Ariosto e Tasso

LUDOVICO ARIOSTO

Da Wikipedia

Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia nel 1474.

Dopo avervi studiato legge, entrò fra gli stipendiati della Corte di Ferrara, presso la quale conobbe Pietro Bembo. Nel 1500 gli morì il padre e la numerosa famiglia passò sotto la sua responsabilità, tre anni dopo gli nacque un figlio da una non meglio nota Maria.

Negli anni successivi fu al servizio del cardinale Ippolito II D’Este per il quale compì varie ambascerie e con il quale ebbe un rapporto alquanto contrastato; nel frattempo uscirono le sue prime commedie e gli nacque un altro figlio da Orsolina Sassomarino. Dopo aver inutilmente tentato di ottenere benefici dall’elezione di papa Leone X e dopo la prima stesura del Furioso, lasciò il servizio presso il cardinale Ippolito e divenne uno stipendiato del duca Alfonso D’Este.

Proprio al servizio del duca, fu commissario ducale in Garfagnana dove, dopo un periodo di forte scoramento, riuscì a ben districarsi all’interno della difficile situazione di quella regione. Rientrato a Ferrara, assolse incarichi a lui più graditi come organizzatore di spettacoli di Corte. Nel 1527 sposò segretamente Alessandra Benucci.

Morì nel 1533 a Ferrara.

Molto si è discusso sul carattere di Ludovico Ariosto, un autore fin troppo soffocato da una fuorviante tradizione della critica: Ariosto sornione, appartato, contemplativo, concentrato esclusivamente sui suoi universi fantastici. Oggi questa visione può dirsi abbandonata a favore di un’analisi della saggezza dell’autore in termini di conquista sofferta e ottenuta tramite una continua pratica: un’analisi che pone sotto una diversa luce la sua stessa opera.

Dalla “Satira 1” (OLIPROJECT)

Se avermi dato onde ogni quattro mesi

ho venticinque scudi, né sì fermi

240 che molte volte non mi sien contesi,

mi debbe incatenar, schiavo tenermi,

ubligarmi ch’io sudi e tremi senza

rispetto alcun, ch’io moia o ch’io me ‘nfermi,

non gli lasciate aver questa credenza;

245 ditegli che più tosto ch’esser servo

torrò la povertade in pazïenza.

Uno asino fu già, ch’ogni osso e nervo

mostrava di magrezza, e entrò, pel rotto

del muro, ove di grano era uno acervo;

250 e tanto ne mangiò, che l’epa sotto

si fece più d’una gran botte grossa

fin che fu sazio, e non però di botto.

Temendo poi che gli sien péste l’ossa,

si sforza di tornar dove entrato era,

255 ma par che ‘l buco più capir nol possa.

Mentre s’affanna, e uscire indarno spera,

gli disse un topolino: «Se vuoi quinci

uscir, tràtti; compar, quella panciera:

a vomitar bisogna che cominci

260 ciò c’hai nel corpo, e che ritorni macro,

altrimenti quel buco mai non vinci».

Or, conchiudendo, dico che, se ‘l sacro

Cardinal comperato avermi stima

con li suoi doni, non mi è acerbo et acro

265 renderli, e tòr la libertà mia prima.

http://www.skuola.net/appunti-italiano/ariosto-ludovico/orlando-furioso/orlando.html

