Rapidi appunti su Primo Levi e la scienza

 

Covare il cobra

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Schedatura del video Primo Levi: la memoria, il lavoro, la scienza ed. Palumbo

I critici hanno individuato alcuni temi come  la scienza e il lavoro.

Il suo è  un  interesse non comune tra i letterati italiani per il lavoro colto più che come un fatto sociale come una tecnica, un mestiere che dà soddisfazione se fatto bene. Questo tema ricorre ne “La chiave a stella”  che va oltre il Neorealismo. C’è la rappresentazione di un tecnico, Tino Faussone e la riproduzione efficace del suo linguaggio, un italiano semicolto cioè fortemente infiltrato di dialetto, in questo caso il piemontese. Nessuno scrittore neorealista era riuscito a rendere l’idea che la rappresentazione della realtà del popolo è soprattutto una questione di linguaggio (Ignazio Silone, nella prefazione a “Fontamara” spiega che l’italiano non è compreso dai “cafoni” e che lui vuole in qualche modo riprodurre il loro linguaggio, ma la riuscita è inferiore a quella di Primo Levi; negli anni ’50 una rqappresentazione “linguistica” del popolo si ha in PP Pasolini, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” con inserti di dialetto romanesco e gergo dei ragazzi “borderline”.

 

IL LAVORO

Legato al motivo dell’identità specifica dell’uomo (Se questo è un uomo; si veda per confronto UOMINI E NO di Vittorini, il vero uomo è quello che resiste all’offesa) è quello del lavoro che si divide in due modalità: il lavoro vilipeso, annientato, deriso come accade nel lager e il lavoro dignitoso e gratificante. L’operatività che fa dell’uomo un uomo  è degradata nel lager; nerl mondo civile e democratico esiste invece  il lavoro valorizzato e rispettato,  un lavoro prodotto dalla mano; l’uso della mani guidate dall’intelligenza per lavorare è ciò che rende l’uomo superiore agli animali. Serve ad intervenire su quel blocco informe che è la materia amorfa per darle senso e funzionalità a vantaggio dell’uomo.

 

INTERPRETAZIONE DI “ARBEIT MACHT FREI”

In un articolo del 1959 (Arbeit Macht Frei) e ne “I Sommersi e i salvati” interpreta quella scritta come macabro sarcasmo, vilipendio del lavoro dell’uomo; per lui questo vilipendio era necessario ai miti nazisti e fascisti (ma anche quelli tipici di ogni pensiero totalitario) che ritenevano alcune “razze” oppure alcune categorie sociali (i dissidenti, i non allineati, rinchiusi come criminali) degne solo di lavoro schiavistico e degradato.

LA CHIAVE A STELLA

Pubblicato nel 1978, è un  dialogo tra il chimico (alter ego di Primo Levi)  e Tino Faussone, operaio specializzato in possesso di saperi operativi che viaggia per tutto il mondo a montare gru, tralicci, trivelle, pozzi petroliferi e aggiustarli se sono rotti. La lingua è rilevante costruisce una lingua dell’oralità, un italiano piemontese pieno di termini tecnici che nasce dal lavoro dell’operaio Faussone. L’antropologo Levi Strass definì PL un grande etnografo; il romanzo può essere letto come opera di antropologia del lavoro definito come libertà operativa che permette di realizzare le tue capacità. Il termine libertà ha molti sensi, ma  il tipo di libertà più utile al consorzio umano consiste nell’essere competenti del proprio lavoro e quindi provare piacere a svolgerlo. L’impegno di chi sana gli attrezzi lavorativi e di chi indaga i segreti della materia (il chimico-scrittore in dialogo con Faussone) si completano e hanno come obiettivo il lavoro ben fatto e la responsabilità della messa in opera. E’ importante anche la sfida alla natura ostile (malizia = sfida che la materia ostile oppone a chi lavora): il romanzo si conclude con una citazione di Conrad (Il tifone, 1903) in cui l’uomo si misura col mare; da questa sfida deriva il carattere di epicità della scrittura di Levi evidente anche nel testo “La tregua”,  storia di un epico viaggio di ritorno a casa (Ulisse – Il canto di Ulisse). La natura è viva, talvolta ostile e pericolosa ma viva, il suo mestiere è quello di capirla e ricavarne vantaggio ma senza abusarne ; al suo mestiere L deve la vita perché entrò in un laboratorio di chimica dove lavorò al coperto. Definisce la natura “un serbatoio di metafore” ; più lontano è l’altro campo, più la metafora è tesa; il chimico affronta la natura come il marinaio di Conrad affronta il mare. (Diversità rispetto alle posizioni di Lucrezio e Seneca, contrari al progresso tecnologico e a Pirandello o Montale ma lontano dalle posizioni estremistiche del Futurismo. Si ricordi anche la figura del greco Mordo Naum con la sua singolare teoria sulla dignità del lavoro nel capitolo “Il greco” in “La tregua”)

 

