Donne e poesia nel Rinascimento italiano

DONNE E LETTERATURA NEL RINASCIMENTO ITALIANO
(per  la vita e le opere degli autori citati si vedano le ultime pagine del documento)

“Non basta, Signore, che il mondo ci tenga chiuse come in un recinto….e che non possiamo fare niente di importante e che non osiamo dire alcune verità su cui piangiamo in segreto….
Voi davvero siete giusto giudice e non come i giudici del mondo che, poichè sono tutti maschi, non c’è virtù di donna che non considerino sospetta”. (Santa Teresa d’Avila)

Buto Giovanni

Antonio Pucci

Antonio mia, di femina pavento//Però che femina è con ogni inganno.// Femina di natura è proprio affanno//Femina è d’ogni mal convento//Femina è dell’uom vergogna e danno//Femina mal pensa tutto l’anno//Femina è d’ogni ben struggimento//Femina e oeccare Adamo indusse….. La femina fa l’uom vivere contento/Gli uomini senza loro niente fanno/Trista la casa dove non ne stanno/Però che senza lor vi si fa stento/ Per ognuna ch’è rea ne sono cento/ che con gran pregio di virtute vanno // E quando son vestite di bel panno// Nostr’è l’onore, lor l’adornamento.// Ma gli uomini le tengon pur con busse//E senza colpa ognun par che si muova//A bestemmiar chi in casa gliel condusse//Tal vuol gran dota, che non val tre ova// E poi si pente che a ciò si ridusse// E tanto le vuol ben quant’ell’è nuova.//Perché di lor mi giova//Contra chi mal ne dice senza fallo//Difender vale a piede e a cavallo.
Antonio PUCCI           Non so vedere per che cagione i filosofi e gli altri uomini si dilettavano di dispregiare le femmine, conciosiacosachè ‘l Signore del cielo e della terra degnò venire di lei. Ancora, dopo la sua passione per la sua resurrezione apparì prima a lei che all’uomo….

 

Estratto da “http://it.wikipedia.org/wiki/Petrarchismo“Il petrarchismo nasce come fenomeno d’imitazione della poesia di Petrarca già sul finire del Trecento, per assumere sempre maggiore importanza nel Quattrocento e soprattutto nel Cinquecento. E’ un fenomeno di diffusione europea, che si riscontra nella lirica inglese (fino a Shakespeare), francese (Ronsard e i poeti della Pléiade) ed anche spagnola (Gongora). In Italia, il petrarchismo è nel sec. XV piuttosto libero e vario, come attestano le poesie di Boiardo, Poliziano, Lorenzo il Magnifico. Nel Cinquecento invece si verifica una cristallizzazione del modello petrarchesco presentato come esempio perfetto, soprattutto grazie all’opera di Pietro Bembo, nel quadro di una complessiva teorizzazione dei generi letterari. In particolare, il Bembo fissa i canoni principali e i valori formali della poesia lirica  nelle ‘Prose della volgar lingua’. In questo dialogo  il Bembo definisce i principali caratteri del petrarchismo:  il suo assunto principale è che la lingua italiana debba corrispondere al fiorentino della tradizione scritta fino a Petrarca e Boccaccio.Nell’elaborazione del Petrarchismo il Bembo delinea il concetto d’amore platonico che si risolve nel desiderio e nella contemplazione di una bellezza tutta ideale. Il vero amore deve tendere alla perfezione; in questo senso ‘bisogna evitare gli inutili amori mondani per cercare una felicità e una serenità immutabili, che soltanto l’amore più alto può dare, cioè quello divino’. Questo concetto influenzerà in modo significativo la lirica amorosa e perfino il modo di pensare di tutto il secolo XVI e verrà rivisitato e ripreso nei secoli a seguire.

