Machiavelli – vita e opere

Niccolò Machiavelli

a cura di Diego Fusaro                             filosofico.net

La formazione culturale. Niccolò Machiavelli nasce a Firenze nel 1469 da un’antica famiglia borghese.
Gli anni del segretariato. La sua attività politica incomincia nel 1498, anno della morte di Savonarola, quando entra al servizio della repubblica come Segretario della Seconda cancelleria, … compiendo una serie di missioni ufficiali presso vari sovrani italiani ed europei. A partire dal 1506 ricopre anche la carica di Cancelliere  per procedere alla riorganizzazione dell’esercito repubblicano. Tra le sue missioni diplomatiche, da cui spesso egli ha tratto spunto per le proprie opere storiche e politiche, vanno ricordate quelle presso la corte francese di Luigi XII, i due soggiorni presso Cesare Borgia ((virtù e fortuna))nel 1502, quelli a Roma in occasione del conclave che elesse papa Giulio II nel 1503.  Cesare Borgia  verrà poi presentato, nel Principe, come un modello di abilità e intelligenza politica. L’allontanamento dalla vita politica. Nel 1512 il rientro dei Medici a Firenze e la fine dell’esperienza repubblicana segnano una svolta drammatica nella vita di Machiavelli: estromesso dalle funzioni pubbliche, arrestato e torturato perché sospettato di aver aderito alla congiura antimedicea di Pier Paolo Boscoli, egli viene in seguito condannato a un anno di confino che trascorre nella propria villa  nei pressi di San Casciano. Sono anni di riflessione da cui nascono le opere maggiori di Machiavelli, Il Principe, scritto di getto negli ultimi mesi del 1513, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, le opere più squisitamente letterarie, come la commedia La Mandragola, che risale probabilmente al 1518, e la novella Belfagor arcidiavolo Il riavvicinamento ai Medici. A partire dal 1516 Machiavelli incomincia a ritornare a Firenze per periodi più lunghi …; contemporaneamente, egli si riavvicina ai Medici che lo assumono come storico ufficiale della città.   Negli stessi anni, però, Machiavelli conferma il proprio interesse per la politica e per il problema della milizia con i sette libri Dell’arte della guerra trattato in forma di dialogo i cui interlocutori sono gli intellettuali che frequentano gli Orti Oricellari. La cacciata dei Medici e la restaurazione della Repubblica. Negli ultimi anni della sua vita, vengono affidati a Machiavelli anche alcuni incarichi diplomatici di scarsa rilevanza, . Più significativo è invece il ruolo svolto dallo scrittore durante i mesi che vedono una nuova cacciata dei Medici da Firenze (1526) e il sacco di Roma (1527). Restaurata la Repubblica, Machiavelli viene escluso da qualunque incarico proprio per la sua collaborazione con i Medici e muore poco tempo dopo, il 21 giugno del 1527 ((virtù e fortuna)).