BREVE RIASSUNTO DELL’ORLANDO FURIOSO

http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20090111020007AAR5mTf

L’ Orlando furioso ha gli antefatti nell’Orlando Innamorato di Boiardo. Orlando e Rinaldo due cavalieri cristiani (cugini) sono innamorati di Angelica. L’imperatore Carlo, per far cessare i conflitti tra i due, rapisce Angelica e l’affida ad un conte, promettendola in sposa a chi ucciderà più infedeli, ma Angelica scappa. Orlando e Rinaldo si allontanano dal campo di battaglia per cercarla. Orlando  vive una serie di avventure: sull’isola Ebuda libera Olimpia che era stata legata ad un scoglio e data in pasto ad un’orca e aiuta una giovane donna chiusa in una grotta da alcuni malfattori. Per un sortilegio è intrappolato nel castello del mago Atlante. Riesce ad uscire e arriva in un bosco, qui affrontando un saraceno viene a conoscere (dalle iniziali dentro un cuore che i due avevano inciso sugli alberi) della storia d’amore di Angelica e Medoro (paladino saraceno). Allora esce di senno, abbatte alberi e distrugge villaggi, attraversa a nuoto lo stretto di Gibilterra e arriva in Africa dove i compagni lo riconosco, Astolfo, guidato da San Giovanni va a recuperare il senno sulla luna e Orlando rientrato in se stesso può ricominciare a combattere. Nel frattempo, infatti, gli arabi hanno fatto stragi di cristiani. Tornati i due cavalieri (nel frattempo Rinaldo aveva dimenticato angelica bevendo dalla fonte del disamore) i cristiani riescono ad avere la meglio. Contemporaneamente, Rugg(i)ero paladino saraceno si era innamorato (già nell’ Innamorato) di Bradamante, sorella di Rinaldo. I due si erano persi di vista e si stannno cercando. Anche Ruggiero è prigioniero del castello di Atlante ma riesce a scappare, portato via da un ippogrifo che lo porta all’isola della maga Alcina, di cui Ruggiero si innamora. Capisce, però che si tratta dell’ennesimo sortilegio, riesce a scappare e giunge ad Ebuda dove libera Angelica dall’orca e se ne innamora, ma Angelica scappa . Si ritrova quindi in un altro castello di Atlante, qui c’è anche Bradamante, i due si promettono amore eterno, ma sono di nuovo allontanati dall ennesimo scontro cristiani/arabi. Tra i saraceni c’è una donna Marfisa di cui Bradamante è gelosa. Ma Atlante rivela che Ruggiero e Marfisa sono fratelli e hanno origini cristiane. Dopo una serie di peripezie Ruggiero si converte al cristianesimo e può sposare la donna amata. Questa però è stata promessa in sposa a Leone, figlio dell’imperatore di Bisanzio. Bradamante decide di sposare chi vincerà in duello. Leone per assicurarsi la vittoria fa rapire Ruggiero perchè combatta al posto suo. Ruggiero confessa la sua storia e Leone commosso rinuncia alla donna. I due possono finalmente sposarsi dando origine alla casata estense (anche se presto Ruggero morirà, come aveva predetto una profezia)

SI RINGRAZIA PER IL SEGUENTE TESTO  OLIPROJECT   http://www.oilproject.org/lezione/ludovico-ariosto-orlando-furioso-ruggero-bradamante-4508.html

Introduzione

Nel corso dell’Orlando furioso, Ariosto inserisce due momenti in cui le vicende principali – la guerra tra i Franchi e i Mori e la ricerca di Angelica da parte dei protagonisti – si interrompono, provocando una deviazione del percorso narrativo del poema e delle vicende di diversi personaggi.

Il primo castello di Atlante

Si tratta dei due castelli-trappola creati dal mago Atlante, tutore di Ruggiero. Il mago, conoscendo la profezia della morte del guerriero dopo le sue nozze con Bradamante e la conversione al cristianesimo, lo intrappola in due diversi castelli incantati, nei quali vengono attirati con l’inganno diversi paladini, tra cui lo stesso Orlando. Il castello, fatto d’acciaio e situato sui Pirenei, è praticamente inespugnabile, in quanto creato dalla magia di Atlante. Solo Bradamante, con un anello magico sottratto a Brunello su indicazione della maga Melissa, può accedervi. Qui Atlante, spinto da sincero amore paterno per Ruggiero, rapisce giovani fanciulle per attirare i cavalieri nel magico edificio con la promessa di piaceri e dolce compagnia. Quando Bradamante vi penetra, nel quarto canto, sfrutta i poteri del suo anello per annullare gli effetti della magia di Atlante. Quest’ultimo combatte poi a cavallo di un ippogrifo, una creatura mitologica nata dall’incrocio tra un cavallo e un’aquila 6, e con l’uso di uno scudo magico che acceca e stordisce gli avversari 7. Quando Bradamante lo sconfigge, Atlante spiega le ragioni del proprio comportamento, svelando la profezia che grava sul capo di Ruggiero e promettendo tutti i propri beni in cambio dell’amato:

“Né per maligna intenzïone, ahi lasso!
(disse piangendo il vecchio incantatore)
feci la bella ròcca in cima al sasso,
né per avidità son rubatore;
ma per ritrar sol dall’estremo passo
un cavallier gentil, mi mosse amore,
che, come il ciel mi mostra, in tempo breve
morir cristiano a tradimento deve.