RIDUZIONE DEL TESTO: “POESIA DEL CINQUECENTO”Poesia cortigiana e lirica d’amore nel Rinascimento italiano   a cura di Olivia Trioschi    Il  XVI secolo. fu l’epoca della Rinascenza, come riconobbero già molti contemporanei, … epoca maturata lentamente, sin da quando Dante indicava in Virgilio il suo maestro di eloquenza e bello stile; da quando Petrarca ritrovava le lettere di Cicerone, sepolte da secoli e polvere, aprendo la fase eroica della riscoperta dei classici e riscrivendo le sue epistole sul modello del grande romano; da quando Boccaccio raccoglieva intorno a sé giovani intellettuali formando un primo nucleo di quella “res publica literarum”, ideale repubblica di intelligenze cui sentivano di aderire tutti gli umanisti del primo Quattrocento. L’epoca in cui Pico della Mirandola scriveva: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato né un aspetto proprio né alcuna prerogativa tua perché quel posto, quell’aspetto e quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto”. Vivissima era la coscienza di una rottura rispetto al “buio” Medioevo, e la pregiudiziale negativa su questi mille anni di storia – Rinascita dell’uomo, dunque: che trova il suo epicentro, per una singolarissima e irripetibile coincidenza di uomini e contingenze storiche, prima nei comuni e poi nelle corti delle città italiane (da cui poi si irradierà in tutta Europa): luoghi di raffinata cultura e di orgoglio municipale, di elaborazione di altissimi ideali e di appetiti territoriali sfrenati; qui e ora comincia quella “ruina d’Italia” che sarà al centro delle meditazioni politiche di Machiavelli, che con acre ironia dimostrerà l’insania dei principi italiani, i quali pensavano – scriveva il fiorentino – che per conservare il proprio potere fosse sufficiente scrivere bei versi e ammirare bei quadri. E intanto l’Italia si avviava a diventare mira di nuovi appetiti, stranieri questa volta: e per tutta la prima metà del Cinquecento – con al centro quel 1527, anno del sacco di Roma, che mostrò al di là di ogni ragionevole dubbio la debolezza non solo dello Stato Pontificio ma dell’intera penisola – eserciti imperiali, francesi, svizzeri, spagnoli la percorsero in tutte le direzioni, devastando e saccheggiando. Intanto Raffaello lavora alle “Stanze”, Michelangelo affresca la volta della Sistina, Ariosto scrive l'”Orlando Furioso”, Leonardo è a Milano, intento all'”Ultima cena”; e poi Bembo definisce il modello petrarchesco e wscrive le Prose della Volgar Lingua, (…).
Baldesar Castiglione
** compone il “Cortegiano”. Chi è il cortigiano del Castiglione? Un nobiluomo, innanzi tutto (e già si misura in anni luce la distanza con le posizioni del primo umanesimo, dove alla nobilità del sangue si anteponeva quella dell’animo) che vive alla corte del principe, che non deve avere tanto a cuore le “humanae litterae” quanto la piacevolezza del dire, l’eleganza dell’abbigliamento, l’abilità della spada; che lungi dal poter incidere realmente sulla gestione della cosa pubblica, o sulle decisioni politiche, deve tuttavia cercare di guadagnarsi in virtù delle sue molteplici qualità cortigiane la fiducia del principe, orientandolo verso il bene: strenuo tentativo di dare ancora un senso civile e civico alla figura dell’intellettuale, che le vicende storiche portano fatalmente, invece, a essere il damerino vuoto e fatuo che troverà la sua più compiuta teorizzazione nel cronologicamente di poco successivo “Galateo” di Monsignor della Casa: dove l’eleganza, da fatto esornativo, diventa l’essenza stessa dell’essere cortigiano.

Abbiamo parlato sin qui di uomini e cortigiani; e le donne? Il Cinquecento italiano, tra l’altro, è il secolo delle poetesse: se ne contano nel volgere di cento anni più di quante non ne abbia conosciuto l’intera storia della letteratura, forse mondiale, sino a quel momento. Il Cinquecento, infatti, è anche il secolo di Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Gaspara Stampa, Veronica Franco, Tullia d’Aragona, e molte, moltissime altre. Parecchie di loro furono, oltre che poetesse, cortigiane. L’aggettivo, declinato al femminile, assume nell’Italia del Cinquecento significato tutto particolare che pure va subito esplicitato: cortigiane, infatti, non sono più le dame di compagnia, le accompagnatrici addette alla corte dei principi, che difatti d’ora in poi saranno chiamate “dame di corte”, ma le prostitute.