LA VITA , LE OPERE E IL CONTESTO STORICO A cura di Diego Fusaro

L’incarico di segretario della seconda Cancelleria  non aveva mai avuto un grande rilievo sul piano della politica pratica, ma aveva permesso a Machiavelli di acquistare esperienza diretta degli avvenimenti e dei rivolgimenti politici di quegli anni tumultuosi che videro il crollo del sistema di stati italiani e della nostra indipendenza e lo scontro , sul nostro territorio , delle due nuove potenze europee, la Francia e la Spagna. In Francia egli si recò numerose volte, …. Ma non meno importanti furono le esperienze che egli potè fare presso Cesare Borgia ,  spregiudicato e ambizioso figlio naturale del papa Alessandro VI , che aspirava alla creazione di un forte stato nell’Italia centrale e minacciava direttamente e indirettamente Firenze . Presso il Valentino (così era chiamato il Borgia) Machiavelli si recò due volte … e da tali legazioni potè trarre argomento di ammirazione per l’energia, l’audacia, le capacità diplomatiche di questo signore “molto splendido e magnifico” che diverrà poi quasi l’incarnazione del suo principe . D’altra parte egli non fu solo testimone della fortuna del Valentino, ma anche del crollo di tutte le sue ambizioni , perchè, dopo l’improvvisa morte di Alessandro VI e il brevissimo pontificato di Pio III , fu inviato dal governo fiorentino a Roma per seguire il conclave e potè assistere all’elezione di Giulio II, nemico di Cesare Borgia e sua ” ultima ruina ” . In quella occasione , e in una successiva legazione nel 1506 , il Machiavelli potè anche rendersi conto del temperamento del nuovo papa , dell’energia e del ” furore ” che lo misero al centro degli avvenimenti politici di quegli anni .A seguito di numerosi viaggi, i problemi di fondo della politica europea gli si erano così progressivamente chiariti: la necessità di uno stato unitario moderno, la necessità di truppe non mercenarie, il dramma della divisione italiana e della inettitudine della nostra classe dirigente. …Nelle sue opere,  egli sa stabilire, nello stesso tempo, un contatto diretto col mondo classico e con le persone che lo circondano. Per lui, rivolgersi all’antico non significa evadere dal presente. Anzi. I problemi che affronta Machiavelli non sono mai problemi astratti, sono collegati alla situazione storico-politica concreta dell’Italia nei primi decenni del sec. XVI La politica ha alcune leggi che non coincidono sempre con con quella della morale: essere buono può sovente procurare la “ruina” di un principe, al contrario, mancare di parola, ingannare, assassinare spesso può salvare uno stato. Di qui l’accusa di immoralità che gli venne presto rivolta, e la formula del “fine che giustifica i mezzi” che gli viene attribuita. In realtà Machiavelli si limita a costatare scientificamente le due sfere diverse in cui agiscono politica e morale ((tuttavia l’interesse dello stato deve venire, per il principe, prima dei suoi interessi personali)). Si rende conto con chiarezza dell’autonomia di una rispetto all’altra, non ne individua il punto di congiunzione. Per questo il suo interesse  si accentra tutto, invece, sulla figura del “principe nuovo” come la sola che possa sciogliere positivamente la complessa trama della crisi italiana. Egli infatti crede che la situazione storica non consenta altro che l’esistenza di principati in Italia, ma in senso astratto ritiene migliore la forma repubblicana di governo. Quando parla dello stato romano  nei “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio”, egli dichiara infatti che il popolo ha un ruolo importante nella politica, ma solo nelle repubbliche, non nei principati, quindi al di fuori del contesto storico dell’Italia dei suoi tempi. La prosa del Machiavelli sollecita a provoca il lettore , cui si rivolge , di frequente , con un ” tu ” perentorio e aggressivo , a immedesimarsi  nei suoi dubbi e nei suoi interrogativi. In tal senso la prosa di Machiavelli é eminentemente moderna . Egli ha di fronte a sè una realtà mortificante , la ” ruina d’ Italia ” , nelle sue istituzioni comunali o signorili , nei costumi dei suoi principi , nell’ avvilimento del popolo . Di qui il pessimismo della sua intelligenza , che si esprime anche in quella contemplazione distaccata di un mondo  di astuzie meschine , di stupidità e di ingordigia che sta al fondo della Mandragola , il capolavoro del teatro del ‘500 .