[…] Deh, se non hai del viso il cor men bello,
non impedir il mio consiglio onesto!
Piglia lo scudo (ch’io tel dono) e quello
destrier che va per l’aria così presto;
e non t’impacciar oltra nel castello,
o tranne uno o duo amici, e lascia il resto;
o tranne tutti gli altri, e più non chero,
se non che tu mi lasci il mio Ruggiero”.

Il secondo castello di Atlante

Il secondo castello di Atlante appare nel dodicesimo canto. L’incantesimo del mago è qui più potente: in questo nuovo luogo magico i cavalieri sono attirati dalle loro stesse ossessioni che prendono forma in un’immagine sfuggente ed irreale, ma al tempo stesso irresistibile e seducente. I paladini che entrano nel castello dimenticano tutto, concentrandosi nella ricerca del loro oggetto di piacere; così Orlando rimane imprigionato nel castello, inseguendo l’immagine di Angelica 8. Se nel primo castello erano i piaceri esterni ad attirare i cavalieri, qui invece sono le loro fantasie e le loro ossessioni a portare all’oblio e alla follia i paladini.

Questi due luoghi si presentano come momenti necessari per la formazione di Ruggiero, eroe destinato alla morte prematura, ma anche alla fondazione della famiglia degli Estensi. A rompere quest’incantesimo è proprio – ironia della sorte – l’oggetto del desiderio di tutti i personaggi. Angelica, impadronitasi dell’anello magico che dona l’invisibilità, spezza l’incantesimo del mago, e dà la libertà a tutti, permettendo così il proseguimento dell’intreccio.

Il secondo castello di Atlante appare nel dodicesimo canto. L’incantesimo del mago è qui più potente: in questo nuovo luogo magico i cavalieri sono attirati dalle loro stesse ossessioni che prendono forma in un’immagine sfuggente ed irreale, ma al tempo stesso irresistibile e seducente. I paladini che entrano nel castello dimenticano tutto, concentrandosi nella ricerca del loro oggetto di piacere; così Orlando rimane imprigionato nel castello, inseguendo l’immagine di Angelica 8. Se nel primo castello erano i piaceri esterni ad attirare i cavalieri, qui invece sono le loro fantasie e le loro ossessioni a portare all’oblio e alla follia i paladini.

Questi due luoghi si presentano come momenti necessari per la formazione di Ruggiero, eroe destinato alla morte prematura, ma anche alla fondazione della famiglia degli Estensi. A rompere quest’incantesimo è proprio – ironia della sorte – l’oggetto del desiderio di tutti i personaggi. Angelica, impadronitasi dell’anello magico che dona l’invisibilità, spezza l’incantesimo del mago, e dà la libertà a tutti, permettendo così il proseguimento dell’intreccio.

http://www.skuola.net/appunti-italiano/ariosto-ludovico/orlando-furioso/analisi-orlando-furioso-ariosto.html

 http://digilander.libero.it/davis2/lezioni/fototerza/ariosto/orlando%20furioso.htm

 http://www.oilproject.org/lezione/ludovico-ariosto-orlando-furioso-ruggero-bradamante-4508.html

 /~ipertesti/sentieri-nella-foresta/left/foreste/ariosto.htm

 TEMI TRATTATI NEL TESTO: VIAGGIO ORIZZONTALE E VIAGGIO VERTICALE; L’IRONIA; L’EQUILIBRIO E LA SERENITA’; LA MARGINALITA’ DELL’ARGOMENTO RELIGIOSO

 

COSA TROVA ASTOLFO SULLA LUNA

 

LA SELVA NELL’ORLANDO0 FURIOSO

LA SELVA PER ARIOSTO

Nell’Orlando Furioso il luogo in cui si muovono i cavalieri è costituito da una selva ove si può incontrare allo stesso modo il peccato o la redenzione, combattere il nemico o cercare la donna amata. Dietro ad ogni albero si nasconde la possibilità di un incontro avventuroso e straordinario: povere capanne o castelli incantati, santi eremiti o incantatori malvagi, draghi, mostri, giganti, fanciulle sorridenti o saraceni armati e pericolosi.  Diversamente da quanto accade nella Divina Commedia, lo smarrimento nella selva non comporta l ’idea di peccato, ma la mancanza di equilibrio dell’uomo alle soglie dell’età moderna, l’assenza di un principio ordinatore del mondo che per Dante e il Medioevo era la volontà di Dio.

