La vita di Primo Levi

Primo Levi
Fonti: PAGINA DI WIKIPEDIA DEDICATA ALL’AUTORE

http://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Levi

Primo Levi è stato uno scrittore italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.

Nel 1944 venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il suo romanzo “Se questo è un uomo”, che racconta le sue esperienze nel lager nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale.

Primo Levi venne trovato morto nell’aprile 1987 alla base della scalinata di casa sua, l’ipotesi più probabile è che si sia suicidato..

Biografia

Nato a Torino nel 1919 da una famiglia di origini ebraiche proveniente dalla Provenza e dalla Spagna, Primo Levi visse un’infanzia turbata da alcune incomprensioni con il padre, dovute ad una notevole differenza di età e differenze di carattere. Studiò  al Liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino, noto per aver ospitato docenti illustri e oppositori del fascismo come Cesare Pavese e molti altri. Questi insegnanti furono però allontanati e il clima politico lì presente si raffreddò. . Egli prediligeva le materie scientifiche poiché le materie letterarie erano imbottite di propaganda fascista per cui si iscrisse al corso di laurea in chimica presso l’Università di Torino. Questa scelta gli permise di analizzare con distacco la crude realtà del Lager.

Studi universitari e prime esperienze lavorative

Nel 1937 si diplomò in fisica con lode poiché nessun professore di chimica voleva prendersi la responsabilità di laureare un ebreo. Nel novembre del 1938 entrano infatti in vigore in Italia le leggi razziali, dopo che in Germania l’antisemitismo si era manifestato attraverso atti di violenza e sopraffazione. In quel periodo suo padre si ammalò di tumore. Le conseguenti difficoltà economiche e le leggi razziali resero affannosa la ricerca di un impiego. Venne assunto in maniera semi illegale da un’impresa, con il compito di trovare un metodo economicamente conveniente per estrarre le tracce di nichel. A questo periodo risalgono i primi esperimenti letterari, due brevi racconti pubblicati molti anni dopo all’interno della raccolta Il sistema periodico.

Nel 1942 si trasferì a Milano, avendo trovato un impiego migliore presso una fabbrica svizzera di medicinali. Qui Levi, assieme ad alcuni amici, venne in contatto con ambienti antifascisti militanti ed entrò nel Partito d’Azione clandestino.

Nel campo di Auschwitz

Nel 1943 si inserì in un nucleo partigiano operante in Val d’Aosta. Poco dopo, nel dicembre 1943, venne arrestato dalla milizia fascista e trasferito nel campo di transito di Fossoli in provincia di Modena.

Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei vennero stipati su un treno merci (oltre 50 individui per vagone) e destinati al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Levi fu qui registrato (con il numero 174.517) e subito condotto al campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa, avvenuta il 27 gennaio 1945. Fu uno dei venti sopravvissuti fra i 650 che erano arrivati con lui al campo.

Levi attribuì la sua sopravvivenza a una serie di incontri e coincidenze fortunate. Innanzitutto, leggendo pubblicazioni scientifiche durante i suoi studi, aveva appreso un tedesco elementare. In un secondo momento, verso la fine del 1944, venne esaminato da una commissione di selezione, incaricata di reclutare chimici per la Buna, una fabbrica per la produzione di gomma sintetica. Insieme ad altri due prigionieri (entrambi poi deceduti durante la marcia di evacuazione) ottenne un posto presso il laboratorio della Buna, dove svolse mansioni meno faticose ed ebbe la possibilità di contrabbandare materiale con il quale effettuare transazioni per ottenere cibo (questo fatto probabilmente generò forti sensi di colpa in lui dopo la liberazione). Nel far ciò si avvalse della collaborazione di un altro prigioniero a cui era molto legato, Alberto, anch’egli italiano, che morì durante le terribili marce di trasferimento da un acmpo all’altro negli ultimi giorni di guerra. Venne anche aiutato da un italiano di nome Lorenzo, che lavorava in Germania ma non era detenuto, il quale con grande rischio gli faceva avere nascostamente del cibo.   Infine, nel gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa, si ammalò di scarlattina e venne ricoverato nel Ka-be (infermeria del campo), scampando così fortunosamente alla marcia di evacuazione da Auschwitz. Il viaggio di ritorno in Italia, narrato nel romanzo La tregua, sarà lungo e travagliato. Si protrarrà fino ad ottobre, attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania ed Austria.

