I sommersi e i salvati: sintesi di alcuni capitoli

DESCRIZIONE E STORIA DEL  CAMPO DI AUSCHWITZ   http://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Auschwitz

La zona grigia, La vergogna, Stereotipi, Comunicare, L’intellettuale ad Auschwitz

LA ZONA GRIGIA

(riassunto e commento del secondo capitolo de “I sommersi e i salvati”)

 

“La zona grigia” è il secondo capitolo del libro “I sommersi e i salvati”, scritto da Primo Levi nel 1986 (un anno prima del tragico suicidio).

Il libro ripercorre temi ricorrenti e molto importanti per Levi, ma pone l’accento non tanto sulla vita nel lager, quanto sulle meccaniche che entrano in gioco una volta usciti da quella terribile realtà.

Una di esse viene esaustivamente trattata da parte di Levi nel capitolo secondo.

La “zona grigia”, per Levi, è una sorta di grande “territorio”, a cui inevitabilmente chiunque durante la propria vita approda: è la situazione che si va a creare tra i protagonisti di un evento traumatico.

Secondo Primo Levi, per comprendere meglio il mondo e affrontare più facilmente gli ostacoli della vita, gli uomini operano moltissime semplificazioni, procedura che è indispensabile per farsi un’idea di come funziona il mondo.  Una di queste semplificazioni porta gli uomini a dar credito ad una visione manichea del mondo: esistono solo i puramente buoni e i puramente cattivi. Non ci sono, non ci possono e non ci devono essere contatti tra queste due realtà. Un esempio molto significativo che riporta l’autore è il successo esagerato degli sport come il calcio o il baseball: durante una partita esistono solo due squadre o due individui che si fronteggiano; naturalmente, lo spettatore è portato a considerare, secondo sui giudizi personali, una delle due realtà come buona e l’altra come cattiva, anelando alla vittoria della prima e alla sconfitta della seconda.

Tuttavia, molto raramente (praticamente mai) le situazioni della vita sono così semplici e poco articolate: molto spesso queste due realtà entrano in contatto, unendosi così indissolubilmente e profondamente, tanto  da rendere impossibile qualsiasi tentativo di giudizio.

Riportando questa definizione di “zona grigia”  alla realtà del lager, Levi ci offre un nuovo modo di vedere i campi di concentramento: la loro caratteristica più odiosa, oltre alle terrificanti umiliazioni e alla tortura fisica, era il fatto che chiunque entravain un lager non aveva punti di riferimento di alcun genere, era completamente solo di fronte ad una realtà completamente ostile.

Non esistevano due “fazioni”opposte che si fronteggiavano, non esisteva un solo nemico su cui concentrare tutta la propria rabbia e il proprio odio perchè  i mostri da cui guardarsi non erano solo i soldati, ma anche quelli che fino a poco tempo fa erano i propri amici, parenti, concittadini, ormai asserviti in misura maggiore o minore ad un sistema disumano nel tentativo di sopravvivere.

Questo brusco cambiamento rispetto alla vita quotidiana era riscontrabile fin dalle prime ore di detenzione nel campo e, molto spesso, bastava per sgretolare ogni traccia di speranza e coraggio nei prigionieri.  Questo era  l’intenzione  dei dirigenti del campo rispetto a chiunque giungesse per la prima volta nel campo: agli occhi dei “vecchi” detenuti,  il “nuovo” doveva essere  un avversario per definizione, qualunque fosse il motivo per cui era lì e la sua personalità andava attaccata e distrutta il prima possibile e con i metodi più violenti.

Levi è molto chiaro su come questo scopo fosse importante per le SS: non appena giunti al campo, i “nuovi” venivano  picchiati violentemente, intontiti con una sequela di ordini urlati con furia (in qualche caso anche simulata)e in una lingua che alcuni non comprendevano, denudati, rasati e vestiti di stracci. Ogni singolo aspetto di questo macabro e insensato rituale andava a contribuire all’annichilimento della personalità del prigioniero.