E’ vero che nel suo “Cortegiano” il Castiglione dedica un intero libro, il terzo, alla descrizione della dama di corte; ed è altrettanto vero che in realtà tutto il “Cortegiano”mal ruota attorno alla figura delle due nobildonne, la duchessa e la sua dama di compagnia, che distribuiscono i ruoli agli illustri interlocutori, interrompono gli oratori troppo prolissi o noiosi, insomma conducono il gioco; ma il ritratto della donna che ne emerge è quello di una creatura gentile che, in fin dei conti, deve saper stare al suo posto (inferiore) poiché ciò che le si addice non è la “virilità soda e ferma” dell’uomo bensì una “tenerezza molle e delicata” grazie alla quale coltivare nozioni di letteratura, musica e pittura, tali da renderla una piacevole conversatrice da salotto; il salotto, beninteso, della sua casa di donna maritata, dove è opportunamente controllata da stuoli di servitori e da cui non esce se non debitamente accompagnata (e quindi ancora una volta controllata).

Le donne al centro di tutta la lirica d’amore del secolo, di tutti i sonetti dei poeti petrarchisti, sono quindi assai più creature idealizzate (non diversamente da quello che accadeva alle dame dei trovatori di Provenza di quattro secoli prima) che non esseri reali, vivi e veri.

Il “divino”, come lo chiamò l’Ariosto, Pietro Aretino, ricattatore e verseggiatore geniale che non a caso dimorò a lungo sia a Roma che a Venezia, alle cortigiane dedicò i suoi celebri “Ragionamenti“, ovvero il dialogo tra la cortigiana Nanna e la figlia Pippa, che viene istruita sull’arte della prostituzione. Da un certo punto di vista i “Ragionamenti” rientrano a pieno titolo nella trattastica del tempo: non solo sono in forma dialogica ma in più si occupano, tutto sommato, di “formazione umana”: così come il Castiglione delineava il tipo umano del cortigiano, allo stesso modo l’Aretino, per bocca della Nanna, fornisce precise istruzioni sulla teoria e la pratica dell’arte cortigiana, dai mille trucchi e imbroglio necessari alla prostituta per ricavare dal cliente il meglio in cambio del meno possibile, alle altrettante insidie da cui la vera professionista si deve guardare per conservare i suoi “beni al sole” e il suo buon nome. Il risultato è un quadro spietatamente realistico dei costumi del tempo, dove l’indulgenza al riso licenzioso e alla vera e propria oscenità si mescolano alla feroce irrisione dell’ipocrita moralità di una società che condanna la prostituzione ma al tempo stesso la crea e la incentiva.

Secondo alcuni  la maggiore poetessa italiana in assoluto è  Gaspara Stampa, nata a Padova nel 1523. Il padre è un gioielliere agiato che desidera per lei e per gli altri due figli, un maschio e una femmina, un’educazione raffinata: giovanissima comincia a studiare musica e metrica. Ma il padre muore presto, e la madre Cecilia si trasferisce con i figli a Venezia, decisa ad assicurare loro l’educazione iniziata sotto la guida paterna. Presto la fama di Gaspara supera quella di Cassandra: è chiamata “musica eccellente”, si infittiscono opere letterarie a lei dedicate, è cantata come donna bellissima. E’ nel pieno della giovinezza e della fama quando, nel 1548, conosce l’uomo che amerà appassionatamente e a cui dedicherà il suo “Canzoniere”: il conte Collaltino di Collalto, giovane patrizio molto compiaciuto dei suoi capelli biondi e della sua prestanza fisica, molto impegnato a seguire le armate di Enrico II di Francia, di cui è capitano, molto spesso lontano da Venezia. La relazione dura tre anni durante i quali, a differenza dell’amato, Gaspara non si sposta dalla Serenissima; ma la sua fama cresce, e anche la sua consapevolezza di poetessa. I versi del suo canzoniere seguono questa vicenda con espressioni di autenticità appena mitigate dai dettami della maniera petrarchista: la poetessa indaga ed esprime tutti i moti del suo cuore, dalla pienezza di un amore vissuto (e non solo sognato o idealizzato fino alle platoniche astrazioni religiose) al timore di perdere la sua felicità, timore che pure accetta perché in esso avverte molecole di felicità; d’altro canto, nell’accorgersi del proprio valore di poetessa assegna al conte il merito di tanta creatività, ma non manca di pensare alla gloria che le può derivare dal suo stile, che è frutto solo del suo ingegno e del suo cuore: con il rattenuto orgoglio della donna che per convenzione sociale sa di non potersi esporre troppo (alle donne si richiedeva, come sappiamo, soprattutto delicatezza e discrezione) ma al contempo ha forza abbastanza per rivendicare a se stessa quella centralità e dignità di cui parlavano gli intellettuali del Rinascimento. Collalto finisce con lo sposare una donna del suo rango, e Gaspara è sola, ma non per molto: di nuovo s’accende d’amore per un altro veneziano del quale si conosce solo il nome: Bartolomeo Zen; la breve vita della donna, però, è giunta alla fine: nel 1554 muore.  Le donne, stabiliva la Serenissima, o vivevano coi mariti o erano meretrici. Che dire allora di questa donna giovane, bella, intelligente e sola? Che la sua era quanto meno una situazione da irregolare, nella quale le lodi potevano confinare pericolosamente con la pubblica condanna, o peggio; e che la sua libertà, voluta e patita al tempo stesso, trovava nella dimensione amorosa il terreno più sicuro (perché consacrato dalla lirica d’amore del tempo) e allo stesso tempo più pericoloso

