto di Virgilio, si allontana dopo aver tutto (…) veduto , nella fantasia dello scrittore statunitense, quando si arriva a guardare in faccia questo orrore non è possibile ritorno, non esiste possibilità di redenzione.

In modo simile appare perseguitato dal ricordo della moglie morta che lo tormenterà per sempre Edgard Allan Poe il quale, nel poemetto Ulalume, rappresenta se stesso nel protagonista che, spinto da un impulso misterioso, vaga in un bosco in compagnia dell’alata Psiche, la sua anima, fino a trovare una tomba che con suo sgomento si rivela essere quella della donna che amava.
And were stopped by the door of a tomb;
By the door of a legended tomb: —
And I said — “What is written, sweet sister,
On the door of this legended tomb?”
She replied — “Ulalume — Ulalume —
’Tis the vault of thy lost Ulalume!”
Then my heart it grew ashen and sober
As the leaves that were crispéd and sere —
Ancora una volta il bosco rappresenta allegoricamente quella parte di noi stessi che rimuoviamo e con la quale non vogliamo più fare i conti fino a quando essa non impone la sua presenza.
La forza chiarificatrice della ragione non può far svanire il male, può solo indicare il difficile percorso che si deve intraprendere per sconfiggerlo: Virgilio, a differenza del cacciatore o del principe delle favole, non uccide le belve, insegna a Dante quello che deve fare per vanificare le loro minacce e arrivare a conoscere la verità emergendo dalle tenebre dello smarrimento.

Le opposizioni buio/luce, sonno/veglia, strettamente connesse all’immagine della selva, richiamano quella tra conoscenza e ignoranza e quindi il mito della caverna di Platone, perché descrivono entrambi la vicenda di chi riesce a superare i suoi limiti e a rinascere con una nuova consapevolezza, giungendo anche ad acquisire un senso di responsabilità nei confronti di coloro che non ci sono ancora riusciti. Si tratta di un tipo di allegoria molto ricorrente, un mito di illuminazione e rigenerazione morale che presso molte culture ha assunto anche un significato profondamente religioso . Coloro che si liberano dalle ombre dell’ignoranza devono affrontare fatiche e pericoli, anche perché il loro tentativo di comunicare agli altri ciò che hanno scoperto non frutta riconoscenza ma avversione, come è accaduto a Socrate.

E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. […]
Dante si rendeva conto che la Divina Commedia, frutto del suo doloroso percorso esistenziale, gli avrebbe senz’altro attirato l’ira di coloro che si sentivano colpiti dalle sue parole ma, incoraggiato da Cacciaguida, era risoluto a portare a termine la sua missione:

Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;

e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».

La luce in che rideva il mio tesoro
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro;

indi rispuose: «Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
(Pd., XVII, 110 – 132)

Che Dante si sentisse in qualche modo investito da una missione salvifica nei confronti dell’umanità è un fatto evidente perché altrimenti la Divina Commedia non sarebbe stata scritta: il poema ha come fine quello di trasmettere insegnamenti utili a praticare la virtù e ad evitare il peccato. Lo scrittore fiorentino può adempiere al suo impegno grazie alla parola poetica, nell’uso della quale è assistito da Virgilio, “de li altri poeti onore e lume”. (If. I, 82). Giovanni Pascoli e più recentemente, Franco Ferrucci anno addirittura sostenuto che quella di Dante è, sostanzialmente, una figura cristologica.
Nella Divina Commedia Dante viene più volte investito della missione di riferire quanto ha visto nei regni ultraterreni: oltre al discorso solenne di Cacciaguida citato sopra si richiamano qui le parole di Beatrice

Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive».
(Pg. XXXI,I 103 – 105)
Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a’ vivi
del viver ch’è un correre a la morte.
(Pd. XXXIII , 52 – 54)
e il discorso di San Pietro alle soglie della visione finale
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo».
(Pd. XXVII 64 – 66)

L’idea della missione insieme all’efficacia del procedimento allegorico è dunque un altro degli elementi fondamentali che i testi antichi, in particolare la Divina Commedia hanno lasciato in eredità alla letteratura e in tempi più recenti anche al cinema. .
Per illustrare brevemente solo uno di questi fili rossi che lega il presente al passato anche remoto, farò un esempio tratto dalla cinematografia di fantascienza, che sembra apparentemente un genere letterario di secondo piano, lontanissimo dai testi di Dante o di Platone. Eppure la fantascienza più seria ed impegnata, non quella utilizzata come semplice intrattenimento, ha sempre manifestato la tendenza a trasmettere significati filosofici, morali e sociali proprio creando metafore e allegorie. Se prendiamo in considerazione uno dei capolavori del genere, il film di Ridley Scott Blade Runner , riconosceremo all’opera il modo simbolico nell’insistente rappresentazione della disumana e tentacolare metropoli in cui si svolge la caccia agli androidi, sempre buia e battuta da una pioggia incessante, che Dante avrebbe giustamente descritto come “etterna, maladetta, fredda e greve;/ regola e qualità mai non l’è nova.” (If. VI, 7-9). Ebbene, viene spontaneo riconoscere in questa “giungla di asfalto una trasposizione della selva dantesca: sul finire del XX secolo l’immagine del male, tanto “amara che poco è più morte” (If I, 8) è proprio quella di un metropoli degradata da un uso sbagliato e disumano della tecnologia e delle macchine. In questo luogo, come nella selva oscura, si aggirano mostri feroci e personaggi squallidi, al tempo stesso prede e predatori, ma anche creature angeliche e penitenti in cerca di redenzione, innanzitutto il protagonista, il quale cerca disperatamente di interpretare in chiave salvifica il suo lavoro, che è in realtà una degradante missione di sopraffazione e morte.

Il tema dell’essere umano ridotto a macchina, ad oggetto inanimato che Dante rappresenta tante volte è qui trattato mediante l’immagine degli androidi, gli uomini – macchina per eccellenza i quali cercano il proprio riscatto lottando contro l’inferno che gli esseri umani hanno creato nel mondo riducendolo ad una labirintica foresta artificiale, nella quale, significativamente, gli animali sono estinti, sostituiti da macchine che ne simulano perfettamente l’aspetto.
E’ evidente il legame tra questo film e il capolavoro (pur non esente da critiche) di Fritz Lang, Metropolis del 1927, in cui per la prima volta veniva proposta l’immagine della metropoli disumana e dell’essere umano schiavizzato, messo al servizio degli interessi di un ristretto ceto di privilegiati. La ribellione del figlio del dittatore Fredersen a suo padre, oltre ad essere un tema freudiano molto presente nella letteratura dei primi tre decenni del secolo, rappresenta un richiamo alla libertà che di lì a pochi anni la Germania avrebbe perso e alla difesa della dignità umana, sebbene l’improbabile finale del film disinneschi le implicazioni più ardite di questo messaggio . La ribellione avviene dunque in nome di una missione salvifica a vantaggio di tutta l’umanità, altro tema presente sia nella Divina Commedia sia nei film di fantascienza specialmente quelli di ispirazione postmoderna.

In un celebre film degli anni ‘90 , Matrix dei fratelli Wachowsky, molto commentato non solo da critici cinematografici ma anche da filosofi , la rappresentazione della realtà virtuale mostra una singolare analogia col modo dantesco di descrivere il peccato.
Il protagonista, tormentato dalla sensazione di vivere una vita inautentica, finalizzata al puro soddisfacimento di bisogni materiali, dominata da una finzione, nella quale neanche lui sa come è capitato, viene introdotto nel film mentre dorme: “Io non so ben ridir com’ i’ v’ intrai, / tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai.” (If I, 10-12). Saranno poi un filosofo ribelle che gli svela la verità e una donna gentile (nel senso di nobile d’animo) e innamorata di lui a farlo uscire da questa angosciosa situazione per intraprendere la via della purificazione, ardite versioni cyberpunk dei loro classici antesignani Virgilio e Beatrice. Il modo con cui il protagonista verrà a conoscere l’esistenza del mondo reale è un’efficace trasposizione del mito della caverna in cui all’antro oscuro in cui si vedono solo ombre corrisponde la realtà virtuale di Matrix , maligno utero artificiale in cui l’umanità inconsapevole è tenuta prigioniera avvolta da un groviglio di cavi che richiamano immediatamente le catene platoniche. A lui toccherà l’utopistica e pericolosa missione di far vedere la verità anche a costo di attirarsi l’odio di coloro che vogliono rimanere aggrappati alla loro menzogna perché non sono ancora pronti ad essere liberi e consapevoli (….tutta tua vision fa manifesta e lascia pur grattar ov’è la rogna Pd. XVII, 131-132).
Questa contrapposizione tra pensiero indipendente e pensiero assoggettato, tra libertà e necessità già proposta da Dante, si riflette a distanza di quasi sette secoli nell’opposizione tra uomo e macchina, cioè fra uomini e no .

Volendo trarre una conclusione al termine di questo percorso labirintico tra selve, animali, esseri reificati e salvatori dell’umanità, possiamo dire che esiste una nobile ma pericolosa missione di cui filosofi, letterati e artisti ma anche uomini e donne comuni in ogni tempo si sono sentiti investiti: la difesa della dignità umana da ogni tentativo di svilimento . Chi scrive non riesce ad immaginare una missione più importante, per la quale valga maggiormente la pena di rischiare averi, reputazione e vita. La metafora e l’allegoria sono armi efficacissime per portarla a compimento proprio facendo leva sulla capacità di porre con l’intelletto relazioni tra concetti, immagini e parole. La suggestione che ne nasce lascia infatti tracce profonde nell’anima di chi la prova e gli rende evidente e tangibile il diritto-dovere di conoscere, di non limitarsi ad accettare il mondo e la società in modo acritico chiudendo gli occhi sulle sue grandi e piccole ingiustizie e sulle illusioni pericolose.

