Scheda riassuntiva di “Se questo è un uomo” e commento

Rielaborazione da:
http://trucheck.it/italiano/14962–se-questo-%C3%A8-un-uomo-,-primo-levi.html  (Laura Cailotto) e da https://codolini.wordpress.com/letteratura-italiana/autori-e-argomenti-di-lettetatura-italiana-ordine-cronologico/4il-novecento/il-romanzo-italiano-del-novecento/primo-levi/se-questo-e-un-uomo/

SCHEDA LIBRO
AUTORE: Primo Levi
TITOLO: “Se questo è un uomo”
ANNO: 1947
CASA EDITRICE: “Einaudi”
GENERE:  testo autobiografico che rientra nella memorialistica di guerra ma contiene numerose osservazioni di carattere storico e sociologico
FUNZIONE
INFORMATIVA: Secondo quanto afferma lo stesso autore, questo libro in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto ormai è noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di concentramento. Esso non è stato scritto da Levi allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per non dimenticare e continuare a ricordare in modo che questi fatti orribili non si possano più ripetere.
EMOTIVA: Come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager per il bisogno di raccontare agli altri, e di fare gli altri partecipi, questo per i prigionieri aveva assunto , prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari. Il libro è stato scritto in primo luogo a scopo di liberazione interiore; per questo nel corso della la narrazione si manifestano chiaramente anche se sobriamente  il dolore, la sofferenza, la distruzione interiore e fisica dovute alle  disumane condizioni di vita imposte nel Lager. Questo libro, secondo Levi,  fornisce molti elementi per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. Anche il titolo “Se questo è un uomo”  (tratto da una poesia dello stesso autore) invita il lettore a meditare su quello che noi intendiamo per dignità: possono ancora essere considerati  uomini o donne prigionieri che lavorano nel fango, che non conoscono pace, che lottano per un pezzo di pane, che muoiono per un sì o per un no, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare. Le pagine “trasudano”  sofferenza, una sofferenza vissuta con la massima dignità che un “uomo” riesce a mantenere nelle condizioni nelle quali è costretto a vivere all’interno di un campo di concentramento. A  maggior ragione, devono essere considerati uomini i loro persecutori, che hanno progettato e tentato di eseguire lo sterminio di intere categorie di quelli che loro consideravano “untermenchen” (sotto-uomini)?
ESTETICA:Primo Levi nello scrivere questo libro, ha assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore poiché pensava che la sua parola sarebbe stata più credibile ed utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice.
Nel secondo capitolo del libro intitolato “Sul fondo” più volte l’espressione ricorre: giacere sul fondo, eccomi sul fondo, viaggio… verso il fondo, premuti sul fondo. Qui Levi introduce poi nel libro un canto della Divina Commedia. Occorre ricordare che, nella geografia dantesca, l’inferno è una voragine a forma d’imbuto che si apre nell’emisfero boreale, sotto Gerusalemme, e termina al centro della Terra, dove si trova Lucifero.
Nel libro, il fondo è metafora del campo di annientamento, dove viene annullata la dignità umana: l’uomo è ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e di discernimento…
Il soldato che fa loro la guardia sul camion che li porta in lager è definito Caronte,la prima giornata nel lager è definita antinferno.
La diversità tra la vita nel Lager e la vita precedente all’internamento è spiegata dallo scrittore con una citazione dantesca.
” … Qui non ha luogo il Santo Volto,
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”
Con queste parole si rivolgono i diavoli di Malebolge all’anima dannata di un lucchese, appena giunta all’inferno, a sottolineare con ironica perfidia la differenza tra la vita terrena e la vita nell’inferno. Anche nel Lager tutto è stravolto, non hanno più alcun valore le regole del vivere civile. Viene anche commentato il   canto di Ulisse, che Primo Levi cerca di ripetere a memoria ad un suo compagno di prigionia.. Attraverso questi elementi possiamo capire che Levi è un uomo di grande cultura scrive in modo adeguato e molto raffinato a questo libro seguirono numerosi altri saggi, racconti e romanzi, e Levi finì per abbandonare il suo primo mestiere e farsi esclusivamente scrittore.
SEQUENZE:
Il viaggio (pag. 11-18)
Sul fondo (pag. 19-33)
Iniziazione (pag. 33-36)
Ka-Be (pag. 37-49)
Le nostre notti (pag. 50-57)
Il lavoro (pag. 58-63)
Una buona giornata (pag. 64-69)
Al di qua del bene e del male (pag. 70-78)
I sommersi e i salvati (pag. 79-90)
Esame di chimica (pag. 91-97)
Il canto di Ulisse (pag. 98-103)
I fatti dell’estate (pag. 104-109)
Ottobre 1944 (pag. 110-116)
Kraus (pag. 117-120)
Die Drei Leute vom labor (pag. 121-128)
L’ultimo (pag. 129-133)
Storia di 10 giorni (pag. 134-154)
RIASSUNTO:

Riassunto

“Se questo è un uomo”

TITOLO: Se questo è un uomo.
AUTORE: Primo Levi.
La vicenda si svolge nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale. Primo Levi era un chimico di Torino di origini ebree e si alleò con i partigiani della Valle d’Aosta per combattere il fascismo di Mussolini;  Primo Levi scrisse il libro “Se questo è un uomo” a Torino dopo essere tornato da Auschwitz. Venne catturato dalla Milizia Fascista il 13 dicembre 1943. Aveva 24 anni, era ebreo e da 4 anni viveva soggetto alle leggi razziali tedesche. Come ebreo venne catturato e inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo andava raccogliendo le persone non gradite al neo-governo fascista. Quando arrivò, gli ebrei erano 150 circa, ma in poche settimane raggiunsero il numero di 600. Si trattava di intere famiglie giunte lì per diversi motivi: alcune erano state catturate dai tedeschi, altre si erano consegnate spontaneamente per non andare contro la legge, per non abbandonare amici… Il 20 febbraio alcune SS ispezionarono il campo e il giorno seguente Levi seppe che l’ indomani tutti gli ebrei sarebbero partiti per Auschwitz: allora un nome privo di significato. Il viaggio fu lungo e molto faticoso, il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti; tutti soffrirono la fame, la sete, l’insonnia e la fatica. Arrivati a destinazione scesero coi bagagli e dopo aver risposto ad alcune domande da parte dei tedeschi furono divisi: donne e uomini, vecchi e giovani, sani e malati, madri e figli. Levi venne assegnato al gruppo degli uomini validi per lavorare nel Reich e da quella notte non rivide più donne, bambini e anziani.  Dopo un po’ di tempo venne trasferito in un posto nuovo sul cui ingresso si leggeva “il lavoro rende liberi”, ma si trattava di un terribile atto di disprezzo.
Primo Levi ed alcuni compagni furono condotti in una camera vasta e umida, si dovettero spogliare, fare un fagotto con le loro vesti e donarle ad un SS; in seguito vennero rasati e dovettero indossare pantaloni e camicia a righe.
Ad un certo punto videro un deportato che parlava l’italiano, tutti gli fecero delle domande e lui spiegò loro che si trovavano a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in un campo da lavoro in cui tutti i prigionieri lavoravano in una fabbrica di gomma chiamata Buna. Dopo aver fatto la doccia ed essere stati disinfestati vennero tatuati sul braccio sinistro con un numero personale. Levi era il 174517. Egli da quel momento perse ogni diritto e fu costretto a lavorare come schiavo, mentre le persone considerate inadatte al lavoro erano state mandate in gas all’insaputa di coloro che erano stati scelti per lavorare.Poco per volta l’ autore capì di trovarsi in una specie d’inferno e scoprì che il campo era diviso in 60 baracche di legno chiamate Block di cui 10 in costruzione, in più in alcuni blocks erano riservati a scopi particolari, come le docce, l’infermeria, le cucine… I comuni blocks di abitazione erano divisi in due stanze: in una viveva il capo baracca e nell’altra c’era il dormitorio con 148 cuccette a tre piani divise da tre corridoi, queste erano composte da una tavola di legno, da un sacco di paglia e da due coperte ciascuna. Gli ospiti nel campo erano divisi in tre categorie: i criminali, che oltre al numero portavano un triangolo verde; i politici con un triangolino rosso e gli ebrei con la stella ebraica, rossa e gialla. Levi imparò presto ad arrangiarsi e a cercare di ottenere il massimo da tutte le situazioni. Il lavoro era un insieme di leggi, problemi e difficoltà.
I prigionieri erano divisi in 200 Kommandos, ciascuno con un compito ben preciso. Il lavoro era molto duro, solitamente si trattava di trasportare materiali molto pesanti.
L’ orario variava in base alle stagioni. La vita nel campo era dunque questa: uscire, rientrare, lavorare, dormire, mangiare, ammalarsi, guarire o morire. E tutto questo fino a quando? Questa era la domanda che si facevano tutti i poveri ebrei ed internati.