ISABELLA DI MORRA (di G. Caserta)  Nel cupo e profondo Sud del cinquecento, una giovane donna viveva le tragiche conseguenze di una guerra europea, con la quale Francia e Spagna si contendevano l’egemonia del mondo. Erano i tempi di Francesco I e Carlo V. Un piccolo barone della provincia della Basilicata più interna, Giovan Michele Morra, signore di Favale (l’attuale Valsinni), sceglieva la causa della Francia, ma si ritrovava tra i vinti ed era perciò costretto a rifugiarsi a Parigi. Era il 1528. Nella lontana Favale, rinchiusi nel castello arroccato sulle ultime propaggini del Pollino, restavano la moglie e sette degli otto figli, tra cui la terzogenita Isabella, nata probabilmente intorno al 1516. Anima delicata e gentile, formatasi nella lettura dei classici e del Petrarca, Isabella vide inesorabilmente sfiorire la sua giovinezza nella bruta realtà del luogo e dei tempi. Non le restava che l’invettiva contro l’empia Fortuna e la disperata confessione della sua sofferenza, cui più tardi seguì la rassegnazione cristiana.. Ma fu proprio nel bel mezzo della trovata pace religiosa che, all’orizzonte della giovane donna, apparve la figura fascinosa del poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, sposato e padre di tre figli, signore della vicina Bollita (attuale Nova Siri). Che tra i due poeti si sia instaurata una semplice corrispondenza letteraria, o che ci fosse una vera relazione amorosa, non si saprà mai. Quel che è certo è che la gente parlava e le dicerie giunsero alle orecchie dei fratelli di Isabella, tre dei quali, associando ai morivi di “onore” quelli politici, concepirono ed attuarono una sanguinosa vendetta. I primi ad essere assassinati, nell’autunno/inverno del 1545, furono Isabella Morra ed il suo pedagogo, scoperto, secondo una cronaca di famiglia pubblicata nel 1629, nel portare ad Isabella alcune carte di Diego Sandoval. Quest’ultimo veniva ucciso l’anno successivo, in un agguato tesogli nel bosco di Noia (l’attuale Noepoli). Quindi i tre fratelli ripararono in Francia.
La produzione poetica di Isabella Morra a noi pervenuta sta tutta nel Canzoniere, breve quanto intenso e diverso da tutti gli altri contemporanei. Esso, composto di dieci sonetti e tre canzoni, fu ritrovato secondo Benedetto Croce dalla polizia spagnola, tra le carte della giovane assassinata. La fama sopraggiunse ben presto, perché il nome di Isabella cominciò subito a circolare, “sexum superando”, come dice il nipote Marcantonio, cioè superando i limiti e gli ostacoli legati alla condizione femminile. E se in seguito, per circa tre secoli, di lei poco si sentì parlare, oggi, riscoperta dal Croce, è riconosciuta come una delle voci più originali della lirica cinquecentesca italiana.