DANTE NELLA NOSTRA VITA
Considerazioni sull’attualità della Divina Commedia
Che la vera poesia abbia sempre il carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi la riceve, questo è il migliore insegnamento che Dante ci abbia lasciato. Egli non è il solo che ci abbia dato questa lezione, ma fra tutti è certo il maggiore. E se è vero che egli volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile alla nostra moderna cecità che quanto più il suo mondo si allontana da noi, di tanto si accresce la nostra volontà di conoscerlo e farlo conoscere a chi è più cieco di noi”
(E. MONTALE, da Atti del Congresso internazionale di Studi danteschi-20-27 aprile 1965-Firenze, Sansoni, 1966, vol. II, pp. 330-33) [1]
Cogliere l’eterno, penetrare in un tempo senza tempo: ecco la risposta alla domanda “Perché leggere la Divina Commedia?”
(JORGE LUIS BORGES, intervista pubblicata in Una vita di poesia, Spirali)
Accade talvolta ad un docente di letteratura italiana di sentirsi domandare perché si deve ancora leggere la Divina Commedia. I tempi in cui viviamo sono molto diversi, il poema allegorico-didascalico non è più un genere letterario all’ordine del giorno, la terza rima non è più utilizzata (e nemmeno le altre), la stessa visione dell’universo, della morale e della religione è cambiata profondamente. L’orizzonte culturale degli studenti e per molti aspetti anche quello dei professori include solo marginalmente la letteratura medioevale e la lettura della Divina Commedia richiede notevoli sforzi che potrebbero essere destinati ad altro.
La risposta è che tutti i testi, anche i graffiti preistorici sulle pareti delle caverne possono assumere per noi un significato importante se li avviciniamo senza pretendere di definirlo una volta per tutte ma lasciamo che interagiscano con la coscienza di chi li interpreta e diamo il tempo a questa interazione di portare i suoi frutti.
Se ci collochiamo infatti un’ottica ermeneutica, sulla scorta di quanto afferma il filosofo Hans Georg Gadamer
in Verità e metodo, saremo concordi sul fatto che ogni lettore si avvicina ad un testo a partire da un bagaglio di esperienze e aspettative che, “reagendo” con gli elementi contenuti nell’opera, fanno emergere significati sempre nuovi. Dunque, in analogia con quanto accade negli esperimenti di fisica quantistica, il significato del testo dipende dalle condizioni in cui avviene la lettura e dalle caratteristiche di chi legge (l’osservatore), il che determina per così, dire, un ampio fascio di interpretazioni più o meno probabili, non un unico giudizio assoluto e definitivo sull’opera.
Il testo ci interroga a sua volta, ci costringe ad esaminare i presupposti in base si quali l’abbiamo avvicinato, ci sfida , ci invita ad un confronto dal quale le nostre supposizioni iniziali escono in qualche modo modificate: rafforzate, sminuite, mutate, corrette, precisate.
La convinzione di chi scrive è che, più ancora di altri testi letterari, la Divina Commedia è in grado di coinvolgere profondamente il lettore in questa operazione complessa e stimolante tanto che, se si creano le condizioni adatte, anche gli studenti si appassionano ancora alla lettura del sacrato poema (Pd. XXIII.62 ) , perché hanno molte occasioni di trovare o ritrovare una parte profonda di se stessi sotto il velame de li versi strani (Inf. IX,63).
Nel corso dei secoli infatti la Divina Commedia, con una netta preferenza per l’Inferno, è stata prima ascoltata e poi letta da un pubblico eterogeneo, anche non particolarmente istruito. Ricordiamo le pubbliche letture che ne fece Giovanni Boccaccio a Firenze e, a distanza di sette secoli, le recitazioni commentate di Roberto Benigni, che ha trasformato le sue serate dantesche in grandi successi televisivi, riuscendo a risollevare almeno per qualche ora il livello sconsolante dell’ intrattenimento popolare. Perché il comico e regista toscano sente un legame così profondo con Dante e riesce a trasmettere così efficacemente il suo entusiasmo al pubblico?
Perché, contando sul suono di una poesia mirabilmente scandita dalla terza rima e sulla potenza evocativa della metafora e dell’allegoria, capaci di generare immagini straordinariamente efficaci, che hanno lasciato una traccia profonda nell’immaginario collettivo, il suo poema induce il lettore di ogni epoca ad interrogarsi sulla propria identità e sulla direzione da dare alla propria esistenza.
Si esamineranno di seguito alcuni degli spunti di riflessione che rendono la Divina Commedia ancora attuale: l’immagine della donna, grandezza e limiti della ragione umana e della giustizia nel mondo[2], la difesa dal libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana, l’incontro fra poesia e matematica nella descrizione di uno spazio complesso. In questa prospettiva si indicheranno alcune opere letterarie che ripropongono temi e immagini cari a Dante o che utilizzano la sua lezione per esprimere significati loro propri.
Prima di iniziare è bene precisare che non è necessario essere cattolici e nemmeno cristiani per apprezzare la Divina Commedia perché in essa si ritrova una gamma così ampia di immagini, suggestioni, riflessioni che può renderla interessante per credenti di qualunque religione e anche per chi non è credente. Ad esempio l’ultimo canto del Paradiso, in cui il poeta riesce ad affondare il suo sguardo nello splendore di Dio richiama l’idea dell’acquisizione definitiva del sapere e del ricongiungimento con la potenza che ha creato l’Universo.
Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,
così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.
(Par. XXX,46-51) Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
(Par. XXXIII, 79-84)
Questi concetti sono fondamentali per le religioni orientali: il Buddhismo identifica il Nirvana col raggiungimento della conoscenza perfetta nel momento dell’Illuminazione mentre l’Induismo lo interpreta come il ricongiungimento dell’atman (il vero sé dell’essere umano) col Brahman, il Tutto dal quale le anime individuali si sono distaccate cadendo così in una condizione di sofferenza, il Samsara. Mentre è ancora poco esplorato il rapporto tra Dante ele culture orientali, [3] sono stati indagati più a fondo i suoi punti di contatto con la letteratura islamica, in particolare con “Il libro della scala” [4] in cui si narra l’ascesa di Maometto in Paradiso; in tempi recenti inoltre sono anche state ipotizzate influenze di eresie cristiane come quelle dei Catari su vari canti del poema.[5]
La Divina Commedia ha esercitato un grande fascino su Eugenio Montale che, pur avendo sempre avuto difficoltà ad accettare l’esistenza di una realtà trascendente, è stato un grande ammiratore di Dante e si è ispirato alla sua poesia fin dalle fasi stilnovistiche; è nota ad esempio l’importanza nei testi del poeta ligure di eteree figure femminili che lo affiancano e confortano. Una di esse, Clizia, è stata più volte paragonata a Beatrice perché, pur con le innegabili differenze che qui non ci fermeremo a discutere, riesce, come il girasole, a vedere la luce anche in un momento storico oscuro come quello dei totalitarismi trionfanti e a confortare il poeta consentendogli di intravedere il ritorno della libertà.[6]
Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti.
(EUGENIO MONTALE, La primavera hitleriana)
Allo stesso modo Beatrice vede cioè sa interpretare meglio di Dante, ancora vincolato alla realtà materiale, lo splendore del Paradiso e si fa per lui mediatrice di beatitudine con un atteggiamento di sollecitudine affettuosa come esemplificato nel seguente brano in cui si descrive in modo mirabile l’atteggiamento di chi si prende cura degli altri con energia ed entusiasmo:
Come l’augello, intra l’amate fronde,
posato al nido de’ suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
che, per veder li aspetti disïati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;
così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
sì che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando s’appaga.
(Pd. XXIII, 1-15)
Sono inoltre molto numerosi i passaggi del Paradiso in cui Dante manifesta gratitudine per Beatrice e non si stanca di guardarla negli occhi, quegli occhi che l’hanno innalzato al di sopra della montagna del Purgatorio e ora lo guidano alla visione di Dio. Gli occhi di Beatrice, che il critico letterario rumeno Horia- Roman Patapievici [7] ha scelto come titolo di uno stimolante saggio del quale si parlerà più avanti [8] ci offrono l’occasione di affrontare il primo spunto di riflessione sull’attualità della Divina Commedia: la stima di Dante nei confronti delle donne.
Le donne tra idealizzazione poetica e violenza reale
In un momento come questo, in cui una donna rispettosa di sé e delle altre ha molta difficoltà a riconoscersi nell’immagine femminile offerta dai media (almeno in Italia), l’atteggiamento di Dante nei confronti di Beatrice rappresenta davvero uno spiraglio di luce. Come si diceva sopra, Beatrice è una figura positiva e salvifica; accorgendosi dello stato di traviamento in cui si trova Dante è scesa nel Limbo per mandare Virgilio in suo soccorso, l’ha atteso nel Paradiso Terrestre e, dopo avergli rimproverato i suoi errori, l’ha guidato verso la salvezza. Questa è la sua vera bellezza, un fatto essenzialmente spirituale del quale Dante riconosce l’importanza tanto che, nel momento in cui prende congedo da lei guardandola mentre è intenta a contemplare Dio dal suo posto nella Rosa Mistica, le rivolge straordinarie parole di gratitudine:
O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi .
Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.
(Pd. XXXI, 79-93)
Non si intende qui discutere il problema della condizione femminile o forzare la posizione di Dante sugli schemi che ci sono familiari della parità tra uomo e donna, è tuttavia innegabile che dalla sua opera emerge un atteggiamento nei confronti del gentil sesso diverso da quello più diffuso suoi tempi.[9] Da un lato è vero che apprezzava le donne virtuose in senso tradizionale, quelle che vegliano allo studio della culla (Pd. XV, 121) come dice Cacciaguida o che si vestono e si ornano in modo modesto; è nota l’invettiva contro la degradazione della moda femminile fiorentina dei suoi tempi:
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
(Pg., XXIII, 97-105)
Se la sua posizione sulla moralità femminile può sembrare abbastanza tradizionalista, in altri passaggi del poema pare sicuramente più moderna e aperta, si pensi al modo con cui viene descritta Cunizza da Romano, donna giudicata dai commentatori assai propensa all’amore fisico, che Dante interpreta però come generoso donarsi reciproco. Proprio per questa benevolo atteggiamento il Poeta, che l’ha conosciuta quando lei era già avanti negli anni e aveva ormai rivolto completamente a Dio la sua disponibilità ad amare, l’ha collocata in Paradiso, nel cielo di Venere, compiendo una scelta che agli occhi dei contemporanei era sembrata scandalosa, come ammette lei stessa:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
(Pd., IX, 32-36)
Si noti bene il significato della seconda terzina: Cunizza perdona a se stessa il suo comportamento che anzi, è stato per lei motivo di salvezza e certo i tradizionalisti di tutti i tempi si sono scandalizzati, la cosa è parsa loro forte, tanto che gli antichi commentatori [10], con maschile disprezzo, l’hanno descritta come una prostituta, destino che tocca spesso alle donne che rivendicano il loro diritto di avere una vita sessuale autonoma. E’ anche vero che essi, come tutti i falsi moralisti, sono definiti sprezzantemente vulgo.
E’ anche vero però che per Dante la donna non è relegata unicamente nella sfera della famiglia, dell’amore e della sessualità. Nell’introduzione al Convivio [11], ad esempio, il poeta dichiara che condividerà il sapere, usando il pane della prosa e la vivanda dei versi, con tutte quelle persone che ne sono state escluse per ragioni a loro esterne, in particolare per aver dovuto curare a tempo pieno gli interessi dello stato o della famiglia. Tra i suoi lettori ci sono dunque anche donne gentili, tradizionalmente escluse dallo studio della filosofia, oltre ai cavalieri cioè persone appartenenti ad una classe sociale superiore al popolo minuto che non potevano essere istruiti in latino perché non lo conoscevano. A questo pubblico, per il quale prova simpatia, egli trasmetterà, fra l’altro, il messaggio che le sue rime d’amore devono essere interpretate allegoricamente.
In tutta l’opera di Dante si evidenzia inoltre un percorso che lo conduce da un’iniziale posizione stilnovistica a rendere a Beatrice un omaggio di natura diversa, molto più profondo dal punto di vista filosofico e morale ed espresso attraverso uno stile poetico più elevato come è chiaramente detto nel capitolo conclusivo della Vita Nuova in cui si annuncia anche il progetto di un’opera che sarà poi la Divina Commedia
Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna: cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui “qui est per omnia secula benedictus“. (Vita Nuova, XLIII)
In un’epoca in cui amore e matrimonio erano due cose molto diverse e il sospetto di eresia molto diffuso, la Chiesa non apprezzava la libera espressione dei sentimenti e delle idee, diffidando della lirica d’amore proprio perché permetteva ai poeti di raccontare se stessi al di là di ogni convenzione sociale. E’ anche vero che dietro la lirica d’amore si nascondevano talvolta significati metaforici e allegorici di natura politica e religiosa lontani dall’ortodossia cattolica e quindi la condanna era legata anche a questi aspetti più sottili e pericolosi per la Chiesa come istituzione mondana intesa a ribadire il proprio controllo sulla società. Se rimaniamo però sul terreno strettamente personale, Dante, conteso come altri poeti tra innamoramento e proibizioni religiose, passa dalle liriche d’amore della gioventù, che gli valsero anche in Firenze accuse di scarsa serietà, ad una posizione più attenta alle conseguenze morali di ciò che si dice in poesia. Il mezzo con cui si realizza questo cambiamento è proprio la trasformazione di Beatrice nella rappresentazione allegorica della teologia; o, per meglio dire, il fatto che la donna non sia più una semplice persona in carne ed ossa, ma diventi res et signum. [12] Conservando quindi l’aspetto che tanto l’ha affascinato finché è stata viva ma trasfigurandolo nello splendore del Paradiso, questa nuova immagine dell’amata riesce a sconfiggere il pericolo del peccato mortale e diventare per Dante veicolo di salvezza. Questo cambiamento gli permette di superare lo smarrimento che il Poeta manifesta chiaramente nel quinto canto dell’Inferno, dove il suo svenimento alla fine del discorso di Francesca segnala il senso di colpa che le ultime parole della donna hanno fatto nascere in lui riguardo al ruolo determinante della letteratura nel loro adulterio. Dunque Francesca è davvero, come dice Giorgio Barberi Squarotti, una vittima della letteratura [13] ed esiste una responsabilità dei poeti nei confronti dei loro lettori che potrebbero interpretare come leciti dei comportamenti, come quelli di Lancillotto e Ginevra, che costituiscono per la Chiesa un peccato mortale. Dante è dunque consapevole non solo del rischio di dannazione cha ha corso personalmente, ma si sente anche responsabile di ciò potrebbe essere accaduto ad altri.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
(Inf. V, 124 – 142)
Tra i motivi che rendono attuale la visione dantesca della donna ce n’è anche uno tragico; Dante manifesta infatti anche una grande sensibilità nei confronti di coloro che sono state vittima della violenza maschile. Questo tema, è chiaramente riconoscibile nella letteratura di tutti i tempi, ma per far solo alcuni esempi relativi al Trecento basti pensare ai numerosi riferimenti presenti nella poesia comico-realistica oppure nelle novelle di Boccaccio.[14]
Si consideri ad esempio la dedica del Decamerone alle donne o il discorso che Boccaccio fa pronunciare a Ghismonda nella quarta giornata, quella dedicata agli amori che si concludono tragicamente. Probabilmente Dante, nonostante la sua generosità verso Cunizza, non avrebbe approvato il contenuto del discorso col quale la giovane rivendica il diritto ad avere una vita sentimentale e sessuale propria perché troppo distante dalla morale cattolica, ma non è questo il punto fondamentale. Quello che lega i personaggi di Francesca, Ghismonda e Lisabetta da Messina, a prescindere dalla diversità delle loro condizioni sociali e dei loro caratteri, è il fatto di aver pagato con la vita una scelta amorosa anticonformista, aver disobbedito alla morale dominante: si tratta di una situazione che in qualche misura esiste ancora nella nostra società e che è ancora diffusa in molti paesi del mondo. Il delitto d’onore, che Dante giudica, almeno nel caso specifico di Paolo e Francesca[15] , crimine peggiore del tradimento (Caina attende chi a vita ci spense If. V, 107) è esistito formalmente nel nostro ordinamento giuridico con una serie di disposizioni che agevolavano il colpevole fino al 1981 ma sopravvive dopo la sua abolizione nella mentalità di molti uomini che “puniscono” con la morte le donne che pretendono di fare scelte autonome, soprattutto quella di fare a meno di loro. Il destino di Isabella di Morra[16], poetessa petrarchista uccisa dai fratelli per aver intrattenuto una corrispondenza col poeta Diego Sandoval de Castro, spagnolo e nemico della sua famiglia, schierata coi francesi, è un caso esemplare di come la letteratura abbia testimoniato la tragedia delle violenza sulle donne.
Dante tratta questo argomento con estrema delicatezza, confermando in alcuni celebri passaggi del poema il fatto che la condizione delle donne le esponeva all’abuso anche quando non violavano alcuna regola. Utilizzate come merce di scambio in alleanze matrimoniali che certamente le penalizzavano più dei mariti, obbligate a sposare uomini più anziani, spesso violenti e desiderosi soltanto di impadronirsi della dote, disposti a sbarazzarsi di loro quando non servivano più o addirittura rapite dal convento in cui erano entrate di loro spontanea volontà per essere costrette al matrimonio, le donne erano private del diritto di scegliere autonomamente il loro destino. Le figure di Pia dei Tolomei e Piccarda Donati rivelano, senza necessità di molte parole, la sofferenza dell’”altra metà del cielo” e Dante ne rivela la tragedia umana tratteggiandole con versi straordinariamente efficaci
Ricorditi di me,che son la Pia:
Siena mi fè,disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma
(Pg. V, 130-136) Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
(Pd. III, 106-108)
Leggendo la cronaca si noterà che questi episodi sono ancora numerosi e confermano il fatto che la violenza contro le donne viene commessa molto spesso all’interno della famiglia dove spesso resta impunita oggi come allora.
E’ importante sottolineare il ruolo della letteratura nel miglioramento della condizione femminile: da semplici fruitici di testi scritti dagli uomini (come nel caso dell’introduzione al Decameron) le donne hanno iniziato a scrivere, superando grandi difficoltà tra le quali le scarse opportunità di accesso agli studi e la mancanza di spazio e tempo per scrivere, circostanze chiaramente descritte da Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé[17].
Soprattutto negli ultimi due secoli dunque l’universo femminile si è dotato di una voce che prima non aveva se non in misura molto limitata.
Un’ultima considerazione riguarda il confronto fra l’immagine della donna che emerge dalla Divina Commedia e quella che ci viene imposta dai media. Come si diceva all’inizio del paragrafo, è singolare il fatto che il medioevale Dante è riuscito a trasmettere una grande considerazione dell’intelligenza e della dignità delle donne mentre i media all’inizio del XXI secolo, epoca di dichiarata parità almeno in alcuni paesi del mondo, le trattano come oggetti sessuali mettendone in mostra solo le forme. Quello che Santa Teresa d’Avila diceva dei giudici del suo tempo poichè sono tutti maschi, non c’è virtù di donna che non considerino sospetta può tranquillamente essere ripetuto per chi scrive i palinsesti: le qualità delle donne che li interessano non sono certo quelle intellettuali o spirituali. Andar mostrando con le poppe il petto (Pg, XXIII, 102) è diventato un comportamento esibito con una disinvoltura che offende il pubblico intelligente. Fortunatamente invece l’atteggiamento di Dante, quello che egli ha voluto trasmettere al suo pubblico, è ispirato alla convinzione profonda che la ragione sia una prerogativa comune di tutti gli esseri umani, per lo meno quelli che vogliono esercitarla e intendono fare sforzi per apprendere, ai quali fa riferimento nell’incipit del Convivio. Le donne non sono escluse dall’uso della ragione e quindi condividono con gli uomini il dono più importante che Dio ha fatto all’umanità intera.

Com’ occhio per lo mar.. Grandezza e limiti della ragione e della giustizia nel mondo

Il tema della ragione, delle sue prerogative e dei suoi limiti è dunque fondamentale nella Divina Commedia perché da sempre gli esseri umani si interrogano sulla validità degli strumenti che hanno a disposizione per muoversi nell’intrico del mondo senza finire in pasto a belve metaforiche ma non per questo meno pericolose di quelle reali.
Si tratta di interrogativi che attraversano la vita di ciascuno di noi, soprattutto nei momenti in cui il dolore o la passione offuscano la nostra capacità di capire e di decidere. La Divina Commedia ci fa riflettere sul fatto che ciascuno di noi può incontrare un suo personale Virgilio il quale, incarnando la ragione, gli ricorderà che non siamo stati fatti per essere vittime di quei bruti mentali ai quali la nostra cecità ha offerto lo status di idoli indiscussi: ignoranza, desiderio e avversione. Senza ragione non si arriva alla salvezza, questo è uno degli assunti fondamentali di Dante ed è prova evidente della sua visione positiva della natura umana che ne fa una figura preumanistica, sfatando il mito di un Medioevo come epoca completamente buia. Anche se talvolta si sono trovati in minoranza, in ogni epoca sono esistiti intellettuali convinti del ruolo fondamentale della ragione nel guidare la vita dell’uomo, il che tuttavia non significa sostenere che essa ci renda onniscienti. Altre correnti di pensiero filosofico e religioso, ispirandosi a forme di pensiero che ridimensionano l’efficacia dell’agire umano in relazione al conseguimento della salvezza eterna, non condividono questo ottimismo.[18]
Quali figure reali o immaginarie nella nostra vita hanno svolto questa funzione di richiamo verso la razionalità e la serenità dell’animo? E’ una domanda che conduce a interessanti discussioni e fa emergere certezze e dubbi. D’altra parte anche Dante teme più volte che la sua ragione non abbia la forza sufficiente per guidarlo o che addirittura lo abbandoni, ad esempio di fronte ai demoni che vogliono negare l’ingresso nella città di Dite o nel terzo canto del Purgatorio quando, di fronte alla paura di Dante, Virgilio gli risponde:
Perché pur diffidi?(……)… non credi tu me teco e ch’io ti guidi? (Pg. III, 22-24)
Il rimprovero rende evidente la convinzione del Poeta che la fiducia nella capacità raziocinante è dunque ben fondata perché si tratta di una facoltà alla quale si può sempre far appello, anzi, si deve, specialmente quando si manifestano situazioni difficili, ma non è in grado di dare una risposta a tutte le domande che ci poniamo. Esistono dunque dei limiti al di là dei quali essa perde efficacia e la violazione di questi limiti espone al pericolo di smarrirsi ed affondare, come accade all’Ulisse dantesco, inghiottito da un vortice con i suoi compagni dopo che, violato il divieto di oltrepassare le colonne d’Ercole, ha fatto rotta a sud, fino a giungere in vista della montagna del Purgatorio. Questo andare oltre, questo voler varcare le colonne d’Ercole insieme ad Ulisse, mettersi per lo alto mare aperto (If. XXVI 100)[19] e sfidare i limiti di cui siamo consapevoli ma che tolleriamo malvolentieri è una tendenza umana sempre in bilico tra l’ essere considerata un’esigenza legittima o un peccato di superbia intellettuale. Si tratta dunque di una situazione al tempo stesso affascinante e pericolosa, come il canto di Ulisse sottolinea efficacemente perchè può condurre la navicella del nostro ingegno, per ricalcare ancora un’espressione dantesca[20], ad affondare lungo la rotta o addirittura quando pensiamo di essere in vista della meta. Forse però è una meta che non si può raggiungere coi mezzi ordinari e la punizione non è tanto l’inferno, quanto piuttosto il fallimento.[21]
Il filosofo tedesco Immanuel Kant ad esempio ha definito la ragione come l’intelletto che si spinge al di là dell’orizzonte dell’esperienza possibile, la facoltà dell’incondizionato, ovvero lapura esigenza dell’Assoluto[22]. Anche il filosofo tedesco mette in guardia contro i pericoli ai quali il folle volo (If. XXVI 125) dell’intelletto ci espone, soprattutto quello di scambiare i concetti per realtà dimostrata e critica la psicologia, la cosmologia e la teologia razionali, dimostrando che esse si risolvono in tentativi infruttuosi di applicare le categorie mentali adatte a spiegare la realtà sensibile ad un ambito in cui l’esperienza dei sensi non è possibile. Allo stesso modo non c’è esperienza possibile e quindi non esiste comprensione della realtà in un emisfero privo di terre e soprattutto di persone: quale esperienza de li vizi umani e del valore si può fare in un mondo sanza gente? (If. XXVIII) [23] Sulla base di queste considerazioni c’è chi si rifiuta prudentemente di costruire cattedrali di concetti su terreni sabbiosi e dichiara di non essere in grado di dire di più, altri tentano risposte facendo ricorso alla fede, dunque ad una facoltà umana che, almeno ad opinione di chi scrive, è completamente diversa dalla ragione ed è proprio nella fede che Dante cerca le risposte ultime ai suoi perché. Ai suoi tempi non si poteva fare diversamente o per lo meno non si poteva dichiararlo, a meno di assumersi il rischio di subire gravi persecuzioni e vedere le proprie opere distrutte, perciò le opinioni di Dante non furono all’epoca contestate allora da una prospettiva non credente, anche se uno degli eretici più noti era il poeta Guido Cavalcanti, suo grande amico, passato alla storia come epicureo[24]. Al giorno d’oggi però chi si dichiara ateo fortunatamente non finisce più sul rogo, perciò il dibattito sulla Divina Commedia interessa anche un pubblico npiù scettico il quale solitamente l’apprezza a condizione che la sua lettura non venga imposta come un tentativo di proselitismo cattolico o un modo per negare il diritto alla libertà di opinione.
Nel terzo canto del Purgatorio, Virgilio prosegue la trattazione dei limiti della ragione umana iniziato nei versi citati sopra dicendo:
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:
io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
(Pg. III, 34-45)

Dunque secondo Dante di fronte ai grandi interrogativi (quia) che l’umanità si pone è necessario stare contenti di quello che possiamo sapere, perché se l’umanità avesse potuto darsi da sola tutte le risposte non sarebbe stata necessaria la Rivelazione cristiana. Noi dunque non possiamo credere di eguagliare l’onniscienza divina perché se questo fosse stato possibile ci sarebbero riusciti personaggi come Aristotele e Platone che sono invece nel limbo dei sapienti morti senza Battesimo e lì si rammaricano di essere lontani da quella verità che hanno ricercato per tutta la vita. Agli occhi del Poeta, la ragione umana ci salva dalla selva oscura delle tendenze peccaminose ma non ci fa uscire dal limbo delle domande senza risposta: chi si affida solo alla ragione resta prigioniero in un “castello di congetture” come gli spiriti nobili risiedono in un castello con giardino, molto bello ma privo della luce proviene dal sereno che non si turba mai (Pd. XIX, 64 – 65).
Utilizzando una metafora straordinariamente efficace che richiama ancora l’immagine del mare, Dante, nel canto XIX del Paradiso, fa ribadire i limiti della ragione umana dall’immensa aquila formata degli spiriti che in vita hanno praticato la giustizia. Nell’occhio dell’aquila che, secondo i bestiari medioevali, era in grado di guardare direttamente il sole senza essere accecata dall’acutezza dei suoi raggi[25], sono beate le anime di molti re, anche ebrei e persino pagani, salvi per l’intercessione di un papa o grazia speciale di Dio: Davide Traiano, Ezechia, Costantino, Guglielmo II di Sicilia e di Puglia, il guerriero troiano Rifeo. L’aquila ribadisce a Dante che pretendere di eguagliare l’intelligenza di Dio è un atto di superbia simile a quello che ha condotto Lucifero all’inferno:
«Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l’universo, che ‘l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E ciò fa certo che ‘l primo superbo,
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;

e quinci appar ch’ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de’ raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente.
Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com’occhio per lo mare, entro s’interna;
che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l’esser profondo.
Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenebra
od ombra de la carne o suo veleno.

Non esiste altra luce di sapienza se non quella che viene da una mente illuminata che nulla può turbare, quella di Dio; tutto l’altro sapere è viziato dai limiti della nostra mortalità o del peccato.
Chi non è credente da un lato può sentirsi chiamato in causa in modo negativo e questo, inutile nasconderlo, è senz’altro il significato letterale delle parole di Dante. Tenendo conto delle circostanze storiche, è comunque possibile anche per un ateo interpretare le parole del testo come un invito a ritenere giusta conoscenza quella che viene dalla luce della ragione e della compassione universale, attributi di Dio ma anche caratteristiche sublimi della natura umana evidenti in varia misura in coloro che, credenti o non credenti, si elevano al di sopra del puro soddisfacimento egoistico di desideri materiali..
Se andiamo oltre ad un’interpretazione restrittiva del testo, queste parole suonano come una condanna di chi ha degradato la scienza esercitandola su cavie umane nei campi di sterminio, chi ha avallato l’uso delle armi di distruzione di massa, chi usa il suo sapere per difendere privilegi e opprimere gli altri, magari proprio quelli che dovrebbe invece aiutare.
Allo stesso modo è ancora di grande interesse il discorso sui non cristiani, tema delicato che l’aquila affronta nel prosieguo del discorso. Dante ha infatti modo di porre agli spiriti giusti la domanda che più gli sta a cuore: come mai le persone che non hanno conosciuto Cristo ma si sono comportate correttamente secondo quello che la ragione umana può vedere non possono entrare in Paradiso? E’ qui evidente il nesso col brano del Purgatorio citato sopra: Aristotele e Platone, così come Virgilio e molti altri sono esclusi dal Paradiso ma come potevano conoscere la Rivelazione?. La domanda che sorge spontanea è proprio quella che Dante pone all’aquila:
ov’ è questa giustizia che ‘l condanna? ov’ è la colpa sua, se ei non crede? ( Pd. XIX, 77-78).
Assai t’è mo aperta la latebra
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov’è questa giustizia che ‘l condanna?
ov’è la colpa sua, se ei non crede?”
Allora la Chiesa era tassativa: non può essere salvo chi non ha ricevuto il Battesimo e Dante, per costringere se stesso ad accettare un dogma di cui proprio non vedeva il senso, è stato costretto a far ricorso ai limiti della ragione umana, che non può capire le cause più remote delle cose.