Nella selva fugge Angelica per sottrarsi alle sgradite attenzioni dei paladini, nella selva cercherà le erbe con le quali curerà Medoro ferito, umile fante che otterrà la donna ambita dai più nobili cavalieri senza nemmeno averla cercata, nella selva Orlando si getterà all’inseguimento del misterioso personaggio che lo condurrà alla radura in cui sorge il castello del mago Atlante, in cui ciascuno insegue vanamente le sue illusioni e nella selva impazzirà Orlando, quando verrà a sapere dell’amore a lieto fine di Angelica e Medoro.

     Fugge tra selve spaventose e scure,
per lochi inabitati, ermi e selvaggi.
Il mover de le frondi e di verzure,
che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,
fatto le avea con subite paure
trovar di qua di là strani vïaggi;
ch’ad ogni ombra vetuta o in monte o in valle,
temea Rinaldo aver sempre alle spalle. (Angelica)

Luogo dell’avventura e dell’imprevisto, la selva viene recuperata così alla laicità e in qualche modo passa a rappresentare l’intrico in cui si aggira ciascuno di noi nella sua vita e tutte le avventure e i personaggi in cui casualmente si imbatte.
Non sempre si tratta di un luogo spaventoso e selvaggio: nell’Orlando Furioso spesso si sottolinea la bellezza di questo paesaggio e il bosco impenetrabile si apre in radure fiorite o si ferma alle sponde di un piacevole ruscello, dove la natura ci rivela il suo lato benevolo e materno.

La selva è dunque il luogo in cui il movimento dei personaggi, alla vana ricerca dell’oggetto che desiderano, si svolge in modo tale da tornare molte volte su se stesso attraverso una serie di intricati sentieri. E’ un movimento circolare, senza una vera meta, guidato dal capriccio della fortuna, vera padrona del destino umano, contrariamente a quanto accade nella Divina Commedia, che presuppone un moto verticale dal basso all’alto, quindi un miglioramento  morale ricercato dal protagonista.

Il tema della selva e quello della ricerca sono strettamente connessi: la nostra vita è intricata come una foresta e in questa foresta noi cerchiamo vanamente gli oggetti dei nostri desideri, spesso poco realistici. Essi ci sfuggono sempre mentre, paradossalmente, li ottengono coloro che non li stavano cercando, come accade a Medoro con Angelica. Lo stesso accade nel castello del mago Atlante, dove i paladini si aggirano senza pace, trattenuti non tanto dall’incantesimo quanto dalla follia delle loro illusioni.

Attraverso l’immagine del castello, i temi della selva e della ricerca si trasformano progressivamente in quello del labirinto, al centro del quale esiste un luogo privilegiato, un tesoro in attesa o un mostro in agguato, che non  sempre i protagonisti riescono a raggiungere, così come nella vita reale non sempre noi realizziamo i nostri progetti o siamo in grado di “afferrare saldamente” qualche risultato.

TORQUATO TASSO

Torquato Tasso nacque a Sorrento l’undici marzo 1544 da Bernardo, un cortigiano e letterato e da una nobildonna la cui famiglia era originaria di Pistoia, Torquato Tasso passò i primi anni della sua vita in varie città italiane, ma fu soprattutto Urbino il teatro della sua formazione letteraria, scientifica e cavalleresca.

Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1556, nel ’59 si trasferì a Venezia per studiare legge, secondo la volontà paterna. Ben presto, però, concentrò i suoi interessi sulla filosofia e sull’eloquenza e compose il primo libro della “Gerusalemme liberata”.

Nel 1561 iniziò a scrivere il poema cavalleresco “Rinaldo”, che diede alle stampe l’anno dopo. In quest’ultima opera veniva messa in atto la teoria “romanzesca” secondo la quale (in polemica col Furioso) l’unità di questo genere letterario sarebbe stata garantita solo dalla presenza di un unico protagonista.