IL PENSIERO POLITICO E FILOSOFICO

Alla base di tutta la sua  riflessione si trova la coscienza lucida e sofferta della crisi che l’ Italia contemporanea sta attraversando : una crisi politica , in quanto l’ Italia non presenta quei solidi organismi statali unitari che caratterizzano le maggiori potenze europee e appare frammentata in una serie di Stati regionali e cittadini deboli e instabili ; crisi militare, in quanto si fonda ancora su milizie mercenarie e compagnie di ventura , anzichè su eserciti ” cittadini “ , che soli possono garantire la fedeltà , l’ ubbidienza , la serietà di impegno ; ma anche crisi morale , perchè sono scomparsi , o comunque si sono molto affievoliti , tutti quei valori che danno fondamento saldo ad un vivere civile , e che per Machiavelli sono rappresentati esemplarmente dall’antica Roma , l’ amore per la patria , il senso civico , lo spirito di sacrificio e lo slancio eroico , l’ orgoglio e il senso dell’ onore , e sono stati sostituiti da un atteggiamento scettico e rinunciatario , che induce ad abbandonarsi fatalisticamente al capriccio mutevole della fortuna , senza reagire e senza lottare . Perciò , come hanno dimostrato le guerre che si sono succedute dopo la calata dei Francesi nel 1494 , gli Stati italiani sono prossimi a perdere la loro indipendenza politica e a divenire satelliti delle potenze europee che si stanno disputando il territorio della penisola . Per Machiavelli l’ unica via d’ uscita da una così straordinaria ” gravità de’ tempi ” é un principe dalla straordinaria ” virtù ” , capace di organizzare le energie che potenzialmente ancora sussistono nelle genti italiane e di costruire una compagine statale abbastanza forte da contrastare le mire espansionistiche degli Stati vicini .: Partendo da quella situazione particolare , cercando di dare una risposta immediata ed efficace a quei problemi di traumatica urgenza, Machiavelli elabora una teoria che aspira ad avere una portata universale , a fondarsi su leggi valide in tutti i tempi e tutti i luoghi. Rivendica vigorosamente l’ autonomia dell’ azione politica dall’etica: essa possiede delle proprie leggi specifiche , e l’ agire degli uomini di Stato va studiato e valutato in base a tali leggi : occorre cioè , nell’ analisi dell’ operato di un principe, valutare esclusivamente se esso ha saputo raggiungere i fini che devono essere propri della politica , rafforzare e mantenere lo Stato , garantire il bene dei cittadini . Ogni altro criterio , se il sovrano sia stato giusto e mite o violento e crudele , se sia stato fedele o abbia mancato alla parola data , non é pertinente alla valutazione politica del suo operato . E’ una teoria di sconvolgente novità , veramente rivoluzionaria nel contesto della cultura occidentale . Machiavelli ha il coraggio di mettere in luce ciò che avviene realmente nella politica , non di delineare degli Stati ideali ” che non si sono mai visti essere in vero ” .
Oltre al campo autonomo su cui applica la nuova scienza , Machiavelli ne delinea chiaramente il metodo . Esso ha il suo principio fondamentale nell’ aderenza alla ” verità effettuale ” : solo mettendo insieme tutte le varie esperienze si può poi giungere a costruire principi generali . L’ esperienza per Machiavelli può essere di due tipi : quella diretta , ricavata dalla partecipazione personale alle vicende presenti , e quella ricavata dalla lettura degli autori antichi , definite, nella dedica del Principe ai Medici, rispettivamente

” esperienza delle cose moderne ” e ” lezione delle antique ” . ….Per quanto riguarda la sua concezione morale, gli uomini ai suoi occhi sono malvagi : ” ingrati , volubili , simulatori e dissimulatori , fuggitori de’ pericoli , cupidi di guadagno ” e “dimanticano più facilmente l’ uccisione del padre che la perdita del patrimonio” : la molla che li spinge é l’ interesse materiale e non sono i valori sentimentali disinteressati e nobili ((cfr. Freud e Moravia)). Tra tanti uomini malvagi il principe non deve nè può ” fare in tutte le parti la professione di buono ” perchè andrebbe incontro alla rovina : deve anche sapere essere ” non buono ” laddove lo richiedano le necessità dello Stato . Il vero politico agli occhi di Machiavelli deve essere un centauro , ossia un essere metà uomo e metà animale , deve cioè essere umano o feroce come una bestia a seconda delle situazioni . E’ interessante notare che Machiavelli distingue tra principi e tiranni : principe é chi usa metodi riprovevoli a fin di bene , in favore dello Stato ; tiranno , invece , é chi li usa senza che ci sia necessità . Per quel che riguarda il rapporto con la religione , a Machiavelli non interessa nella sua dimensione spirituale , come garanzia di salvezza , ma solo   come ” instrumentum regni ” , ossia come strumento di governo . Tuttavia nei Discorsi Machiavelli muove anche un biasimo alla religione , accusandola di essere spesso stata colpevole di rendere gli uomini miti e rassegnati , di far sì che essi svalutassero le cose terrene per guardare solo al cielo. ((La Chiesa cattolica è per lui colpevole di aver mantenuto l’Italia divisa per mantenere il suo dominio territoriale, chiamando in aiuto sovrani stranieri come Carlo Magno contro chiunque diventasse troppo potente)). La forma di governo che meglio compendia in sè l’ idea di Stato per Machiavelli é quella repubblicana , che argina e disciplina le forze anarchiche dell’ uomo . Il principato é per Machiavelli una forma d’ eccezione e transitoria , indispensabile solo in certi momenti , come quello che l’ Italia sta vivendo ai suoi tempi , per costruire uno Stato sufficientemente saldo . La forma repubblicana é la migliore perchè non si fonda su un solo uomo , ma ha istituzioni stabili e durature .