Dopo alcuni giorni di trasferimenti Levi venne assegnato al block numero 30; tutte le mattine si alzava, correva al lavatoio che era sempre molto affollato, mangiava la sua misera razione di pane e andava al lavoro. Un pomeriggio, però, mentre trasportava un pezzo di ghisa ebbe un incidente e si tagliò il piede sinistro. La ferita non era grave, ma comunque andò in infermeria, ka-be; qui venne visitato numerose volte e dopo venti giorni circa fu dimesso. In Ka-Be  conosce per la prima volta le selezioni, la prima delle quali colpisce, ad esempio, un detenuto di nome Shmulek, il quale aveva spiegato, a lui che era incredulo,  la realtà dell’eliminazione col gas dei più deboli e di coloro che non ernano più in grado di lavorare. Dopo poco tempo però, viene dimesso e portato in un’altra baracca dove ritrova l’amico Alberto, nemmeno il campo aveva potuto rovinare questa amicizia.Lui avrebbe preferito stare di più in ka-be perchè non si doveva lavorare, si mangiava abbastanza bene e non faceva freddo. Fece molte conoscenze, l’autore racconta nel libro in particolare di quattro persone che, grazie alle loro capacità, riuscirono a scappare dalle atrocità tedesche. Il kommando 98 avrebbe dovuto essere un reparto per specialisti: chimici. Quando questo fu costruito e aperto una SS annunciò la mancanza di chimici ben preparati. Primo Levi era uno di questi quindi diede un esame di chimica per tentare di salvarsi diventando uno specialista, visto che i tedeschi avevano bisogno di un esperto in questa materia. Mentre aspettava il risultato dell’esame,  Levi continuò a lavorare in campo e un  giorno riuscì ad ottenere  un incarico più leggero: quello di trasportare la zuppa e nel viaggio verso le cucine. insieme ad un giovane detenuto, Jean.  Durante il tragitto gli recitò alcuni versi della Divina Commedia, interpretando il loro significato come un richiamo a ricordare la loro umanità, a non soccombere al processo di riduzione alla condizione di animali, addirittura di oggetti che i nazisti vogliono imporre loro.
Nell’ ottobre 1944, per esigenze di spazio, avvenne un’altra   selezione: i sani al lavoro e i deboli e malati nelle camere a gas; l’ autore riuscì a salvarsi e viene chiamato in Laboratorio avendo  superato l’esame di chimica. Levi è invidiato dai compagni, tranne che da Alberto, perché non fa un lavoro difficile e può stare al caldo ma lui viene da delle donne civili deriso e ripensa così al passato. Importante è anche il capitolo “L’ultimo”, nel quale viene descritta l’impiccagione di un uomo che ha appoggiato la ribellione dell’ultimo Sonderkommando (la squadra di detenuti incaricata di svuotare le camere a gas e bruciare i cadaveri) e, prima di morire, grida loro parole di incoraggiamento che li incitino a resitere (Compagni, io sono l’ultimo). Primo Levi lo ammira per il suo coraggio e anche una certa vergogna perchè non si sente capace di fare lo stesso. Il laboratorio era simile quello vecchio in cui aveva lavorato: pulito, riscaldato, comodo, con tre lunghi banconi e numerosi oggetti utili per gli esperimenti. L’ 11 gennaio 1945 lo scrittore si ammalò per scarlattina e fu ricoverato per la seconda volta in ka-be; i russi erano ormai vicini, il campo venne evacuato e il 18 gennaio 1945 i sani partirono in cerca della libertà; moltissimi i moribondi morirono nel giro di poco tempo. Primo Levi e Alberto  si separarono  a causa del ricovero di Levi; Alberto partì insieme agli altri uomini “sani” e morì, come centinaia di altri, nella terribile marcia.  Terrorizzati dalla possibilità di essere catturati dai russi o liciati dai detenuti, le SS fuggirono. Primo Levi rimase chiuso in Ka-Be insieme ad altri e riuscì a sopravvivere procurandosi  legna da ardere,  cibo e oggetti utili tra le macerie del campo, insieme alle  lscatolettedi carne  che i nazisti avevano lasciato fuggendo  Nella loro baracca erano in 11 e proprio mentre Levi e Charles, un suo compagno, trasportavano il primo cadavere del gruppo in una fossa comune, videro arrivare a cavallo quattro russi, i loro liberatori.
Il testo si ferma qui, la storia verrà proseguita nel libro  “La tregua”, pubblicato nel 1963.

