Appunti sulla vita e le opere di Dante

APPUNTI SULLA VITA  E SULLE OPERE
DI DANTE ALIGHIERI

TESTO TRATTO DAI SEGUENTI SITI:

http://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Alighieri

http://www.italialibri.net/autori/alighierid.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Guelfi_e_ghibellini

http://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Alighieri#Lo_Stilnovo_e_Beatrice

http://it.wikipedia.org/wiki/Vita_Nuova

La vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Alla sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell’Italia centrale. A partire dal 1250, un governo comunale composto da borghesi e artigiani aveva messo fine alla supremazia della nobiltà e due anni più tardi vennero coniati i primi fiorini d’oro che sarebbero diventati i “dollari” dell’Europa mercantile. Il conflitto tra guelfi, fedeli all’autorità temporale dei papi, e ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più una guerra tra nobili e borghesi simile alle guerre di supremazia tra città vicine o rivali. Alla nascita di Dante, dopo la cacciata dei guelfi, la città era ormai da più di cinque anni nelle mani dei ghibellini. Nel 1266, Firenze ritornò nelle mani dei guelfi e i ghibellini vennero espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi, si divise in due fazioni: bianchi e neri.   Poco dopo, i guelfi  si scinderanno in bianchi e neri;  i bianchi, trovarono l’appoggio della famiglia dei Cerchi, i neri, della famiglia dei Donati. Successivamente questa divisione  tra chi, pur difendendo il Pontefice, non precludeva il ritorno o la necessità dell’imperatore (cioè i guelfi Bianchi) e chi invece trovava indispensabile che il governo dovesse essere affidato al papa perché missus dominici (“mandato dal Signore”), si fece sempre più aspra fino a che si arrivò allo scontro nella città di Firenze che fu vinto dai neri con il conseguente esilio di tutti i guelfi bianchi tra cui Dante Alighieri. Ciò comportò l’avvicinamento dei guelfi bianchi ai ghibellini, come prova anche il tentativo di rientrare in Firenze manu militari con l’aiuto di Scarpetta Ordelaffi, ghibellino signore di Forlì.

Dante Alighieri nacque il 29 maggio 1265 a Firenze da una famiglia della piccola nobiltà. Nel 1274, secondo la Vita Nuova,vide per la prima volta Beatrice (Bice di Folco Portinari) della quale si innamorò subito e perdutamente. Quando morì sua madre Gabriella, Dante aveva circa dieci anni. A 17, nel 1283, quando anche suo padre Alighiero di Bellincione, commerciante, morì a sua volta, Dante divenne il capofamiglia.

Il giovane Alighieri seguì gli insegnamenti filosofici e teologici delle scuole francescana (Santa Croce) e domenicana (Santa Maria Novella). In questo periodo strinse amicizie e iniziò una corrispondenza con i giovani poeti che si facevano chiamare «stilnovisti».

Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all’età di vent’anni.  La famiglia a cui Gemma apparteneva – i Donati – era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, i guelfi neri. Politicamente Dante apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi, che, pur trovandosi nella lotta per le investiture schierati col papa, contavano molte famiglie della nobiltà signorile e feudale più antica ed erano contrari ad un eccessivo aumento del potere temporale papale. Dante, in particolare, nella sua opera De Monarchia auspicava l’indipendenza del potere imperiale dal papa, pur riconoscendo a quest’ultimo una superiore autorità morale.

Da Gemma Dante ebbe tre figli: JacopoPietro e Antonia, e un possibile quarto, Giovanni. Antonia divenne monaca con il nome di Sorella Beatrice a Ravenna.

Come accadeva quasi sempre all’epoca il fidanzamento e il matrimonio erano combinati dalla famiglia e nulla avevano a che fare con l’amore; Dante dichiarò di essere innamorato fin da giovanissimo di una donna chiamata Beatrice; si trattava di un nome fittizio perchè, come detto sopra,  in realtà  in realtà si chiamava Bice, figlia  di Folco Portinari, divenuta poi moglie di Simone dei Bardi. La storia di questo amore si intreccia strettamente all’evoluzione poetica del poeta fiorentino, è infatti strettamente correlata alla allo sviluppo della corrente letteraria del Dolce Stil Novo e al suo successivo abbandono da parte di Dante.