IL RAPPORTO VIRTU’ – FORTUNA

In Machiavelli si delineano due concezioni della virtù : la virtù eccezionale del singolo, del politico-eroe, che brilla nei momenti di eccezionale gravità, e la virtù del buon cittadino, che opera entro stabili istituzioni dello Stato In lui viene a confluire quella fiducia nella forza dell’uomo, che era stata patrimonio della civiltà comunale ((si pensi a Boccaccio)), ed era stata poi ereditata e consapevolmente teorizzata dalla civiltà umanistica ((e successivamente dal Rinascimento es. Ariosto)). Ma, proprio sulla scorta di questa tradizione di pensiero, Machiavelli sa bene che l’uomo nel suo agire ha precisi limiti, e deve fare i conti con una serie di fattori a lui esterni, e che non dipendono dalla sua volontà. Questi limiti assumono il volto capriccioso e incostante della fortuna ((in senso latino)). E’ questo un altro grande tema della civiltà umanistico-rinascimentale , che fa anch’esso la sua comparsa sin da Dante (per il quale aveva ancora significato religioso) e  Boccaccio . Dalla tradizione umanistica Machiavelli eredita la convinzione che l’uomo può fronteggiare vittoriosamente la fortuna. Egli ritene che essa sia arbitra solo della metà delle cose umane, e lasci regolare l’altra metà agli uomini. …….Si fronteggiano così, nel pensiero di Machiavelli, due forze gigantesche, la fortuna incostante , volubile , e la virtù umana , che è in grado di contrastarla, imbrigliarla, impedirle di far danno, piegarla ai propri fini. La “virtù“di cui parla Machiavelli è quindi un complesso di varie qualità: in primo luogo la perfetta conoscenza delle leggi generali dell’agire politico, ricavate, come sappiamo, sia dall’esperienza diretta sia della “lezione” della storia passata; in secondo luogo dalla capacità di applicare queste leggi ai casi concreti e particolari, prevedendo in base ad esse i comportamenti degli avversari e gli sviluppi delle situazioni, il mutare dei rapporti di forza, l’incidenza degli interessi dei singoli. Ma vi è ancora un terzo mondo per opporsi alla fortuna, e quindi un’altra dote che concorre a determinare la “virtù” umana: il “riscontrarsi” con i tempi, cioè la duttilità nell’adattare il proprio comportamento alle varie esigenze oggettive che via via si presentano, alle varie situazioni, ai vari contesti in cui si è obbligati ad operare. Ad esempio, in certe occasioni occorre agire con cautela e ponderatezza, in altre con impeto e ardimento, in certi casi occorre l’astuzia della volpe, in altri la forza del leone ((Cicerone)) E qui compare una nota pessimistica: questa duttilità è una dote altamente auspicabile, ma quasi mai si ritrova negli uomini.

