Italo Svevo – vita e opere

Italo Svevo (1861-1928) Vita – Romanzi –

La coscienza di Zeno

 

Si ringraziano la redazione di Liber Liber e la prof. Daniela Leuzzi, il cui sito ( http://users.libero.it/leuzzi/) contiene molti testi interessanti

http://www.liberliber.it/home/index.php

http://www.liberliber.it/biblioteca/s/svevo/index.htm

Italo Svevo, pseudonimo del triestino Ettore Schmitz, fu autore di alcune raccolte di racconti, in gran parte uscite postume (tra i quali: La novella del Buon Vecchio e della Bella Fanciulla, Vino generoso, Il Vecchione, Una burla riuscita e Corto viaggio sentimentale), di testi teatrali e di tre romanzi “maggiori”: Una vita (1892), Senilità (1898), La coscienza di Zeno (1923). Compiuti gli studi in Germania, visse a Trieste — allora appartenente all’Impero Austro-Ungarico — città intrisa di influssi etnici e culturali molto diversi tra loro. Gravi problemi economici e l’insuccesso della sua attività letteraria, lo costrinsero a impiegarsi prima in banca, poi presso un’industria.

Dopo il discreto favore con cui la critica accolse l’uscita di Una vita, seguito dal “vuoto” che accompagnò la pubblicazione di Senilità, Svevo scrive di sé: «Questo romanzo non ottenne una sola parola di lode o di biasimo dalla nostra critica. Forse contribuì al suo insuccesso la veste alquanto dimessa in cui si presentò… Mi rassegnai al giudizio tanto unanime (non esiste un’unanimità più perfetta di quella del silenzio), e per venticinque anni m’astenni dallo scrivere. Se ci fu errore, fu errore mio».

Ma in questi venticinque anni studia, scrive e non riesce a eliminare dalla sua vita «quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura». Nel 1903 prese lezioni di inglese da J.Joyce, il quale, più avanti contribuirà al successo di Svevo tessendone le lodi. Intanto, anche in Italia, grazie soprattutto a Eugenio Montale, intorno al 1925-’26, lo scrittore viene finalmente “scoperto”: si parlò, in seguito, di un vero e proprio «caso Svevo». In Francia il pieno riconoscimento del suo valore letterario, avviene tramite i critici Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux.

I tre romanzi, i quali costituiscono una specie di trilogia che approfondisce una tematica a sfondo autobiografico, sono tesi a cogliere l’analisi spietata dell’inconfessabilità dell’io più profondo. I protagonisti, infatti, in qualche modo si somigliano. In Una vita, (http://www.oilproject.org/lezione/una-vita-sintesi-svevo-schopenhauer-5282.html) il personaggio sveviano è incapace di un’esistenza “normale”, giunge al suicidio dopo aver  compromesso volontariamente la sua attività lavorativa, le sue velleità letterarie e la sua poco entusiasmante storia con una ragazza che in un primo tempo ne condivideva le aspirazioni. In Senilità, (http://www.oilproject.org/lezione/senilit%C3%A0-di-italo-svevo-freud-5312.html)  logorato dal continuo confronto con un amico “di grande successo”, il protagonista deve affrontare il fallimento della sua relazione sentimentale con una donna che lo considerava un semplice diversivo e la morte di sua sorella. Questa volta il personaggio “sceglie la vita”, ma si percepisce come definitivamente “vecchio”, “finito”, sebbene abbia varcato da poco la soglie della trentina. Nella Coscienza di Zeno — ispirato alla confessione psicoanalitica di Freud — romanzo ormai pienamente maturo, il protagonista finisce per guardarsi vivere, cosciente della propria «malattia» e senza alcuna speranza, o forse volontà, di poterne mai guarire. Partito da moduli veristici e dallo psicologismo francese, ispirandosi a Zola e Goncourt, l’esperienza letteraria di Svevo si conclude infine — ormai più vicina a Proust e Joyce — con la testimonianza della crisi dell’uomo moderno che inevitabilmente deriva dal crollo della concezione classica e cristiana, e dalla coscienza dell’inevitabile fallimento di ogni tentativo di determinare in qualche modo gli eventi che lo coinvolgono.