 

Rime VII Rime XI
Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtute e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.
Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunq’io arresti, ovunqu’io mova i passi;
chè Fortuna, che mai salda non stassi,
cresce ogn’or il mio male, ogn’or l’eterna.Deh, mentre chì’io mi lagno e giorno e notte,
o fere. o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,ulule, e voi del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d’altro miserando fine.D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.
Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare. Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento. Contra Fortuna alor spargo querela,
cd ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.
Ecco che ancora una volta, valle infernale, fiume alpestre, montagne scoscese, spiriti privi di ogni virtù, sentirete il mio pianto e il mio dolore eterno. Ogni mote mi udirà, ogni caverna, ovunque io mi fermi, ovunque muova i passi,perchè la sorte, che è sempre mutevole sempre accresce ed eterna il mio male. E mentre io mi lamento giorno e notte, bestie selvatiche, pietre, luoghi orridi e aridi, selve solitarie, grotte solitarie, uccelli rapaci e voi civette, che sentite la nostra morte, piangete con me a voci alte e interrotte la mia fine più misera di qualunque altra.Da un’alta motagna dalla quale si vede il mare, guardo spesso, io, tua figlia Isabella, se compare all’orizzonte qualche nave che mi porti notizie di te, o padre!Ma la mia sorte avversa e dolorosa non vuole che alcun conforto entri nel mio animo, ma, ladra di pietà, trasforma il sollievo in sofferenza. Perchè io non vedo in mare nè remi nè vele (è così deserta questa spiaggia dolorosa) che fendano le onde o siano gonfiata dal vento. Inveisco allora contro il destino e ho in odio questo posto come unico motivo del mio tormento.

VITTORIA COLONNA Appartenente alla nobile famiglia dei Colonna in quanto figlia di Fabrizio Colonna e di Agnese di Montefeltro, dei Duchi di Urbino. Ella stessa ebbe il titolo di marchesa di Pescara. I Colonna erano, in quegli anni, alleati della famiglia D’Avalos e, per suggellare tale alleanza, concordarono il matrimonio fra Vittoria e Ferdinando Francesco quando ancora erano bambini. I due si sposarono ad Ischia, nel Castello Aragonese. Il soggiorno di Vittoria Colonna ad Ischia coincise con un momento culturalmente assai felice per l’isola: la poetessa fu infatti circondata dai migliori artisti e letterati del secolo, tra cui Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto, I(…) Bernardo Tasso, Annibale Caro l’Aretino e molti altri. Il matrimonio con D’Avalos, sebbene combinato per servire le politiche di famiglia, riuscì anche dal punto di vista sentimentale ma Ferdinando Francesco presto partì in guerra agli ordini del suocero per combattere per la Spagna contro la Francia. Fu preso prigioniero e deportato in Francia,  successivamente, divenne un ufficiale dell’esercito di Carlo V e rimase gravemente ferito. Vittoria partì subito per raggiungerlo ma la notizia della sua morte la raggiunse mentre era in viaggio. Cadde in depressione e meditò il suicidio ma riuscì a superarla anche grazie alla vicinanza dei suoi amici.
Decise di ritirarsi in convento a Roma (anche se per sua fortuna non era presente nel 1527, anno del “sacco”; soccorse poi la popolazione a spese sue e riscattò dei prigionieri) e strinse amicizie con varie personalità ecclesiastiche che alimentavano una corrente di riforma all’interno della Chiesa Cattolica, tra cui, soprattutto, Juan de Valdés.
Divenne amica di Michelangelo Buonarroti che la stimò enormemente e su cui ebbe una grande influenza e a Roma nel 1547 la colse la morte che, probabilmente, le risparmiò un’inchiesta dell’inquisizione che perseguitò molti dei suoi amici.

 

Quel vincolo in cui il mio felice destino per volontà del Cielo mi ha legata, con mio grandissimo dolore è stato sciolto dalla morte crudele. La sofferenza è stata così gravosa e difficile da sopportare che ha cancellato all’improvviso ogni mia gioia e, se non fosse stato per la ragione, che infine ha vinto, avrei reso corta la mia vita. Ma il timore di perdere la salvezza e di andare in un luogo troppo lontano da quello in cui il bel viso risplende più di ogni stella  ha mitigato il dolore, perchè nessun altro espediente poteva farlo. Io vivo sperando  di rivedere in Paradiso quell’anima più bella di ogni altra. Quel nodo, in cui la mia beata sorteQuel nodo, in cui la mia beata sorte
per ordine del Ciel legommi e strinse,
con grave mio dolor sciolse e devinse
quella crudel che ‘l mondo chiama Morte,e fu l’affanno sì gravoso e forte
che tutti i miei piaceri a un tratto estinse,
e, se non che ragione alfin pur vinse,
fatto avrei mie giornate e brevi e corte,Ma tema sol di non andar in parte
troppo lontana a quella ove ‘l bel viso
risplende sopra ogni lucente stellamitigato ha ‘l dolor, che ‘ngegno od arte
far nol potea, sperando in Paradiso
l’alma veder oltra le belle bella.