DESCRIZIONE PERSONAGGI:

I personaggi che compaiono nel romanzo sono molto numerosi; tuttavia possono essere raggruppati in due categorie: quella dei sommersi e quella dei salvati.

La prima comprende la maggioranza degli Häftlinge, ossia i più deboli, quelli per cui vale la legge del lager che “l’unica cosa è obbedire”, figure vuote a cui è stato tolto tutto, sentimenti ed emozioni, “pupazzi sordidi e miserabili, vermi vuoti di anima”. Tra questi, Null Achzehn, il compagno di letto di Levi nel Ka-Be, un giovane privo di astuzia e che, nello svolgere il lavoro assegnatogli, impiega tutte le proprie forze fino a crollare, senza sollevare dal suolo gli occhi tristi e opachi.

I salvati invece sono coloro che lottano non solo per sopravvivere ma anche per mantenere un briciolo di identità, di dignità, attraverso l’astuzia, il furto e il tradimento, che consentivano loro di accedere alle “alte cariche” ed essere rispettati dai Kapos. Singolare è il personaggio di  Elias Lindzin, un uomo basso ma molto muscoloso, grande lavoratore, molto forte e capace, che pareva felice e spensierato, ma poi, alla fine del racconto, Levi ne spiega il perché: Elias era un malato mentale, quindi non sapeva e, forse per sua fortuna, non si rendeva conto degli orrori di cui era testimone; il lager è il luogo dove i sani impazziscono e i pazzi, se riescono a lavorare, sopravvivono.

L’autore si sofferma sulla descrizione di Henri, un giovane ventitreenne intelligente, colto e raffinato secondo il quale, per sopravvivere, si dovevano seguire tre regole: organizzazione, furto e pietà, godendo così di importanti amicizie e di molti protettori. Costoro erano i lavoratori civili della fabbrica che facevano scambi segreti con i prigionieri.

E’ necessario però anche riflettere sul fatto che vero sommerso è colui che si piega moralmente ai voleri dei nazisti, cede mentalmente fino a diventare, in alcuni casi, loro complice, anche se soparvvive, Vero salvato è chi conserva la sua umanità, si mostra solidale, non si lascia convincere di essere una bestia e difende la sua dignità, anche se muore.
E’ il caso di Steinlauf, vecchio soldato che, nel lavatorio, convince Primo Levi a continuare a lavarsi, a non abbandonarsi alla sporcizia e al degrado perchè così si ribadisce la propia umanità, non si cede moralmente alla sopraffazione nazista. Purtroppo non è sopravvissuto.