Nel ’65 entrò al servizio del cardinale Luigi D’Este e prese a frequentare la corte di Ferrara;  compose la favola “Aminta”, che venne rappresentata nel 1573; nel ’75 partì per Roma dove chiese ad alcuni letterati di rivedere la sua “Gerusalemme liberata”, un’opera che per molto tempo aveva abbandonata: fu proprio a causa di questa revisione, snervante, moralistica e minuziosa, che l’ipersensibilità del Tasso sfociò in uno stato di squilibrio psichico.

La sua condizione mentale non migliorò neanche quando venne assolto dal tribunale dell’Inquisizione, e quindi, dopo poco, venne rinchiuso dal duca di Ferrara per una grave crisi di nervi anche violenta.

Riuscito a fuggire, fu in seguito segregato di nuovo fino al 1586, quando il principe Vincenzo Gonzaga lo liberò, ma non riuscì a difenderlo dalle continue polemiche che imperversavano intorno alla sua opera.

Morì a Roma il 25 aprile 1595, prima di poter essere incoronato poeta in Campidoglio.

/~ipertesti/sentieri-nella-foresta/left/foreste/tasso.htm

Riassunto della Gerusalemme Liberata

http://domanderisposte.tuttogratis.it/libri-gratis/11147/riassunto-della-gerusalemme-liberata-di-torquato-tasso/14060/

Goffredo di Buglione nel sesto anno di guerra santa, viene eletto comandante supremo e stringe d’assedio Gerusalemme. … I diavoli decidono di aiutare i musulmani a vincere la guerra. Uno strumento di Satana è la maga Armida che con uno stratagemma riesce a rinchiudere tutti i migliori eroi cristiani in un castello incantato tra cui Tancredi. ….I crociati sembrano perdere la guerra quando arrivano gli eroi imprigionati, liberati da Rinaldo, che rovesciano la situazione e fanno vincere la battaglia ai cristiani. Goffredo ordina ai suoi di costruire una torre per dare all’assalto Gerusalemme ma Argante e Clorinda (di cui Tancredi è innamorato) la incendiano di notte. Clorinda non riesce a entrare nelle mura e viene uccisa in duello proprio da colui che la ama, Tancredi, che non l’aveva riconosciuta perchè non indossava la sua solita armatura. Tancredi è addolorato per aver ucciso la donna che amava e solo l’apparizione in sogno di Clorinda gli impedisce di suicidarsi. Il mago Ismeno lancia un incantesimo sul bosco in modo che i crociati non possano ricostruire la torre. L’unico in grado di spezzare l’incantesimo è Rinaldo, prigioniero della maga Armida. Due guerrieri vengono inviati da Goffredo per cercarlo e alla fine lo trovano e lo liberano. Rinaldo vince gli incantesimi della selva e permette ai crociati di assalire e conquistare Gerusalemme.

Giace l’alta Cartago; appena i segni dell’alte sue ruine il lido serba. Muoiono le città, muoiono i regni, | copre i fasti e le pompe arena ed erba, | e l’uom d’esser mortal par che si sdegni: | oh nostra mente cupida e superba! (G.L.XV, 20)

Commento     RIDUZIONE DAL SEGUENTE TESTO PRESENTE NEL SITO studenti.it

http://doc.studenti.it/riassunto/letteratura-italiana/gerusalemme-liberata-torquato-tasso.html#docRelated

L’ORGANIZZAZIONE E LA STRUTTURA DELL’OPERA

Il bifrontismo spirituale

La tensione al sublime eroico e la serietà dello scopo moralistico danno all’opera una struttura formale molto diversa da quella del romanzo cavalleresco e del poema epico ariostesco. Questi ultimi infatti sono caratterizzati da una pluralità di eroi e di azioni, che si alternano e si intrecciano fra di loro dando origine ad una struttura narrativa aperta che sembra poter continuare all’infinito.

In Tasso di una volontà controriformista, di totale adeguazione ai codici dominanti della sua epoca, che è non solo dei contenuti ma anche delle forme dell’opera.