 

Michelangelo Buonarroti A Vittoria Colonna  Un uomo in una donna, anzi uno dio,//per la sua bocca parla,//ond’io per ascoltarla//son fatto tal, che ma’  più sarò mio.//I’ credo ben, po’ ch’io//a me da lei fu’ tolto,//fuor di me stesso aver di me pietate;//sì sopra ‘l van desìo//mi sprona il suo bel volto,//ch’io veggio morte in ogni altra beltate//O donna che passate//per acque e foco l’almea’ liei giorni,//deh, fate c’a me stesso più non torni.

Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ’l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso.

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.

……..

LE DONNE E LA LETTERATURA  Come in ogni campo, anche in quello della poesia oggi le donne stanno recuperando un ritardo di secoli.
Guardando indietro nella storia, pochissimi nomi di poetesse si sono affiancati a quelli degli uomini e di alcune che avrebbero potuto essere alla medesima altezza è rimasta appena una traccia.
Dal tempo di Saffo, per molti secoli c’è stato il silenzio e, più tardi, poche poetesse hanno potuto mettersi in evidenza trovando un posto, pur se piccolo, nella letteratura; si può pensare, a questo proposito, ad alcune poetesse rinascimentali, da Vittoria Colonna a Veronica Gambara a Gaspara Stampa, le quali, comunque, si caratterizzano per l’adozione e la riproduzione del modello spirituale e letterario elaborato nell’ambito della cultura maschile, fuori dalla quale non sarebbe mai stata loro riconosciuta alcuna dignità.
La donna era costretta da codici e regole nell’ambito familiare, non aveva accesso agli studi e dunque, salvo
gli esempi citati, non poteva educare il suo “afflato poetico”.
E anche sulla fortuna editoriale e critica di Gaspara Stampa, per esempio, ha pesato a lungo la valutazione morale che si accompagna alla definizione di “cortigiana”; siamo nel cuore di quel Rinascimento che col Castiglione esalta la figura e il ruolo, anche etico, del “cortigiano”; ma quello stesso termine, declinato al femminile, perde tale valore e si carica di una valenza ambigua e moralmente riprovevole, allo stesso modo in cui, nel comune parlare e sentire, hanno un significato diverso le definizioni di uomo libero e donna libera; nel primo caso si parla di libertà d’ingegno, nel secondo di facilità dei costumi. (La donna sembra legata alla sua funzione sessuale-materna)
……
Le artiste di cui parlo godettero di un privilegio eccezionale non solo per l’epoca, ma, purtroppo, confermato dall’esperienza di molte donne anche nei secoli successivi. Questo privilegio è quello di poter accedere agli studi e di poter approfondire scienza e coscienza.
Anche in tempi successivi, quello che continuerà a mancare alle donne scrittrici non sono l’ispirazione o la volontà di far sentire la loro voce, ma le occasioni e la possibilità di farlo in modo autonomo e socialmente accettato; si potrebbe dire che alle donne è mancato anche lo spazio. Virginia Woolf in “una stanza tutta per se” sottolinea come uno dei principali ostacoli che si frappongono tra la donna e la scrittura sia proprio la mancanza di uno spazio personale e libero dove dedicare tempo e concentrazione all’elaborazione letteraria del proprio pensiero. Jane Austin non ebbe mai “una stanza tutta per se”; scriveva infatti nel salotto di casa su foglietti volanti che potevano essere nascosti alla minima intrusione e non voleva mai che i cardini della porta fossero oliati per essere avvertita in tempo e non essere sorpresa in questa attività segreta.
Nel suo bellissimo saggio, la Woolf asserisce, tra l’altro, che lo scrittore è il prodotto delle circostanze vissute e che le condizioni materiali in cui vive sono di cruciale importanza per la sua scrittura. Da qui la riflessione sulla concreta condizione di donne cui era negata a priori la possibilità di avere un’educazione e che, anche se fossero riuscite a scrivere qualcosa, magari sotto uno pseudonimo maschile per avere una minima possibilità di essere prese sul serio, non avrebbero in ogni caso potuto ricevere i benefici economici del loro lavoro, visto che, fino al 1882, ogni proprietà di una moglie spettava di diritto al marito; non è banale il consiglio che l’autrice da alle aspiranti scrittrici di procurarsi prima di tutto una rendita e un tetto propri.
Infine, e torno nuovamente indietro nel tempo, mi vengono in mente le parole di Santa Teresa D’Avila che, nella seconda metà del 500 rischiò di essere tradotta davanti all’Inquisizione perchè non si atteneva al motto paolino “taceant mulieres” sull’inferiorità della donna e si vide cancellare dalla censura ecclesiastica.
“Non basta, Signore, che il mondo ci tenga chiuse come in un recinto….e che non possiamo fare niente di importante e che non osiamo dire alcune verità su cui piangiamo in segreto….
Voi davvero siete giusto giudice e non come i giudici del mondo che, poichè sono tutti maschi, non c’è virtù di donna che non considerino sospetta”.
MONICA  Edited by – Monica on Feb 13 2003