Alberto, il migliore amico di Primo, era un giovane venticinquenne italiano, intelligente e istintivo che, appena entrato nel lager, aveva dimostrato una grande capacità di adattamento e di gestione dei rapporti con tutti. Alberto e Primo erano inseparabili, infatti venivano chiamati “i due italiani” e, come dice l’autore stesso, rappresentava “la rara figura dell’uomo forte e mite”, costituendo per lui un punto di riferimento.
Ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso in campo
• Lo sostengono intelligenza e istinto: ragiona giusto, spesso non ragiona ed è ugualmente giusto.
• Intende tutto a volo: non sa che poco francese, e capisce quanto gli dicono tedeschi e polacchi. Risponde in italiano e a gesti, si fa capire e subito riesce simpatico.
• Lotta per la sua vita, eppure è amico di tutti. sa chi bisogna corrompere, chi bisogna evitare, chi si può impietosire, a chi si deve resistere
• L’autore  lo vede  come una persona forte, astuta che sa farsi rispettare, ma allo stesso tempo buona
• Ha una genuina gioia, senza ombra d’invidia. Alberto non trova nulla a ridire sulla fortuna che è toccata a Levi, e ne è anzi ben lieto, sia per amicizia, sia perché ne trarrà lui pure dei vantaggi poiché essi condividono tutto

Lorenzo  è un italiano che si è recato in Germania a lavorare e aiuta Primo Levi offrendogli frequentemente, con grande rischio personale, una parte della sua razione di cibo.

CARATTERISTICHE DI PRIMO LEVI IN BASE ALLE INFORMAZIONI CHE SI RECEPISCONO DAL TESTO
Fisico: Aveva ventiquattro anni, era un cittadino italiano di religione ebraica, e faceva parte di una banda partigiana affiliata a “Giustizia e Libertà”. Viene catturato e portato nel Lager nel 1943. Non aveva un fisico molto forte per questo il lavoro gli pesava moltissimo e nessuno mai si metteva in coppia con lui nel lavoro di trasporto propeio per questo motivo.
Psicologico:
• Coltivava un moderato e astratto senso di ribellione prima di essere prigioniero ma nel Lager se si ribella verrebbe ucciso e a conoscenza di questo accetta gli ordini e viene picchiato senza discutere
• Come indole personale non è facile all’odio. Lo ritiene un sentimento animalesco e rozzo, preferisce che invece le sue azioni nascano dalla ragione per questo nel scrivere questo libro è molto equilibrato
• Nonostante le condizioni di vita disumane non cede alla tentazione di suicidarsi, ma combatte per vivere e per ritornare un giorno libero a vivere con la sua famiglia, per questo è il suo continuo sogno. Purtroppo però metterà in atto questo gesto di disperazione nel 1987.
• Cerca di non perdersi di coraggio: dopo aver imparato il meccanismo del Lager vede sempre uno spiraglio di speranza; anche per esempio nelle giornate di pioggia mentre lavora nel fango vede il lato positivo cioè che non tira molto vento
• Non fa la vittima anche nello scrivere ha un tono pacato
• Ha una vasta cultura ed è abbastanza astuto poiché riesce a superare l’esame di chimica, e viene scelto per lavorare il laboratorio.
• Ripensa al suo passato con nostalgia
• In Lager impara a rubare e a non fidarsi troppo della gente e con il tempo impara anche a pensare per sè anche se in opere successive, come “I sommersi e i salvati” dichiarerà che si sente in colpa.