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna?
Tuttavia il Poeta non poteva non trovare difficile adattarsi a questa ingiunzione della Chiesa e così l’aquila prosegue
Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
(Pd. XIX, 70 – 84)
Secondo l’interpretazione tradizionale, Dante non desiderava uscire dall’ortodossia cattolica per cui, tramite le parole degli spiriti giusti, fa ammenda dei suoi dubbi condannando come superbia intellettuale il suo pressante desiderio di sapere:
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radiando, lui cagiona».
……..
«A questo regno
non salì mai chi non credette ‘n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
(Pd. XIX 85 – 90 e 103 – 105)
Esistono però studiosi che interpretano diversamente questo brano[26] anche facendo rilevare che Dante nei versi successivi non può fare a meno di “spezzare una lancia” a favore di chi è giusto pur senza aver ricevuto il Battesimo: queste persone giudicheranno negativamente i cristiani che sono tali solo dal punto di vista formale perché commettono crimini spregevoli:
Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà l’Etiòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
In questo brano si sente l’eco delle parole di Gesù riportate da Matteo:
Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.
(Matteo 7, 21 – 27)
Attualmente, dopo il Concilio Vaticano II, la posizione della Chiesa Cattolica è meno rigida e Dante ne sarebbe soddisfatto, anzi, partendo dal presupposto che “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.”[27] si arriva anche ad ammettere la salvezza dei non cristiani che deliberatamente aderiscono ad altri credi.
Nella Divina Commedia è possibile inoltre rilevare un altro errore al quale va incontro “la vista che riceve il vostro mondo, “ quando “ne la giustizia sempiterna/(…)/com’occhio per lo mare, entro s’interna/ (Pd. XIX, 58 – 60): quello di arrogarsi il diritto di giudicare il destino ultraterreno delle anime, cosa che non sono legittimate a fare le persone comuni, ma nemmeno gli uomini di Chiesa[28]. Ad esempio Bonifacio VIII dice, mentendo, a Guido da Montefeltro, astuto uomo d’arme diventato francescano:” Lo ciel poss’io serrare e diserrare,/ come tu sai; però son due le chiavi/ che ‘l mio antecessor non ebbe care” (Inf. XXVII, 103 – 105).
A conclusione del canto è il diavolo in persona a spiegare che le cose non stanno così: solo Dio può concedere o negare la salvezza eterna e non si lascia ingannare dai trucchi dei consiglieri fraudolenti
Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar: non mi far torto.
Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;
ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.
(Inf. XXVII, 112 – 120)
Guido credeva di essere furbo, invece si è lasciato trarre in inganno dalle fallaci argomentazioni del papa, forse anche dalla paura dell’ uso strumentale della scomunica e questo è per Dante l’occasione di condannare un pastore che si comporta nei confronti del suo gregge come un lupo rapace (Pd. XXVII), conducendolo non alla salvezza ma alla dannazione. Dio però giudica l’iniquità delle azioni indipendentemente da chi le commette, fosse pure il papa e non si lascia ingannare dai suoi ragionamenti contorti. Lo sa bene il diavolo che, portando via l’anima di Guido, lo irride dicendogli: ”…Forse / tu non pensavi ch’io löico fusse!” (Inf. XXVII, 118-123).
Il concetto è ribadito nell’episodio speculare di Buonconte da Montefeltro, figlio di Guido, che invece si è pentito sinceramente un attimo di morire e ha invocato il nome di Maria perciò è salvo e nel terzo canto del Purgatorio spiega a Dante in che modo è morto, dato che il suo cadavere non è stato trovato sul campo di battaglia
«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero e tu ‘l ridì tra ‘ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l’etterno l’etterno
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.
(Pg. V, 94 -108 )
Il demonio, preso dalla rabbia, si sfoga sul cadavere di Buonconte scatenando un temporale che fa ingrossare le acque del fiume e fa trascinar via il cadavere dalla piena.
Quindi un terziario francescano, così come numerosi papi e altri religiosi possono essere all’inferno mentre un pagano come Catone l’Uticense[29], uno scomunicato come Manfredi[30], un eretico come Sigieri di Brabante[31] o una donna di liberi costumi come Cunizza da Romano[32] possono essere salvi contro la convinzione di tutti e nonostante la scomunica papale.
Lo chiarisce bene Manfredi, biondo e bel principe, di gentile aspetto (Pg. III, 107), morto scomunicato:
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
(Pg. III, 118-137)
Ancora una volta è rappresentato un ecclesiastico che viene meno alla fedeltà al Vangelo, mostrandosi privo di misericordia al punto tale da infierire su un cadavere; all’epoca però questo fatti erano abituali si pensi ad esempio che Farinata degli Uberti e sua moglie Adaleta, condannati per eresia dopo la loro morte, sono stati disseppelliti e le loro bare bruciate sul rogo[33]. Si noti però il diverso atteggiamento di padre e figlio: l’uno prigioniero del suo inferno di rancore verso il papa, l’altro che, tra le anime salve, riferisce l’offesa arrecatagli dal pastor di Cosenza come un’azione negativa ma senza manifestare odio o disprezzo. Ancora una volta la metafora evangelica del pastore viene evocata con sarcasmo, dato che questi ecclesiastici, come già detto nel canto XXVII dell’Inferno, si comportano nei confronti dei loro fedeli come lupi travestiti. Ciò accade perché essi mancano di compassione, rimangono attaccati ai loro giudizi e soprattutto ai loro interessi economici e politici, ignorando completamente la misericordia di Dio. Le sue decisioni seguono infatti logiche diverse perché egli conosce in profondità il nostro cuore, cosa che non è possibile agli altri esseri umani, i quali, al contrario fondano i loro giudizi sull’apparenza: Così si spiegano i grandi scandali [34] del poema di Dante, che tali non sono nell’ottica della giustizia divina. Questo principio, affermato nel Purgatorio, è come di consueto ribadito nel Paradiso in un passaggio che riporta due splendide metafore, quella del pruno e quella della nave:
Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;
ch’i’ ho veduto tutto ‘l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l’intrar de la foce.
Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;
ché quel può surgere, e quel può cadere».
(Pd. XIII, 130 – 142)
L’esistenza in Paradiso di un cielo degli spiriti giusti (il cielo di Giove) dimostra che, facendola derivare da un uso corretto della ragione, Dante riteneva possibile la giustizia in questo mondo, pur riconoscendo che è molto difficile esercitarla, soprattutto negli ambienti corrotti come la Firenze del suo tempo. Ne è un ulteriore esempio l’imperatore Traiano, rappresentato nel decimo canto del Purgatorio mentre si lascia convincere a ritardare la partenza per la guerra per rendere giustizia ad una vedova alla quale è stato ucciso il figlio. Le parole della donna lo richiamano infatti alla necessità di non affidare ad altri l’adempimento dei doveri che competono a lui.
Quiv’ era storïata l’alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i’ dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’ essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s’affretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?»;
ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».
(Pg X, 73-93)
Contrariamente alla posizione di altri letterati come ad esempio Manzoni, che era molto pessimista sulla possibilità di realizzare la giustizia in questo mondo, questo episodio ribadisce la convinzione di Dante che essa è possibile ed è titolo di particolare merito per quegli uomini di stato che la esercitano anche nei confronti degli umili senza lasciarsi sviare dalla superbia che nasce dall’esercizio del potere. Anche questo messaggio ha una validità che scavalca i secoli, basti pensare ad esempio alle storie di ordinaria oppressione ai danni di popolazioni già povere e marginali raccontate da Ignazio Silone[35] Carlo Levi[36] o Leonardo Sciascia[37] e che giunge intatto (e spesso inascoltato) alle nostre coscienze.

Difesa dal libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana
Se nel mondo degli uomini esistono azioni ragionevoli e giuste ed altre che non lo sono è perchè l’uomo è dotato di libero arbitrio. Dante è molto lontano non solo dall’idea agostiniana della predestinazione ma anche dalle posizioni deterministiche secondo le quali la capacità di scelta è un’illusione e gli uomini sono animali condizionati come gli altri ai quali l’istinto di conservazione della specie hanno ritenuto opportuno far credere di essere liberi. Anche questo è un interrogativo sempre attuale, per il quale non esiste una risposta definitiva, almeno per il momento: si tratta di un campo di indagine molto interessante per le neuroscienze, la psicologia, la filosofia, la religione e altre discipline del sapere o del credere. Ovviamente è molto interessante seguire l’evoluzione di questo dibattito anche se (per chi scrive fortunatamente) sarà molto difficile giungere ad una risposta definitiva.
Dante però non aveva dubbi: l’essere umano è responsabile del bene e del male che compie e si deve assumere ogni responsabilità a riguardo cioè, per citare le parole del Buddha, “Gli uomini sono padroni delle loro azioni ed eredi delle loro azioni”[38].
Che senso avrebbe altrimenti parlare di premi e punizioni ? Dante non avrebbe condiviso l’affermazione di Freud che l’io non è padrone in casa sua.[39] E’ ben vero che nel corso del suo cammino infernale il poeta manifesta spesso compassione nei confronti di chi ha sbagliato e sta pagando molto duramente i suoi umanissimi errori, basti pensare all’episodio di Paolo e Francesca, a quello di Pier delle Vigne, di Brunetto Latini o del conte Ugolino, ma questo non cancella le loro colpe.
Nel sedicesimo canto del Purgatorio Marco Lombardo, svolge la teoria del libero arbitrio spiegando che gli astri non possono condizionare completamente le scelte degli esseri umani proprio perché essi sono dotati di una parte razionale, che è stata attribuita loro da Dio come il più grande dei doni e sulla quale, come afferma San Tommaso di Aquino, gli influssi dei pianeti non possono prevalere. La ragione ci consente di distinguere il bene dal male e può aiutarci a resistere agli impulsi generati dalla parte sensitiva della nostra anima, vincolata al corpo che è soggetto a vari condizionamenti.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
(Pg. XVI, 67-78)
L’uomo quindi non deve scegliere quei comportamenti che sono sbagliati secondo ragione, ma nemmeno rifugiarsi in una situazione di imbelle neutralità perché stare alla finestra nello scontro fra bene e male non paga. E’meglio addirittura passare dalla parte del male ed accettare la dannazione eterna che tirarsi indietro di fronte a qualunque scelta. Lo sa bene il povero asceta Pier da Morone, trascinato dalla pace del suo eremo vicino a Sulmona alla vita corrotta della corte pontificia e costretto a diventare Celestino V. Come è noto Dante colloca colui “che fece per viltade il gran rifiuto” (Inf. III, 86) nell’antinferno tra gli ignavi, con una scelta comprensibile ma certo molto rigida.
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
(Inf. III, 74 – 95)
La severità di Dante non è dovuta solo al fatto che a seguito dell’abdicazione di Celestino V è asceso al soglio pontificio il turpe Benedetto Caetani, causa dell’esilio del poeta e della rovina di molti altri, ma anche alla considerazione che una persona onesta posta da Dio così in alto deve adempiere alla sua missione, superando anche i suoi sensi di inadeguatezza. Certo le circostanze storiche erano molto difficili per un uomo che aveva passato una vita intera lontano dalle brutture del mondo. Ignazio Silone, che nel testo teatrale L’ avventura di un povero cristiano offre un’interpretazione del tutto diversa della storia, fa pronunciare a Pier da Morone un dignitoso discorso di fronte a Benedetto Castani ormai diventato Bonifacio VIII:
<< La potenza non mi attira, la trovo essenzialmente cattiva. Il comandamento cristiano che riassume tutti gli altri è l’amore.. Durante questi ultimi mesi, mentre me ne stavo nascosto per sfuggire alle ricerche della vostra polizia, sono diventato più cosciente di quanto non lo fossi nel passato, che la radice di tutti i mali, per la Chiesa, è la tentazione del potere >>.[40] Dante avrebbe senz’altro condiviso questa opinione e forse, se avesse considerato Pier da Morone da questo punto di vista, non l’avrebbe condannato così severamente.
Sono molte le circostanze in cui anche noi avremmo la tentazione di non scegliere o di rifiutarci di vedere i problemi per paura, infingardaggine, pigrizia o perché non ci rendiamo esattamente conto delle conseguenze della nostra neutralità o del nostro silenzio. I nostri atti di viltade grandi o piccoli si depositano nella coscienza e tornano a punzecchiarci come gli insetti che imperversano sugli ignavi della Divina Commedia; il sangue che esce da queste punture è raccolto da fastidiosi vermi così come sono vermi dal punto di vista morale quelli che si avvantaggiano della viltà degli altri. Dante non ha certo corso il rischio di finire nell’antinferno, infatti ha sempre dichiarato di essere disposto a pagare di persona le sue scelte politiche e intellettuali. Non ha mai accettato di scendere a patti se questo avesse significato tradire i suoi ideali; così si giustifica la scelta di isolarsi rispetto agli altri esuli di parte bianca e anche il rifiuto di rientrare in Firenze a condizione di fare ammenda di colpe che non aveva commesso.
Lo dichiara apertamente al suo maestro Brunetto Latini che gli ha profetizzato l’esilio:
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.
Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ‘l villan la sua marra».
(Inf. XV, 88- 96)
La convinzione espressa da Dante viene ripresa e ribadita nel diciassettesimo canto del Paradiso dal suo antenato Cacciaguida che, interrogato da lui sull’opportunità di dire la verità su quello che ha visto nei mondi ultraterreni anche a costo di suscitare le ire dei potenti colpiti dalle sue parole, gli risponde:
«Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia».
(Paradiso XXVII 124 – 142)
Si tratta di un atteggiamento che molti intellettuali hanno assunto coraggiosamente pagandone le conseguenze di persona, dallo stesso Dante ai letterati che sono stati perseguitati da regimi politici illiberali e in molti casi hanno sacrificato non solo carriera e ricchezze ma anche la vita per difendere la dignità e il diritto ad essere liberi. Basti pensare al caso di Ugo Foscolo, che preferì prendere la via dell’esilio piuttosto che piegarsi moralmente ad accettare gli onori con i quali gli Austriaci intendevano in realtà assoggettarlo ai loro interessi. Hanno avuto lo stesso valore il rifiuto di Eugenio Montale di prestare giuramento al regime fascista e la sua conseguente espulsione dalla scuola, oppure le vicende di scrittori italiani che in epoca fascista hanno affrontato il confino o l’esilio[41] dando grande esempio di indipendenza di giudizio e capacità di effettuare scelte anticonformiste. Questi intellettuali, così come molte persone comuni hanno condiviso la stessa aspirazione alla libertà di Dante e di Catone l’Uticense .
Virgilio stesso si fa portavoce di questa esigenza di libertà e di coerenza con le proprie scelte quando, nel primo canto del Purgatorio, spiega a Catone la presenza di Dante nel mondo ultraterreno dicendo: “Libertà va cercando ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta.” (Pg. I, 72). La decisione di “far parte per se stesso” che Dante opera in polemica contro gli altri fuoriusciti di parte bianca, anche se mette in evidenza un lato poco accomodante del carattere del Poeta, è una difesa coerente della propria libertà di scelta.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
(Pd. XVII 61 – 69)
Anche l’amore per la conoscenza è esaltato da Dante come parte essenziale della dignità umana e fondamento della vera libertà, infatti senza conoscenze adeguate le nostre scelte vengono dettate dall’istinto o dal caso, non diversamente da quelle degli animali che proprio per questo non sono liberi.
Viene citata spesso la frase che Ulisse, nell’Inferno, riferisce di aver detto per convincere i suoi compagni a varcare le colonne d’Ercole: “Considerate la vostra semenza:/Fatti non foste a viver come bruti,/Ma per seguir virtute e conoscenza.” (Inf., XXVI, 118 -120)
In realtà, come si è detto sopra[42], questo discorso di Ulisse ne mostra la natura sottilmente ingannatrice infatti egli, pronunciando la sua orazion picciola suscita in loro entusiasmo per un’impresa folle, cioè usa belle parole per indurli ad un’azione destinata al fallimento. I suoi compagni non si sono accorti del fatto che non c’è coerenza tra l’affermazione di Ulisse di voler conoscere vizi e virtù umane e il desiderio di visitare il “mondo sanza gente” e l’hanno seguito senza pensare che non sempre chi dice parole giuste lo fa con buone intenzioni[43].
E’ anche vero però che esse sono sempre state lette come un incitamento a difendere la dignità della natura umana esercitando le sue prerogative peculiari: la capacità di distinguere il bene dal male e il desiderio di conoscere. Torniamo dunque al discorso sul pensiero di Gadamer accennato nell’introduzione[44]. L’analisi del concetto di pre-comprensione conduce alla constatazione che una coscienza ermeneuticamente esperta è consapevole della propria storicità. La distanza temporale che ci separa dalle opere del passato non è qualche cosa che possiamo superare o annullare (…). Non esiste una soggettività separata e neutra che possa comprendere, né possiamo riferirci a un “senso di sé” dell’opera o dell’evento che dobbiamo comprendere. Ciò che viene compreso e colui che comprende sono entrambi inseriti in un processo di trasmissione storica.[45]
Un esempio straordinario di quanto possa essere efficace questo fraintendimento è offerto da Primo Levi nel testo Se questo è un uomo, in un capitolo dedicato alla rievocazione di un breve momento di quiete nel tormento del lavoro ad Auschwitz, durante il quale ha provato a raccontare ad un compagno francese il canto di Ulisse. La poesia di Dante consente ai due prigionieri di ricordarsi di essere persone, non animali come desidererebbero i loro carcerieri infatti la recitazione di questo canto, per quanto resa difficile e imprecisa dalle difficoltà linguistiche, è diventata un modo per opporsi al tentativo di disumanizzazione messo in opera dai militi delle SS ai danni dei prigionieri ebrei.

”Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente : ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è piú un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà : oggi mi sento da tanto…. Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia.”[46]

Dante non avrebbe certo mai immaginato in quale contesto sarebbero stati pronunciati i suoi versi, ma il fatto stesso che abbiano confortato persone costrette in questa condizione di oppressione estrema gli rende onore, infatti Primo Levi stesso dichiara che quelle parole sono state per loro un richiamo verso l’alto:
“Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca :
Considerate la vostra semenza :
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch’io lo sentissi per la prima volta : come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú : forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie ; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle. “ [47]
Non importa se la comunicazione tra i due è difficile perché non parlano la stessa lingua, il messaggio passa ugualmente perché la poesia è un linguaggio universale che dà voce alla parte migliore degli esseri umani. Lo sapevano bene i nazisti, che proibivano ai loro prigionieri di parlare di politica, religione e letteratura perché questo avrebbe ricordato loro di essere uomini e donne, non macchine. La scrittrice Lidia Beccaria Rolfi, reduce del campo di concentramento femminile di Ravensbrück, nel ricordare la sua tragica esperienza spiega quanto sia stata importante la poesia nell’aiutarla a resistere all’abbruttimento e alla disperazione:
“ Chiacchiero quando posso con le francesi del tavolo di fronte con Charlotte Delbo, soprattutto, una scrittrice che arriva da Auschwitz, che ha un numero tatuato sul braccio ed è la vedova di un fucilato. Mi scrive versi sul quadernetto che mi sono fabbricata una notte con i fogli che ci sono sul fondo delle cassette delle bobine e dei fili dei condensatori e io li leggo tante volte per riprendere dimestichezza col francese scritto. Scopro autori come Apollinaire, Argon, Eluard, artisti di moda in Francia, nomi nuovi da aggiungere a quelli dei politici e dei filosofi: un mondo nuovo, nuovi interessi per dimenticare la fame che mi tormenta e il freddo che non mi esce dalle ossa.”[48]
Soprattutto quando è in atto un disegno di repressione, la cultura, la conoscenza delle discipline scientifiche ed umanistiche è il miglior modo di affermare la dignità umana, di distinguerci dagli animali, che pure devono essere rispettati perché anch’essi sono capaci di soffrire, ma in modo cieco e inconsapevole. E’ inoltre degno di nota il fatto che la stessa autrice, Primo Levi e altri sopravvissuti dello sterminio nazista abbiano spesso citato l’Inferno di Dante per esprimere l’orrore di quello che avevano visto. In un altro capitolo di “Se questo è un uomo”[49] la guardia tedesca che cura il trasporto degli ebrei appena arrivati dalla stazione al campo di Buna-Monowitz viene descritta così:
D’altronde, ci siamo accorti che non siamo senza scorta: è una strana scorta. E’ un soldato tedesco, irto d’armi: non lo vediamo perché è buio fitto, ma ne sentiamo il contatto duro ogni volta che uno scossone del veicolo di getta tutti in mucchio a destra o a sinistra. Accende una pila tascabile, e invece di gridare: << Guai a voi, anime
prave >> ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo denaro o orologi da cedergli: tanto dopo non ci servono più. Non è un comando, non è regolamento, questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte.” [50]
Allo stesso modo la babele delle lingue e la violenza che regnavano nel campo richiamano la scena di orrore che si presenta a Dante nel terzo canto dell’Inferno:
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
(If. III, 22 – 30 )
Anche questo per Dante sarebbe stato difficile prevedere, che un giorno qualcuno avrebbe tradotto in pratica sofferenze che per lui sarebbe stato impossibile persino immaginare.
La poesia degli spazi non euclidei
L’importanza di elevare l’animo attraverso la conoscenza è stata riconosciuta da Dante al punto di farne uno dei pilastri sui quali ha costruito il suo pensiero e la sua personalità e, come si è detto sopra, la poesia può essere efficace veicolo di conoscenza non solo filosofica ma anche scientifica, infatti nella Divina Commedia si trovano riferimenti a tutte le branche del sapere dell’epoca. Dante è stato uno di quegli intellettuali che padroneggiavano ampiamente lo scibile del loro tempo ed erano in grado di utilizzare nelle loro opere le nozioni fondamentali della cultura scientifica, filosofica e teologica che, come è noto, costituiscono la struttura portante del poema, in particolare della terza cantica[51]. Per questo motivo il Poeta mette in guardia coloro che non sono adeguatamente preparati in queste discipline dal proseguire la lettura della cantica, che risulterebbe incomprensibile:
“O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti. ”
(Pd. II, 1 – 6)
Anche se non tutti i critici hanno apprezzato questo approccio, l’astronomia, le scienze della terra, la matematica, la geometria forniscono a Dante la materia per numerose similitudini e inserti di natura didascalica affidati alla voce di Virgilio e soprattutto di Beatrice. L’astronomia esercitava un fascino particolare sull’animo di Dante; d’altra parte fin dall’antichità gli esseri umani hanno guardato al cielo come ad una sorta di libro nel quale sarebbe scritto anche il loro destino. Il desiderio di elevarsi al di sopra della condizione di pura fisicità li ha indotti a collocare la sede degli dei e il Paradiso in cielo, sentendosi destinati a raggiungerlo dopo la morte e per questo motivo le stelle hanno sempre rappresentato la speranza di un destino felice sia per chi le descrive in poesia sia per chi le studia come scienziato. Anche il filosofo latino Seneca, (I sec. d. C.) parlando delle comete nel VII libro delle Naturales quaestiones dice: << Nessuno è così tardo, ottuso e chino a terra da non rialzarsi e volgersi con tutto il suo spirito verso le cose divine, specialmente quando in cielo si è manifestato qualche prodigio. >>[52]. L’osservazione delle stelle dunque eleva l’uomo dalla condizione animale alla contemplazione delle cose divine (se si ha fede) o della bellezza straordinaria dell’Universo (se si prescinde da convinzioni religiose).
Si può così spiegare la predilezione di Dante per la parola “stelle” che conclude le tre cantiche e le numerose opere di Leopardi in cui il poeta di Recanati esprime le emozioni che prova quando osserva la volta del cielo. Queste emozioni sorgono indubbiamente dall’incontro fra la bellezza del firmamento e le considerazioni filosofiche alle quali ci sentiamo disposti quando contempliamo l’infinito.[53]
In tempi recenti è stata rivalutata[54] l’importanza del sapere scientifico quale elemento fondamentale del poema, mentre in passato la critica crociana ne ha negato la validità artistica, giudicandola, insieme all’intento didascalico e all’allegoria, non poesia.[55]. La struttura dell’universo dantesco era coerente col sistema aristotelico-tolemaico secondo il quale la Terra era al centro dell’Universo mentre la Luna e i pianeti le si disponevano intorno muovendosi lungo percorsi che secondo l’opinione del tempo erano posti sulla superficie di sette sfere celesti concentriche. Esisteva poi un cielo delle stelle fisse e il cosiddetto Primo Mobile, che per Aristotele era il motore dell’Universo, aveva carattere divino ed era causa del movimento delle sfere sottostanti. I teologi cristiani aggiunsero alle sfere aristoteliche il cosiddetto Cielo Cristallino, perfettamente trasparente e l’Empireo, sede di Dio, delle gerarchie angeliche e dei beati. Tradizionalmente si rappresentano separatamente i cieli dei pianeti rispetto al contenuto dell’Empireo che si manifesta a Dante sotto diversi aspetti man mano che la sua capacità di vederlo e comprenderlo aumenta: dapprima appare un punto di viva luce (Dio), circondato da nove sfere concentriche di angeli che gli rendono omaggio, poi uno splendido fiume che scorre tra rive fiorite che ad un certo punto cambia forma dando origine alla Candida Rosa, cioè la comunità dei beati che contemplano Dio mentre gli angeli, come una schiera di api, vola da loro al punto di Luce per trasmettere il reciproco amore. [56]
Il modo con cui tradizionalmente si interpreta il cosmo dantesco però è sempre sembrato discutibile perché questa separazione tra universo visibile e invisibile non sembra convincente, così come non sembra adeguata l’immagine dell’Empireo sempre rappresentato come una specie di coroncina al di sopra dei cieli dei pianeti. Nel 2005 è stato pubblicato in Italia un saggio di un critico letterario rumeno, docente di fisica all’Università di Bucarest fino al 1996, Horia-Roman Patapievici,[57] che ha condotto uno studio matematico sulla Divina Commedia e sulla sua topografia sottolineando il fatto che esiste una simmetria tra i due gruppi di sfere: da un lato i cieli dei pianeti che ruotano intorno alla Terra al centro della quale c’è il diavolo e dall’altro l’Empireo con i cori angelici e la Rosa Mistica che hanno al centro Dio. In questo modo avremmo però l’immagine di un Universo bipartito dove non è ben chiara la relazione fra i due fasci di sfere. Per chiarire questo problema bisogna considerare il fatto che Dante descrive il Cielo Cristallino come la superficie esterna del Primo Mobile, il cielo più esterno e più veloce di tutti, tramite il quale si accede dal mondo fisico all’universo invisibile e si entra, per così dire, nella mente di Dio. Il Primo Mobile è tutto nella mente di Dio e va a integrarsi nell’Empireo, per così dire gli è tangente, come se tutti i suoi punti coincidessero con tutti i punti dell’Empireo stesso. Qui ha la sua origine il tempo, come un albero rovesciato che affondi le sue radici nel Primo Mobile ed estenda le fronde nei cieli sottostanti.
«La natura del mondo, che quieta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove.
Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ‘l cinge solamente intende.
Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.
(Pd. XXVII, 106 – 120)
Quando Dante passa dal Cielo Cristallino all’Empireo perde ogni riferimento spaziale e dice che ogni punto equivale nella mente di Dio a qualsiasi altro; la forma del Paradiso sembrerebbe dunque essere quella di due fasci di sfere in cui quelle più esterne sono tangenti l’una all’altra in ogni punto. Esiste una soluzione quadridimensionale che soddisfa questa singolare condizione, ma se l’accettassimo dovremmo anche ammettere che l’Universo di Dante non è euclideo. La figura geometrica di una sfera tangente ad un’altra in ogni punto non è infatti rappresentabile in tre dimensioni, è una figura quadridimensionale perciò non direttamente percepibile dai nostri sensi chiamata ipersfera dai matematici.[58]Poiché un’ipersfera intersecherebbe il nostro mondo tridimensionale generando un insieme di sfere in successione e il Paradiso di Dante è organizzato cosi’, si può ammettere che l’ipersfera sia una descrizione ipotizzabile dell’universo dantesco.
La teoria dell’ipersfera, che qualche critico ha anche considerato una forzatura del testo, rappresenta una descrizione geometrica particolarmente sofisticata dell’Universo dantesco e presenta l’indubbio vantaggio di rendere l’idea della trascendenza, della possibilità di accedere ad una dimensione che a noi esseri in carne ed ossa sfugge necessariamente, tanto che Dante in più circostanze sottolinea l’inadeguatezza del linguaggio, per quanto poeticamente elevato, a rappresentare la profondità della sua visione che non può più essere rievocata compiutamente nel momento in cui il poeta è tornato alla dimensione umana.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
(Par. XXXIII, 55 – 75)
Il concetto è ribadito nei versi successivi, in cui l’immagine della barca degli Argonauti richiama ancora una volta, come in molti altri luoghi del poema, il viaggio della mente umana verso Dio[59] per sottolineare la radicale alterità della beatitudine eterna rispetto alla condizione umana
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
(Par. XXXIII, 94 –96)
Si tratta dunque di un’interpretazione .molto suggestiva, che rende ragione dell’ineffabilità della visione dantesca, ha il pregio di spostare il Demonio al di fuori del centro dell’Universo e costituisce un modello matematico complesso ed elegante del cosmo dantesco.
Il saggio di Patapievici va però oltre, suggerendo che possa esistere un’analogia tra l’eventuale ipersfera dantesca e le teorie di illustri fisici, tra quali ad esempio Albert Einstein, il quale ha parlato di una struttura ipersferica dell’universo. Questa ipotesi non mi sembra accettabile, bisogna infatti fare molta attenzione a non spingere l’analogia oltre al lecito, perché in questo modo si farebbe cattivo uso sia della poesia sia della scienza. Dante non aveva le conoscenze di cui disponiamo ora né in campo astronomico né in campo matematico, quindi alla descrizione dell’universo come di un’ ipersfera deve essere considerata un’intuizione profonda non una teoria e tanto meno le deve essere attribuito valore un valore ontologico, cioè credere che possa rappresentare anche l’universo reale.
Diversamente da quanto sostenuto da Patapievici però, secondo chi scrive, si evidenzia in questi ultimi canti del Paradiso non solo una convergenza tra il mondo dantesco e la scienza, ma anche una fondamentale diversità, che è la più importante acquisizione della storia del pensiero degli ultimi quattrocento anni: la separazione tra visione religiosa e visione scientifica dell’universo. Un punto fondamentale che distingue Dante, poeta medioevale, da uno scienziato moderno è anche la sua convinzione che la descrizione dell’Universo non possa fare a meno delle ipotesi metafisiche e teologiche: in altre parole per Dante non è pensabile un universo senza Dio. Al giorno d’oggi la scienza prescinde da qualsiasi ipotesi metafisica o religiosa; si tratta di un atteggiamento maturato fin dagli inizi della rivoluzione scientifica con Galileo Galilei e Isaac Newton il quale, pur essendo molto religioso (è stato ad esempio un esegeta dell’Apocalisse)[60], era solito dire <<Hypoteses non fingo>>[61] cioè <<Non pongo alla base delle mie teorie ipotesi metafisiche. >>
Vedere nell’Universo l’opera di un Creatore che ha ordinato tutte le cose assegnando loro caratteristiche immutabili, nature eterne subordinate le une alle altre e un comportamento specifico come sosteneva anche Aristotele è certo suggestivo e anche Dante ci credeva fermamente, come si può capire dalla lettura del brano citato sotto, fatti salvi alcuni cambiamenti introdotti nell’ordine del mondo dal pensiero cristiano. Si tratta però di una convinzione che nasce dalla fede, non dalla scienza: è un atteggiamento del tutto legittimo, ma che deriva dal credere, non dal sapere.
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
(Pd. I, 1 – 9)
Dunque, fatto salvo ovviamente il diritto di ciascuno di avere l’opinione religiosa che preferisce, è tipico atteggiamento dello scienziato moderno occuparsi di ciò che è misurabile, di ciò che cade sotto i sensi, potenziati dagli strumenti per rilevare dati, senza ipotizzare l’intervento di Dio. In questo il sapere di Dante era radicalmente diverso dal nostro.
Nonostante questo, probabilmente a Dante non sarebbe dispiaciuta questa interpretazione geometrica del suo mondo fisico e ultraterreno. Egli intuiva infatti che nella matematica si trova la chiave di accesso a verità molto profonde che stanno a fondamento del nostro Universo e forse non verranno mai svelate completamente; ne ha dato prova utilizzando un mistero insoluto della geometria per tentare di descrivere quello della Trinità.
Si tratta della quadratura del cerchio, problema senza soluzione che ha tormentato a lungo i matematici nel nostro mondo; allo stesso modo è incomprensibile per gli esseri umani la possibilità di Dio di essere uno in tre persone. L’immagine del cerchio richiama aristotelicamente quella della perfezione, una condizione irraggiungibile dagli esseri umani finché sono vivi, ma che conosceranno quando si ricongiungeranno al sublime geometra,Colui che volse il sesto a lo stremo del mondo[62].
Proprio al culmine della visione, negli ultimi versi del poema la geometria e la matematica vengono incontro alla poesia, realizzando una profonda conciliazione del saper scientifico con la letteratura.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Pd. XXXIII , 124 – 145)