Altro elemento ambivalente del poema è l’atteggiamento dell’autore nei confronti della corte: se da un lato il riferimento essenziale, l’ambiente privilegiato destinatario della G.L. è la corte, dall’altro questa è sentita con insofferenza dall’autore, in quanto rigida, artificiosa, carica di intrighi, di finzioni e conflitti. …..Ambivalenza c’è nel tema dell’amore, rappresentato ora come assoluta sensualità, ora come sofferenza: è il caso degli amori impossibili e infelici, che sono poi la regola del poema (Erminia per Tancredi; Tancredi per Clorinda). Amore dunque come voluttà o come sofferenza.

L’ambivalenza investe anche il grande tema della guerra, che occupa tanta parte del poema: all’esaltazione della guerra come manifestazione di eroismo, come necessità, si contrappone la considerazione grave e dolorosa della guerra come qualcosa di atroce e disumano che genera solo sofferenza e morte. Proprio da quest’ultima convinzione nasce in Tasso una commossa pietà per i vinti. A differenza di quanto accade nel Furioso, in cui l’Ariosto con ilare compiacimento descrive le iperboliche stragi compiute dagli eroi, Tasso mostra di provare un sentimento di sincera comprensione e pietà umana per quanti cadono vittime dell’atrocità della guerra. Ovviamente non va dimenticato che mentre Ariosto ha nel poema un atteggiamento straniante e vuol far percepire al lettore che ciò che racconta è pura fantasia, Tasso invece mira a suscitare l’immedesimazione per educare.

Ambivalenza si evince nel tema della religione: alla religione fondata su verità definite dalla teologia si contrappone nell’opera un’attenzione per un sovrannaturale magico e demoniaco, inquietante e irrazionale, come si coglie nei numerosi episodi in cui intervengono le potenze infernali (l’incantesimo del mago Ismeno, canto IX).

Ambivalenza è ciò che divide i cristiani dai pagani, che secondo il critico Sergio Zatti, non è da intendersi come scontro tra due religioni o due culture, ma come conflitto tra due codici all’interno della stessa cultura occidentale e cristiana. I pagani, infatti, sono i portatori di una visione laica che si rifà ai valori rinascimentali (esaltazione dell’individualismo, dell’uomo artefice del proprio destino, libero da ogni ottica trascendente; ricerca del piacere), al contrario i cristiani sono i portatori del codice tipico dell’età della controriforma: rigida subordinazione di ogni fine individuale al fine religioso, rifiuto del pluralismo e della tolleranza. L’antagonista della religione cristiana non è infatti considerata dal Tasso la religione musulmana, ma una negazione ad essa interna (l’eresia). E i valori laici si delineano proprio nel campo cristiano: si pensi ad alcuni eroi che sviano dal loro compito per ricercare l’amore e il piacere dei sensi. Proprio questi personaggi sono sentiti come erranti, traviati, e su di loro agisce l’autorità religiosa che contiene ogni devianza e che è rappresentata dal personaggio Goffredo.

La presenza di queste ambivalenze di fondo, che sembrano attentare alla unitarietà dell’opera, hanno spinto il critico Lanfranco Contini a teorizzare la formula di “bifrontismo spirituale” che rispecchia non solo il conflitto individuale del poeta, ma anche di un’intera epoca che stava vivendo appunto un momento di transizione e che Tasso interiorizza e interpreta palesemente.

Differenza tra l’Orlado Furioso e la Gerusalemme Liberata (BREVE SINTESI DA http://doc.studenti.it/tema/italiano/2/confronto-tasso-ariosto.html)

LA SELVA NELLA GERUSALEMME LIBERATA

Nella “Gerusalemme Liberata” compare la selva di Saron, della quale invano cercano di servirsi i cristiani per ricostruire la torre con la quale assediano la città: il mago Ismeno ha stregato la foresta, popolandola di fantasmi che impediscono a chiunque di avvicinarsi.
La selva è dunque un luogo malvagio e tale rimarrà finché Rinaldo non ne scioglierà l’incantesimo; anche il giardino di Armida è un luogo di pericolo morale, forse ancora più grave  perchè si nasconde dietro alla bellezza di un luogo che sembra piacevole e accogliente. La natura nasconde dunque insidie se non è sottomessa all’uomo e al dominio della visione cristiana del mondo:se non ci difendiamo con la fede, ogni bosco potrà essere una selva stregata e ogni paradiso terrestre rivelerà prima o poi il suo serpente

