Commento al film "Trainspotting" Renton: un inetto in versione tossica

Renton: un inetto
in versione tossica

Analisi del protagonista del film Trainspotting in relazione a quello del romanzo La Coscienza di Zeno

di  Gabriella Codolini

Ogni volta che rivedo questo film, mi vengono in mente riflessioni su uno dei temi più importanti della letteratura del ‘900: l’incapacità di sentirsi bene nella società, nei rapporti con gli altri, l’impossibilità di “scegliere la vita” in un mondo in cui talvolta è difficile trovarle una ragione. Proprio a causa di questa difficoltà può venire la tentazione di credere che non abbiamo bisogno di ragioni quando abbiamo le “sostanze”: saranno loro a risolvere i nostri problemi.  Questo atteggiamento non è certo esclusivo degli eroinomani e quindi i “normali” non sono autorizzati a sentirsi al sicuro. Alcune di queste sostanze infatti sono assolutamente legali, come l’alcool; altre vengono addirittura prescritte dai medici, come gli psicofarmaci e di esse fanno uso anche persone che non ne avrebbero bisogno perchè non concepiscono altri modi per affrontare il “male di vivere”. Ma, come dice Zeno Cosini in uno dei suoi rari momenti di lucidità,  “la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole”.  E’ che molti di noi, probabilmente tutti almeno una volta, tossici o no, ci ostiniamo a volerla curare come si fa col raffreddore, qualunque sia il “farmaco” al quale facciamo ricorso. Ecco cosa, secondo me, avvicina Renton a Zeno Cosini e loro due, personaggi dell’immaginazione, a ciascuno di noi, personaggio della vita.

Nel confronto tra il film e il romanzo, la prima analogia  che mi colpisce è la “sindrome della porta girevole, cioè quel complesso di circostanze per cui un tossico entra ed esce dalla dipendenza, come fa Renton all’inizio e non si può essere certi del fatto che non ci saranno ricadute. Anche Zeno è uno che entra ed esce da situazioni nelle quali sembra incapace di fare una scelta: due casi significativi sono i falliti tentativi di smettere di fumare e i continui passaggi di facoltà. Come è logico aspettarsi, Zeno fumerà per tutta la vita e non conseguirà alcuna laurea: maschera la sua pigrizia e il suo opportunismo dietro alla “malattia”, fa finta di volersi curare, ma in realtà ciò che vuole davvero è vivere senza scomodarsi, mentre le scelte consapevoli costano fatica. Come Renton all’inizio del film, egli non intende davvero guarire perchè “la salute spinge all’attività e ad addossarsi un mondo di seccature”, ma fingerà per tutto il romanzo, con il suo psicanalista e soprattutto col suo lettore,  per continuare a nascondere la sua pigrizia mentale.

La seconda analogia riguarda i rapporti col gruppo in cui i personaggi sono inseriti. Renton ha bisogno del sostegno di qualcuno che condivida il suo stile di vita  e  si  lega ad un gruppo di sbandati come lui  con i quali ha rapporti contraddittori. Solo col tempo capirà quale prezzo in termini  di scelte sbagliate e di umiliazioni gli costa la fedeltà a quelli che definisce i suoi “cosiddetti amici” e, nell’ultima scena del film, sembra in grado di liberarsene. Anche Zeno cerca l’appoggio di figure rassicuranti: la moglie Augusta, il suocero, esperto commerciante e persino il suo antico rivale Guido, ora suo cognato. Apparentemente legato a loro da buoni rapporti, in realtà li tradisce tutti: la moglie con un’amante segreta, il suocero sfruttando il  suo patrimonio, Guido, (che non ha mai smesso di odiare segretamente), rallegrandosi della sua morte e andando al funerale di un altro.  A differenza di quanto accade nel film, questi personaggi di contorno non meritano il trattamento ingrato di Zeno, perchè non gli hanno mai fatto del male, almeno non consapevolmente. Zeno sembra, in questa circostanza, più astuto e opportunista di Renton, anche se inventa ogni scusa per giustificare il suo             comportamento, innanzitutto la sua “malattia”.

La terza e a mio parere più significativa analogia sta nel modo in cui i personaggi si rapportano al resto della società, soprattutto nella contraddittorietà che caratterizza questo rapporto. Il film infatti si apre con un monologo in cui Renton rifiuta i valori della società borghese: il lavoro inteso come modo per arricchirsi e scalare la società, la famiglia come espressione di “normalità”, la salute promossa dalle compagnie assicurative, un bel mondo di amici coi quali relazionarsi per esibire il proprio status sociale e nascondere ostilità e competizione sotto i sorrisi ipocriti,  il consumismo irrazionale e la “cultura” del  supermercato, il trionfo di tutto ciò che è dozzinale e scontato, il cinismo nei confronti dei deboli.
Apparentemente sembra un discorso di opposizione, una presa di coscienza, ma poi prosegue con l’esaltazione dell’eroina, cioè di una causa diversa, anzi peggiore, di abbruttimento morale. Quando, dopo aver rubato i soldi a Begbie, si sente ricco, il rifiuto dei valori borghesi viene meno e si trasforma in accettazione: tutte le velleità di protesta svaniscono. Non sappiamo se la guarigione sia momentanea o definitiva: questo dubbio getta un’ombra sul lieto fine, ulteriormente sminuito dalla metamorfosi di Renton nel “borghese piccolo piccolo” che aveva buone ragioni di non voler essere.
Anche Zeno finisce per accettare un mondo del quale comprende l’ipocrisia e riconosce i numerosi mali che lo rendono “inquinato alle radici”. Nel momento in cui descriveva il conformismo della moglie, ne critica la passiva accettazione delle regole sulle quali un borghese “perbene” fonda la sua esistenza, la  visione del mondo priva di problematicità e le  manie consumistiche, Zeno sembrava deciso a rinnegare questa “falsa salute”.
Ma nel momento in cui diventa ricco, anche lui, come Renton, con un’attività illegale della quale non si vergogna affatto, si dichiara pienamente “guarito”, sente di essere un vincente e fa credere di non avere più bisogno di nulla e nessuno, in primis dello psicanalista. Ma proprio mentre esalta la sua raggiunta normalità, troppo sbandierata per essere credibile, non riesce a mascherare la sua menzogna. Poche righe sotto, infatti, dichiarerà che tutto il nostro mondo è irrimediabilmente ammalato e che “ogni sforzo di darci la salute è vano“: in barba ai progressi della medicina e della scienza, anzi, proprio a causa loro,  solo una catastrofe di inaudite proporzioni sarà  in grado di cancellare parassiti e malattie.
Questo pessimismo radicale nei confronti del futuro non compare invece nel film.