A diciotto anni Dante incontrò i poeti  Lapo Gianni, Cino da Pistoia e subito dopo il grande letterato ed erudito  Brunetto Latini: insieme essi divennero i capiscuola del Dolce stil novo. Brunetto Latini successivamente fu ricordato dal poeta nella Divina Commedia (Inferno, XV, 82) per quello che aveva insegnato a Dante, non come un semplice maestro ma come uno dei più grandi luminari che segnò profondamente la sua carriera letteraria e filosofica: maestro di retorica, abile compilatore di trattati enciclopedici, dovette iniziarlo alla letteratura cortese provenzale e francese, scrivendo il Tresor proprio in Francia. A lui, che era stato a lungo in Spagna, si deve, forse, il fatto che Dante venne a conoscenza un testo islamico intitolato “Il libro della scala”, in  cui è descritto il viaggio di Maometto nel mondo ultraterreno, che ebbe un’influenza fondamentale sulla Divina Commedia.  Brunetto mette in evidenza il rapporto tra gli studi di grammatica (latino) e di retorica e la filosofia amorosa cortese, gettando le basi degli interessi speculativi del futuro Dante. Altri studi sono inoltre segnalati, o sono dedotti dalla Vita Nova o dalla Divina Commedia, per ciò che riguarda la pittura e la musica.

All’età di nove anni Dante si innamorò di Beatrice, la figlia di Folco Portinari. Si è detto che Dante la vide soltanto una volta e mai le parlò (ma altre versioni sono da ritenersi ugualmente valide). Più interessante però, al di là degli scarni dati biografici che ci sono rimasti, è la Beatrice divinizzata e dunque sublimata della Vita Nova: l’angelo che opera la conversione spirituale di Dante sulla Terra, lo studio psicologico che compie il poeta sul proprio innamoramento. L’introspezione psicologica, l’autobiografismo, ignoto al Medioevo, guardano già al Petrarca e più lontano ancora, al Rinascimento. Il nome Beatrice assumerà soprattutto nella Divina Commedia la sua reale importanza, in quanto, etimologicamente parlando, significa Portatrice di Beatitudine, tanto che solo questa figura potrà condurre Dante lungo il percorso del Paradiso.

È difficile riuscire a capire in cosa sia consistito questo amore, ma qualcosa di estremamente importante stava accadendo per la cultura italiana: è nel nome di questo amore che Dante ha dato la sua impronta al Dolce stil novo e condurrà i poeti e gli scrittori a scoprire i temi dell’amore, in un modo mai così enfatizzato prima.

L’amore per Beatrice (come in modo differente Francesco Petrarca mostrerà per la sua Laura) sarà il punto di partenza per la formulazione della sua concezione del Dolce stil novo, nuova concezione dell’amor cortese sublimata dalla sua intensa sensibilità religiosa (il culto mariano con le laudi arrivato a Dante attraverso le correnti pauperistiche del Duecento, dai Francescani in poi), per poi approdare alla filosofia dopo la morte dell’amata, che segna simbolicamente il distacco dalla tematica amorosa e l’ascesa del Sommo Poeta verso la Sapienza, luce abbacinante e impenetrabile che avvolge Dio nel Paradiso della Divina Commedia.

Due anni dopo la morte di Beatrice, nel 1292, comincia a scrivere la Vita Nuova. Dante si consacra così molto presto completamente alla poesia studiando filosofia e teologia, in particolare Aristotele e San Tommaso.

La Vita Nuova è la prima opera di attribuzione certa di Dante Alighieri, scritta tra il 1293 ed il 1295. Si tratta di un prosimetro nel quale sono inserite 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata e 5 canzoni).

L’opera risulta composta da 42 capitoli e 31 liriche[1], si apre con un brevissimo proemio. In esso Dante sviluppa il concetto di memoria (il libro della memoria) in quanto magazzino di ricordi .