A cura della Redazione Virtuale LiberLiber

DANIELA LEUZZI

Italo Svevo: la dialettica tra malattia e salute

La coscienza di Zeno
(sintesi in: http://www.oilproject.org/lezione/svevo-coscienza-di-zeno-joyce-montale-5342.html)

Il meccanismo narrativo del romanzo è innescato nella Prefazione che si finge scritta per vendetta da uno psicanalista che, abbandonato dal paziente a metà della cura, decide di pubblicare l’autobiografia del suo assistito. Il romanzo si presenta perciò come il prodotto di un’analisi e ciò, lungi dall’essere una mera tecnica narrativa, evidenzia il sottile confine tra Vita e Letteratura, l’affinità tra l’autore e Zeno Cosini. Quest’ultimo svolge la funzione di narratore interno poiché, ormai anziano, scrive le proprie memorie nel tentativo di riacquistare la salute. Nel preambolo sono dunque presentate le tematiche del romanzo: la serrata dialettica tra malattia e salute e la memoria, lo scavo interiore, strumento per chiarire il senso dell’ esistenza.

Il romanzo procede per nuclei tematici nei quali il punto di vista di Zeno – narratore si scontra con i “centomila Zeno” che costituiscono l’io narrato. Il personaggio appare frantumato in numerose identità fluttuanti e in divenire nel tempo, inserite nell’ unica e immobile cornice della Trieste piccolo-borghese.

L’inettitudine, vera cifra del protagonista, emerge nei vani tentativi di smettere di fumare; attorno all’ “ultima sigaretta” si raccolgono i nodi della sua esistenza: il rapporto con l’Olivi, l’amministratore dei beni imposto dal padre, il timore del giudizio futuro del figlio, le relazioni con le donne dalle quali viene sempre scelto.

La convinzione di essere tormentato da una malattia permette a Zeno di sottrarsi alle responsabilità che la salute comporterebbe e di vivere credendo nella propria grandezza potenziale e latente. (TECNICA DEL NARRATORE INATTENDIBILE)

La spinta verso il meglio ed il desiderio di vivere da “lottatore” sono alimentati dalla presenza del padre, dopo la sua morte Zeno , ritenuto da tutti un “uomo senza qualità”, avverte, a soli trent’anni, l’inizio della “senilità”. Nel momento del trapasso il padre lascia cadere sul volto del figlio uno schiaffo, gesto automatico di moribondo, interpretato come estrema punizione della sua inettitudine.

Insoddisfatto della posizione di ricco borghese ozioso Zeno vede nel matrimonio una soluzione e si     accosta a Giovanni Malfenti, uomo d’affari ricco e fortunato. L’io narrante ripercorre le tappe del suo corteggiamento delle giovani Malfenti, descrive i suoi progetti, concepiti con precisione, puntualmente falliti.

L’aspirazione a “farsi scegliere” da Ada, la “divina fanciulla”, sfuma miseramente e l’inetto viene ritenuto pazzo dalla piccola Anna. Zeno fallisce sempre il bersaglio: neppure Alberta accetta di sposarlo, Ada sceglie Guido Speier , giovane disinvolto. Rassegnato, Zeno fa, come in altri momenti della vita, ciò che gli altri vogliono da lui e sposa Augusta, l’unica che non aveva desiderato. (L’INETTO FORTUNATO)

Insieme con gli scacchi ed i disinganni ricompare il suo dolore che imprime su di lui il marchio del “vinto” e ravviva la fiducia nelle potenzialità che avrebbe potuto estrinsecare se fosse stato sano. Zeno anela costantemente alla salute ma dimostra di non credere in essa :”Non si è mai guariti abbastanza”.

