La difficoltà e il dovere di testimoniare

Vorgnano Valentina

La necessità e la difficoltà di testimoniare il vero

La parola memoria può assumere diversi significati, a seconda del contesto in cui è inserita.

Primo Levi la intende come memoria storica, la quale può diventare bisogno e dovere dell’uomo. Noi uomini del XX secolo abbiamo sperimentato cosa voglia dire la soppressione della libertà, la manipolazione del reale da parte di “tiranni”, che noi abbiamo chiamato dittatori, e la Shoah ne incarna un esempio.

Nonostante le infinite parole che hanno espresso l’orrore che ha caratterizzato la persecuzione degli Ebrei, la Shoah giunge ai nostri tempi portando con sè il disaccordo tra il dovere di ricordare ogni qual volta l’uomo si sente nello stesso rischio e il desiderio di minimizzare attraverso la “revisione”. Nessuno meglio di Primo Levi ha assunto la precisa missione di salvare la memoria.

Egli sentì fin dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz l’esigenza di raccontare la sua esperienza, provò l’impulso immediato e irresistibile di rendere gli altri partecipi di ciò che aveva vissuto. Dunque il dovere della memoria nasce in lui dal bisogno di raccontare.

Nei “Sommersi e salvati” Primo Levi dice che la memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma purtroppo fallace.

I ricordi infatti tendono a cancellarsi con gli anni e spesso si modificano o si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Non avviene quasi mai che due persone descrivano lo stesso fatto allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente. Più si allontanano gli eventi, più si accresce e si perfeziona la costruzione della verità di comodo.

L’unico metodo per mantenere il ricordo fresco e vivo, è l’esercizio; in questo caso la frequente rievocazione dei fatti. È anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, personalizzata, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.

A volte la voglia di riappropriarsi della vita, caratteristica di tutti i dopo guerra, non lasciava spazio al ricordo dell’orrore; evitare di rievocare ciò che era appena stato, era per le persone un bisogno vitale.

Tuttavia le testimonianze che ci sono giunte dagli oppressori sono spesso false: essi mentono sapendo di mentire: sono in mala fede.

C’è che mente consapevolmente falsificando a freddo la realtà stessa, e c’è chi si allontana dal passato fabbricandosi una realtà di comodo perchè il passato è loro di peso; provano ripugnanza per le cose fatte e tendono a sostituirle con altre. La sostituzione può incominciare in piena consapevolezza ma ripetendo la descrizione , la distinzione fra vero e falso perde progressivamente i suoi contorni, e l’uomo finisce col credere al racconto che ha fatto e che continua a fare, ritoccando qua e là i dettagli meno credibili così la mala fede iniziale diventa buona fede.

C’è chi dice che le camere a gas servivano solo per uccidere i pidocchi, c’è chi dice che ha ucciso perché gli è stato comandato e che altri hanno commesso azioni peggiori delle sue, c’è chi dice che se non l’avesse fatto lui l’avrebbe fatto con maggiore durezza qualcun’altro al suo posto, c’è chi di ce che, data l’educazione che ha ricevuto e l’ambiente in cui è vissuto, non poteva fare altro…

Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull’individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: “la propaganda, lo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni, il terrore”. Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo come dimostrano i casi di numerosi uomini educati prima che il Reich divenisse totalitario e che tuttavia, in virtù di scelte opportunistiche e di comodo, hanno ugualmente deciso di aderire.

Avere il coraggio di ammettere i propri errori non è facile, ma, se si ha, è da rispettare.

Se non si sa riconoscere i propri errori non si può correggerli; se non si può correggerli non si potrà crescere.

L’affermazione “ho sbagliato” dimostra che chi la pronuncia possiede un certo grado di onestà, di forza, di umiltà e fiducia in sé.

Da allora diventerà più prudente nelle sue azioni e imparerà qualcosa che non gli sarà facile dimenticare. I nostri errori sono spesso i nostri migliori maestri e l’essere capace di ammetterli senza vergognarsi non è la minore delle lezioni che lo confermano.

Nulla arriva senza una ragione ed è più agevole subire immediatamente le amare conseguenze di uno sbaglio riconosciuto che passarlo sotto silenzio, per dover poi soffrire in modo più inteso.

Primo Levi nei “Sommersi e salvati” tenta poi di discolparsi dicendo che chi riceve un’ingiustizia o un’offesa non ha bisogno di elaborare bugie per discolparsi di una colpa che non ha, ma questo non esclude che anche i suoi ricordi possano essere alterati. È stato notato che molti reduci da guerre o da altre esperienze complesse traumatiche tendono a filtrare inconsapevolmente i loro ricordi: rievocandoli fra loro, o raccontandoli a terzi, preferiscono soffermarsi sulle tregue, sui momenti di respiro, e sorvolare sugli episodi più dolorosi. Questi ultimi non vengono richiamati volentieri dal serbatoio della memoria, e perciò tendono ad annebbiarsi col tempo.