Oltre all’impegno delle guardie nel raggiungere questo proposito, molto spesso anche i prigionieri già presenti nel campo facevano la loro parte: chi era lì da più tempo degli altri era considerato una figura importante e da tenere in considerazione, figura che molto spesso non apprezzava l’arrivo dei “nuovi”, nei quali vedevano riflessa la loro vita precedente che pareva loro dolorosamente lontana.

Molto interessante, curiosa, patetica e triste è la condizione dei cosiddetti prigionieri “privilegiati”: erano questi una percentuale ristretta all’interno del campo, percentuale che diventa significativa nel conteggio dei sopravvissuti; infatti, essi (in un modo o in un altro), erano quelli che aveva trovato la possibilità di mantenersi più in forze degli altri.

Questi “privilegiati”, il cui privilegio scaturiva molto spesso da contatti (di qualunque tipo)con le alte sfere del campo, erano incaricati di incrementare maggiormente la dose di soprusi e angherie ai danni dei “nuovi”, in  modo che l’ordine del campo non venisse nemmeno lontanamente intaccato.

Questi personaggi tristi e complicati costituivano l’ossatura del controllo del campo da parte dei nazisti: essi non ne potevano fare a meno, a causa della mancanza di personale, impegnato a mantenere il controllo nell’Europa sottomessa e sui molteplici fronti di guerra. I nazisti, tuttavia, non potevano pensare che i “privilegiati” obbedissero ai loro ordini e non tradissero mai e in nessun caso: l’avevano fatto con i loro compagni e amici e nulla avrebbe loro impedito di farlo ancora. Per ovviare a questo fatto, i “privilegiati”  venivano immediatamente costretti a compiere azioni terribili ai danni degli altri prigionieri, in modo che rimanessero come marchiati e non potessero più tornare sui loro passi.

Nell’insieme dei “privilegiati”, Levi distingue due categorie: una composta da coloro che, pur di ricevere una razione extra di cibo, si davano da fare per svolgere compiti di relativa importanza (oppure assolutamente inventati dal nulla!); l’altra categoria delineata rappresenta coloro che, a differenza di quelli appena citati, disponevano all’interno del campo di un vero e proprio potere.

Erano questi i Kapos (i capi delle squadre di lavoro), i capibaracca, gli scritturali, uomini che avevano incarichi  di rilievo all’interno dell’amministrazione del lager.

Essi potevano accedere ad informazioni rilevanti sulla struttura del campo e sui membri delle guardie (magari le più corruttibili): per questo erano tenuti sotto osservazione continua dai dirigenti del campo; comunque, rispetto ai prigionieri, il potere di questi particolari “privilegiati”, non aveva alcun limite: non era raro (fino al 1943)che un Kapos ammazzasse di botte un prigioniero e non accorresse in alcuna sanzione (dal 1943 in avanti, quando la domanda di manodopera divenne più impellente, si introdussero alcune “norme”, come il fatto che le punizioni dei Kapos non dovessero ridurre permanentemente la capacità lavorativa del prigioniero).

Di fatto, quindi, all’interno del campo andava a delinearsi una struttura che in tutto e per tutto riprendeva quella dello stato totalitario: il potere proveniva tutto dall’alto e coloro che erano alla base di questa struttura non aveva alcun controllo su di esso.

Diventa quindi chiaro che questa struttura appariva allettante per chi, di natura, era attratto dal potere: infatti, in molti casi diventava Kapos chi risultava essere sadico, frustrato e chi, incredibilmente, dopo molta sofferenza, andava a riconoscersi nei suoi propri carnefici; secondo primo Levi, anche questo fatto delineava la somiglianza tra lo stato totalitario e la vita nel campo.

Successivamente Levi propone un esempio limite di questa aberrante collaborazione “vittima-carnefice”: i Sonderkommandos presenti nei campi di sterminio.

I Sonderkommandos( letteralmente “squadra speciale”), rappresentavano la squadra di prigionieri del campo incaricata del controllo e della gestione dei crematori e delle camere a gas. Essi, in quanto squadra speciale, erano sovvenzionati con razioni extra di cibo per la durata del servizio(qualche mese). Venivano scelti al momento dell’arrivo alla stazione e solo in un secondo momento realizzavano quale fosse il loro compito (chi rifiutò di obbedire venne ucciso).