Detto questo, sembra che sui due personaggi, incapaci di una ribellione che vada al di là di affermazioni generiche e velleitarie, cada un giudizio definitivo di condanna. Eppure in qualche modo, quasi inspiegabilmente, questi personaggi riescono ad essere simpatici. Un po’ perchè sono autoironici e questa virtù, da sola, fa perdonare molti difetti e un po’ perchè in loro c’è qualche cosa che ci rende partecipi di “un mondo che spaventa e incuriosisce allo stesso tempo“. Non è solo il mondo dei tossicodipendenti, fatto di locali squallidi, stanze sporche e degradate, personaggi ambigui e pericolosi, ma è anche il  nostro mondo interiore, che ci piacerebbe fatto solo di ragionevolezza, buoni sentimenti e perfezione morale,  che invece nasconde debolezze, momenti di irrazionalità e istinti crudeli. Solo se riusciremo a prendere coscienza di questo “mondo alla rovescia”, di questo labirinto  che si nasconde in noi saremo anche in grado di dominare il mostro che lo abita: crederci troppo perfetti, troppo al di sopra di Renton e di Zeno è un atto di superbia che non ci aiuta a migliorare.

Testi a confronto

Nella tabella sottostante sono riportati il monologo iniziale e quello conclusivo del film affiancati a due passaggi fondamentali del romanzo “La coscienza di Zeno” e sono evidenziati i passaggi ai quali il commento sopra riportato fa riferimento.

Il rifiuto della società dei consumi

Scegliete la vita, scegliete un lavoro,
scegliete una carriera, scegliete la famiglia,
scegliete un maxitelevisore del cavolo, scegliete lavatrice, macchina, lettore cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici. Scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del ca
zzo, scegliete il fai-da-te e il chiedetevi chi siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz, mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio, ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa cosí? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
  Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei (sua moglie) era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi….Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto…….
C’erano un mondo di autorità anche quaggiú che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando – Dio non voglia – ci avesse a toccare qualche malattia…Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire. …Chiusi i musei, cominciarono gli acquisti. Essa, che non vi aveva mai abitato, conosceva la nostra villa meglio di me e sapeva che in una stanza mancava uno specchio, in un’altra un tappeto e che in una terza v’era il posto per una statuina. Comperò i mobili di un intero salotto…
L’accettazione della società dei consumi
Io cambierò… Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto. Scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora. Diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cavolo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.   Ma al signor dottor S. voglio pur dire il fatto suo. Ci pensai tanto che oramai ho le idee ben chiare.
Intanto egli crede di ricevere altre confessioni di malattia e debolezza e invece riceverà la descrizione di una salute solida, perfetta quanto la mia età abbastanza inoltrata può permettere. Io sono guarito! Non solo non voglio fare la psico-analisi, ma non ne ho neppur di bisogno. E la mia salute non proviene solo dal fatto che mi sento un privilegiato in mezzo a tanti martiri.
Non è per il confronto ch’io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensí di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Posso mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità come gl’incancreniti. Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole.
Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e sopratutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarí e voglio che il dottor S. lo sappia………..La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. ….Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha piú alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparí e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
 

“La Coscienza di Zeno” si conclude dunque con un’ oscura profezia, formulata molto prima che il mondo conoscesse la forza devastante dell’energia atomica usata a scopi bellici. Non si sa se l’interesse di Svevo per la teoria della relatività abbia potuto in qualche modo suggerire questo scenario  oppure se la sensibilità di un artista, come è accaduto in molte circostanze, abbia saputo anticipare il fatto che “il triste e attivo animale” avrebbe potuto “scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze”. Non c’è via di scampo per l’uomo perchè la sua specie ha intrapreso la strada sbagliata e inevitabilmente accadrà quello che è successo molte volte in passato: gli sbagli dell’evoluzione vengono cancellati dalle estinzioni con le quali la natura, madre e matrigna, si libera dei meno adatti.

Il destino dell’umanità non interessa invece a Renton, troppo preso dalla sua “salvezza individuale”, sulla quale è lecito avere qualche dubbio. E’ dunque un film che in realtà non si conclude, o meglio, che lascia allo spettatore l’incombenza di scegliere una conclusione sua (ne sarà davvero uscito oppure no?) e di formulare un giudizio su questo personaggio, al tempo stesso colpevole e innocente, persecutore e vittima, che condivide le contraddizioni di Zeno ma, forse anche a causa della differenza di età, appare meno incline alle analisi sociali lucide e disincantate e sicuramente più ottimista.
Gabriella Codolini