PRIMO LEVI E CALVINO

SIMILE A Levi per molti aspetti è Calvino che condivide con lui la razionalità e la passione per la scienza. Il lavoro è presente nei racconti di Marcovaldo, manovale innamorato non corrisposto della natura e in “La giornata di uno scrutatore”;  guardando i malati quasi come se fossero reclusi in una prigione, si chiede cosa distingua queste persone dalla materia indifferenziata e la risposta è il lavoro, quando descrive lo sforzo di alcune ricoverate che tutte insieme spingono una carretta e portano fascine e zuppa e in questa solidarietà anche se le persone sono colpite da una genetica ostile c’è la dignità dell’essere umano. Ci sono molte differenze di visione del mondo e di stile: in Calvino domina il problema della leggerezza che smaterializza il reale e vuole renderlo matematico, combinatorio, particolarmente nelle ultime opere.  Calvino, nelle “Lezioni americane” pone come grande valore la leggerezza; in PL la vita materiale è “pesante” e si risolve nella necessità di piegare la materia bruta, pesante, amorfa. (si veda l’atomismo di Lucrezio)

 

LA SCIENZA

La vera educazione di PL è di laboratorio, aveva letto testi di divulgazione fin da molto giovane e per molti anni ha lavorato come chimico in un’industria di vernici e la letteratura è stata un’occupazione secondaria. E’ uno scrittore-scienziato capace di tenere in dialogo le due cultura, solitamente divise da un solco profondo; dalla scienza ricava molte metafore e immagini. Ricordiamo ad esempio “Il sistema periodico”, che fa riferimento alle tavole del chimico russo Mendelev. Molti racconti sono di carattere fantascientifico, altri sono ricordi della sua vita in particolare delle prime esperienze di chimico; gli strumenti vengono umanizzati, come se avessero una loro volontà. Molte poesie della raccolta “Ad ora incerta” danno la parola a scienziati come Galileo. Negli anni 70 sente che la ragione scientifica può generare mostri se usata con scarsa saggezza anche a ridosso del disastro di Cernobyl (si veda il canto XIX del Paradiso sui limiti della ragione umana): la minaccia non è solo quella nucleare ma anche all’ecologia. Egli si rendeva conto del fatto che qualcosa sta fuggendo al controllo dell’uomo come un’imbarcazione che si avvicini ad una cascata senza potersi fermare: mentre la maggior parte dell’umanità è ancora tagliata fuori dai progressi della tecnologia,  una parte ristretta  sta già pagando il prezzo del suo cattivo uso.

Egli riteneva che la soluzione sarebbe ancora venuta dalla tecnologia, su questo ovviamente ci sono pareri discordanti ma attualmente il problema sembra più di carattere politico che teconologico.

La scienza è un perenne stato di veglia razionale che non deve cedere all’irrazionalità (lezione dell’Illuminismo e Positivismo) ma  può essere asservita al potere, capace di generare strumenti di morte o avvelenamento planetario. Essa è un grande serbatoio di metafore e figure ad alto tenore concettuale (Nel principio) La voce del poeta raffigura l’esplosione primordiale che generò gli atomi dei nostri corpi e raffigura la bellezza del ciclo di creazione-distruzione; recupera la bellezza dell’atomismo antico, ad esempio di Epicureo e Lucrezio.

Nel 1984 un articolo “Per non covare il cobra” rivela l’altro lato della scienza, quando non si pone più sfide conoscitive ma è asservita ad un potere economico e politico che hanno come fine il profitto o la supremazia tramite la guerra.

La scrittura di Levi è popolata di animali, qui il cobra è il cattivo frutto dell’uovo del sapere. Primo Levi auspica che gli scienziati vengano educati fin dall’università e assoggettati ad un giuramento: non fare ricerca ai fini dell’annientamento e della distruzione cioè al servizio della guerra. Negarsi all’asservimento; questo è importante. Egli sostanzialmente dice questo: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile, neutro o nocivo. Non innamorarti di problemi sospetti, cerca di conoscere il fine al quale il tuo lavoro è diretto; la tua decisione può essere probabilistica ma accetterai di provare un nuovo medicamento e rifiuterai di creare un gas nervino. Se ti è concessa scelta, non asservirti al profitto ma dedicati a curare il dolore dell’umanità. Non nasconderti dietro all’ipocrisia di una scienza neutrale “sei abbastanza dotto da sapere se da ciò che covi sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla”.

Propone di introdurre un corso che vincoli con un giuramento i futuri scienziati a rifiutare di impegnarsi in attività che saranno certamente nocive; non è facile distinguere ma se si può lo si deve fare; studiare cose devastanti per l’umanità non è espressione della libertà della scienza.

In PL è presente la critica all’antropocentrismo e la figura dello straniamento, cioè la capacità di descrivere una cosa da un punto di vista diverso: l’uomo è visto dal punto di vista degli astri e di animali piccolissimi, punti di vista opposti e diversi da quelli dell’uomo stesso. In Levi è presente l’ossessione della chiarezza e della razionalità che dopo A non può andare a dormire; si pensi alla massima kantiana “Abbi il coraggio di conoscere”.