ANALISI STILISTICA
Narratore: Il narratore è interno perché vive in prima persona la vicenda ed è onnisciente.
La narrazione si svolge: I capitoli sono stati scritti non in successione logica. Compaiono molti rallentamenti quando sono presenti le descrizioni e le sue riflessioni.
Descrizioni: Le descrizioni sono molto numerose dettagliate ed efficaci. Es. In Lager Elias prospera e trionfa.
Lessico: Il lessico è generalmente comune (es. dignità, spegnere, comando, campo) ma compaiono termini raffinati (aguzzare l’ingegno, magnanimità, verosimilmente) ci sono termini specialistici (es. Blocks, Ka-BE) e stranieri (Wer kann Deutsh?, wasser, null achtzehn)
Aggettivazione: l’aggettivazione è molto ricca e talvolta inconsueta: ci sono aggettivi ricercati e specifici. Es. (Elias pag. 88) Elias è naturalmente e innocentemente ladro: manifesta in questo l’istintiva astuzia degli animali selvaggi.
Struttura sintattica: Le frasi sono in generale sono brevi ma ne esistono di  lunghe e molto complesse. Es. Henri è stato visto una volta in atto di mangiare un uovo sodo.
Registro linguistico: Il registro linguistico è alto. Primo Levi nello scrivere questo libro, ha assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone era questo il suo intento per cercare di essere più equilibrato possibile in modo che il lettore potesse giudicare se questo è un uomo.
CIRCOSTANZE STORICHE E TEMI TRATTATI
Il testo si inserisce nel periodo storico della seconda guerra mondiale nel periodo in cui sorge il sentimento nazista. Il nazionalsocialismo che fu un movimento politico tedesco nato negli anni Venti in Germania, dopo la sconfitta subita nella prima guerra mondiale. Più comunemente conosciuto come nazismo, culminò nell’ascesa al potere del dittatore Adolf Hitler, che dominò la Germania dal 1933 al 1945. Sulla bandiera nazista era disegnata una svastica nera. Antico emblema ecumenico e solare, la svastica o croce uncinata divenne per l’Europa un simbolo di violenza e sopraffazione. La loro ideologia era ispirata alle teorie che sostenevano una presunta superiorità biologica e culturale della razza ariana. Si diffuse dunque l’antisemitismo cioè, l’avversione nei confronti degli ebrei che si traduce in forme di discriminazione e di persecuzione, spesso cruenta e culminata nel corso della seconda guerra mondiale nello sterminio di milioni di persone. Il termine fu coniato intorno al 1879 per designare l’ideologia e l’atteggiamento persecutorio nei confronti degli ebrei.
Nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale aveva continuato a essere in Europa un sentimento diffuso, sebbene non organizzato, esplose invece nella Germania degli anni Trenta sotto il regime nazista guidato appunto da Adolf Hitler. Con il nazismo la discriminazione e la persecuzione degli ebrei divennero un vero e proprio obiettivo politico, scientificamente perseguito. Iniziata già nel 1933 con il boicottaggio dei negozi, la persecuzione contro gli ebrei continuò prima con la promulgazione delle leggi di Norimberga del 1935. Queste erano leggi razziali emanate per ordine di Adolf Hitler e approvate all’unanimità dal Reichstag nel settembre del 1935, durante il settimo congresso del Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori. Costituì allora il culmine della discriminazione, contro gli ebrei, che sarebbero così stati “esclusi dalla partecipazione alla vita politica del popolo tedesco”. Una prima legge, quella sui “cittadini del Reich”, privava gli ebrei della cittadinanza e quindi dei diritti politici (diritto al voto, partecipazione alla vita politica), garantiti solo ai “cittadini del Reich”; una seconda legge, intesa a “tutelare il sangue e l’onore tedesco” vietava matrimoni e rapporti sessuali tra ebrei e tedeschi.
Per la “soluzione finale del problema” degli ebrei vennero creati i campi di concentramento e di sterminio luogo di prigionia creato per deportare civili e militari, generalmente per motivi bellici o politici. Si differenzia dal carcere per tre ragioni: uomini, donne e bambini sono imprigionati senza un regolare processo; il periodo di confinamento è indeterminato; le autorità che gestiscono il campo di concentramento esercitano un potere arbitrario e illimitato. Sebbene ne esistano svariate tipologie, di solito si tratta di agglomerati di baracche o di capannoni, circondati da torrette e delimitati da reti di filo spinato. I campi di concentramento vengono chiamati anche campi di lavoro o centri di rieducazione che divennero veri e propri campi di sterminio, per l’eliminazione fisica di gruppi etnici o religiosi (come ebrei e zingari da parte della Germania nazista) o di oppositori politici. Primo Levi ci porta dunque l’esperienza della deportazione, che viene analizzata con lucidità di pensiero: la malvagità di cui l’uomo era stato capace non trovò in lui né un facile assolutore né un superbo inquisitore. Ma l’opinione del lettore non può essere che una sola, il giudizio è unanime i campi di concentramento sono stati la orribile dimostrazione che l’uomo può ridurre i suoi simili in condizioni pietose e disumane, può uccidere e sterminare la propria specie senza pietà e con orrore, nascondendosi dietro le proprie ideologie.