Città e selva in opposizione nella Liberata

  1. RAIMONDI, Poesia come retorica, Olschki 1980, passim.

Se osserviamo l’ottava (III, 56) in cui si descrive la collocazione di Gerusalemme, già notiamo come l’ordine spaziale rimandi ad un ordine morale (ed è un rimando ampiamente verificabile nel testo): “La città dentro ha lochi in cui si serba / l’acqua che piove, e laghi e fonti vivi; / ma fuor la terra intorno è nuda d’erba, / e di fontane sterile e di rivi. / Né si vede fiorir lieta e superba / d’alberi, e fare schermo ai raggi estivi, / se non se in quanto oltra sei miglia un bosco / sorge d’ombre nocenti orrido e fosco. “. La collocazione geografica indica tre sezioni, di cui una (la pianura sterile) media fra le due estreme: la città (Gerusalemme) e la selva (di Saron), fra cui l’opposizione è visualizzata non solo pittoricamente, ma anche simbolicamente (tra “fonti vivi” e “ombre nocenti”, il liquido e l’arido, spazio umano della città e non umano della selva).

Gerusalemme rappresenta dunque il luogo del bene e del dovere assoluti, il punto di riferimento per l’azione dei cavalieri, l’approdo agognato all’unità; laddove invece la selva di Saron rappresenta lo spazio negativo, il luogo della seduzione e della dispersione, dell’evasione anarchica nel molteplice: rappresenta tutti gli ostacoli che la natura (anche la natura individuale, che si lascia traviare dall’eros e dal gusto dell’avventura) frappone al compimento dell’impresa.

Alla selva di Saron rimanda quindi non solo il giardino di Armida (dove si “perde” Rinaldo), ma anche il “placido soggiorno” di Erminia tra i pastori: giacché sono una falsa pace e una falsa innocenza quelle conseguite attraverso l’evasione e non invece attraverso il sacrificio e la lotta eroica contro la tentazione e lo smarrimento. Questa lotta è quella combattuta da Rinaldo (dopo una notte di purificazione sul monte Oliveto, vero e proprio “rovescio” del giardino di Armida) nella selva di Saron, contro magie maligne che non sono altro che la proiezione dei fantasmi della sua stessa coscienza: e dunque questo canto (il XIII) diviene il centro dello spazio narrativo.

ERMINIA TRA I PASTORI
http://letteritaliana.weebly.com/erminia-tra-i-pastori.html
Dopo aver assistito al duello fra Tancredi e Argante dalle mura di Gerusalemme, la principessa Erminia (segretamente e infelicemente innamorata del guerriero cristiano) esce dalla città con indosso l’armatura di Clorinda, nel tentativo di recarsi al campo crociato per curare il suo amato, ma viene avvistata dalle sentinelle e messa in fuga, mentre Tancredi la insegue credendo che si tratti della donna da lui amata. Dopo una fuga precipitosa che ricorda in parte quella di Angelica in apertura del “Furioso”, Erminia capita in un villaggio abitato da pastori che vivono lontani dalla guerra in uno spazio idilliaco, dove chiede e ottiene di essere ospitata per qualche tempo nella speranza (vana) di dimenticare il suo amore infelice. La permanenza di Erminia tra i pastori non nasconde però le sue origini nobili, che traspaiono inevitabilmente anche sotto i rozzi panni che la fanciulla indossa mentre porta le bestie al pascolo e munge le capre, ciò che permette all’autore di esprimere la sua polemica contro la vita delle corti in cui la principessa, e lui stesso, sono imprigionati.

http://letteritaliana.weebly.com/il-giardino-di-armida.html

Il giardino di Armida
(Gerusalemme Liberata, XV, 53-66; XVI, 1-16)