 CARLO EMILIO GADDA

Il rapporto tra il mondo della tecnica e la pagina letteraria è un rapporto formale, gli serviva per il suo plurilinguismo, per Levi il rapporto tra scienza e letteratura è sostanziale, è una tendenza alla classificazione che si pone alla convergenza dell’impegno del testimone e il tecnico e lo scienziato che non tollerano una scrittura che non sia precisa. Nel primo capitolo de “La tregua” egli definisce la realtà “il mondo delle cose che esistono” per lui trasmettere memoria e razionalità è fondamentale.

 

ATTUALIZZAZIONE E STORICIZZAZIONE

Come testimone di A. egli è sempre attuale, la sua scrittura è strumento di conoscenza in un mondo in cui essa è spesso solo intrattenimento.  Negli anni ’80 era comparsa una storiografia revisionista che voleva negare i campi di sterminio. Chi nega A, secondo Levi è pronto a rifarlo. Non si devono azzerare le differenze storiche ad esempio con equiparazioni di partigiani e repubblichini; allo stesso modo lo sterminio nazista ha specificità diverse da quello comunista, ad esempio il particolare accanimento contro gli ebrei. La sua opera è una “macchina filosofico letteraria” che non è solo documento ma anche riflessione e immaginazione sulla natura dell’uomo, sulle responsabilità della scienza e sul costante pericolo di ricadere nel razzismo e nella discriminazione.

Nonostante fosse un grande difensore degli ebrei e della loro cultura, egli condannò infatti anche le responsabilità di Israele nei confronti dei palestinesi e ogni forma di emarginazione in nome di qualche diversità. Dove c’è discriminazione e razzismo, si può arrivare al lager.

 

 (Primo Levi, Ad ora incerta)

Sidereus Nuncius

  • Ho visto Venere bicorne
    Navigare soave nel sereno.
  • Ho visto valli e monti sulla Luna
  • E Saturno trigemino
  • Io Galileo, primo fra gli umani;
  • Quattro stelle aggirarsi intorno a Giove,
  • E la Via Lattea scindersi
  • In legioni infinite di mondi nuovi.
  • Ho visto, non creduto, macchie presaghe
  • Inquinare la faccia del Sole.
  • Quest’occhiale l’ho costruito io,
  • Uomo dotto ma di mani sagaci:
  • Io ne ho polito i vetri, io l’ho puntato al Cielo
  • Come si punterebbe una bombarda.
  • Io sono stato che ho sfondato il Cielo
  • Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi.
  •             Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi
  •             Ho dovuto piegarmi a dire
  •             Che non vedevo quello che vedevo.
  •             Colui che mi ha avvinto a terra
  •             Non scatenava terremoti né folgori,
  •             Era di voce dimessa e piana,
  •             Aveva la faccia di ognuno.
  •              L’avvoltoio che mi rode ogni sera
  •              Ha la faccia di ognuno

Nel   principio

 1.                                      Fratelli umani a cui è lungo un anno

2.                                      Un secolo un venerando traguardo,

3.                                      Affaticati per il vostro pane,

4.                                      Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi;

5.                                      Udite, e vi sia consolazione e scherno:

6.                                      Venti miliardi d’anni prima d’ora,

7.                                      Splendido, librato nello spazio e nel tempo,

8.                                      Era un globo di fiamma, solitario, eterno,

9.                                      Nostro padre comune e nostro carnefice

10.                                  Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.

11.                                  Ancora, di quest’una catastrofe rovescia

12.                                  L’eco tenue risuona dagli ultimi confini.

13.                                  Da quell’unico spasimo tutto è nato

14.                                  Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,

15.                                  Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,

16.                                  Ogni cosa che ognuno ha pensato,

17.                                  Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,

18.                                  E mille e mille soli, e questa

19.                                  Mano che scrive.

 

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per la via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

 

 

….Nei momenti di stanchezza, percepivo la roccia che mi circondava, il serpentino verde delle Prealpi, in tutta la sua durezza siderale nemica, estranea:al confronto, gli alberi della valle, ormai vestiti di primavera, erano come noi, gente anche loro, che non parla, ma sente il caldo e il freddo e soffre e nasce e muore…..La pietra no: non accoglie energia in sé, è spenta fin dai primordi, pura passività ostile; una fortezza massiccia che dovevo smantellare bastione dopo bastione per mettere le mani sul folletto nascosto, sul capriccioso nichel-Nicolao che salta ora qui ora là, elusivo e maligno, colle lunghe orecchie tese, sempre attento a fuggire davanti ai colpi del piccone indagatore, per lasciarti con un palmo di naso.

 

 

….Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono “le due esperienze della vita adulta” di cui parlava Pavese, il successo e l’insuccesso, uccidere la balena bianca o sfasciare la nave; non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Siamo qui per questo, per sbagliare e correggerci, per incassare colpi e renderli.

Non ci si deve mai sentire disarmati: la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile all’intelligenza; devi girarle intorno, pungere, sondare, cercare il varco o fartelo.

(Primo Levi, Nichel in “Il sistema periodico”)