Vediamo quindi come l’importanza del ricordare assuma un ruolo essenziale, in primo luogo per rendere omaggio alle milioni di vittime che nel corso dei secoli hanno lottato, combattuto fino all’ultimo sangue per acquisire dei diritti o delle libertà che al mondo attuale appaiono scontate ma che invece portano dentro di sé un enorme carico di sacrificio umano e poi è bene ricordare perché ciò non accada più, per non commettere gli stessi errori già fatti in passato che impedirebbero alla nostra società di progredire condannandola ad un regresso infrenabile.

A questo proposito, negli ultimi anni, le istituzioni hanno preso dei provvedimenti introducendo nel calendario il giorno della memoria, celebrato il 27 gennaio, in onore delle vittime del regime nazista, in particolare degli ebrei perseguitati e sterminati  nei campi di concentramento, veri e propri strumenti di morte.

Anche in Italia è stato istituito, il 10 febbraio, il giorno del ricordo per celebrare le vittime per troppo tempo offuscate e dimenticate dalle foibe.

Non ci è permesso e non ci si può permettere di dimenticare ciò che è stato, se si vuole impedire che la storia futura diventi un semplice ciclo ripetitivo di errori.

Vorgnano Valentina

La necessità e la difficoltà di testimoniare il vero

La parola memoria può assumere diversi significati, a seconda del contesto in cui è inserita.

Primo Levi la intende come memoria storica, la quale può diventare bisogno e dovere dell’uomo. Noi uomini del XX secolo abbiamo sperimentato cosa voglia dire la soppressione della libertà, la manipolazione del reale da parte di “tiranni”, che noi abbiamo chiamato dittatori, e la Shoah ne incarna un esempio.

Nonostante le infinite parole che hanno espresso l’orrore che ha caratterizzato la persecuzione degli Ebrei, la Shoah giunge ai nostri tempi portando con sè il disaccordo tra il dovere di ricordare ogni qual volta l’uomo si sente nello stesso rischio e il desiderio di minimizzare attraverso la “revisione”. Nessuno meglio di Primo Levi ha assunto la precisa missione di salvare la memoria.

Egli sentì fin dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz l’esigenza di raccontare la sua esperienza, provò l’impulso immediato e irresistibile di rendere gli altri partecipi di ciò che aveva vissuto. Dunque il dovere della memoria nasce in lui dal bisogno di raccontare.

Nei “Sommersi e salvati” Primo Levi dice che la memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma purtroppo fallace.

I ricordi infatti tendono a cancellarsi con gli anni e spesso si modificano o si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Non avviene quasi mai che due persone descrivano lo stesso fatto allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente. Più si allontanano gli eventi, più si accresce e si perfeziona la costruzione della verità di comodo.

L’unico metodo per mantenere il ricordo fresco e vivo, è l’esercizio; in questo caso la frequente rievocazione dei fatti. È anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, personalizzata, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.

A volte la voglia di riappropriarsi della vita, caratteristica di tutti i dopo guerra, non lasciava spazio al ricordo dell’orrore; evitare di rievocare ciò che era appena stato, era per le persone un bisogno vitale.

Tuttavia le testimonianze che ci sono giunte dagli oppressori sono spesso false: essi mentono sapendo di mentire: sono in mala fede.

C’è che mente consapevolmente falsificando a freddo la realtà stessa, e c’è chi si allontana dal passato fabbricandosi una realtà di comodo perchè il passato è loro di peso; provano ripugnanza per le cose fatte e tendono a sostituirle con altre. La sostituzione può incominciare in piena consapevolezza ma ripetendo la descrizione , la distinzione fra vero e falso perde progressivamente i suoi contorni, e l’uomo finisce col credere al racconto che ha fatto e che continua a fare, ritoccando qua e là i dettagli meno credibili così la mala fede iniziale diventa buona fede.

C’è chi dice che le camere a gas servivano solo per uccidere i pidocchi, c’è chi dice che ha ucciso perché gli è stato comandato e che altri hanno commesso azioni peggiori delle sue, c’è chi dice che se non l’avesse fatto lui l’avrebbe fatto con maggiore durezza qualcun’altro al suo posto, c’è chi di ce che, data l’educazione che ha ricevuto e l’ambiente in cui è vissuto, non poteva fare altro…

Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull’individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: “la propaganda, lo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni, il terrore”. Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo come dimostrano i casi di numerosi uomini educati prima che il Reich divenisse totalitario e che tuttavia, in virtù di scelte opportunistiche e di comodo, hanno ugualmente deciso di aderire.