Protagonisti di questo passo sono Carlo e Ubaldo, i due guerrieri crociati che il mago di Ascalona ha inviato sulle Isole Fortunate (dove ha sede il palazzo della maga Armida) per liberare Rinaldo dalla sua dorata prigionia, nella quale è trattenuto dagli incanti della donna: dopo aver superato le fiere e gli ostacoli posti dalla maga intorno alla propria dimora, i due penetrano nel meraviglioso giardino in cui sorge il palazzo e dove si offre ai loro occhi un meraviglioso spettacolo frutto degli incanti diabolici, ricco di tentazioni di carattere amoroso tra cui belle nuotatrici nude che li invitano a fermarsi con loro, nonché un pappagallo che fa un seduttivo discorso sulla fugacità della giovinezza e la necessità di non sprecarla rifiutando l’amore. Nonostante le molte lusinghe, tuttavia, i due paladini restano saldi nei loro propositi e giungeranno nei pressi del palazzo di Armida, dove questa è in compagnia del suo amante trasformato in uno “schiavo d’amore”.

DANTE E LA “SELVA OSCURA”

Dante Alighieri incomincia la Divina Commedia descrivendo la selva oscura,  dove si è smarrito all’età di trentacinque anni. Si trova a combattere nella dannazione proprio nel momento in cui ha perso la ragione (preludio della morte dell’anima) e ha tralasciato la fede, “immerso” nel peccato. Questa foresta viene descritta “selvaggia e aspra e forte”, passaggio difficile da superare proprio per la sua caratteristica naturale (rami e rovi incrociati tra loro). In questi versi l’immagine della selva oscura si sviluppa con caratteristiche realistiche e spirituali al tempo stesso, per descrivere la drammaticità della sua vita in quel momento e sottolineare il difficile passaggio dal mondo naturale al mondo soprannaturale e divino.

La selva oscura, oltre a rappresentare l’oggetto fisico, richiama dei concetti di natura morale, coerentemente con un modo di interpretare gli scritti e le immagini allora molto comune, che lo stesso Dante riprende nel Convivio dove parla dei quattro modi di intendere le scritture. In questo caso l’anima e l’intelletto di Dante e sono caduti nell’oscurità mentale e nella tentazione del peccato dopo aver commesso degli errori a aver smarrito “la diritta via”.  La selva è vista da Dante come un luogo intricato e labirintico, pieno di tormenti e angosce che fanno provare sentimenti molto negativi, tra cui la paura della morte.

Solo dopo un lungo percorso Dante riesce ad uscire dalla selva e giunge ai piedi di un alto colle illuminato dalla presenza divina. Questo paesaggio è completamente diverso dalle caratteristiche della selva oscura proprio per sottolinearne la diversità, tuttavia lo egli non riuscirà a raggiungere da solo la cima illuminata. Lo smarrimento nella selva oscura diviene  l’inizio di un processo di purificazione e  quindi della  ricerca del bene, qui  infatti  Dante incontrerà Virgilio, simbolo della ragione umana, che lo guiderà alla salvezza secondo il progetto divino.

Secondo questo progetto, l’uomo che si smarrisce nel peccato può uscirne solo considerando con l’aiuto della ragione le sue tristi conseguenze, cioè passando in rassegna colpe e punizioni, per rifiutare una condotta di vita che chiude la strada della salvezza. In un mondo in cui il papa e l’imperatore hanno smarrito la loro funzione originaria rispettivamente di guida spirituale, politica e sociale, solo la ragione può “venirci incontro” come una fioca immagine nel buio. La selva dantesca rappresenta il labirinto in cui la ragione mette alla prova se stessa nel tentativo di sopraffare il male; essa infatti, definita «oscura», selvaggia», aspra», «forte», «amara>> simboleggia il peccato in cui è caduta  l’umanità intera, non solo il singolo.
La ragione da sola tuttavia non basta, anche la teologia e la fede sono indispensabili per condurre l’anima in Paradiso: sarà Beatrice ad incarnarle in sè e a fare da guida a Dante attraverso i nove cieli fino alla visione di Dio. Nella selva ogni creatura ha un significato, così le tre belve che gli si fanno incontro rappresentano tre grandi categorie di peccati che sono in grado di far  “ruinare in basso loco”  l’umanità, di respingerla “là dove il sole tace”.

Il cammino di Dante nella selva, apparentemente casuale e senza meta, per intervento di Virgilio assumerà una direzione precisa: prima verso il basso, per constatare le conseguenze nefaste del  male,  poi verso l’alto, verso una straordinaria anticipazione della felicità del Paradiso.