[1] Citato nel sito http://www.biblio-net.com/letteratura/letteratura-italiana/da-beatrice-a-clizia/
[2] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: Nel cielo della giustizia in L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992
[3] Si veda ad esempio MARIA SORESINA, Le segrete cose. Dante tra induismo ed eresie medievali, Moretti e Vitali, Milano, 2002
[4] Si vedano gli studi di Miguel Asín Palacios, Enrico Cerulli, Bruno Nardi e Louis Massignon.
Nella sura XVII del Corano si descrive il viaggio compiuto da Maometto nel corso di una notte in cui avrebbe attraversato l’Inferno rappresentato come un baratro e poi sarebbe giunto al cospetto divino attraversano i sette cieli.
Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo,
dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni (trad. A. Bausani, v. 1) .
[5] MARIA SORESINA, Libertà va cercando, Il catarismo nella Commedia di Dante Moretti e Vitali, Milano, 2009
[6] EUGENIO MONTALE, La primavera hitleriana in La Bufera e altro (1940 – 1954 Mondadori, Milano, 1957)
[7] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, Gli occhi di Beatrice. Com’era davvero il mondo di Dante?Mondadori, Milano, 2006
[8] Cfr. infra La poesia degli spazi non euclidei, pag. 21
[9] Normalmente la donna era interpretata come uno strumento del diavolo a partire dall’episodio della mela e del serpente. La lirica medioevale a partire dalla Scuola Siciliana le attribuisce anche caratteristiche positive e ne usa l’immagine per rappresentare concetti filosofici e significati religiosi.
1. [10] Si veda il giudizio di Ugo Foscolo che cita gli antichi commentatori in Il secolo di Dante: commento storico necessario all’intelligenza … – Ferdinando Arrivabene, UgoFoscolo – 1830 – History
[11] DANTE ALIGHIERI Convivio, I
[12] BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Itinerario della mente a Dio, a cura di Orlando Todisco, Padova, Messaggero, 1985
[13] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992
[14] Si veda ad esempio la novella di Ser Cepparello (I,1) e quella di Tancredi e Ghismonda (IV, I) o di Lisabetta da Messina (IV, V)
[15] Oltre ad aver ucciso la moglie, Gianciotto ha commesso anche un fratricidio ed è quindi punito fra i traditori dei parenti.
[16] Oltre alle biografie proposte da vari testi scolastici si può consultare il sitohttp://www.letteraturaalfemminile.it/isabellamorra.htm
[17] VIRGINIA WOOLF: Una stanza tutta per sé – Ed. Guaraldi-Gu. 1995
[18] Ad esempio il Calvinismo
[19] Si veda a riguardo il saggio di ETTORE CANEPA, Per l’alto mare aperto. Viaggio marino e avventura metafisica da Coleridge a Carlyle, da Melville a Fenoglio , Jaca Book, 1991
[20] Pg. I, 2
[21] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992 pag. 9
Secondo l’autore Ulisse è all’inferno per la sua attività di consigliere fraudolento e la sua fine in vista della montagna del Purgatorio non va intesa come una punizione ma come la conclusione inevitabile di un viaggio impossibile.
[22] In http://www.filosofico.net/kant93.htm a cura di Diego Fusaro
[23] BARBERI SQUAROTTI op. cit. vedi infra nota 41
[24] MARIA SORESINA, op. cit. pag. 69 sostiene che Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido,fosse non un epicureo ma un cataro.
[25] La moralità dell’ aquila era quella di insegnare al buon cristiano a guardare direttamente nella luce di Dio senza farsi sviare da altri oggetti.
[26] MARIA SORESINA Libertà va cercando Il catarismo nella Commedia di Dante Libertà va cercando, Moretti e Vitali Bergamo 2009
pag. 161
[27] PAOLO VI, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane
[28] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992 pag. 244
[29] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. Studi sulla “Commedia“. Ed. Genesi, Torino, 1992
[30] Pg. III, 118-137
[31] “I critici si sono interrogati a lungo sulla presenza di Sigieri di Brabante fra gli Spiriti Sapienti: si può pensare che Dante abbia voluto in lui esaltare il tormento, che ben conosceva, di chi non rinuncia a pensare se pur diviso “tra la forza della ragione e la necessità della fede” (U. Bosco, note, pag.170). Il verso che ‘n pensieri / gravi a morir gli parve venir tardo”(Pd. X, 134-135) costituisce uno dei nodi critici della Commedia: taluni ritengono che Dante alluda alla persecuzione delle idee di Sigieri ed alla prigionia ad Orvieto, che gli fecero forse desiderare di abbreviare il tempo della vita terrena, altri invece, pur non escludendo la precedente considerazione, ritengono che i “pensieri gravi” di Sigieri siano l’angoscia derivata dai dubbi che la sua speculazione sollevava senza risolvere. “
In http://www.ladante.it/dantealighieri/hochfeiler/paradiso/person/sigieri.htm
[32] Cfr. supra pag. 5
[33] MARIA SORESINA op. cit. pag. 66
[34] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:Introduzione alla Commedia e Lo “scandalo” di Manfredi in: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992
[35] IGNAZIO SILONE: si veda l’opera più significativa Fontamara, collana Oscar Classici Moderni, Mondadori, 1988
[36] CARLO LEVI: si veda l’opera più significativa Cristo si è fermato ad Eboli Einaudi, Torino 1945
[37] Sono molto numerose le opere di Leonardo Sciascia che affrontano il tema della giustizia, ad esempio ne Il giorno della civetta, in Opere, classici Bompiani, Piacenza 2003. Si veda a pag. 433 – 435 il discorso sul senso della giustizia separato dall’amministrazione della stessa e sui boss mafiosi intesi come uomini di pace.
[38] Culakammavibhanga Sutta
[39] SIGMUND FREUD Una difficoltà della psicanalisi 1916
[40] IGNAZIO SILONE L’avventura di un povero cristiano, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1968 pag.159
[41] Solo per fare alcuni nomi molto noti Carlo Levi, Ignazio Silone, Cesare Pavese
[42] Cfr. supra pag. 8
[43] Allo stesso modo Ulisse non è per nulla un eroe della conoscenza, ma, se mai, della conoscenza vana e impossibile.Il progetto di esplorazione “de li vizi umani e del valore”, del viaggio nel “mondo sanza gente” , dell’esperienza ulteriore della realtà umana, non urta contro il limite metafisico dell’uomo che non può conoscere tutto (…) ma contro la realtà di un emisfero nel quale non è possibile compiere nessuna esperienza poiché non c’è nulla (…). L’orazione di Ulisse è, di conseguenza, un discorso rivolto ai compagni per intento di inganno (…) GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:Introduzione alla Commedia in: L’ ombra diArgo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992 pag. 9
[44] Cfr. supra pag. 1
[45] CIOFFI, LUPPI, VIGORELLI, ZANETTI, BIANCHI, DE PASQUALE O’BRIEN: I filosofi e le ideevol. 3b Paravia Bruno Mondatori Pioltello (Mi) 2004 pag. 340
[46] PRIMO LEVI, Il canto di Ulisse in Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 2009 pag. 101 – 102
[47] Ibid.
[48] LIDIA BECCARIA ROLFI, Le donne di Ravensbruck, Einaudi, Torino, 1987, pag. 98
[49] Si tratta del primo capitolo del testo intitolato Il viaggio
[50] PRIMO LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 2009 pag. 18
[51] La critica crociata non ha giudicato positivamente l’intento allegorico- didascalico della poesia e la struttura filosofica del Paradiso
BENEDETTO CROCE: La Poesia di Dante; pubblicato su L’idea nazionale (14 settembre 1921) e Poesia e non poesia; note sulla letteratura europea del secolo decimonono. G. Laterza & figli, Bari, 1923
[52] Naturales Quaestiones, VII, I Si veda per un commento il sito del Liceo Scientifico Peano di Cuneo
http://www.gpeano.org/Ipertesti/L’uomo_e_le_stelle/aree_disciplinari/artistico-letteraria/multidisciplinari/senecatesto1.htm
[53] ALBERTO FOLIN: Leopardi e la notte chiara ed. Marsilio, Venezia 1994.
Si veda a questo riguardo la risposta che LUIGI PIRANDELLO diede ai critici che lo accusavano di produrre un’arte cerebrale e troppo filosofica nelle “Avvertenze sugli scrupoli della fantasia” pubblicate in appendice alle più comuni edizioni del romanzo “Il fu Mattia Pascal”
[54] In provincia di Cuneo si ricorda l’iniziativa del Liceo Scientifico Peano di Cuneo nell’ottobre 2009 all’origine del presente saggio
[55] Cfr. nota 49
[56] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, Gli occhi di Beatrice. Com’era davvero il mondo di Dante?Mondadori, Milano, 2006 pp. 13 / 21
[57] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, op. cit.
[58] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, op. cit .pp. 78 – 86
[59] BONAVENTURA DA BAGNOREGIO Itinerarium mentis in Deum
[60] ISAAC NEWTON Trattato sull’Apocalisse, Bollati Boringhieri , Torino 1994.
Si veda anche il saggio breve presente nel sito del Liceo Scientifico “G. Peano” di Cuneo nell’ipertesto “L’uomo e le stelle” sezione
intitolata “Comete e fine del mondo” h http://www.gpeano.org/Ipertesti/L’uomo_e_le_stelle/aree_disciplinari/artistico-letteraria/multidisciplinari/impatto.htm
[61] Newton, Ottica, Questione 31
[62] Pd. XIX 40 – 41

DANTE NELLA NOSTRA VITA
Considerazioni sull’attualità della Divina Commedia
Che la vera poesia abbia sempre il carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi la riceve, questo è il migliore insegnamento che Dante ci abbia lasciato. Egli non è il solo che ci abbia dato questa lezione, ma fra tutti è certo il maggiore. E se è vero che egli volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile alla nostra moderna cecità che quanto più il suo mondo si allontana da noi, di tanto si accresce la nostra volontà di conoscerlo e farlo conoscere a chi è più cieco di noi”
(E. MONTALE, da Atti del Congresso internazionale di Studi danteschi-20-27 aprile 1965-Firenze, Sansoni, 1966, vol. II, pp. 330-33) [1]
Cogliere l’eterno, penetrare in un tempo senza tempo: ecco la risposta alla domanda “Perché leggere la Divina Commedia?”
(JORGE LUIS BORGES, intervista pubblicata in Una vita di poesia, Spirali)
Accade talvolta ad un docente di letteratura italiana di sentirsi domandare perché si deve ancora leggere la Divina Commedia. I tempi in cui viviamo sono molto diversi, il poema allegorico-didascalico non è più un genere letterario all’ordine del giorno, la terza rima non è più utilizzata (e nemmeno le altre), la stessa visione dell’universo, della morale e della religione è cambiata profondamente. L’orizzonte culturale degli studenti e per molti aspetti anche quello dei professori include solo marginalmente la letteratura medioevale e la lettura della Divina Commedia richiede notevoli sforzi che potrebbero essere destinati ad altro.
La risposta è che tutti i testi, anche i graffiti preistorici sulle pareti delle caverne possono assumere per noi un significato importante se li avviciniamo senza pretendere di definirlo una volta per tutte ma lasciamo che interagiscano con la coscienza di chi li interpreta e diamo il tempo a questa interazione di portare i suoi frutti.
Se ci collochiamo infatti un’ottica ermeneutica, sulla scorta di quanto afferma il filosofo Hans Georg Gadamer
in Verità e metodo, saremo concordi sul fatto che ogni lettore si avvicina ad un testo a partire da un bagaglio di esperienze e aspettative che, “reagendo” con gli elementi contenuti nell’opera, fanno emergere significati sempre nuovi. Dunque, in analogia con quanto accade negli esperimenti di fisica quantistica, il significato del testo dipende dalle condizioni in cui avviene la lettura e dalle caratteristiche di chi legge (l’osservatore), il che determina per così, dire, un ampio fascio di interpretazioni più o meno probabili, non un unico giudizio assoluto e definitivo sull’opera.
Il testo ci interroga a sua volta, ci costringe ad esaminare i presupposti in base si quali l’abbiamo avvicinato, ci sfida , ci invita ad un confronto dal quale le nostre supposizioni iniziali escono in qualche modo modificate: rafforzate, sminuite, mutate, corrette, precisate.
La convinzione di chi scrive è che, più ancora di altri testi letterari, la Divina Commedia è in grado di coinvolgere profondamente il lettore in questa operazione complessa e stimolante tanto che, se si creano le condizioni adatte, anche gli studenti si appassionano ancora alla lettura del sacrato poema (Pd. XXIII.62 ) , perché hanno molte occasioni di trovare o ritrovare una parte profonda di se stessi sotto il velame de li versi strani (Inf. IX,63).
Nel corso dei secoli infatti la Divina Commedia, con una netta preferenza per l’Inferno, è stata prima ascoltata e poi letta da un pubblico eterogeneo, anche non particolarmente istruito. Ricordiamo le pubbliche letture che ne fece Giovanni Boccaccio a Firenze e, a distanza di sette secoli, le recitazioni commentate di Roberto Benigni, che ha trasformato le sue serate dantesche in grandi successi televisivi, riuscendo a risollevare almeno per qualche ora il livello sconsolante dell’ intrattenimento popolare. Perché il comico e regista toscano sente un legame così profondo con Dante e riesce a trasmettere così efficacemente il suo entusiasmo al pubblico?
Perché, contando sul suono di una poesia mirabilmente scandita dalla terza rima e sulla potenza evocativa della metafora e dell’allegoria, capaci di generare immagini straordinariamente efficaci, che hanno lasciato una traccia profonda nell’immaginario collettivo, il suo poema induce il lettore di ogni epoca ad interrogarsi sulla propria identità e sulla direzione da dare alla propria esistenza.
Si esamineranno di seguito alcuni degli spunti di riflessione che rendono la Divina Commedia ancora attuale: l’immagine della donna, grandezza e limiti della ragione umana e della giustizia nel mondo[2], la difesa dal libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana, l’incontro fra poesia e matematica nella descrizione di uno spazio complesso. In questa prospettiva si indicheranno alcune opere letterarie che ripropongono temi e immagini cari a Dante o che utilizzano la sua lezione per esprimere significati loro propri.
Prima di iniziare è bene precisare che non è necessario essere cattolici e nemmeno cristiani per apprezzare la Divina Commedia perché in essa si ritrova una gamma così ampia di immagini, suggestioni, riflessioni che può renderla interessante per credenti di qualunque religione e anche per chi non è credente. Ad esempio l’ultimo canto del Paradiso, in cui il poeta riesce ad affondare il suo sguardo nello splendore di Dio richiama l’idea dell’acquisizione definitiva del sapere e del ricongiungimento con la potenza che ha creato l’Universo.
Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,
così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.
(Par. XXX,46-51) Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
(Par. XXXIII, 79-84)
Questi concetti sono fondamentali per le religioni orientali: il Buddhismo identifica il Nirvana col raggiungimento della conoscenza perfetta nel momento dell’Illuminazione mentre l’Induismo lo interpreta come il ricongiungimento dell’atman (il vero sé dell’essere umano) col Brahman, il Tutto dal quale le anime individuali si sono distaccate cadendo così in una condizione di sofferenza, il Samsara. Mentre è ancora poco esplorato il rapporto tra Dante ele culture orientali, [3] sono stati indagati più a fondo i suoi punti di contatto con la letteratura islamica, in particolare con “Il libro della scala” [4] in cui si narra l’ascesa di Maometto in Paradiso; in tempi recenti inoltre sono anche state ipotizzate influenze di eresie cristiane come quelle dei Catari su vari canti del poema.[5]
La Divina Commedia ha esercitato un grande fascino su Eugenio Montale che, pur avendo sempre avuto difficoltà ad accettare l’esistenza di una realtà trascendente, è stato un grande ammiratore di Dante e si è ispirato alla sua poesia fin dalle fasi stilnovistiche; è nota ad esempio l’importanza nei testi del poeta ligure di eteree figure femminili che lo affiancano e confortano. Una di esse, Clizia, è stata più volte paragonata a Beatrice perché, pur con le innegabili differenze che qui non ci fermeremo a discutere, riesce, come il girasole, a vedere la luce anche in un momento storico oscuro come quello dei totalitarismi trionfanti e a confortare il poeta consentendogli di intravedere il ritorno della libertà.[6]
Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti.
(EUGENIO MONTALE, La primavera hitleriana)
Allo stesso modo Beatrice vede cioè sa interpretare meglio di Dante, ancora vincolato alla realtà materiale, lo splendore del Paradiso e si fa per lui mediatrice di beatitudine con un atteggiamento di sollecitudine affettuosa come esemplificato nel seguente brano in cui si descrive in modo mirabile l’atteggiamento di chi si prende cura degli altri con energia ed entusiasmo:
Come l’augello, intra l’amate fronde,
posato al nido de’ suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
che, per veder li aspetti disïati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;
così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
sì che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando s’appaga.
(Pd. XXIII, 1-15)
Sono inoltre molto numerosi i passaggi del Paradiso in cui Dante manifesta gratitudine per Beatrice e non si stanca di guardarla negli occhi, quegli occhi che l’hanno innalzato al di sopra della montagna del Purgatorio e ora lo guidano alla visione di Dio. Gli occhi di Beatrice, che il critico letterario rumeno Horia- Roman Patapievici [7] ha scelto come titolo di uno stimolante saggio del quale si parlerà più avanti [8] ci offrono l’occasione di affrontare il primo spunto di riflessione sull’attualità della Divina Commedia: la stima di Dante nei confronti delle donne.
Le donne tra idealizzazione poetica e violenza reale
In un momento come questo, in cui una donna rispettosa di sé e delle altre ha molta difficoltà a riconoscersi nell’immagine femminile offerta dai media (almeno in Italia), l’atteggiamento di Dante nei confronti di Beatrice rappresenta davvero uno spiraglio di luce. Come si diceva sopra, Beatrice è una figura positiva e salvifica; accorgendosi dello stato di traviamento in cui si trova Dante è scesa nel Limbo per mandare Virgilio in suo soccorso, l’ha atteso nel Paradiso Terrestre e, dopo avergli rimproverato i suoi errori, l’ha guidato verso la salvezza. Questa è la sua vera bellezza, un fatto essenzialmente spirituale del quale Dante riconosce l’importanza tanto che, nel momento in cui prende congedo da lei guardandola mentre è intenta a contemplare Dio dal suo posto nella Rosa Mistica, le rivolge straordinarie parole di gratitudine:
O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi .
Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.
(Pd. XXXI, 79-93)
Non si intende qui discutere il problema della condizione femminile o forzare la posizione di Dante sugli schemi che ci sono familiari della parità tra uomo e donna, è tuttavia innegabile che dalla sua opera emerge un atteggiamento nei confronti del gentil sesso diverso da quello più diffuso suoi tempi.[9] Da un lato è vero che apprezzava le donne virtuose in senso tradizionale, quelle che vegliano allo studio della culla (Pd. XV, 121) come dice Cacciaguida o che si vestono e si ornano in modo modesto; è nota l’invettiva contro la degradazione della moda femminile fiorentina dei suoi tempi:
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
(Pg., XXIII, 97-105)
Se la sua posizione sulla moralità femminile può sembrare abbastanza tradizionalista, in altri passaggi del poema pare sicuramente più moderna e aperta, si pensi al modo con cui viene descritta Cunizza da Romano, donna giudicata dai commentatori assai propensa all’amore fisico, che Dante interpreta però come generoso donarsi reciproco. Proprio per questa benevolo atteggiamento il Poeta, che l’ha conosciuta quando lei era già avanti negli anni e aveva ormai rivolto completamente a Dio la sua disponibilità ad amare, l’ha collocata in Paradiso, nel cielo di Venere, compiendo una scelta che agli occhi dei contemporanei era sembrata scandalosa, come ammette lei stessa:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
(Pd., IX, 32-36)
Si noti bene il significato della seconda terzina: Cunizza perdona a se stessa il suo comportamento che anzi, è stato per lei motivo di salvezza e certo i tradizionalisti di tutti i tempi si sono scandalizzati, la cosa è parsa loro forte, tanto che gli antichi commentatori [10], con maschile disprezzo, l’hanno descritta come una prostituta, destino che tocca spesso alle donne che rivendicano il loro diritto di avere una vita sessuale autonoma. E’ anche vero che essi, come tutti i falsi moralisti, sono definiti sprezzantemente vulgo.
E’ anche vero però che per Dante la donna non è relegata unicamente nella sfera della famiglia, dell’amore e della sessualità. Nell’introduzione al Convivio [11], ad esempio, il poeta dichiara che condividerà il sapere, usando il pane della prosa e la vivanda dei versi, con tutte quelle persone che ne sono state escluse per ragioni a loro esterne, in particolare per aver dovuto curare a tempo pieno gli interessi dello stato o della famiglia. Tra i suoi lettori ci sono dunque anche donne gentili, tradizionalmente escluse dallo studio della filosofia, oltre ai cavalieri cioè persone appartenenti ad una classe sociale superiore al popolo minuto che non potevano essere istruiti in latino perché non lo conoscevano. A questo pubblico, per il quale prova simpatia, egli trasmetterà, fra l’altro, il messaggio che le sue rime d’amore devono essere interpretate allegoricamente.
In tutta l’opera di Dante si evidenzia inoltre un percorso che lo conduce da un’iniziale posizione stilnovistica a rendere a Beatrice un omaggio di natura diversa, molto più profondo dal punto di vista filosofico e morale ed espresso attraverso uno stile poetico più elevato come è chiaramente detto nel capitolo conclusivo della Vita Nuova in cui si annuncia anche il progetto di un’opera che sarà poi la Divina Commedia
Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna: cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui “qui est per omnia secula benedictus“. (Vita Nuova, XLIII)
In un’epoca in cui amore e matrimonio erano due cose molto diverse e il sospetto di eresia molto diffuso, la Chiesa non apprezzava la libera espressione dei sentimenti e delle idee, diffidando della lirica d’amore proprio perché permetteva ai poeti di raccontare se stessi al di là di ogni convenzione sociale. E’ anche vero che dietro la lirica d’amore si nascondevano talvolta significati metaforici e allegorici di natura politica e religiosa lontani dall’ortodossia cattolica e quindi la condanna era legata anche a questi aspetti più sottili e pericolosi per la Chiesa come istituzione mondana intesa a ribadire il proprio controllo sulla società. Se rimaniamo però sul terreno strettamente personale, Dante, conteso come altri poeti tra innamoramento e proibizioni religiose, passa dalle liriche d’amore della gioventù, che gli valsero anche in Firenze accuse di scarsa serietà, ad una posizione più attenta alle conseguenze morali di ciò che si dice in poesia. Il mezzo con cui si realizza questo cambiamento è proprio la trasformazione di Beatrice nella rappresentazione allegorica della teologia; o, per meglio dire, il fatto che la donna non sia più una semplice persona in carne ed ossa, ma diventi res et signum. [12] Conservando quindi l’aspetto che tanto l’ha affascinato finché è stata viva ma trasfigurandolo nello splendore del Paradiso, questa nuova immagine dell’amata riesce a sconfiggere il pericolo del peccato mortale e diventare per Dante veicolo di salvezza. Questo cambiamento gli permette di superare lo smarrimento che il Poeta manifesta chiaramente nel quinto canto dell’Inferno, dove il suo svenimento alla fine del discorso di Francesca segnala il senso di colpa che le ultime parole della donna hanno fatto nascere in lui riguardo al ruolo determinante della letteratura nel loro adulterio. Dunque Francesca è davvero, come dice Giorgio Barberi Squarotti, una vittima della letteratura [13] ed esiste una responsabilità dei poeti nei confronti dei loro lettori che potrebbero interpretare come leciti dei comportamenti, come quelli di Lancillotto e Ginevra, che costituiscono per la Chiesa un peccato mortale. Dante è dunque consapevole non solo del rischio di dannazione cha ha corso personalmente, ma si sente anche responsabile di ciò potrebbe essere accaduto ad altri.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
(Inf. V, 124 – 142)
Tra i motivi che rendono attuale la visione dantesca della donna ce n’è anche uno tragico; Dante manifesta infatti anche una grande sensibilità nei confronti di coloro che sono state vittima della violenza maschile. Questo tema, è chiaramente riconoscibile nella letteratura di tutti i tempi, ma per far solo alcuni esempi relativi al Trecento basti pensare ai numerosi riferimenti presenti nella poesia comico-realistica oppure nelle novelle di Boccaccio.[14]
Si consideri ad esempio la dedica del Decamerone alle donne o il discorso che Boccaccio fa pronunciare a Ghismonda nella quarta giornata, quella dedicata agli amori che si concludono tragicamente. Probabilmente Dante, nonostante la sua generosità verso Cunizza, non avrebbe approvato il contenuto del discorso col quale la giovane rivendica il diritto ad avere una vita sentimentale e sessuale propria perché troppo distante dalla morale cattolica, ma non è questo il punto fondamentale. Quello che lega i personaggi di Francesca, Ghismonda e Lisabetta da Messina, a prescindere dalla diversità delle loro condizioni sociali e dei loro caratteri, è il fatto di aver pagato con la vita una scelta amorosa anticonformista, aver disobbedito alla morale dominante: si tratta di una situazione che in qualche misura esiste ancora nella nostra società e che è ancora diffusa in molti paesi del mondo. Il delitto d’onore, che Dante giudica, almeno nel caso specifico di Paolo e Francesca[15] , crimine peggiore del tradimento (Caina attende chi a vita ci spense If. V, 107) è esistito formalmente nel nostro ordinamento giuridico con una serie di disposizioni che agevolavano il colpevole fino al 1981 ma sopravvive dopo la sua abolizione nella mentalità di molti uomini che “puniscono” con la morte le donne che pretendono di fare scelte autonome, soprattutto quella di fare a meno di loro. Il destino di Isabella di Morra[16], poetessa petrarchista uccisa dai fratelli per aver intrattenuto una corrispondenza col poeta Diego Sandoval de Castro, spagnolo e nemico della sua famiglia, schierata coi francesi, è un caso esemplare di come la letteratura abbia testimoniato la tragedia delle violenza sulle donne.
Dante tratta questo argomento con estrema delicatezza, confermando in alcuni celebri passaggi del poema il fatto che la condizione delle donne le esponeva all’abuso anche quando non violavano alcuna regola. Utilizzate come merce di scambio in alleanze matrimoniali che certamente le penalizzavano più dei mariti, obbligate a sposare uomini più anziani, spesso violenti e desiderosi soltanto di impadronirsi della dote, disposti a sbarazzarsi di loro quando non servivano più o addirittura rapite dal convento in cui erano entrate di loro spontanea volontà per essere costrette al matrimonio, le donne erano private del diritto di scegliere autonomamente il loro destino. Le figure di Pia dei Tolomei e Piccarda Donati rivelano, senza necessità di molte parole, la sofferenza dell’”altra metà del cielo” e Dante ne rivela la tragedia umana tratteggiandole con versi straordinariamente efficaci
Ricorditi di me,che son la Pia:
Siena mi fè,disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma
(Pg. V, 130-136) Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
(Pd. III, 106-108)
Leggendo la cronaca si noterà che questi episodi sono ancora numerosi e confermano il fatto che la violenza contro le donne viene commessa molto spesso all’interno della famiglia dove spesso resta impunita oggi come allora.
E’ importante sottolineare il ruolo della letteratura nel miglioramento della condizione femminile: da semplici fruitici di testi scritti dagli uomini (come nel caso dell’introduzione al Decameron) le donne hanno iniziato a scrivere, superando grandi difficoltà tra le quali le scarse opportunità di accesso agli studi e la mancanza di spazio e tempo per scrivere, circostanze chiaramente descritte da Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé[17].
Soprattutto negli ultimi due secoli dunque l’universo femminile si è dotato di una voce che prima non aveva se non in misura molto limitata.
Un’ultima considerazione riguarda il confronto fra l’immagine della donna che emerge dalla Divina Commedia e quella che ci viene imposta dai media. Come si diceva all’inizio del paragrafo, è singolare il fatto che il medioevale Dante è riuscito a trasmettere una grande considerazione dell’intelligenza e della dignità delle donne mentre i media all’inizio del XXI secolo, epoca di dichiarata parità almeno in alcuni paesi del mondo, le trattano come oggetti sessuali mettendone in mostra solo le forme. Quello che Santa Teresa d’Avila diceva dei giudici del suo tempo poichè sono tutti maschi, non c’è virtù di donna che non considerino sospetta può tranquillamente essere ripetuto per chi scrive i palinsesti: le qualità delle donne che li interessano non sono certo quelle intellettuali o spirituali. Andar mostrando con le poppe il petto (Pg, XXIII, 102) è diventato un comportamento esibito con una disinvoltura che offende il pubblico intelligente. Fortunatamente invece l’atteggiamento di Dante, quello che egli ha voluto trasmettere al suo pubblico, è ispirato alla convinzione profonda che la ragione sia una prerogativa comune di tutti gli esseri umani, per lo meno quelli che vogliono esercitarla e intendono fare sforzi per apprendere, ai quali fa riferimento nell’incipit del Convivio. Le donne non sono escluse dall’uso della ragione e quindi condividono con gli uomini il dono più importante che Dio ha fatto all’umanità intera.