DATI  BIOGRAFICI E OPERE Riduzione da http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Pucci_(poeta)
Antonio Pucci (Firenze, 1310 circa – Firenze, 1388) è stato un poeta italiano, appartenente alla famosa famiglia dei Pucci.La sua professione ufficiale fu quella di fonditore di campane, oltre che di trombettiere del Comune; la poesia fu però molto importante per lui, un popolano autodidatta.La sua opera principale fu il Centiloquio, in cui versificò in terzine la Cronica di Giovanni Villani. Si ricordano anche Le proprietà di Mercato Vecchio, dove diede una vivace immagine della vita fiorentina di quel tempo, varie poesie “in biasimo” e “in difesa” delle donne.
Riduzione da http://it.wikipedia.org/wiki/Baldassarre_CastiglioneBaldassare o Baldessar di Castiglione (Casatico, Mantova 1478 – Toledo 1529) è stato uno scrittore e diplomatico italiano. La sua prosa è considerata una delle più alte espressioni del Rinascimento italiano. Soggiornò in molte corti, tra cui quella di Francesco II Gonzaga a Mantova, quella di Guidobaldo da Montefeltro a Urbino e quella di Ludovico il Moro a Milano. Al tempo del sacco di Roma fu nunzio apostolico per papa Clemente VII. La sua opera più famosa è Il Cortegiano, pubblicato nel 1528 e ambientato presso la corte d’Urbino, ma scritto solo in seguito al soggiorno in quest’ultima. Si tratta della trattazione, in forma dialogata, di quali siano gli atteggiamenti più consoni a un uomo di corte e a una “dama di palazzo“, dei quali l’autore riporta raffinate ed equilibrate conversazioni che immagina si tengano durante serate di festa alla corte dei Montefeltro, attorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga. Nel 1521 Castiglione abbracciò la vita ecclesiastica e nel 1524 fu nominato da Leone X nunzio apostolico a Madrid. I rapporti tra Spagna e Chiesa purtroppo precipitarono rapidamente, giungendo ad una esplicita contrapposizione tra Papa e Imperatore, che ebbe come devastante esito il Sacco di Roma del 1527; Castiglione fu accusato di avere pesanti responsabilità nella condotta diplomatica tra Spagna e Chiesa e rimase in Spagna fino alla morte. Si dice che Carlo V, informato della scomparsa del nunzio, commentasse l’evento luttuoso con parole che lapidariamente riassumevano l’intera sua esperienza di uomo e di scrittore: «Yo vos digo que es muerto uno de los mejores caballeros del mundo».
PIETRO BEMBO Riduzione da  http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bembo/index.htm Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470….Dopo aver fatto la spola tra Ferrara (dove intrecciò una relazione con Lucrezia Borgia), Roma e Venezia , nel 1508 si trasferì ad Urbino ed abbracciò la carriera ecclesiastica pur avendo successivamente relazioni con una donna chiamata  la Morosina, la madre dei suoi tre figli .  Nel frattempo uscirono alcuni suoi scritti, : le Prose della volgar lingua (1525); la seconda edizione degli Asolani (1530); una raccolta di Rime e Dialoghi in latino (1530). A Roma, dove venne nominato cardinale e poi vescovo. Morì a Roma nel 1547. Pietro Bembo costituì una figura cardine del Rinascimento italiano in quanto fu un eminente teorico nell’ambito del dibattito sulla “questione della lingua” (tesi arcaicizzante, tesi del toscano letterario), dell'”imitazione” (tesi dell’ottimo modello) e del rinnovamento e riutilizzazione del petrarchismo.   Note biografiche a cura di Maria Agostinelli. Approfondimento: la questione della lingua / a cura di Giuseppe D’Emilio)