Si può semplificare la trama dell’opera in tre momenti fondamentali della vita dell’autore: una prima fase in cui Beatrice gli concede il saluto, fonte di beatitudine e salvezza, una seconda in cui ciò non gli è più concesso, cosa che arreca in Dante una profonda sofferenza (dove Dante non vuole più ottenere da Beatrice qualcosa in cambio, ma semplicemente un amore fine a sé stesso), una terza in cui Beatrice muore e il rapporto non è più tra il poeta e la donna amata, ma tra il poeta e l’anima della donna amata. Dante narra di incontrare per la prima volta Beatrice quand’egli aveva appena nove anni e lei otto anni e quattro mesi (il numero nove, evidente richiamo alla Trinità appare diverse volte nell’opera: rappresenta il miracolo), e qui inizia la “tirannia di Amore” che egli stesso indica come causa dei suoi comportamenti. Rivedrà poi la sua ‘musa’ all’età di diciotto anni (1283) e dopo aver sognato Amore mentre tiene in braccio Beatrice che piangendo mangia il suo cuore, compone una lirica in cui chiede ai poeti la spiegazione di tale sogno allegorico. La risposta più puntuale, anche in vista degli sviluppi futuri, gli viene dal suo “primo amico” Guido Cavalcanti, il quale vede nel sogno un presagio di morte per la donna di Dante. Per non compromettere Beatrice, finge di corteggiare due altre donne dette dello “schermo” indicatagli da Amore, e soprattutto dedica a loro i suoi componimenti. Beatrice, venuta a conoscenza delle “noie” (il termine è variamente interpretato) arrecate dal Poeta alle donne, non gli concede più il suo saluto salvifico. A questo punto ha inizio la seconda parte del prosimetro in cui Dante si prefigge di lodare la sua donna. In questa parte spicca il famoso sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare.

Morta Beatrice (1290), e conclusasi la seconda parte, dopo un periodo di disperazione, di cui non si forniscono numerosi dettagli, il poeta sta per innamorarsi di una “donna gentile”(personoficazione, forse, della filosofia). Ben presto Dante comprende che l’interesse per questa nuova donna va allontanato e soffocato, poiché solo attraverso l’amore per Beatrice potrà raggiungere Dio. Ad aiutarlo in questa riflessione è il passaggio in Firenze di alcuni pellegrini diretti a Roma, che simboleggiano il pellegrinaggio intrapreso da ogni uomo verso la gloria dei cieli. Una visione gli mostra Beatrice nella gloria dei cieli e il poeta decide di non scrivere più di costei prima di esser divenuto in grado di parlarne più degnamente, ovvero di dirne “ciò che mai non fue detto d’alcuna”. L’ultimo capitolo, in cui questa necessità è esposta, viene considerato una prefigurazione della Commedia.

XLII. [XLIII] Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna: cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui “qui est per omnia secula benedictus”.

I capitoli in prosa rappresentano da un lato la narrazione vera e propria e dall’altro servono da spiegazione dei componimenti lirici. Le liriche furono scelte fra quelle che Dante aveva composto (a partire dal 1283) in onore di diverse figure femminili e, soprattutto, per la stessa Beatrice; in seguito vennero poi composte le parti in prosa.

Nella struttura dell’opera è evidente l’influsso del trattatto in prosa e in versi ” Sulla Consolazione della Filosofia ” di Severino Boezio nonché del Laelius de amicitia di Cicerone

Filosofia e politica

Quando Beatrice morì nel 1290, Dante cercò di trovare un rifugio nella letteratura latina. Dal Convivio sappiamo che aveva letto il De consolatione philosophiae di Boezio e il De amicitia di Cicerone. Egli allora si dedicò agli studi filosofici presso le scuole religiose come quella Domenicana in Santa Maria Novella. Prese parte alle dispute che i due principali ordini religiosi (Francescani e Domenicani) pubblicamente o indirettamente tennero in Firenze, gli uni spiegando la dottrina dei mistici e di San Bonaventura, gli altri presentando le teorie di San Tommaso d’Aquino. La sua “eccessiva” passione per la filosofia gli sarebbe stata successivamente rimproverata da Beatrice nel Purgatorio.

Dante fu anche soldato, e l’11 giugno 1289 combatté nella battaglia di Campaldino che vide contrapposti i cavalieri fiorentini ad Arezzo.