Il loro  incarico  consisteva nel controllare i nuovi arrivati che dovevano essere introdotti nelle camere a gas, estrarre i loro cadaveri dalle camere, estrarre i denti d’oro dalle mascelle, rasare i capelli femminili, dividere e mettere da parte i vestiti, le scarpe, i bagagli, trasportare i corpi ai crematori, sovrintendere al funzionamento dei forni e quindi ripulirli dalle ceneri.

Questo compito orribile era affidato ad un gruppo di uomini che contava dai 700 ai 1000 effettivi, che comunque non durava per più di qualche mese: infatti, allo scadere del mandato, i componenti del Sonderkommandos venivano eliminati (sempre con metodi diversi per non destare sospetti) perché non potessero riportare ciò che avevano visto.

Il primo compito della squadra successiva, era quello di eliminare  i cadaveri della squadra precedente, una sorta di “rito di iniziazione”, ma non era chiaro che quel destino sarebbe toccato anche a loro.

Per quanto mi riguarda, questo è il miglior capitolo di tutto il libro.

L’idea della “zona grigia”, in cui nessuno è completamente innocente o colpevole, è qualcosa di assolutamente affascinante, che ci porta ad evitare quelle semplificazioni possono farci travisare la realtà dei fatti.

Levi riesce, incredibilmente, a superare le emozioni che lo colpiscono quando ripensa al campo e ad osservare la sua realtà in modo scientifico e obiettivo: solamente in questo modo, riesce ad indicare con chiarezza le situazioni del campo e, soprattutto, i suoi effetti sui prigionieri.

Con parole semplici ma dure, Levi descrive come il compito primario dei lager non fosse semplicemente distruggere fisicamente i prigionieri, ma umiliarli, spingerli al limite, alienarli da tutto ciò che è umano, perché se anche fossero sopravvissuti non avrebbero potuto ritornare alle loro vite precedenti.

In questo terrificante rituale, entravano a far parte anche gli stessi prigionieri, devastati dalla sofferenza e dalla rabbia e pronti a tutto pur di compensare in qualche modo il vuoto che sentivano dentro.

In questo modo, il lager acquista una concezione “fantascientifica”: è una sorta di dimensione parallela, in cui i valori normali della quotidianità vengono stravolti e ribaltati, i prigionieri vengono ridotti a bestie e costretti a perdere ogni connotato di umanità, ogni persona è completamente sola e immersa in un mondo che non può completamente comprendere.

Attraverso vari esempi, Levi delinea un filo conduttore per spiegare i comportamenti di collaborazione tra prigionieri e guardie: il potere.

In un sistema come quello del lager, il potere è un attraente miraggio cui molti anelano, ma che solamente alcuni, i più spietati e i più furbi, riescono a raggiungere: nei campi di sterminio, il potere e la sopraffazione risultano essere causa della sofferenza, ma anche unica apparente via d’uscita.

È la logica distorta del lager, la logica distorta del totalitarismo e dell’estremismo…la logica assurda, terribile, patetica e inconcepibile della violenza.

COLLEGAMENTO A LUCIANA NISSIM MOMIGLIANO,  dottoressa nell’infermeria del reparto femminile, che dichiarò di aver superato il trauma di Auschwitz per la sua forza di carattere e per la consapevolezza di aver fatto sempre il possibile per aiutare le sue compagne.

La vergogna 1

PRIMO LEVI  –  LA VERGOGNA

La vergogna. Questo sentimento emerge, a parer nostro, in modo evidente in questa frase tratta dal libro “La tregua”:” la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”.