Ecco un inetto: un uomo che evita il rischio sotto ogni forma, racchiuso in un comodo guscio di ipocondria, assiste allo snodarsi dei fatti dell’esistenza senza compromettersi. Accanto ad Augusta comprende che la salute non indaga se stessa, consiste esclusivamente nel “segregarsi nel presente e starci caldi. Il protagonista invece, studiando la salute , la converte in malattia e soltanto attraverso l’analisi acquista una vera coscienza di sé.

La consapevolezza della malattia sia fisica (come quella che colpirà Giovanni Malfenti ed Ada) sia psicologica (quella di Zeno) conduce ad idolatrare la salute, la cui essenza è compresa solo da chi non la possiede.

Zeno infatti, incapace di vivere in un ambiente in cui regna la salute, cerca l’avventura sentimentale con Carla Greco: la sua malattia gli permette di fare ciò che gli piace senza avvertire il peso della responsabilità. Come per l’ “ultima sigaretta” i propositi di “ultimo tradimento” non vengono portati a termine ma di ciò Zeno di compiace.

Zeno tuttavia avrà successo e “farà centro” ma non nel bersaglio preso di mira: Nella gestione dell’ associazione commerciale, ad esempio, il netto scacco con la vita toccherà al disinvolto Guido. Quest’ultimo infatti lotta con la realtà affrontando i doveri che la salute gli impone, Zeno invece si trincera nella sua malattia. La vita smaschera l’inettitudine di Guido che, davanti al fallimento ed alla malattia di Ada, simula il suicidio per ottenere aiuto. Il secondo tentativo gli sarà fatale. Guido viene definito un “fanciullo inane” mentre a Zeno tocca il titolo di “miglior uomo della famiglia”.

Zeno considera la vita “originale”, non crede nella salute, considerata un “giusto medio fra due malattie”.

La dialettica tra malattia e salute introdotta all’ inizio del romanzo si completa in un gioco di antitesi: Rispetto alla sorte di Guido, Zeno si sente sano e forte; nonostante ciò è consapevole di non poter rinunciare alla propria malattia che costituisce la sua identità profonda. Grazie ad essa ha attuato l’analisi della coscienza, rintracciando un costante ed inattuato impulso alla salute, eterna illusione umana: la vita è essa stessa una dolorosa malattia.

La malattia sveviana è l’insoddisfazione e l’inquietudine dell’uomo che non si inserisce nella società. L’uomo diventa sempre “più furbo e più debole” affidandosi a nuovi “ordigni” e, giunto nel profondo della coscienza, scopre soltanto il “male di vivere” .

La salute è andata perduta con il progresso, con l’analisi della coscienza, lo studio introspettivo e psicoanalitico; ogni ipotesi di “guarigione dalla cura” comporta la catastrofe.

La Coscienza di Zeno, il “poema della nostra complicata pazzia contemporanea”, secondo la celebre definizione montaliana, si accosta così all’ Ulysses di J. Joyce.

Il personaggio naviga tra le onde tempestose del proprio io, che fa sentire la sua voce grazie allo stream of consciousness.

DANIELA LEUZZI

 

Nella parte finale del romanzo, col raggiungimento del successo economico (grazie alla speculazione di guerra), apparentemente è giunto alla “salute”, che per la nostra civiltà si identifica col successo. In lui però nasce la consapevolezza che in realtà la salute non è altro che l’adesione alla follia collettiva di una società che fa del denaro e di tutti gli “ordigni” che con esso si possono acquistare il valore più importante. A causa di questo sbaglio verrà la fine: l’uomo, dopo aver invaso tutto l’ecosistema con le sue molteplici attività, lo renderà inabitabile e magari qualcuno, più malato degli altri, userà uno di questi “ordigni” tecnologici per distruggere il mondo. Così non esisteranno più malati né malattie.

Con una pagina disperata (e in qualche modo preveggente) si conclude il romanzo, negando all’umanità ogni  speranza di riscatto.

 

Il personaggio naviga tra le onde tempestose del proprio io, che fa sentire la sua voce grazie allo stream of consciousness.