Nel 1295 , un’ordinanza del priore Giano della Bella decretò che i nobili, per poter esercitare i diritti civici, dovessero appartenere a una corporazione. Dante si iscrisse a quella dei medici e dei farmacisti, che era la stessa dei bibliotecari, con la menzione di «poeta». Quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fece più aspra, Dante si schierò col partito dei Bianchi che cercavano di difendere l’indipendenza della città opponendosi alle tendenze egemoniche di Bonifacio VIII Caetani, che fu Papa dal dicembre 1294 al 1303.

Nel 1300, Dante venne eletto tra i sei «Priori» — custodi del potere esecutivo, i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria — che, per attenuare la faziosità della lotta politica, presero la difficile decisione di fare arrestare i più scalmanati tra i leader dei due schieramenti.  Il provvedimento attirò sui responsabili, Dante compreso, sia l’odio della parte nemica sia la diffidenza degli “amici”, e da lui stesso fu definito come l’inizio della sua rovina.

Con l’invio di Carlo di Valois a Firenze, mandato dal papa come teorico paciere, ma di fatto conquistatore, la Repubblica spedì a sua volta a Roma un’ambasceria di cui faceva parte essenziale Dante stesso.

Dante si trovava quindi a Roma, sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano.   Il poeta fu condannato  in contumacia, al rogo ed alla distruzione delle case. Dante fu raggiunto dal provvedimento di esilio a Roma e non rivide mai più Firenze.

A partire dal 1304, iniziò per Dante il lungo esilio, nel corso del quale venne accolto con favore in molte località: Verona, Lucca, forse anche Parigi, infine Ravenna. Scrisse il Convivio (1304-1307), il trattato incompiuto composto in lingua volgare che diventò una summa enciclopedica di sapere pratico. Quest’opera, è una sintesi di saggi, destinati a coloro che (anche donne), a causa della loro formazione o della condizione sociale, non hanno direttamente accesso al sapere. Dante vagherà per città e Corti secondo le opportunità che gli si offriranno e non cesserà di approfondire la sua cultura attraverso le sue differenti esperienze.

Durante l’esilio, Dante fu ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, qui è possibile che abbia conosciuto le opere del famoso pensatore ebreo Hillel ben Samuel da Verona, che era da poco morto, dopo aver trascorso a Forlì gli ultimi anni della sua vita.

Dopo i falliti tentati colpi di mano del 1302, Dante, in qualità di capitano dell’esercito degli esuli, organizzò insieme a Scarpetta Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì, un nuovo tentativo di rientrare a Firenze. L’impresa, però, fu sfortunata.  Il 20 luglio dello stesso anno i Bianchi, riuniti alla Lastra, una località a pochi chilometri da Firenze, decisero di intraprendere un nuovo attacco militare contro i Neri. Dante, ritenendo corretto aspettare un momento politicamente più favorevole, si schierò contro l’ennesima lotta armata, trovandosi in minoranza al punto che i più intransigenti formularono su di lui dei sospetti di tradimento, decise di non partecipare alla battaglia e prendere le distanze dal gruppo. Come preventivato dallo stesso, la battaglia di Lastra fu un vero e proprio fallimento con la morte di quattrocento uomini fra ghibellini e bianchi, il messaggio profetico ci arriva da Cacciaguida:

« Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sí ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.  »
(ParadisoCanto XVII67-69)

Verso il 1315, gli venne offerto di ritornare a Firenze ma a condizioni che il suo orgoglio ritenne troppo umilianti. Rifiutò con delle parole che rimangono una testimonianza della sua dignità umana: «Non è questa, padre mio, la via del mio ritorno in patria, ma se prima da voi e poi da altri non se ne trovi un’altra che non deroghi all’onore e alla dignità di Dante, l’accetterò a passi non lenti e se per nessuna siffatta s’entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. Né certo mancherà il pane».

Dante terminò le sue peregrinazioni a Ravenna, dove trovò asilo presso la corte di Guido Novello da Polenta, signore della città,[6] dove morì  il 14 settembre 1321 di ritorno da un’ambasceria a Venezia, infatti,  passando dalle paludose Valli di Comacchio  aveva contratto la malaria.
Nella notte tra il 23 e 24 settembre 1321, a 56 anni, Dante venne colpito da un attacco di malaria e morì a Ravenna, dove si trova la sua tomba.  