Avere il coraggio di ammettere i propri errori non è facile, ma, se si ha, è da rispettare.

Se non si sa riconoscere i propri errori non si può correggerli; se non si può correggerli non si potrà crescere.

L’affermazione “ho sbagliato” dimostra che chi la pronuncia possiede un certo grado di onestà, di forza, di umiltà e fiducia in sé.

Da allora diventerà più prudente nelle sue azioni e imparerà qualcosa che non gli sarà facile dimenticare. I nostri errori sono spesso i nostri migliori maestri e l’essere capace di ammetterli senza vergognarsi non è la minore delle lezioni che lo confermano.

Nulla arriva senza una ragione ed è più agevole subire immediatamente le amare conseguenze di uno sbaglio riconosciuto che passarlo sotto silenzio, per dover poi soffrire in modo più inteso.

Primo Levi nei “Sommersi e salvati” tenta poi di discolparsi dicendo che chi riceve un’ingiustizia o un’offesa non ha bisogno di elaborare bugie per discolparsi di una colpa che non ha, ma questo non esclude che anche i suoi ricordi possano essere alterati. È stato notato che molti reduci da guerre o da altre esperienze complesse traumatiche tendono a filtrare inconsapevolmente i loro ricordi: rievocandoli fra loro, o raccontandoli a terzi, preferiscono soffermarsi sulle tregue, sui momenti di respiro, e sorvolare sugli episodi più dolorosi. Questi ultimi non vengono richiamati volentieri dal serbatoio della memoria, e perciò tendono ad annebbiarsi col tempo.

Vediamo quindi come l’importanza del ricordare assuma un ruolo essenziale, in primo luogo per rendere omaggio alle milioni di vittime che nel corso dei secoli hanno lottato, combattuto fino all’ultimo sangue per acquisire dei diritti o delle libertà che al mondo attuale appaiono scontate ma che invece portano dentro di sé un enorme carico di sacrificio umano e poi è bene ricordare perché ciò non accada più, per non commettere gli stessi errori già fatti in passato che impedirebbero alla nostra società di progredire condannandola ad un regresso infrenabile.

A questo proposito, negli ultimi anni, le istituzioni hanno preso dei provvedimenti introducendo nel calendario il giorno della memoria, celebrato il 27 gennaio, in onore delle vittime del regime nazista, in particolare degli ebrei perseguitati e sterminati  nei campi di concentramento, veri e propri strumenti di morte.

Anche in Italia è stato istituito, il 10 febbraio, il giorno del ricordo per celebrare le vittime per troppo tempo offuscate e dimenticate dalle foibe.

Non ci è permesso e non ci si può permettere di dimenticare ciò che è stato, se si vuole impedire che la storia futura diventi un semplice ciclo ripetitivo di errori.

Vorgnano Valentina

La necessità e la difficoltà di testimoniare il vero

La parola memoria può assumere diversi significati, a seconda del contesto in cui è inserita.

Primo Levi la intende come memoria storica, la quale può diventare bisogno e dovere dell’uomo. Noi uomini del XX secolo abbiamo sperimentato cosa voglia dire la soppressione della libertà, la manipolazione del reale da parte di “tiranni”, che noi abbiamo chiamato dittatori, e la Shoah ne incarna un esempio.

Nonostante le infinite parole che hanno espresso l’orrore che ha caratterizzato la persecuzione degli Ebrei, la Shoah giunge ai nostri tempi portando con sè il disaccordo tra il dovere di ricordare ogni qual volta l’uomo si sente nello stesso rischio e il desiderio di minimizzare attraverso la “revisione”. Nessuno meglio di Primo Levi ha assunto la precisa missione di salvare la memoria.

Egli sentì fin dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz l’esigenza di raccontare la sua esperienza, provò l’impulso immediato e irresistibile di rendere gli altri partecipi di ciò che aveva vissuto. Dunque il dovere della memoria nasce in lui dal bisogno di raccontare.

Nei “Sommersi e salvati” Primo Levi dice che la memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma purtroppo fallace.

I ricordi infatti tendono a cancellarsi con gli anni e spesso si modificano o si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Non avviene quasi mai che due persone descrivano lo stesso fatto allo stesso modo e con le stesse parole, anche se il fatto è recente. Più si allontanano gli eventi, più si accresce e si perfeziona la costruzione della verità di comodo.