Com’ occhio per lo mar.. Grandezza e limiti della ragione e della giustizia nel mondo

Il tema della ragione, delle sue prerogative e dei suoi limiti è dunque fondamentale nella Divina Commedia perché da sempre gli esseri umani si interrogano sulla validità degli strumenti che hanno a disposizione per muoversi nell’intrico del mondo senza finire in pasto a belve metaforiche ma non per questo meno pericolose di quelle reali.
Si tratta di interrogativi che attraversano la vita di ciascuno di noi, soprattutto nei momenti in cui il dolore o la passione offuscano la nostra capacità di capire e di decidere. La Divina Commedia ci fa riflettere sul fatto che ciascuno di noi può incontrare un suo personale Virgilio il quale, incarnando la ragione, gli ricorderà che non siamo stati fatti per essere vittime di quei bruti mentali ai quali la nostra cecità ha offerto lo status di idoli indiscussi: ignoranza, desiderio e avversione. Senza ragione non si arriva alla salvezza, questo è uno degli assunti fondamentali di Dante ed è prova evidente della sua visione positiva della natura umana che ne fa una figura preumanistica, sfatando il mito di un Medioevo come epoca completamente buia. Anche se talvolta si sono trovati in minoranza, in ogni epoca sono esistiti intellettuali convinti del ruolo fondamentale della ragione nel guidare la vita dell’uomo, il che tuttavia non significa sostenere che essa ci renda onniscienti. Altre correnti di pensiero filosofico e religioso, ispirandosi a forme di pensiero che ridimensionano l’efficacia dell’agire umano in relazione al conseguimento della salvezza eterna, non condividono questo ottimismo.[18]
Quali figure reali o immaginarie nella nostra vita hanno svolto questa funzione di richiamo verso la razionalità e la serenità dell’animo? E’ una domanda che conduce a interessanti discussioni e fa emergere certezze e dubbi. D’altra parte anche Dante teme più volte che la sua ragione non abbia la forza sufficiente per guidarlo o che addirittura lo abbandoni, ad esempio di fronte ai demoni che vogliono negare l’ingresso nella città di Dite o nel terzo canto del Purgatorio quando, di fronte alla paura di Dante, Virgilio gli risponde:
Perché pur diffidi?(……)… non credi tu me teco e ch’io ti guidi? (Pg. III, 22-24)
Il rimprovero rende evidente la convinzione del Poeta che la fiducia nella capacità raziocinante è dunque ben fondata perché si tratta di una facoltà alla quale si può sempre far appello, anzi, si deve, specialmente quando si manifestano situazioni difficili, ma non è in grado di dare una risposta a tutte le domande che ci poniamo. Esistono dunque dei limiti al di là dei quali essa perde efficacia e la violazione di questi limiti espone al pericolo di smarrirsi ed affondare, come accade all’Ulisse dantesco, inghiottito da un vortice con i suoi compagni dopo che, violato il divieto di oltrepassare le colonne d’Ercole, ha fatto rotta a sud, fino a giungere in vista della montagna del Purgatorio. Questo andare oltre, questo voler varcare le colonne d’Ercole insieme ad Ulisse, mettersi per lo alto mare aperto (If. XXVI 100)[19] e sfidare i limiti di cui siamo consapevoli ma che tolleriamo malvolentieri è una tendenza umana sempre in bilico tra l’ essere considerata un’esigenza legittima o un peccato di superbia intellettuale. Si tratta dunque di una situazione al tempo stesso affascinante e pericolosa, come il canto di Ulisse sottolinea efficacemente perchè può condurre la navicella del nostro ingegno, per ricalcare ancora un’espressione dantesca[20], ad affondare lungo la rotta o addirittura quando pensiamo di essere in vista della meta. Forse però è una meta che non si può raggiungere coi mezzi ordinari e la punizione non è tanto l’inferno, quanto piuttosto il fallimento.[21]
Il filosofo tedesco Immanuel Kant ad esempio ha definito la ragione come l’intelletto che si spinge al di là dell’orizzonte dell’esperienza possibile, la facoltà dell’incondizionato, ovvero lapura esigenza dell’Assoluto[22]. Anche il filosofo tedesco mette in guardia contro i pericoli ai quali il folle volo (If. XXVI 125) dell’intelletto ci espone, soprattutto quello di scambiare i concetti per realtà dimostrata e critica la psicologia, la cosmologia e la teologia razionali, dimostrando che esse si risolvono in tentativi infruttuosi di applicare le categorie mentali adatte a spiegare la realtà sensibile ad un ambito in cui l’esperienza dei sensi non è possibile. Allo stesso modo non c’è esperienza possibile e quindi non esiste comprensione della realtà in un emisfero privo di terre e soprattutto di persone: quale esperienza de li vizi umani e del valore si può fare in un mondo sanza gente? (If. XXVIII) [23] Sulla base di queste considerazioni c’è chi si rifiuta prudentemente di costruire cattedrali di concetti su terreni sabbiosi e dichiara di non essere in grado di dire di più, altri tentano risposte facendo ricorso alla fede, dunque ad una facoltà umana che, almeno ad opinione di chi scrive, è completamente diversa dalla ragione ed è proprio nella fede che Dante cerca le risposte ultime ai suoi perché. Ai suoi tempi non si poteva fare diversamente o per lo meno non si poteva dichiararlo, a meno di assumersi il rischio di subire gravi persecuzioni e vedere le proprie opere distrutte, perciò le opinioni di Dante non furono all’epoca contestate allora da una prospettiva non credente, anche se uno degli eretici più noti era il poeta Guido Cavalcanti, suo grande amico, passato alla storia come epicureo[24]. Al giorno d’oggi però chi si dichiara ateo fortunatamente non finisce più sul rogo, perciò il dibattito sulla Divina Commedia interessa anche un pubblico npiù scettico il quale solitamente l’apprezza a condizione che la sua lettura non venga imposta come un tentativo di proselitismo cattolico o un modo per negare il diritto alla libertà di opinione.
Nel terzo canto del Purgatorio, Virgilio prosegue la trattazione dei limiti della ragione umana iniziato nei versi citati sopra dicendo:
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:
io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
(Pg. III, 34-45)

Dunque secondo Dante di fronte ai grandi interrogativi (quia) che l’umanità si pone è necessario stare contenti di quello che possiamo sapere, perché se l’umanità avesse potuto darsi da sola tutte le risposte non sarebbe stata necessaria la Rivelazione cristiana. Noi dunque non possiamo credere di eguagliare l’onniscienza divina perché se questo fosse stato possibile ci sarebbero riusciti personaggi come Aristotele e Platone che sono invece nel limbo dei sapienti morti senza Battesimo e lì si rammaricano di essere lontani da quella verità che hanno ricercato per tutta la vita. Agli occhi del Poeta, la ragione umana ci salva dalla selva oscura delle tendenze peccaminose ma non ci fa uscire dal limbo delle domande senza risposta: chi si affida solo alla ragione resta prigioniero in un “castello di congetture” come gli spiriti nobili risiedono in un castello con giardino, molto bello ma privo della luce proviene dal sereno che non si turba mai (Pd. XIX, 64 – 65).
Utilizzando una metafora straordinariamente efficace che richiama ancora l’immagine del mare, Dante, nel canto XIX del Paradiso, fa ribadire i limiti della ragione umana dall’immensa aquila formata degli spiriti che in vita hanno praticato la giustizia. Nell’occhio dell’aquila che, secondo i bestiari medioevali, era in grado di guardare direttamente il sole senza essere accecata dall’acutezza dei suoi raggi[25], sono beate le anime di molti re, anche ebrei e persino pagani, salvi per l’intercessione di un papa o grazia speciale di Dio: Davide Traiano, Ezechia, Costantino, Guglielmo II di Sicilia e di Puglia, il guerriero troiano Rifeo. L’aquila ribadisce a Dante che pretendere di eguagliare l’intelligenza di Dio è un atto di superbia simile a quello che ha condotto Lucifero all’inferno:
«Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l’universo, che ‘l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E ciò fa certo che ‘l primo superbo,
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;

e quinci appar ch’ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de’ raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente.
Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com’occhio per lo mare, entro s’interna;
che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l’esser profondo.
Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenebra
od ombra de la carne o suo veleno.

Non esiste altra luce di sapienza se non quella che viene da una mente illuminata che nulla può turbare, quella di Dio; tutto l’altro sapere è viziato dai limiti della nostra mortalità o del peccato.
Chi non è credente da un lato può sentirsi chiamato in causa in modo negativo e questo, inutile nasconderlo, è senz’altro il significato letterale delle parole di Dante. Tenendo conto delle circostanze storiche, è comunque possibile anche per un ateo interpretare le parole del testo come un invito a ritenere giusta conoscenza quella che viene dalla luce della ragione e della compassione universale, attributi di Dio ma anche caratteristiche sublimi della natura umana evidenti in varia misura in coloro che, credenti o non credenti, si elevano al di sopra del puro soddisfacimento egoistico di desideri materiali..
Se andiamo oltre ad un’interpretazione restrittiva del testo, queste parole suonano come una condanna di chi ha degradato la scienza esercitandola su cavie umane nei campi di sterminio, chi ha avallato l’uso delle armi di distruzione di massa, chi usa il suo sapere per difendere privilegi e opprimere gli altri, magari proprio quelli che dovrebbe invece aiutare.
Allo stesso modo è ancora di grande interesse il discorso sui non cristiani, tema delicato che l’aquila affronta nel prosieguo del discorso. Dante ha infatti modo di porre agli spiriti giusti la domanda che più gli sta a cuore: come mai le persone che non hanno conosciuto Cristo ma si sono comportate correttamente secondo quello che la ragione umana può vedere non possono entrare in Paradiso? E’ qui evidente il nesso col brano del Purgatorio citato sopra: Aristotele e Platone, così come Virgilio e molti altri sono esclusi dal Paradiso ma come potevano conoscere la Rivelazione?. La domanda che sorge spontanea è proprio quella che Dante pone all’aquila:
ov’ è questa giustizia che ‘l condanna? ov’ è la colpa sua, se ei non crede? ( Pd. XIX, 77-78).
Assai t’è mo aperta la latebra
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov’è questa giustizia che ‘l condanna?
ov’è la colpa sua, se ei non crede?”
Allora la Chiesa era tassativa: non può essere salvo chi non ha ricevuto il Battesimo e Dante, per costringere se stesso ad accettare un dogma di cui proprio non vedeva il senso, è stato costretto a far ricorso ai limiti della ragione umana, che non può capire le cause più remote delle cose.

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna?
Tuttavia il Poeta non poteva non trovare difficile adattarsi a questa ingiunzione della Chiesa e così l’aquila prosegue
Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
(Pd. XIX, 70 – 84)
Secondo l’interpretazione tradizionale, Dante non desiderava uscire dall’ortodossia cattolica per cui, tramite le parole degli spiriti giusti, fa ammenda dei suoi dubbi condannando come superbia intellettuale il suo pressante desiderio di sapere:
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radiando, lui cagiona».
……..
«A questo regno
non salì mai chi non credette ‘n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
(Pd. XIX 85 – 90 e 103 – 105)
Esistono però studiosi che interpretano diversamente questo brano[26] anche facendo rilevare che Dante nei versi successivi non può fare a meno di “spezzare una lancia” a favore di chi è giusto pur senza aver ricevuto il Battesimo: queste persone giudicheranno negativamente i cristiani che sono tali solo dal punto di vista formale perché commettono crimini spregevoli:
Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà l’Etiòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
In questo brano si sente l’eco delle parole di Gesù riportate da Matteo:
Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.
(Matteo 7, 21 – 27)
Attualmente, dopo il Concilio Vaticano II, la posizione della Chiesa Cattolica è meno rigida e Dante ne sarebbe soddisfatto, anzi, partendo dal presupposto che “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.”[27] si arriva anche ad ammettere la salvezza dei non cristiani che deliberatamente aderiscono ad altri credi.
Nella Divina Commedia è possibile inoltre rilevare un altro errore al quale va incontro “la vista che riceve il vostro mondo, “ quando “ne la giustizia sempiterna/(…)/com’occhio per lo mare, entro s’interna/ (Pd. XIX, 58 – 60): quello di arrogarsi il diritto di giudicare il destino ultraterreno delle anime, cosa che non sono legittimate a fare le persone comuni, ma nemmeno gli uomini di Chiesa[28]. Ad esempio Bonifacio VIII dice, mentendo, a Guido da Montefeltro, astuto uomo d’arme diventato francescano:” Lo ciel poss’io serrare e diserrare,/ come tu sai; però son due le chiavi/ che ‘l mio antecessor non ebbe care” (Inf. XXVII, 103 – 105).
A conclusione del canto è il diavolo in persona a spiegare che le cose non stanno così: solo Dio può concedere o negare la salvezza eterna e non si lascia ingannare dai trucchi dei consiglieri fraudolenti
Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar: non mi far torto.
Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;
ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.
(Inf. XXVII, 112 – 120)
Guido credeva di essere furbo, invece si è lasciato trarre in inganno dalle fallaci argomentazioni del papa, forse anche dalla paura dell’ uso strumentale della scomunica e questo è per Dante l’occasione di condannare un pastore che si comporta nei confronti del suo gregge come un lupo rapace (Pd. XXVII), conducendolo non alla salvezza ma alla dannazione. Dio però giudica l’iniquità delle azioni indipendentemente da chi le commette, fosse pure il papa e non si lascia ingannare dai suoi ragionamenti contorti. Lo sa bene il diavolo che, portando via l’anima di Guido, lo irride dicendogli: ”…Forse / tu non pensavi ch’io löico fusse!” (Inf. XXVII, 118-123).
Il concetto è ribadito nell’episodio speculare di Buonconte da Montefeltro, figlio di Guido, che invece si è pentito sinceramente un attimo di morire e ha invocato il nome di Maria perciò è salvo e nel terzo canto del Purgatorio spiega a Dante in che modo è morto, dato che il suo cadavere non è stato trovato sul campo di battaglia
«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero e tu ‘l ridì tra ‘ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l’etterno l’etterno
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.
(Pg. V, 94 -108 )
Il demonio, preso dalla rabbia, si sfoga sul cadavere di Buonconte scatenando un temporale che fa ingrossare le acque del fiume e fa trascinar via il cadavere dalla piena.
Quindi un terziario francescano, così come numerosi papi e altri religiosi possono essere all’inferno mentre un pagano come Catone l’Uticense[29], uno scomunicato come Manfredi[30], un eretico come Sigieri di Brabante[31] o una donna di liberi costumi come Cunizza da Romano[32] possono essere salvi contro la convinzione di tutti e nonostante la scomunica papale.
Lo chiarisce bene Manfredi, biondo e bel principe, di gentile aspetto (Pg. III, 107), morto scomunicato:
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
(Pg. III, 118-137)
Ancora una volta è rappresentato un ecclesiastico che viene meno alla fedeltà al Vangelo, mostrandosi privo di misericordia al punto tale da infierire su un cadavere; all’epoca però questo fatti erano abituali si pensi ad esempio che Farinata degli Uberti e sua moglie Adaleta, condannati per eresia dopo la loro morte, sono stati disseppelliti e le loro bare bruciate sul rogo[33]. Si noti però il diverso atteggiamento di padre e figlio: l’uno prigioniero del suo inferno di rancore verso il papa, l’altro che, tra le anime salve, riferisce l’offesa arrecatagli dal pastor di Cosenza come un’azione negativa ma senza manifestare odio o disprezzo. Ancora una volta la metafora evangelica del pastore viene evocata con sarcasmo, dato che questi ecclesiastici, come già detto nel canto XXVII dell’Inferno, si comportano nei confronti dei loro fedeli come lupi travestiti. Ciò accade perché essi mancano di compassione, rimangono attaccati ai loro giudizi e soprattutto ai loro interessi economici e politici, ignorando completamente la misericordia di Dio. Le sue decisioni seguono infatti logiche diverse perché egli conosce in profondità il nostro cuore, cosa che non è possibile agli altri esseri umani, i quali, al contrario fondano i loro giudizi sull’apparenza: Così si spiegano i grandi scandali [34] del poema di Dante, che tali non sono nell’ottica della giustizia divina. Questo principio, affermato nel Purgatorio, è come di consueto ribadito nel Paradiso in un passaggio che riporta due splendide metafore, quella del pruno e quella della nave:
Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;
ch’i’ ho veduto tutto ‘l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l’intrar de la foce.
Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;
ché quel può surgere, e quel può cadere».
(Pd. XIII, 130 – 142)
L’esistenza in Paradiso di un cielo degli spiriti giusti (il cielo di Giove) dimostra che, facendola derivare da un uso corretto della ragione, Dante riteneva possibile la giustizia in questo mondo, pur riconoscendo che è molto difficile esercitarla, soprattutto negli ambienti corrotti come la Firenze del suo tempo. Ne è un ulteriore esempio l’imperatore Traiano, rappresentato nel decimo canto del Purgatorio mentre si lascia convincere a ritardare la partenza per la guerra per rendere giustizia ad una vedova alla quale è stato ucciso il figlio. Le parole della donna lo richiamano infatti alla necessità di non affidare ad altri l’adempimento dei doveri che competono a lui.
Quiv’ era storïata l’alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i’ dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’ essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s’affretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?»;
ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».
(Pg X, 73-93)
Contrariamente alla posizione di altri letterati come ad esempio Manzoni, che era molto pessimista sulla possibilità di realizzare la giustizia in questo mondo, questo episodio ribadisce la convinzione di Dante che essa è possibile ed è titolo di particolare merito per quegli uomini di stato che la esercitano anche nei confronti degli umili senza lasciarsi sviare dalla superbia che nasce dall’esercizio del potere. Anche questo messaggio ha una validità che scavalca i secoli, basti pensare ad esempio alle storie di ordinaria oppressione ai danni di popolazioni già povere e marginali raccontate da Ignazio Silone[35] Carlo Levi[36] o Leonardo Sciascia[37] e che giunge intatto (e spesso inascoltato) alle nostre coscienze.