Da questa frase si può comprendere il sentimento che Levi, come tutte le persone sopravvissute ai lager,  ha provato, ossia il senso di impotenza nei confronti delle SS e di rimorso e/o colpevolezza per non aver potuto impedire che tutto ciò accadesse. Personalmente riteniamo che tale frase sia talmente densa di significato che difficilmente una persona comune potrebbe concepire o capire appieno data la sua natura drammatica derivata dalla realtà cruenta da cui è uscito l’autore.  Basti pensare, infatti, che questo sentimento, unito al senso di colpa per essere riuscito a sopravvivere a discapito di altri, i sopravvissuti se li sono portati dietro tutta la vita, causando spesso episodi di suicidio, fra i quali quello dello stesso Levi.

Successivamente lo scrittore-chimico sottolinea un altro momento in cui questo sentimento emerge nell’unico istante, dopo tanti anni di prigionia, in cui lui avrebbe avuto ragione di gioire: la riacquistata libertà. Infatti, attraverso lo sguardo dei soldati russi che li stavano liberando, non riuscì a far  altro che ripensare alle terribili sofferenze provate  che lo avevano cambiato profondamente. Quindi, anziché provare gioia emerge in lui un profondo senso di odio nei confronti dei tedeschi e in generale di tutti quelli coinvolti in uno degli episodi più terribili che la storia ha conosciuto (per tale motivo provò quasi gioia per l’esplosione della bomba atomica che uccise numerosi giapponesi, alleati dei tedeschi). Ciò viene espresso nella pagina 11 del libro “La tregua”: “Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.”.

In queste sue affermazioni, ma in generale come in tutto il libro, Levi da prova di una incredibile obiettività pur avendo vissuto tutto questo sulla sua pelle, dato che niente riuscirà a fargli dimenticare ciò che  ha passato e che nessuno potrà ridargli la vita che gli è stata tolta all’entrata del lager.

La vergogna2 (Valentina Vorgnano)

Nel terzo capitolo, La vergogna, Levi inizia a parlare della vergogna provata dal “salvato” nel momento in cui ripensa all’esperienza del lager, oppure quando deve rispondere alle domande di chi non ha vissuto direttamente quell’esperienza eppure pretende di giudicarla.

Primo Levi afferma che molti (ed anche egli stesso) hanno provato vergogna, cioè un senso di colpa, durante la prigionia e dopo; questo è un fatto accertato e confermato da molte testimonianze.

Secondo Levi il senso di vergogna o di colpa, che coincideva con la riacquistata libertà, era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo. Infatti ognuno di loro, sia oggettivamente, sia soggettivamente, aveva vissuto il Lager a proprio modo. Secondo il suo parere, l’ora della liberazione non era stata né lieta né spensierata come tutti saremmo portati a credere, ma era stata l’ora della vergogna.

1) I “salvati” soffrivano perché si erano sentiti colpevoli per non aver fatto niente o non abbastanza  contro il sistema in cui erano assorbiti. Secondo Primo Levi sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente. A questo proposito ci ricorda di quando, nel 1941, caddero in mano tedesca milioni di prigionieri militari sovietici. Erano giovani, ben nutriti e robusti, avevano una preparazione militare e politica ; odiavano i tedeschi che avevano invaso il loro paese; eppure raramente hanno resistito. La denutrizione, la spogliazione e gli altri disagi fisici, di cui i nazisti erano maestri, sono rapidamente distruttivi, e prima di distruggere paralizzano.

2) Nei campi di concentramento tutti avevano vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: avevano sopportato la sporcizia, le loro giornate erano state ingombrate dalla fame, dalla fatica, dal freddo…Inoltre  tutti avevano rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo…Tutti avevano dimenticato il proprio paese, la propria cultura, la famiglia, il passato, il futuro che si erano rappresentati, perché, erano ristretti al momento del presente.

Primo Levi crede che molti casi di suicidio dopo la liberazione  siano dovuti a questo volgersi indietro a guardare l’”acqua perigliosa”. I casi di suicidio all’interno del lager erano davvero rari e Levi tenta di dare tre diverse spiegazioni:

1-     il suicidio è dell’uomo e non dell’animale, è un atto meditato

2-     “c’era altro da pensare” in quanto la giornata era fitta: bisognava soddisfare la fame, evitare i colpi e mancava il tempo per concentrarsi sull’idea della morte

3-     Nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa che nessuna punizione è venuta ad attenuare; la durezza della prigionia veniva percepita come una punizione ed il senso di colpa veniva messo in secondo piano.