L’unico metodo per mantenere il ricordo fresco e vivo, è l’esercizio; in questo caso la frequente rievocazione dei fatti. È anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, personalizzata, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.

A volte la voglia di riappropriarsi della vita, caratteristica di tutti i dopo guerra, non lasciava spazio al ricordo dell’orrore; evitare di rievocare ciò che era appena stato, era per le persone un bisogno vitale.

Tuttavia le testimonianze che ci sono giunte dagli oppressori sono spesso false: essi mentono sapendo di mentire: sono in mala fede.

C’è che mente consapevolmente falsificando a freddo la realtà stessa, e c’è chi si allontana dal passato fabbricandosi una realtà di comodo perchè il passato è loro di peso; provano ripugnanza per le cose fatte e tendono a sostituirle con altre. La sostituzione può incominciare in piena consapevolezza ma ripetendo la descrizione , la distinzione fra vero e falso perde progressivamente i suoi contorni, e l’uomo finisce col credere al racconto che ha fatto e che continua a fare, ritoccando qua e là i dettagli meno credibili così la mala fede iniziale diventa buona fede.

C’è chi dice che le camere a gas servivano solo per uccidere i pidocchi, c’è chi dice che ha ucciso perché gli è stato comandato e che altri hanno commesso azioni peggiori delle sue, c’è chi dice che se non l’avesse fatto lui l’avrebbe fatto con maggiore durezza qualcun’altro al suo posto, c’è chi di ce che, data l’educazione che ha ricevuto e l’ambiente in cui è vissuto, non poteva fare altro…

Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull’individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: “la propaganda, lo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni, il terrore”. Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo come dimostrano i casi di numerosi uomini educati prima che il Reich divenisse totalitario e che tuttavia, in virtù di scelte opportunistiche e di comodo, hanno ugualmente deciso di aderire.

Avere il coraggio di ammettere i propri errori non è facile, ma, se si ha, è da rispettare.

Se non si sa riconoscere i propri errori non si può correggerli; se non si può correggerli non si potrà crescere.

L’affermazione “ho sbagliato” dimostra che chi la pronuncia possiede un certo grado di onestà, di forza, di umiltà e fiducia in sé.

Da allora diventerà più prudente nelle sue azioni e imparerà qualcosa che non gli sarà facile dimenticare. I nostri errori sono spesso i nostri migliori maestri e l’essere capace di ammetterli senza vergognarsi non è la minore delle lezioni che lo confermano.

Nulla arriva senza una ragione ed è più agevole subire immediatamente le amare conseguenze di uno sbaglio riconosciuto che passarlo sotto silenzio, per dover poi soffrire in modo più inteso.

Primo Levi nei “Sommersi e salvati” tenta poi di discolparsi dicendo che chi riceve un’ingiustizia o un’offesa non ha bisogno di elaborare bugie per discolparsi di una colpa che non ha, ma questo non esclude che anche i suoi ricordi possano essere alterati. È stato notato che molti reduci da guerre o da altre esperienze complesse traumatiche tendono a filtrare inconsapevolmente i loro ricordi: rievocandoli fra loro, o raccontandoli a terzi, preferiscono soffermarsi sulle tregue, sui momenti di respiro, e sorvolare sugli episodi più dolorosi. Questi ultimi non vengono richiamati volentieri dal serbatoio della memoria, e perciò tendono ad annebbiarsi col tempo.

Vediamo quindi come l’importanza del ricordare assuma un ruolo essenziale, in primo luogo per rendere omaggio alle milioni di vittime che nel corso dei secoli hanno lottato, combattuto fino all’ultimo sangue per acquisire dei diritti o delle libertà che al mondo attuale appaiono scontate ma che invece portano dentro di sé un enorme carico di sacrificio umano e poi è bene ricordare perché ciò non accada più, per non commettere gli stessi errori già fatti in passato che impedirebbero alla nostra società di progredire condannandola ad un regresso infrenabile.

A questo proposito, negli ultimi anni, le istituzioni hanno preso dei provvedimenti introducendo nel calendario il giorno della memoria, celebrato il 27 gennaio, in onore delle vittime del regime nazista, in particolare degli ebrei perseguitati e sterminati  nei campi di concentramento, veri e propri strumenti di morte.

Anche in Italia è stato istituito, il 10 febbraio, il giorno del ricordo per celebrare le vittime per troppo tempo offuscate e dimenticate dalle foibe.

Non ci è permesso e non ci si può permettere di dimenticare ciò che è stato, se si vuole impedire che la storia futura diventi un semplice ciclo ripetitivo di errori.