Primo Levi – La vergogna

Corrado De Pasquale                                                                 IV – I

Claudio Filippo Vitiello

 

PRIMO LEVI  –  LA VERGOGNA

 

 

La vergogna. Questo sentimento emerge, a parer nostro, in modo evidente in questa frase tratta dal libro “la tregua”:” la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”.

In questa frase si può comprendere il sentimento che, Levi in particolare, come tutte le persone sopravvissute ai lager ha provato, ossia il senso di impotenza nei confronti delle ss e di rimorso e/o colpevolezza per non aver impedito che tutto ciò accadesse. Personalmente riteniamo che tale frase sia talmente densa di significato che difficilmente una persona comune potrebbe concepire o capire appieno data la sua natura drammatica derivata dalla realtà cruenta da cui è uscito l’autore. Basti pensare, infatti, che questo sentimento unito alla colpa di essere riuscito a sopravvivere a discapito di altri, i sopravvissuti se li sono portati dietro tutta la vita causando spesso episodi di suicidio, fra i quali lo stesso Levi.

 

Successivamente lo scrittore-chimico sottolinea un altro momento in cui questo sentimento emerge nell’unico istante, dopo tanti anni di prigionia, in cui lui avrebbe avuto ragione di gioire: la riacquistata libertà. Infatti, attraverso lo sguardo dei soldati russi che li stavano liberando, riuscì a non fare altro che ripensare alle terribili sofferenze provate e che lo avevano cambiato. Quindi anziché provare gioia emerge in lui un profondo senso di odio nei confronti dei tedeschi e in generale di tutti quelli coinvolti in uno degli episodi più terribili che la storia ha conosciuto (per tale motivo provò quasi gioia per l’esplosione della bomba atomica che uccise numerosi giapponesi, alleati dei tedeschi). Ciò viene espresso nella pagina 11 del libro “La tregua”: “Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.”.

 

In queste sue affermazioni, ma in generale come in tutto il libro, Levi dà prova di una incredibile obiettività pur avendo vissuto tutto questo sulla sua pelle, dato che niente riuscirà a fargli dimenticare ciò che  ha passato e che nessuno potrà ridargli la vita che gli è stata tolta all’entrata del lager.