3) Primo Levi racconta che nel momento in cui si sentivano ridiventare uomini, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta, la pena della vita da ricominciare sotto le macerie,spesso da soli…uscire dalla pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti perché ha coinciso quasi sempre con una fase d’angoscia.

(Primo Levi riprende poi un passo dell’ultima pagina del memoriale di Filip Muller, il quale scrisse che durante il momento di liberazione provò un completo abbattimento e quel momento, non suscitò in lui né felicità né alcun altro sentimento: si lasciò cadere dal  suo giaciglio e andò a carponi fino alla porta. Una volta uscito, si sdraiò a terra nel bosco e si addormentò.

Nonostante ciò molte liberazioni sono state vissute con gioia piena soprattutto da parte dei combattenti, militari o politici che vedevano realizzarsi le aspirazioni della loro militanza e della loro vita.

Levi, infatti, racconta che nel maggio del 1944 arrivò un nuovo kapo per la sua squadra. Questi picchiava in modo convulso, maligno e perverso sul naso, sugli stinchi e sui genitali. Un collega, un ebreo comunista croato, aveva detto a Levi che questo Kapo non sarebbe durato molto. Infatti dopo una settimana il picchiatore sparì. Solo anni dopo, in un convegno di reduci, Levi venne a conoscenza del fatto che alcuni prigionieri politici addetti all’ufficio del lavoro del campo, avevano il potere di sostituire i numeri di matricola sugli elenchi dei prigionieri destinati alla camera a gas.)

4)  Altra causa più realistica della “vergogna” della vittime era il rendersi conto di aver mancato sotto l’aspetto della solidarietà umana. Pochi superstiti si sentono colpevoli di aver rubato: chi lo ha fatto ne rimuove il ricordo, ma quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso. La richiesta di solidarietà, di una parola umana, di un consiglio,era permanente, ma veniva soddisfatta di rado.

“Mancava il tempo, lo spazio, la pazienza, la forza”, afferma Levi.

Primo Levi si ricorda di quando aveva cercato di ridare coraggio, facendogli dono di un’attenzione momentanea ad un diciottenne italiano appena arrivato, che era disperato a causa dei primi giorni di campo. Ma si ricorda anche di quando scosse le spalle davanti ad altre richieste; questo perché

la regola principale del Lager era quella di badare prima di tutto a se stessi.

5) Levi ricorda, che nell’agosto del 1944, faceva molto caldo. La sua squadra era stata mandata in una cantina a sgomberare i calcinacci, e tutti soffrivano per la sete. A Levi era stato affidato un angolo della cantina, attiguo ad un locale occupato da impianti chimici in corso di installazione ma già danneggiati dalle bombe. Lungo il muro c’era un tubo che terminava con un rubinetto poco sopra il pavimento. Levi lo aprì a si accorse che usciva dell’acqua a gocce. Scelse di dividere l’acqua con il suo compagno Alberto, amico fin dall’infanzia. Di nascosto in due bevettero, alternandosi sotto il rubinetto.

Ma nella marcia di ritorno al campo Levi si trovò accanto a Daniele, tutto grigio di polvere di calcinacci con le labbra spaccate e gli occhi lucidi e si sentì colpevole.

Daniele li aveva visti e glielo disse alcuni mesi dopo la liberazione avvenuta. Chiese perchè non avesse potuto bere anche lui. Era il codice morale “civile” che riemergeva.

Inoltre il fatto di essere sopravvissuti fa sempre pensare che forse “sei vivo al posto di un altro”, sicuramente migliore di te.

6) Levi racconta di quando, al ritorno dalla prigionia, andò a trovarlo un amico più anziano di lui il quale era contento di ritrovarlo vivo e indenne dicendo che il fatto che Levi fosse sopravvissuto non fu opera del caso ma bensì opera della provvidenza. Levi iniziò così ad interrogarsi sul perché proprio lui, non credente, si fosse salvato. Un suo amico religioso gli disse che era sopravvissuto affinchè portasse testimonianza di quanto era accaduto, ma lui rifiutò completamente questa spiegazione, perchè acuiva il suo senso di colpa.