Studi

Nel 1306 intraprese la redazione della Divina Commedia alla quale lavorò per tutta la vita. Quando inizia «a far parte per se stesso», rinunciando ai tentativi di rientrare con la forza a Firenze con i suoi amici, prese coscienza della propria solitudine e si staccò dalla realtà contemporanea che riteneva dominata da vizio, ingiustizia, corruzione e ineguaglianza. Nel 1308, in latino, compose un trattato sulla lingua e lo stile: il De vulgari eloquentia, nel quale passa in revisione i differenti dialetti della lingua italiana e fonda la teoria di una lingua volgare che chiama «illustre», che non può essere uno dei dialetti locali italiani ma una lingua frutto del lavoro di pulizia portato avanti collettivamente dagli scrittori italiani. È il primo manifesto per la creazione di una lingua letteraria nazionale italiana.

Nel 1310, con l’arrivo in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore romano, Dante sperò nella restaurazione del potere imperiale, il che gli avrebbe permesso di rientrare a Firenze, ma Enrico muorì precocemente. Dante compose allora La Monarchia, scritto in latino, dove dichiara che la monarchia universale è essenziale alla felicità terrestre degli uomini e che il potere imperiale non deve essere sottomesso alla Chiesa. Dibatte anche sui rapporti tra Papato e Impero: al Papa il potere spirituale, all’Imperatore quello temporale. Secondo la cronologia più accreditata (ma non tutti concordano), il De Monarchia fu composto negli anni 131213, cioè al tempo della discesa di Enrico VII di Lussemburgo in Italia. L’opera si articola in tre libri, ma il più importante è sicuramente il terzo, quello in cui Dante affronta più espressamente il tema dei rapporti tra il papa e l’imperatore. Dante, anzitutto, condanna la concezione ierocratica del potere elaborata dalla Chiesa romana e solennemente ribadita attraverso la bolla Unam Sanctam del 1302. La concezione teocratica assegnava la pienezza dei poteri al papa, la cui autorità era superiore anche a quella dell’imperatore: questo significava che il papa era legittimato ad intervenire anche negli affari che di norma competevano all’autorità laica. A questa concezione teocratica Dante oppone l’idea che l’uomo persegue essenzialmente due fini: la felicità della vita terrena e quella della vita eterna. Mentre al papa spetta la conduzione degli uomini alla vita eterna (in cui Dante riconosce comunque il fine più alto), all’imperatore spetta, invece, il compito di guidarli alla felicità terrena. Ne deriva perciò l’autonomia della sfera temporale, di competenza dell’imperatore, rispetto alla sfera spirituale, di competenza del papa. L’autorità del pontefice non deve influenzare quella dell’imperatore nello svolgimento dei suoi compiti.

Unam Sanctam Ecclesiam è una bolla pontificia di papa Bonifacio VIII promulgata il 18 novembre 1302. La bolla papale di Bonifacio VIII costituisce l’ultimo episodio del conflitto medievale tra potere spirituale e potere temporale, e riprende e riafferma gli ideali teocratici espressi in precedenza soprattutto da papa Gregorio VII nel 1075 con il Dictatus Papae. Si tratta in realtà di un conflitto antico, che si può far risalire alla fine del V secolo, a papa Gelasio I e alla sua dottrina delle “due spade”, quella spirituale e quella temporale, con l’affermazione della loro distinzione ma in ultima istanza del primato della prima sulla seconda, e di conseguenza del papa sull’imperatore. Bonifacio VIII con questa bolla riprende l’ideale teocratico di Gregorio VII e Innocenzo III; la novità di questa fase del conflitto consiste nel fatto che la figura dell’imperatore come rappresentante del potere temporale è sostituita da quella del re di Francia. Il conflitto si concluse a favore della Francia di Filippo il Bello, il quale fece catturare il papa ad Anagni e il suo inviato Sciarra Colonna lo schiaffeggiò. (Filippo il Bello fece anche annientare l’ordine dei Templari)

Le Rime [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Le Rime.

Le Rime sono una raccolta messa insieme e ordinata da moderni editori, che riunisce il complesso della produzione lirica dantesca dalle prove giovanili a quelle dell’età matura.