L’espressione “questione della lingua” si riferisce al dibattito culturale svoltosi, all’inizio del Cinquecento, per definire quali caratteristiche dovesse avere la lingua letteraria italiana. Vari studiosi contribuirono alla discussione; prevalse infine proposta di Bembo, esposta nelle Prose della volgar lingua (1525): utilizzare la lingua usata da Petrarca per le opere in versi, quella di Boccaccio per i testi in prosa. La proposta di Bembo si rivelò presto vincente: già Ariosto modificò l’Orlando Furioso nell’edizione del 1532, sulla base delle teorie di Bembo.
Riduzione da   http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Della_Casa Giovanni Della Casa, più conosciuto come Monsignor Della Casa o Monsignor Dellacasa (Firenze, 28 luglio 1503Roma, 14 novembre 1556), è stato un religioso, letterato e scrittore italiano, noto non solo agli studiosi soprattutto come autore del manuale di belle maniere Galateo overo de’ costumi (scritto probabilmente dopo il 1551 ma pubblicato postumo nel 1558), che fin dalla pubblicazione godette di grande successo. Intraprese la carriera ecclesiastica a RomaPaolo III lo nominò nunzio apostolico a Venezia. Il Della Casa, che era già conosciuto per la vita mondana, a Venezia trovò il palco ideale delle sue aspirazioni, con il suo palazzetto sul Canal Grande che divenne il luogo d’incontro della migliore nobiltà veneziana assieme ad artisti, poeti e letterati, e divenne lui padre di un figliuolo veneziano. Giovanni Della Casa introdusse il tribunale dell’Inquisizione in Veneto e si occupò dei primi processi contro i riformisti. Nel 1548 compilò un Indice dei libri proibiti, finora mai tradotto. Con la morte del suo protettore Alessandro Farnese e l’elezione di Papa Giulio III cadde in disgrazia. Morì a Roma nel 1556.
Riduzione da http://it.wikipedia.org/wiki/Sonetto   Il sonetto è un breve componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana, il cui nome deriva dal provenzale sonet (suono, melodia) che si riferiva in genere a una canzone con l’accompagnamento della musica.Nella sua forma tipica, è composto di quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine (“fronte“) a rima alternata o incrociata e in due terzine (“sirma“) a rima varia. Si ritiene che esso sia stato inventato da Jacopo da Lentini verso la metà del duecento sulla base di una stanza isolata di canzone, in modo che la struttura metrica formata da quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine, sia identica a quella di una stanza con fronte di due piedi e sirma di due volte senza concatenazione.
Riduzione da http://www.splash.it/cultura/letteratura/retorica_e_metrica/madrigale.htm Madrigale Termine di incerta origine, con cui si designa un componimento metrico diffusosi nella lirica sin dalla fine del Duecento. Anticamente fu detto madriale, termine forse derivante da madria (mandria) con riferimento all’origine pastorale della poesia. Dapprima fu costituito da due o tre terzine di endecasillabi seguite da uno o due distici a rima baciata (ABA BCB CDC EE FF). Il madrigale assurse a dignità letteraria con il Petrarca. Dal XVI secolo in poi il madrigale si trasformò sia nella forma nella forma metrica, divenendo un componimento formato da endecasillabi e settenari variamente disposti, sia nel contenuto, che fu caratterizzato da complimenti alle dame e battute argute.