Primo Levi si domanda perché sia morto Chajim, orologiaio di Cracovia, ebreo pio, che si era sforzato di capirlo e di farsi capire e di spiegare le regole essenziali di sopravvivenza nei primi giorni di cattività; è morto Robert, professore alla Sorbona, che emanava fiducia e coraggio intorno a sé e registrava tutto nella sua memoria…Queste persone sono morte non malgrado il loro valore, ma per il loro valore.

7) Infine i sopravvissuti sentivano la “vergogna del mondo” , cioè il dolore per le colpe che altri hanno commesso: soffrivano perché si rendevano conto che il genere umano, di cui fanno parte, era capace di costruire una mole infinita di dolore.

Vorgnano Valentina

 

Gli stereotipi

Nel settimo capitolo, Stereotipi, Levi risponde a tre delle domande più frequenti verso i reduci.

Lo stereotipo è qui inteso come il non potere capire, da parte delle generazioni contemporanee, ciò che fu veramente l’Olocausto e cosa comportò effettivamente lo sterminio per i deportati.

La concezione che ormai si ha del prigioniero è dell’uomo normale, uguale agli altri, solo che è rinchiuso in una cella e non ha libertà.

In realtà, in quella situazione, il problema era un altro e la mancanza di libertà era comunque secondaria; infatti venivano a mancare la soddisfazione dei bisogni primari dell’uomo come il cibo e l’acqua.

Primo Levi dice che coloro che hanno sperimentato la prigionia si dividono in due categorie ben distinte: quelli che tacciono e quelli che raccontano. Tacciono coloro che  provano quel disagio (coloro che ha chiamato “vergogna”), coloro che non si sentono in pace con se stessi, o le cui ferite bruciano ancora. Parlano quelli che obbediscono a spinte diverse; parlano perché ravvisano nella loro prigionia il centro della loro vita, l’evento che ha segnato la loro esistenza. Parlano perché sanno di essere testimoni di un processo secolare, parlano perché “è bello raccontare i guai passati”, parlano descrivendo paura e coraggio, astuzie, offese, sconfitte…ma parlano anche perché vengono invitati a farlo. Gli ascoltatori, gli amici, i figli, i lettori, capiscono l’unicità della loro esperienza e li sollecitano a raccontare, ponendo domande e talvolta mettendoli in imbarazzo.

Primo Levi dice che fra le domande che gli vengono poste ce n’è una “famiglia” che non manca mai: “Perché non siete fuggiti?”, “Perché non vi siete ribellati?”, “Perché non vi siete sottratti alla cattura ‘prima’?”. Secondo Levi queste domande, per la loro immancabilità e crescere nel tempo, meritano attenzione.

“Perché non siete fuggiti?”

Vi sono paesi in cui la libertà non è mai stata conosciuta perché il bisogno che l’uomo ne prova viene dopo altri bisogni: resistere al freddo, alla fame, alle malattie..

Vi sono poi altri paesi in cui i bisogni elementari sono soddisfatti e i giovani di oggi sentono la libertà come un bene a cui non si deve rinunciare; perciò l’idea della prigionia è concatenata all’idea della fuga o della rivolta. La condizione del prigioniero è sentita come anormale e deve essere guarita con l’evasione o la ribellione. L’idea della prigionia e dell’evasione di oggi assomiglia assai poco alla situazione dei campi di concentramento. In Germania esistevano milioni di stranieri in condizione di schiavitù, affaticati, disprezzati, mal vestiti e mal curati. I prigionieri di guerra ricevevano viveri e vestiario attraverso la Croce Rossa e possedevano un buon allenamento militare, erano esenti dalla “zona grigia” e potevano fidarsi l’uno dell’altro.

Per i paria dell’universo nazista l’evasione era difficile e pericolosa:erano demoralizzati, indeboliti dalla fame e dai maltrattamenti, avevano i capelli rasati, abiti lerci e scarpe di legno.