Chimico e scrittore

L’esperienza nel campo di concentramento lo sconvolse profondamente fisicamente e psicologicamente. Giunto a Torino, si riprese fisicamente e riallacciò i contatti con i familiari e gli amici superstiti dell’Olocausto. Non trovando impiego, si spostò a Milano, dove venne assunto in una fabbrica di vernici. Mosso dalla prorompente necessità di testimoniare l’incubo vissuto nel lager, si gettò febbrilmente nella scrittura di un romanzo che fosse testimonianza della sua esperienza ad Auschwitz e che verrà intitolato Se questo è un uomo. In questo periodo conobbe Lucia Morpurgo, che diventerà sua moglie. Levi ebbe poi ad affermare che questo incontro sarebbe stato fondamentale per la stesura di Se questo è un uomo, permettendogli di passare dalla prospettiva dolorosa di un convalescente a quella descritta dall’autore nel libro Il sistema periodico con queste parole: “un’opera di chimico che pesa e divide, misura e giudica su prove certe, e s’industria di rispondere ai perché“. Nel 1947 terminò il manoscritto, ma molti editori, tra cui Einaudi, lo rifiutarono per paura di impressionare il pubblico. Venne pubblicato nel 1958 (dieci anni dovettero passare per iniziare a parlare dell’ Olocausto, segno di una grossa difficoltà a far emergere la verità, la storia dei lager che, se allora era difficile per gli uomini, per le donne lo era maggiormente perché venivano accusate di essersi prostituite per salvarsi), da un piccolo editore, De Silva. Nonostante la buona accoglienza della critica incontrò uno scarso successo di vendita. Successivamente Levi abbandonò il mondo della letteratura e si dedicò alla professione di chimico,  trovando impiego presso una ditta di produzione di vernici di Settimo Torinese  di cui, in seguito, assumerà la direzione fino al pensionamento.

Nel 1956, a una mostra sulla deportazione a Torino, incontrò uno straordinario riscontro di pubblico. Riprese così fiducia nei propri mezzi espressivi. Partecipò a numerosi incontri pubblici (soprattutto nelle scuole) e ripropose Se questo è un uomo ad Einaudi, che decise di pubblicarlo. Questa nuova edizione incontrò un successo immediato, infatti egli scriveva bene e con onestà di fondo in quanto credeva fortemente nel suo compito di testimone, senza   preoccuparsi di nemici che si sarebbe fatto parlando di verità così scomode.

Nel 1959 collaborò alle traduzioni in inglese e in tedesco. Quest’ultima traduzione era particolarmente significativa per Levi. Uno degli obiettivi che si era proposto scrivendo il suo romanzo era far comprendere al popolo tedesco che cosa era stato fatto in suo nome e di fargliene accettare una responsabilità almeno parziale.

Incoraggiato dal successo internazionale, nel 1962, quattordici anni dopo la stesura di Se questo è un uomo, incominciò a lavorare a un nuovo romanzo sul viaggio di ritorno da Auschwitz. Questo romanzo venne intitolato La tregua.

Nella sua produzione letteraria successiva, prendendo spunto dalle sue esperienze come chimico, l’osservazione della natura e l’impatto della scienza e della tecnica sulla quotidianità diventarono lo spunto per originali situazioni narrative.

Provò a scrivere anche alcune poesie che però non ottennero molto successo. La più famosa è sicuramente “Shemà”, nella quale egli manifesta l’ incubo dei superstiti dei lager, quello di non essere creduti una volta tornati a casa a raccontare quelle atroci verità; allo stesso tempo Levi intima con una maledizione biblica di ricordare l’Olocausto e di non minimizzarlo come andava facendo il revisionismo storico.

Negli anni Settanta e Ottanta

Nel 1975 decise di andare in pensione e di dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di scrittore. Nello stesso anno uscì la raccolta di racconti Il sistema periodico, in cui episodi autobiografici e racconti di fantasia vengono associati ciascuno ad un elemento chimico.

Nel 1978 pubblicò La chiave a stella. Questo romanzo, concepito durante i suoi numerosi soggiorni lavorativi, rappresenta un omaggio al lavoro creativo ed in particolare a quel gran numero di tecnici italiani che hanno lavorato in giro per il mondo a seguito dei grandi progetti di ingegneria civile portati avanti dall’industria italiana dell’epoca (anni Sessanta e anni Settanta). Nel luglio del 1978 La chiave a stella vinse il premio Strega.

Nel saggio I sommersi e i salvati (1986) tornò per l’ultima volta sul tema dell’Olocausto, cercando di analizzare con distacco la sua esperienza, chiedendosi le ragioni dei diversi comportamenti dei deportati di  Auschwitz e perché alcuni siano sopravvissuti e altri no. In particolare estese la sua analisi a quella che definì “zona grigia”, rappresentata da quegli ebrei che si erano prestati a lavorare per i tedeschi controllando gli altri prigionieri nei campi di concentramento.

L’11 aprile del 1987 Primo Levi morì gettandosi dalla propria dimora di Torino. Questa ipotesi appare avvalorata dalla difficile situazione familiare di Levi unita al tormento mai superato per il ricordo del lager, sicché egli sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un’ipotesi contestata da molti (ad esempio Rita Levi Montalcini), poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l’intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l’immediato futuro.

Dopo le esperienze in lager, Primo Levi inizò ad interessarsi della cultura ebraica che egli aveva scoperto ad Auschwitz,  nonostante ciò si oppose alla violenza che gli ebrei israeliani stavano compiendo nei riguardi dei Palestinesi.