“IL PRINCIPE”
Opera di Niccolò Machiavelli, certo la più letta e discussa, esaltata e vituperata, amata e odiata della letteratura politica di tutti i tempi. Fu scritta tra il luglio e il dicembre 1513, nella villa presso San Casciano, dove il Machiavelli, caduto in piena disgrazia dei Medici, nuovi padroni di Firenze, era costretto a vivere. L’opera uscì postuma: la prima edizione è del 1532….. Il trattato, assai breve, si compone di 26 capitoli, ed è di una ferrea concatenazione logica e di un ordito continuo senza interruzioni o digressioni. Lo schema generale è questo. I primi nove capitoli, rispondendo al quesito “come si crea e si forma un Principato”, analizzano il processo di costituzione varia dei principati; vi si aggiunge il X, che tratta della generale capacità di lotta di uno Stato contro il nemico esterno, mentre il cap. XI è dedicato a quel singolare tipo di principato ch’è lo Stato della Chiesa, per cui non valgono le leggi che regolano la vita degli altri Stati. Più particolarmente ancora, i capitoli III-V analizzano la conquista di nuove provincie da parte di uno Stato già formato e organizzato, mentre nei capitoli VI-IX si studia la formazione “ex novo” di un principato (come quelli di Francesco Sforza e di Cesare Borgia). Con i capitoli XII-XIV si entra invece nelle grandi e generali questioni di vita interna dello Stato, con particolare riferimenti all’ordinamento delle forze armate. E qui il Machiavelli, dopo avere svolto la sua aspra, tagliente critica delle milizie mercenarie e ausiliarie, dopo aver duramente e anche ingiustamente condannato i prìncipi italiani del suo tempo, passa a propugnare la necessità, per uno Stato, delle “Armi proprie”, quelle cioè che “sono composto o di sudditi o di cittadini o di creati tuoi”, e la necessità, per il principe, di pensare continuamente alla guerra….. Fatto questo, cioè effettuato l’ordinamento militare, il Machiavelli non vede più altre riforme generali da introdurre nello Stato: i problemi economici, finanziari, ecc. rimangono lontanissimi dal suo pensiero. E perciò egli trascorre a esaminare le questioni relative alla persona stessa del Principe, alle arti che egli devo usare per mantenersi in sella, alle qualità ch’egli deve avere. Si hanno quindi i capitoli XV-XXIII, dedicati esclusivamente alla figura del Principe. L’analisi del Machiavelli tocca in questa parte il massimo del realismo. …. Ecco i precetti del capitolo XVI: meglio esser ritenuto parsimonioso e non dissipare le ricchezze dello Stato, che liberale, e gravare poi di balzelli i sudditi; i precetti del capitolo XVII: meglio esser crudele a tempo, che inutilmente pietoso, meglio esser temuto e rispettato che amato e non sufficientemente rispettato. Il Principe deve però evitare di essere ritenuto odioso, commettendo crudeltà ingiustificate e infierendo contro le vite e i beni dei sudditi per vendetta personale, desiderio di ricchezza o paura. Ecco soprattutto i precetti famosi del capitolo XVIII, il più discusso e criticato dell’opera machiavelliana: necessità per il Principe di saper essere volpe e leone a un tempo, necessità per lui di non osservare la parola data (la fede) “quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la fecion promettere”, necessità di parere “pietoso, fedele, umano, intero, religioso”, ma saper anche non esserlo; necessità, insomma, di “non partirsi dal bene, potendo, ma saper intrare nel male, necessitato”. …..Finalmente, coi capitoli XXIV-XXVI si ha la connessione aperta del trattato con la situazione italiana nel momento. …..e l’esame delle cause per cui i prìncipi d’Italia hanno perso i loro Stati (capitolo XXIV), seguìto dall’analisi della fortuna, se cioè sia o no possibile all’energia e capacità dell’uomo resistere alla fortuna (cap. XXV), e finalmente dalla conclusione che in Italia è oggi possibile a un principe prudente e “virtuoso”, cioè capace, creare un nuovo, forte Stato, che possa garantire l’Italia contro le invasioni dei “barbari”, …. Machiavelli non pensa ancora all’unità politica dell’Italia: il principe nuovo ch’egli invoca dovrebbe mettersi sì a capo della lotta contro lo straniero, ma egli dominerebbe in realtà direttamente soltanto un forte Stato, probabilmente dell’Italia Centrale. E tuttavia l’invocazione machiavelliana è una delle più potenti espressioni nei secoli, dello spirito nazionale italiano. ….Dato che all’epoca non esisteva la democrazia, lo stato si incarna per lui nel principe, il quale, a sua volta, deve indirizzare ogni sua azione alla difesa dello stato e dei sudditi. Per questa ragione, Machiavelli è stato considerato il teorico della “ragion di stato”, cioè del principio per cui per un politico è possibile violare la legge e la morale se questo è considerato interesse vitale per lo stato e i diritti del singolo sono meno importanti di quelli della collettività. (Il fine giustifica i mezzi).