Se gli ebrei fossero riusciti a superare lo sbarramento di filo spinato e la griglia elettrificata, a sfuggire dalle pattuglie, alla sorveglianza delle sentinelle armate di mitragliatrice nelle torrette di guardia, ai cani addestrati alla caccia all’uomo:verso dove avrebbero potuto dirigersi?a chi avrebbero chiesto ospitalità?erano fuori dal mondo, non avevano più una patria né una casa. Chi ospitava o aiutava un ebreo rischiava punizioni terrificanti. Inoltre la fuga di un solo prigioniero era considerata un evento intollerabile. Di conseguenza, quando un ebreo mancava all’appello l’intero campo veniva messo in stato d’allarme; i connazionali o gli amici notori erano interrogati sotto tortura e poi uccisi. I suoi compagni di baracca venivano fatti stare in piedi , nella piazza dell’appello, sotto la neve, la pioggia o il sole, finchè l’evaso non fosse stato ritrovato, vivo o morto.

Primo Levi racconta poi l’evasione di Mala dal Lager femminile di Birkenau. Mala era un’ebrea polacca che era stata catturata in Belgio e parlava molte lingue, perciò fungeva da interprete e da portaordini, godendo di una certa libertà di spostamento. Nell’estate del 1944 decise di evadere con Edek, un prigioniero politico polacco. Corruppero una SS e si procurarono due uniformi. Giunsero al confine slovacco, vennero fermati da due doganieri e consegnati alla polizia  e furono riportati a Birkenau. Edek venne impiccato subito. Mala era riuscita a nascondersi una lametta da rasoio addosso; mentre era nella cella si recise l’arteria di un polso ai piedi della forca. L’SS cercò di strapparle la lama  ma Mala gli sbattè sul viso la mano insanguinata. Accorsero subito altri militi che la calpestarono a morte e poi fu portata al crematorio.

Levi si ricorda di quando era stato invitato a parlare in una quinta elementare per commentare i suoi libri. Un ragazzino gli chiese di tracciare uno schizzo alla lavagna del campo di concentramento; dopo aver studiato il disegno gli espose il piano che aveva escogitato: di notte, bisognava per prima cosa sgozzare la sentinella; poi, indossare i suoi abiti, subito dopo correre alla centrale e interrompere la corrente elettrica così si sarebbero spenti i fari e si sarebbe disattivato il reticolato ad alta tensione. Questo illustra la spaccatura che esiste fra le cose com’erano “laggiù” e le cose come vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti.

Essa slitta verso la semplificazione e lo stereotipo. Si ha infatti molta difficoltà a percepire le vicende altrui in quanto sono lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio e nella qualità. Noi tendiamo ad assimilarle a quelle “vici-niori”.

“Perché non vi siete ribellati?”

Questa domanda è quantitativamente diversa dalla precedente ma anch’essa si fonda su uno stereotipo. In primo luogo non è vero che in nessun lager non abbiano avuto luogo delle rivolte; furono imprese di estrema audacia ma nessuna di esse si concluse con la vittoria(intesa come liberazione del campo). Sarebbe stato insensato puntare alla liberazione perché perché le truppe di guardia erano armate e gli insorti no. Lo scopo effettivo era quello di danneggiare o distruggere gli impianti di morte e consentire la fuga del piccolo nucleo di insorti, il che talvolta riuscì. Ad una fuga di massa non si pensò mai: sarebbe stata un’impresa folle.

I pochi a cui l’impresa riuscì, parlarono ma non furono quasi mai ascoltati né creduti.

In secondo luogo: in nesso oppressione-ribellione è uno stereotipo; non è valido sempre.

La storia delle ribellioni è vecchia ed altrettanto tragica e varia. Poche ribellioni sono state vittoriose, molte sono state sconfitte. In ogni caso si osserva che alla testa del movimento non figurano mai  gli individui più oppressi: di solito le ribellioni sono guidate da capi audaci e spregiudicati. Il fatto non può stupire: un capo deve possedere forza morale e fisica, e l’oppressione deteriora l’una e l’altra. Per suscitare la collera l’oppressione dev’essere di misura modesta, o condotta con scarsa efficienza. L’oppressione nei lager era di misura estrema. Il prigioniero tipico era al limite dell’esaurimento. La rivolta di Birkenau fu scatenata dal Kommando Speciale addetto ai crematori: erano uomini disperati ed esasperati, ma ben nutriti, vestiti e calzati.