Difesa dal libero arbitrio, della coerenza e della dignità umana
Se nel mondo degli uomini esistono azioni ragionevoli e giuste ed altre che non lo sono è perchè l’uomo è dotato di libero arbitrio. Dante è molto lontano non solo dall’idea agostiniana della predestinazione ma anche dalle posizioni deterministiche secondo le quali la capacità di scelta è un’illusione e gli uomini sono animali condizionati come gli altri ai quali l’istinto di conservazione della specie hanno ritenuto opportuno far credere di essere liberi. Anche questo è un interrogativo sempre attuale, per il quale non esiste una risposta definitiva, almeno per il momento: si tratta di un campo di indagine molto interessante per le neuroscienze, la psicologia, la filosofia, la religione e altre discipline del sapere o del credere. Ovviamente è molto interessante seguire l’evoluzione di questo dibattito anche se (per chi scrive fortunatamente) sarà molto difficile giungere ad una risposta definitiva.
Dante però non aveva dubbi: l’essere umano è responsabile del bene e del male che compie e si deve assumere ogni responsabilità a riguardo cioè, per citare le parole del Buddha, “Gli uomini sono padroni delle loro azioni ed eredi delle loro azioni”[38].
Che senso avrebbe altrimenti parlare di premi e punizioni ? Dante non avrebbe condiviso l’affermazione di Freud che l’io non è padrone in casa sua.[39] E’ ben vero che nel corso del suo cammino infernale il poeta manifesta spesso compassione nei confronti di chi ha sbagliato e sta pagando molto duramente i suoi umanissimi errori, basti pensare all’episodio di Paolo e Francesca, a quello di Pier delle Vigne, di Brunetto Latini o del conte Ugolino, ma questo non cancella le loro colpe.
Nel sedicesimo canto del Purgatorio Marco Lombardo, svolge la teoria del libero arbitrio spiegando che gli astri non possono condizionare completamente le scelte degli esseri umani proprio perché essi sono dotati di una parte razionale, che è stata attribuita loro da Dio come il più grande dei doni e sulla quale, come afferma San Tommaso di Aquino, gli influssi dei pianeti non possono prevalere. La ragione ci consente di distinguere il bene dal male e può aiutarci a resistere agli impulsi generati dalla parte sensitiva della nostra anima, vincolata al corpo che è soggetto a vari condizionamenti.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
(Pg. XVI, 67-78)
L’uomo quindi non deve scegliere quei comportamenti che sono sbagliati secondo ragione, ma nemmeno rifugiarsi in una situazione di imbelle neutralità perché stare alla finestra nello scontro fra bene e male non paga. E’meglio addirittura passare dalla parte del male ed accettare la dannazione eterna che tirarsi indietro di fronte a qualunque scelta. Lo sa bene il povero asceta Pier da Morone, trascinato dalla pace del suo eremo vicino a Sulmona alla vita corrotta della corte pontificia e costretto a diventare Celestino V. Come è noto Dante colloca colui “che fece per viltade il gran rifiuto” (Inf. III, 86) nell’antinferno tra gli ignavi, con una scelta comprensibile ma certo molto rigida.
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
(Inf. III, 74 – 95)
La severità di Dante non è dovuta solo al fatto che a seguito dell’abdicazione di Celestino V è asceso al soglio pontificio il turpe Benedetto Caetani, causa dell’esilio del poeta e della rovina di molti altri, ma anche alla considerazione che una persona onesta posta da Dio così in alto deve adempiere alla sua missione, superando anche i suoi sensi di inadeguatezza. Certo le circostanze storiche erano molto difficili per un uomo che aveva passato una vita intera lontano dalle brutture del mondo. Ignazio Silone, che nel testo teatrale L’ avventura di un povero cristiano offre un’interpretazione del tutto diversa della storia, fa pronunciare a Pier da Morone un dignitoso discorso di fronte a Benedetto Castani ormai diventato Bonifacio VIII:
<< La potenza non mi attira, la trovo essenzialmente cattiva. Il comandamento cristiano che riassume tutti gli altri è l’amore.. Durante questi ultimi mesi, mentre me ne stavo nascosto per sfuggire alle ricerche della vostra polizia, sono diventato più cosciente di quanto non lo fossi nel passato, che la radice di tutti i mali, per la Chiesa, è la tentazione del potere >>.[40] Dante avrebbe senz’altro condiviso questa opinione e forse, se avesse considerato Pier da Morone da questo punto di vista, non l’avrebbe condannato così severamente.
Sono molte le circostanze in cui anche noi avremmo la tentazione di non scegliere o di rifiutarci di vedere i problemi per paura, infingardaggine, pigrizia o perché non ci rendiamo esattamente conto delle conseguenze della nostra neutralità o del nostro silenzio. I nostri atti di viltade grandi o piccoli si depositano nella coscienza e tornano a punzecchiarci come gli insetti che imperversano sugli ignavi della Divina Commedia; il sangue che esce da queste punture è raccolto da fastidiosi vermi così come sono vermi dal punto di vista morale quelli che si avvantaggiano della viltà degli altri. Dante non ha certo corso il rischio di finire nell’antinferno, infatti ha sempre dichiarato di essere disposto a pagare di persona le sue scelte politiche e intellettuali. Non ha mai accettato di scendere a patti se questo avesse significato tradire i suoi ideali; così si giustifica la scelta di isolarsi rispetto agli altri esuli di parte bianca e anche il rifiuto di rientrare in Firenze a condizione di fare ammenda di colpe che non aveva commesso.
Lo dichiara apertamente al suo maestro Brunetto Latini che gli ha profetizzato l’esilio:
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.
Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ‘l villan la sua marra».
(Inf. XV, 88- 96)
La convinzione espressa da Dante viene ripresa e ribadita nel diciassettesimo canto del Paradiso dal suo antenato Cacciaguida che, interrogato da lui sull’opportunità di dire la verità su quello che ha visto nei mondi ultraterreni anche a costo di suscitare le ire dei potenti colpiti dalle sue parole, gli risponde:
«Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia».
(Paradiso XXVII 124 – 142)
Si tratta di un atteggiamento che molti intellettuali hanno assunto coraggiosamente pagandone le conseguenze di persona, dallo stesso Dante ai letterati che sono stati perseguitati da regimi politici illiberali e in molti casi hanno sacrificato non solo carriera e ricchezze ma anche la vita per difendere la dignità e il diritto ad essere liberi. Basti pensare al caso di Ugo Foscolo, che preferì prendere la via dell’esilio piuttosto che piegarsi moralmente ad accettare gli onori con i quali gli Austriaci intendevano in realtà assoggettarlo ai loro interessi. Hanno avuto lo stesso valore il rifiuto di Eugenio Montale di prestare giuramento al regime fascista e la sua conseguente espulsione dalla scuola, oppure le vicende di scrittori italiani che in epoca fascista hanno affrontato il confino o l’esilio[41] dando grande esempio di indipendenza di giudizio e capacità di effettuare scelte anticonformiste. Questi intellettuali, così come molte persone comuni hanno condiviso la stessa aspirazione alla libertà di Dante e di Catone l’Uticense .
Virgilio stesso si fa portavoce di questa esigenza di libertà e di coerenza con le proprie scelte quando, nel primo canto del Purgatorio, spiega a Catone la presenza di Dante nel mondo ultraterreno dicendo: “Libertà va cercando ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta.” (Pg. I, 72). La decisione di “far parte per se stesso” che Dante opera in polemica contro gli altri fuoriusciti di parte bianca, anche se mette in evidenza un lato poco accomodante del carattere del Poeta, è una difesa coerente della propria libertà di scelta.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
(Pd. XVII 61 – 69)
Anche l’amore per la conoscenza è esaltato da Dante come parte essenziale della dignità umana e fondamento della vera libertà, infatti senza conoscenze adeguate le nostre scelte vengono dettate dall’istinto o dal caso, non diversamente da quelle degli animali che proprio per questo non sono liberi.
Viene citata spesso la frase che Ulisse, nell’Inferno, riferisce di aver detto per convincere i suoi compagni a varcare le colonne d’Ercole: “Considerate la vostra semenza:/Fatti non foste a viver come bruti,/Ma per seguir virtute e conoscenza.” (Inf., XXVI, 118 -120)
In realtà, come si è detto sopra[42], questo discorso di Ulisse ne mostra la natura sottilmente ingannatrice infatti egli, pronunciando la sua orazion picciola suscita in loro entusiasmo per un’impresa folle, cioè usa belle parole per indurli ad un’azione destinata al fallimento. I suoi compagni non si sono accorti del fatto che non c’è coerenza tra l’affermazione di Ulisse di voler conoscere vizi e virtù umane e il desiderio di visitare il “mondo sanza gente” e l’hanno seguito senza pensare che non sempre chi dice parole giuste lo fa con buone intenzioni[43].
E’ anche vero però che esse sono sempre state lette come un incitamento a difendere la dignità della natura umana esercitando le sue prerogative peculiari: la capacità di distinguere il bene dal male e il desiderio di conoscere. Torniamo dunque al discorso sul pensiero di Gadamer accennato nell’introduzione[44]. L’analisi del concetto di pre-comprensione conduce alla constatazione che una coscienza ermeneuticamente esperta è consapevole della propria storicità. La distanza temporale che ci separa dalle opere del passato non è qualche cosa che possiamo superare o annullare (…). Non esiste una soggettività separata e neutra che possa comprendere, né possiamo riferirci a un “senso di sé” dell’opera o dell’evento che dobbiamo comprendere. Ciò che viene compreso e colui che comprende sono entrambi inseriti in un processo di trasmissione storica.[45]
Un esempio straordinario di quanto possa essere efficace questo fraintendimento è offerto da Primo Levi nel testo Se questo è un uomo, in un capitolo dedicato alla rievocazione di un breve momento di quiete nel tormento del lavoro ad Auschwitz, durante il quale ha provato a raccontare ad un compagno francese il canto di Ulisse. La poesia di Dante consente ai due prigionieri di ricordarsi di essere persone, non animali come desidererebbero i loro carcerieri infatti la recitazione di questo canto, per quanto resa difficile e imprecisa dalle difficoltà linguistiche, è diventata un modo per opporsi al tentativo di disumanizzazione messo in opera dai militi delle SS ai danni dei prigionieri ebrei.

”Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente : ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è piú un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà : oggi mi sento da tanto…. Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia.”[46]