Il libro, mentre evita i particolari più atroci, si sofferma su tutte le offese alla dignità e persino alla personalità più individuale, dalle percosse alle umiliazioni fisiche (violenza e arroganza nel modo d’interpellare, nudità e funzioni fisiche rese pubbliche, esplicita riduzione dell’uomo a bestia). La privazione della dignità fu il crudele progetto dei nazisti, che studiarono nei minimi dettagli come rendere un uomo una bestia, in continuo tormento. Gli incisero un numero e gli rasarono la testa, in modo che nessuno più avesse una propria identità ma che tutti fossero uguali, il nome dato dai genitori e che si erano portati e costruiti nella vita fino a quel momento era stato tolto e perso per sempre.
Il cibo veniva dato in quantità minime e inferiori alle quantità per sopravvivere, per questo i prigionieri hanno l’unico e frustante pensiero di procurarsi del cibo, sono ridotti come animali. In più vengono nutriti solo con zuppe liquide per cui lo stomaco non si riempie, e i reni sono costretti a lavorare troppo, per cui i prigionieri sono anche frustati dal continuo bisogno di urinare. I prigionieri vengono costretti a seguire tutti gli ordini, anche a quelli più insensati, come a marciare a suono di musiche allegre e tenere il ritmo. Tutti gli uomini hanno bisogno di certezze e punti di riferimento, ma a loro viene tolto anche questo, all’interno del campo non c’è nessuna certezza né di vita né di morte, nel gergo del campo per questo non viene mai utilizzata la parola “domani”. Nemmeno l’amicizia può esistere, poiché per sopravvivere bisogna rubare, bisogna legare con le persone giuste in modo da trarne vantaggi. Le amicizie nel Lager sono solo di convenienza.
Questo sistema è di violenza gratuita poiché l’odio che provano i nazisti non è stato provocato da nulla. Un altro regolamento crudele è che i tedeschi pretendono che i prigionieri siano puliti, ma li fanno lavorare nel fango e non danno a loro gli strumenti per lavarsi. Levi capisce per esempio che lavarsi tutti i giorni nell’acqua torbida del lavandino è praticamente inutile ai fini della pulizia e della salute; è invece importantissimo come sintomo di residua vitalità, e necessario come strumento di sopravvivenza morale e della dignità. Il Lager è una macchina per ridurre in bestie, e bestie non dovevano diventare; perché anche in quel luogo si può sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma delle civiltà. Essi erano schiavi, privi di ogni diritto, esposti ad ogni offesa, votati a morire, ma una facoltà gli era rimasta, la facoltà di negare ogni consenso e gli ideali e i valori che nessuno può toglierti mai. Mantenere il ricordo vivo di questa strage non è solo un bisogno ma anche un obbligo. In un mondo, quello dei lager nazisti, in cui ogni cosa sembra sfuggire al controllo della ragione, soltanto l’impegno della memoria può contrastare il trionfo dell’assurdo e dell’orrore. È questo il senso della scrittura di Primo Levi, misurata, lucida e essenziale, priva di esagerazioni retoriche, fragile testimonianza di un ideale di civiltà e dignità umana.
Oggi il 27 gennaio viene ricordato lo shoah con iniziazioni nelle città, per non dimenticare e cercare che questo non accada più.
La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo. Purtroppo oggi ancora in alcune parti del mondo come in Africa con le guerre tribali in cui vengono sterminate diverse tribù, o nelle zone dei diamanti dove i gruppi di ribelli assaltano tutti gli accampamenti uccidono, mutilano anche donne e bambini e gli uomini che sono in grado di lavorare vengono portati via a raccogliere diamanti come schiavi, in condizioni pessime, legati con catene e uccisi al primo errore senza pietà. Anche in Croazia e Jugoslavia verso il 1991 con la guerra civile erano stati istituiti campi di concentramento. I sopravvissuti dai campi di concentramento sono oggi pochissimi, molti si sono suicidati perché non riuscivano a tornare alla vita normale, erano perseguitati da incubi. Per questo è ancora più importante conservare il ricordo poiché oggi abbiamo pochissime testimonianze in prima persona.

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