“Perché non vi siete sottratti alla cattura ‘prima’?”

Primo Levi ci ricorda che molte persone minacciate dal nazismo e dal fascismo se ne andarono “prima”; erano esuli politici o intellettuali mal visti dai due regimi. Tuttavia in massima parte le famiglie minacciate restarono in Italia ed in Germania. Domandarsi e domandare il perché è ancora una volta il segno di una concezione stereotipa della storia. L’Europa del 1930-1940 non era l’Europa odierna; emigrare era doloroso, era difficile e costoso. Per farlo occorreva molto denaro e una “testa di ponte” nel paese di destinazione: parenti od amici disposti  a dare garanzie o anche ospitalità. L’Europa degli anni ’30 era già industrializzata, era profondamente contadina, o stanzialmente urbanizzata. L’”estero” era uno scenario lontano e vago, soprattutto per la classe media, meno assillata dal bisogno. Di fronte alla minaccia hitleriana la maggior parte degli ebrei indigeni preferì rimanere in quella che essi sentivano come la loro “patria”. Fu comune a tutti la difficoltà organizzativa dell’emigrazione. Erano tempi di gravi Tensioni internazionali: le frontiere europee erano praticamente chiuse e così molti pensavano: se morrò, morrò in “patria”, sarà il mio modo di morire per la patria. Gli ebrei tedeschi erano incapaci di concepire un terrorismo di stato, anche quando già lo avevano intorno a loro.

Bisogna guardarsi dal senno del poi e dagli stereotipi; bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto più è grande la distanza nello spazio e nel tempo. A quel tempo molte minacce , che oggi ci sembrano evidenti, erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolatorie generosamente scambiate d auto catalitiche.

COMUNICARE

Levi racconta della difficoltà di comunicare sia con i propri compagni sia con i carcerieri: infatti, egli afferma che per sopravvivere era essenziale conoscere il tedesco, altrimenti si veniva percossi ed emarginati. Coloro che faticavano di più ad integrarsi erano quindi italiani, jugoslavi e greci. Inoltre, in quella situazione,la mente si degrada a causa dell’indebolimento fisico; e, anche se i prigionieri hanno la possibilità di comunicare tra loro, tendono a non farlo, anche per mancanza di argomenti, ma, più sovente, essi non avevano semplicemente voglia di comunicare e guardavano con disprezzo coloro che avevano ancora energie per farlo.

Nonostante Levi conoscesse bene il tedesco, all’inizio fatica a comprendere quello parlato dalle guardie, poiché il loro linguaggio era diverso da quello tradizionale, storpiato e abbruttito.

L’INTELLETTUALE AD AUSCHWITZ

Levi spiega che è stato fortunato a sopravvivere, in quanto egli è stato reclutato come chimico e questo gli ha dato una condizione più agiata, nonostante egli non fosse né forte né resistente. Egli inoltre presenta una grande curiosità per ciò che lo circonda e questo è stato utile in seguito per la stesura dei suoi libri.

Nonostante il suo caso isolato, la maggior parte degli intellettuali facevano una vita breve, faticando ad inserirsi, soprattutto nel lavoro manuale, a cui erano poco abituati; ed anche nelle baracche la vita era difficile in quanto era una continua opprimente routine. Nonostante tutto, Levi spiega che il lager è stato  una sorta di università dove si impara a sopravvivere e a giudicare  il mondo da un’ottica diversa da quella abituale. Nel lager tutte le nozioni inutili, come la filosofia, che serviva solo per porsi domande, ma in quella circostanza era anche peggio. L’uomo semplice era incline a non cercare di capire e questo lo proteggeva dai tormenti. Gli unici insegnamenti erano quelli pratici, utili ai nazisti.