Dante non avrebbe certo mai immaginato in quale contesto sarebbero stati pronunciati i suoi versi, ma il fatto stesso che abbiano confortato persone costrette in questa condizione di oppressione estrema gli rende onore, infatti Primo Levi stesso dichiara che quelle parole sono state per loro un richiamo verso l’alto:
“Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca :
Considerate la vostra semenza :
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch’io lo sentissi per la prima volta : come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú : forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie ; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle. “ [47]
Non importa se la comunicazione tra i due è difficile perché non parlano la stessa lingua, il messaggio passa ugualmente perché la poesia è un linguaggio universale che dà voce alla parte migliore degli esseri umani. Lo sapevano bene i nazisti, che proibivano ai loro prigionieri di parlare di politica, religione e letteratura perché questo avrebbe ricordato loro di essere uomini e donne, non macchine. La scrittrice Lidia Beccaria Rolfi, reduce del campo di concentramento femminile di Ravensbrück, nel ricordare la sua tragica esperienza spiega quanto sia stata importante la poesia nell’aiutarla a resistere all’abbruttimento e alla disperazione:
“ Chiacchiero quando posso con le francesi del tavolo di fronte con Charlotte Delbo, soprattutto, una scrittrice che arriva da Auschwitz, che ha un numero tatuato sul braccio ed è la vedova di un fucilato. Mi scrive versi sul quadernetto che mi sono fabbricata una notte con i fogli che ci sono sul fondo delle cassette delle bobine e dei fili dei condensatori e io li leggo tante volte per riprendere dimestichezza col francese scritto. Scopro autori come Apollinaire, Argon, Eluard, artisti di moda in Francia, nomi nuovi da aggiungere a quelli dei politici e dei filosofi: un mondo nuovo, nuovi interessi per dimenticare la fame che mi tormenta e il freddo che non mi esce dalle ossa.”[48]
Soprattutto quando è in atto un disegno di repressione, la cultura, la conoscenza delle discipline scientifiche ed umanistiche è il miglior modo di affermare la dignità umana, di distinguerci dagli animali, che pure devono essere rispettati perché anch’essi sono capaci di soffrire, ma in modo cieco e inconsapevole. E’ inoltre degno di nota il fatto che la stessa autrice, Primo Levi e altri sopravvissuti dello sterminio nazista abbiano spesso citato l’Inferno di Dante per esprimere l’orrore di quello che avevano visto. In un altro capitolo di “Se questo è un uomo”[49] la guardia tedesca che cura il trasporto degli ebrei appena arrivati dalla stazione al campo di Buna-Monowitz viene descritta così:
D’altronde, ci siamo accorti che non siamo senza scorta: è una strana scorta. E’ un soldato tedesco, irto d’armi: non lo vediamo perché è buio fitto, ma ne sentiamo il contatto duro ogni volta che uno scossone del veicolo di getta tutti in mucchio a destra o a sinistra. Accende una pila tascabile, e invece di gridare: << Guai a voi, anime
prave >> ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo denaro o orologi da cedergli: tanto dopo non ci servono più. Non è un comando, non è regolamento, questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte.” [50]
Allo stesso modo la babele delle lingue e la violenza che regnavano nel campo richiamano la scena di orrore che si presenta a Dante nel terzo canto dell’Inferno:
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
(If. III, 22 – 30 )
Anche questo per Dante sarebbe stato difficile prevedere, che un giorno qualcuno avrebbe tradotto in pratica sofferenze che per lui sarebbe stato impossibile persino immaginare.
La poesia degli spazi non euclidei
L’importanza di elevare l’animo attraverso la conoscenza è stata riconosciuta da Dante al punto di farne uno dei pilastri sui quali ha costruito il suo pensiero e la sua personalità e, come si è detto sopra, la poesia può essere efficace veicolo di conoscenza non solo filosofica ma anche scientifica, infatti nella Divina Commedia si trovano riferimenti a tutte le branche del sapere dell’epoca. Dante è stato uno di quegli intellettuali che padroneggiavano ampiamente lo scibile del loro tempo ed erano in grado di utilizzare nelle loro opere le nozioni fondamentali della cultura scientifica, filosofica e teologica che, come è noto, costituiscono la struttura portante del poema, in particolare della terza cantica[51]. Per questo motivo il Poeta mette in guardia coloro che non sono adeguatamente preparati in queste discipline dal proseguire la lettura della cantica, che risulterebbe incomprensibile:
“O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti. ”
(Pd. II, 1 – 6)
Anche se non tutti i critici hanno apprezzato questo approccio, l’astronomia, le scienze della terra, la matematica, la geometria forniscono a Dante la materia per numerose similitudini e inserti di natura didascalica affidati alla voce di Virgilio e soprattutto di Beatrice. L’astronomia esercitava un fascino particolare sull’animo di Dante; d’altra parte fin dall’antichità gli esseri umani hanno guardato al cielo come ad una sorta di libro nel quale sarebbe scritto anche il loro destino. Il desiderio di elevarsi al di sopra della condizione di pura fisicità li ha indotti a collocare la sede degli dei e il Paradiso in cielo, sentendosi destinati a raggiungerlo dopo la morte e per questo motivo le stelle hanno sempre rappresentato la speranza di un destino felice sia per chi le descrive in poesia sia per chi le studia come scienziato. Anche il filosofo latino Seneca, (I sec. d. C.) parlando delle comete nel VII libro delle Naturales quaestiones dice: << Nessuno è così tardo, ottuso e chino a terra da non rialzarsi e volgersi con tutto il suo spirito verso le cose divine, specialmente quando in cielo si è manifestato qualche prodigio. >>[52]. L’osservazione delle stelle dunque eleva l’uomo dalla condizione animale alla contemplazione delle cose divine (se si ha fede) o della bellezza straordinaria dell’Universo (se si prescinde da convinzioni religiose).
Si può così spiegare la predilezione di Dante per la parola “stelle” che conclude le tre cantiche e le numerose opere di Leopardi in cui il poeta di Recanati esprime le emozioni che prova quando osserva la volta del cielo. Queste emozioni sorgono indubbiamente dall’incontro fra la bellezza del firmamento e le considerazioni filosofiche alle quali ci sentiamo disposti quando contempliamo l’infinito.[53]
In tempi recenti è stata rivalutata[54] l’importanza del sapere scientifico quale elemento fondamentale del poema, mentre in passato la critica crociana ne ha negato la validità artistica, giudicandola, insieme all’intento didascalico e all’allegoria, non poesia.[55]. La struttura dell’universo dantesco era coerente col sistema aristotelico-tolemaico secondo il quale la Terra era al centro dell’Universo mentre la Luna e i pianeti le si disponevano intorno muovendosi lungo percorsi che secondo l’opinione del tempo erano posti sulla superficie di sette sfere celesti concentriche. Esisteva poi un cielo delle stelle fisse e il cosiddetto Primo Mobile, che per Aristotele era il motore dell’Universo, aveva carattere divino ed era causa del movimento delle sfere sottostanti. I teologi cristiani aggiunsero alle sfere aristoteliche il cosiddetto Cielo Cristallino, perfettamente trasparente e l’Empireo, sede di Dio, delle gerarchie angeliche e dei beati. Tradizionalmente si rappresentano separatamente i cieli dei pianeti rispetto al contenuto dell’Empireo che si manifesta a Dante sotto diversi aspetti man mano che la sua capacità di vederlo e comprenderlo aumenta: dapprima appare un punto di viva luce (Dio), circondato da nove sfere concentriche di angeli che gli rendono omaggio, poi uno splendido fiume che scorre tra rive fiorite che ad un certo punto cambia forma dando origine alla Candida Rosa, cioè la comunità dei beati che contemplano Dio mentre gli angeli, come una schiera di api, vola da loro al punto di Luce per trasmettere il reciproco amore. [56]
Il modo con cui tradizionalmente si interpreta il cosmo dantesco però è sempre sembrato discutibile perché questa separazione tra universo visibile e invisibile non sembra convincente, così come non sembra adeguata l’immagine dell’Empireo sempre rappresentato come una specie di coroncina al di sopra dei cieli dei pianeti. Nel 2005 è stato pubblicato in Italia un saggio di un critico letterario rumeno, docente di fisica all’Università di Bucarest fino al 1996, Horia-Roman Patapievici,[57] che ha condotto uno studio matematico sulla Divina Commedia e sulla sua topografia sottolineando il fatto che esiste una simmetria tra i due gruppi di sfere: da un lato i cieli dei pianeti che ruotano intorno alla Terra al centro della quale c’è il diavolo e dall’altro l’Empireo con i cori angelici e la Rosa Mistica che hanno al centro Dio. In questo modo avremmo però l’immagine di un Universo bipartito dove non è ben chiara la relazione fra i due fasci di sfere. Per chiarire questo problema bisogna considerare il fatto che Dante descrive il Cielo Cristallino come la superficie esterna del Primo Mobile, il cielo più esterno e più veloce di tutti, tramite il quale si accede dal mondo fisico all’universo invisibile e si entra, per così dire, nella mente di Dio. Il Primo Mobile è tutto nella mente di Dio e va a integrarsi nell’Empireo, per così dire gli è tangente, come se tutti i suoi punti coincidessero con tutti i punti dell’Empireo stesso. Qui ha la sua origine il tempo, come un albero rovesciato che affondi le sue radici nel Primo Mobile ed estenda le fronde nei cieli sottostanti.
«La natura del mondo, che quieta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove.
Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ‘l cinge solamente intende.
Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.
(Pd. XXVII, 106 – 120)
Quando Dante passa dal Cielo Cristallino all’Empireo perde ogni riferimento spaziale e dice che ogni punto equivale nella mente di Dio a qualsiasi altro; la forma del Paradiso sembrerebbe dunque essere quella di due fasci di sfere in cui quelle più esterne sono tangenti l’una all’altra in ogni punto. Esiste una soluzione quadridimensionale che soddisfa questa singolare condizione, ma se l’accettassimo dovremmo anche ammettere che l’Universo di Dante non è euclideo. La figura geometrica di una sfera tangente ad un’altra in ogni punto non è infatti rappresentabile in tre dimensioni, è una figura quadridimensionale perciò non direttamente percepibile dai nostri sensi chiamata ipersfera dai matematici.[58]Poiché un’ipersfera intersecherebbe il nostro mondo tridimensionale generando un insieme di sfere in successione e il Paradiso di Dante è organizzato cosi’, si può ammettere che l’ipersfera sia una descrizione ipotizzabile dell’universo dantesco.
La teoria dell’ipersfera, che qualche critico ha anche considerato una forzatura del testo, rappresenta una descrizione geometrica particolarmente sofisticata dell’Universo dantesco e presenta l’indubbio vantaggio di rendere l’idea della trascendenza, della possibilità di accedere ad una dimensione che a noi esseri in carne ed ossa sfugge necessariamente, tanto che Dante in più circostanze sottolinea l’inadeguatezza del linguaggio, per quanto poeticamente elevato, a rappresentare la profondità della sua visione che non può più essere rievocata compiutamente nel momento in cui il poeta è tornato alla dimensione umana.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
(Par. XXXIII, 55 – 75)
Il concetto è ribadito nei versi successivi, in cui l’immagine della barca degli Argonauti richiama ancora una volta, come in molti altri luoghi del poema, il viaggio della mente umana verso Dio[59] per sottolineare la radicale alterità della beatitudine eterna rispetto alla condizione umana
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
(Par. XXXIII, 94 –96)
Si tratta dunque di un’interpretazione .molto suggestiva, che rende ragione dell’ineffabilità della visione dantesca, ha il pregio di spostare il Demonio al di fuori del centro dell’Universo e costituisce un modello matematico complesso ed elegante del cosmo dantesco.
Il saggio di Patapievici va però oltre, suggerendo che possa esistere un’analogia tra l’eventuale ipersfera dantesca e le teorie di illustri fisici, tra quali ad esempio Albert Einstein, il quale ha parlato di una struttura ipersferica dell’universo. Questa ipotesi non mi sembra accettabile, bisogna infatti fare molta attenzione a non spingere l’analogia oltre al lecito, perché in questo modo si farebbe cattivo uso sia della poesia sia della scienza. Dante non aveva le conoscenze di cui disponiamo ora né in campo astronomico né in campo matematico, quindi alla descrizione dell’universo come di un’ ipersfera deve essere considerata un’intuizione profonda non una teoria e tanto meno le deve essere attribuito valore un valore ontologico, cioè credere che possa rappresentare anche l’universo reale.
Diversamente da quanto sostenuto da Patapievici però, secondo chi scrive, si evidenzia in questi ultimi canti del Paradiso non solo una convergenza tra il mondo dantesco e la scienza, ma anche una fondamentale diversità, che è la più importante acquisizione della storia del pensiero degli ultimi quattrocento anni: la separazione tra visione religiosa e visione scientifica dell’universo. Un punto fondamentale che distingue Dante, poeta medioevale, da uno scienziato moderno è anche la sua convinzione che la descrizione dell’Universo non possa fare a meno delle ipotesi metafisiche e teologiche: in altre parole per Dante non è pensabile un universo senza Dio. Al giorno d’oggi la scienza prescinde da qualsiasi ipotesi metafisica o religiosa; si tratta di un atteggiamento maturato fin dagli inizi della rivoluzione scientifica con Galileo Galilei e Isaac Newton il quale, pur essendo molto religioso (è stato ad esempio un esegeta dell’Apocalisse)[60], era solito dire <<Hypoteses non fingo>>[61] cioè <<Non pongo alla base delle mie teorie ipotesi metafisiche. >>
Vedere nell’Universo l’opera di un Creatore che ha ordinato tutte le cose assegnando loro caratteristiche immutabili, nature eterne subordinate le une alle altre e un comportamento specifico come sosteneva anche Aristotele è certo suggestivo e anche Dante ci credeva fermamente, come si può capire dalla lettura del brano citato sotto, fatti salvi alcuni cambiamenti introdotti nell’ordine del mondo dal pensiero cristiano. Si tratta però di una convinzione che nasce dalla fede, non dalla scienza: è un atteggiamento del tutto legittimo, ma che deriva dal credere, non dal sapere.
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
(Pd. I, 1 – 9)
Dunque, fatto salvo ovviamente il diritto di ciascuno di avere l’opinione religiosa che preferisce, è tipico atteggiamento dello scienziato moderno occuparsi di ciò che è misurabile, di ciò che cade sotto i sensi, potenziati dagli strumenti per rilevare dati, senza ipotizzare l’intervento di Dio. In questo il sapere di Dante era radicalmente diverso dal nostro.
Nonostante questo, probabilmente a Dante non sarebbe dispiaciuta questa interpretazione geometrica del suo mondo fisico e ultraterreno. Egli intuiva infatti che nella matematica si trova la chiave di accesso a verità molto profonde che stanno a fondamento del nostro Universo e forse non verranno mai svelate completamente; ne ha dato prova utilizzando un mistero insoluto della geometria per tentare di descrivere quello della Trinità.
Si tratta della quadratura del cerchio, problema senza soluzione che ha tormentato a lungo i matematici nel nostro mondo; allo stesso modo è incomprensibile per gli esseri umani la possibilità di Dio di essere uno in tre persone. L’immagine del cerchio richiama aristotelicamente quella della perfezione, una condizione irraggiungibile dagli esseri umani finché sono vivi, ma che conosceranno quando si ricongiungeranno al sublime geometra,Colui che volse il sesto a lo stremo del mondo[62].
Proprio al culmine della visione, negli ultimi versi del poema la geometria e la matematica vengono incontro alla poesia, realizzando una profonda conciliazione del saper scientifico con la letteratura.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Pd. XXXIII , 124 – 145)

[1] Citato nel sito http://www.biblio-net.com/letteratura/letteratura-italiana/da-beatrice-a-clizia/
[2] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: Nel cielo della giustizia in L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992
[3] Si veda ad esempio MARIA SORESINA, Le segrete cose. Dante tra induismo ed eresie medievali, Moretti e Vitali, Milano, 2002
[4] Si vedano gli studi di Miguel Asín Palacios, Enrico Cerulli, Bruno Nardi e Louis Massignon.
Nella sura XVII del Corano si descrive il viaggio compiuto da Maometto nel corso di una notte in cui avrebbe attraversato l’Inferno rappresentato come un baratro e poi sarebbe giunto al cospetto divino attraversano i sette cieli.
Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo,
dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni (trad. A. Bausani, v. 1) .
[5] MARIA SORESINA, Libertà va cercando, Il catarismo nella Commedia di Dante Moretti e Vitali, Milano, 2009
[6] EUGENIO MONTALE, La primavera hitleriana in La Bufera e altro (1940 – 1954 Mondadori, Milano, 1957)
[7] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, Gli occhi di Beatrice. Com’era davvero il mondo di Dante?Mondadori, Milano, 2006
[8] Cfr. infra La poesia degli spazi non euclidei, pag. 21
[9] Normalmente la donna era interpretata come uno strumento del diavolo a partire dall’episodio della mela e del serpente. La lirica medioevale a partire dalla Scuola Siciliana le attribuisce anche caratteristiche positive e ne usa l’immagine per rappresentare concetti filosofici e significati religiosi.
1. [10] Si veda il giudizio di Ugo Foscolo che cita gli antichi commentatori in Il secolo di Dante: commento storico necessario all’intelligenza … – Ferdinando Arrivabene, UgoFoscolo – 1830 – History
[11] DANTE ALIGHIERI Convivio, I
[12] BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Itinerario della mente a Dio, a cura di Orlando Todisco, Padova, Messaggero, 1985
[13] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992
[14] Si veda ad esempio la novella di Ser Cepparello (I,1) e quella di Tancredi e Ghismonda (IV, I) o di Lisabetta da Messina (IV, V)
[15] Oltre ad aver ucciso la moglie, Gianciotto ha commesso anche un fratricidio ed è quindi punito fra i traditori dei parenti.
[16] Oltre alle biografie proposte da vari testi scolastici si può consultare il sitohttp://www.letteraturaalfemminile.it/isabellamorra.htm
[17] VIRGINIA WOOLF: Una stanza tutta per sé – Ed. Guaraldi-Gu. 1995
[18] Ad esempio il Calvinismo
[19] Si veda a riguardo il saggio di ETTORE CANEPA, Per l’alto mare aperto. Viaggio marino e avventura metafisica da Coleridge a Carlyle, da Melville a Fenoglio , Jaca Book, 1991
[20] Pg. I, 2
[21] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992 pag. 9
Secondo l’autore Ulisse è all’inferno per la sua attività di consigliere fraudolento e la sua fine in vista della montagna del Purgatorio non va intesa come una punizione ma come la conclusione inevitabile di un viaggio impossibile.
[22] In http://www.filosofico.net/kant93.htm a cura di Diego Fusaro
[23] BARBERI SQUAROTTI op. cit. vedi infra nota 41
[24] MARIA SORESINA, op. cit. pag. 69 sostiene che Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido,fosse non un epicureo ma un cataro.
[25] La moralità dell’ aquila era quella di insegnare al buon cristiano a guardare direttamente nella luce di Dio senza farsi sviare da altri oggetti.
[26] MARIA SORESINA Libertà va cercando Il catarismo nella Commedia di Dante Libertà va cercando, Moretti e Vitali Bergamo 2009
pag. 161
[27] PAOLO VI, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane
[28] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992 pag. 244
[29] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI: L’ ombra di Argo. Studi sulla “Commedia“. Ed. Genesi, Torino, 1992
[30] Pg. III, 118-137
[31] “I critici si sono interrogati a lungo sulla presenza di Sigieri di Brabante fra gli Spiriti Sapienti: si può pensare che Dante abbia voluto in lui esaltare il tormento, che ben conosceva, di chi non rinuncia a pensare se pur diviso “tra la forza della ragione e la necessità della fede” (U. Bosco, note, pag.170). Il verso che ‘n pensieri / gravi a morir gli parve venir tardo”(Pd. X, 134-135) costituisce uno dei nodi critici della Commedia: taluni ritengono che Dante alluda alla persecuzione delle idee di Sigieri ed alla prigionia ad Orvieto, che gli fecero forse desiderare di abbreviare il tempo della vita terrena, altri invece, pur non escludendo la precedente considerazione, ritengono che i “pensieri gravi” di Sigieri siano l’angoscia derivata dai dubbi che la sua speculazione sollevava senza risolvere. “
In http://www.ladante.it/dantealighieri/hochfeiler/paradiso/person/sigieri.htm
[32] Cfr. supra pag. 5
[33] MARIA SORESINA op. cit. pag. 66
[34] GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:Introduzione alla Commedia e Lo “scandalo” di Manfredi in: L’ ombra di Argo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992
[35] IGNAZIO SILONE: si veda l’opera più significativa Fontamara, collana Oscar Classici Moderni, Mondadori, 1988
[36] CARLO LEVI: si veda l’opera più significativa Cristo si è fermato ad Eboli Einaudi, Torino 1945
[37] Sono molto numerose le opere di Leonardo Sciascia che affrontano il tema della giustizia, ad esempio ne Il giorno della civetta, in Opere, classici Bompiani, Piacenza 2003. Si veda a pag. 433 – 435 il discorso sul senso della giustizia separato dall’amministrazione della stessa e sui boss mafiosi intesi come uomini di pace.
[38] Culakammavibhanga Sutta
[39] SIGMUND FREUD Una difficoltà della psicanalisi 1916
[40] IGNAZIO SILONE L’avventura di un povero cristiano, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1968 pag.159
[41] Solo per fare alcuni nomi molto noti Carlo Levi, Ignazio Silone, Cesare Pavese
[42] Cfr. supra pag. 8
[43] Allo stesso modo Ulisse non è per nulla un eroe della conoscenza, ma, se mai, della conoscenza vana e impossibile.Il progetto di esplorazione “de li vizi umani e del valore”, del viaggio nel “mondo sanza gente” , dell’esperienza ulteriore della realtà umana, non urta contro il limite metafisico dell’uomo che non può conoscere tutto (…) ma contro la realtà di un emisfero nel quale non è possibile compiere nessuna esperienza poiché non c’è nulla (…). L’orazione di Ulisse è, di conseguenza, un discorso rivolto ai compagni per intento di inganno (…) GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:Introduzione alla Commedia in: L’ ombra diArgo. studi sulla “Commedia”. Ed. Genesi, Torino, 1992 pag. 9
[44] Cfr. supra pag. 1
[45] CIOFFI, LUPPI, VIGORELLI, ZANETTI, BIANCHI, DE PASQUALE O’BRIEN: I filosofi e le ideevol. 3b Paravia Bruno Mondatori Pioltello (Mi) 2004 pag. 340
[46] PRIMO LEVI, Il canto di Ulisse in Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 2009 pag. 101 – 102
[47] Ibid.
[48] LIDIA BECCARIA ROLFI, Le donne di Ravensbruck, Einaudi, Torino, 1987, pag. 98
[49] Si tratta del primo capitolo del testo intitolato Il viaggio
[50] PRIMO LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 2009 pag. 18
[51] La critica crociata non ha giudicato positivamente l’intento allegorico- didascalico della poesia e la struttura filosofica del Paradiso
BENEDETTO CROCE: La Poesia di Dante; pubblicato su L’idea nazionale (14 settembre 1921) e Poesia e non poesia; note sulla letteratura europea del secolo decimonono. G. Laterza & figli, Bari, 1923
[52] Naturales Quaestiones, VII, I Si veda per un commento il sito del Liceo Scientifico Peano di Cuneo
http://www.gpeano.org/Ipertesti/L’uomo_e_le_stelle/aree_disciplinari/artistico-letteraria/multidisciplinari/senecatesto1.htm
[53] ALBERTO FOLIN: Leopardi e la notte chiara ed. Marsilio, Venezia 1994.
Si veda a questo riguardo la risposta che LUIGI PIRANDELLO diede ai critici che lo accusavano di produrre un’arte cerebrale e troppo filosofica nelle “Avvertenze sugli scrupoli della fantasia” pubblicate in appendice alle più comuni edizioni del romanzo “Il fu Mattia Pascal”
[54] In provincia di Cuneo si ricorda l’iniziativa del Liceo Scientifico Peano di Cuneo nell’ottobre 2009 all’origine del presente saggio
[55] Cfr. nota 49
[56] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, Gli occhi di Beatrice. Com’era davvero il mondo di Dante?Mondadori, Milano, 2006 pp. 13 / 21
[57] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, op. cit.
[58] HORIA-ROMAN PATAPIEVICI, op. cit .pp. 78 – 86
[59] BONAVENTURA DA BAGNOREGIO Itinerarium mentis in Deum
[60] ISAAC NEWTON Trattato sull’Apocalisse, Bollati Boringhieri , Torino 1994.
Si veda anche il saggio breve presente nel sito del Liceo Scientifico “G. Peano” di Cuneo nell’ipertesto “L’uomo e le stelle” sezione
intitolata “Comete e fine del mondo” h http://www.gpeano.org/Ipertesti/L’uomo_e_le_stelle/aree_disciplinari/artistico-letteraria/multidisciplinari/impatto.htm
[61] Newton, Ottica, Questione 31
[62] Pd. XIX 40 – 41