Caos delle forme, caos della vita – Il pensiero di Luigi Pirandello

Pensiero e opere di Luigi Pirandello

* Pirandello fu poeta, narratore e drammaturgo. Le sue prime opere, di carattere verista, ci fanno ricordare  Verga;  scrisse sette romanzi e più di duecento novelle, riunite sotto il titolo -Novelle per un anno-. I romanzi possono essere considerati come novelle più lunghe in cui Pirandello parte da un fatto per analizzarlo in modo razionale e filosofico. In questa predisposizione all’analisi, molti critici hanno letto (a torto) una sostanziale mancanza d’arte.  Fra i romanzi ricordiamo L’esclusa, Il fu Mattia Pascal, I vecchi e i giovani (politico)-.

CAOS DELLE FORME, CAOS DELLA VITA

* Pirandello si forma  in un periodo di  duplice crisi: da una parte, la crisi storica e sociale dell’Italia; dall’altra, la crisi della cultura positivistica, la caduta cioè dei valori e delle certezze acquisite. Più grave era l’altra crisi; il crollo dei miti della ragione, della scienza , del progresso, che si esprime nella contemporanea cultura del decadentismo, trova nell’opera di Pirandello una delle sue più importanti espressioni: l’uomo non è più in grado di conoscere e di padroneggiare il mondo esterno, non conosce più se stesso e non si appartiene. Nasce così il relativismo di Pirandello; esso utilizza il linguaggio del teatro per definire la vita come una “buffoneria”, una “fantocciata”, una “pupazzata”.

(Dal libro “Le alterazioni della personalità” di Binet), Pirandello apprese l’idea che la personalità dell’uomo non è una, ma molteplice; da questo spunto, verrà uno dei suoi temi decisivi, quello della follia: i suoi personaggi si sdoppiano, sono dissociati, sono contemporaneamente”uno, nessuno e centomila”.

(Una seconda fonte fu per Pirandello il “Saggio sul genio dell’arte” di Sèailles, in quest’opera, Pirandello,trovò un’importante suggestione:) noi non percepiamo le cose per come esse sono; le apprendiamo per come ci appaiono, a seconda della nostra educazione, della nostra mentalità, della situazione in cui ci troviamo. Più tardi dal libro “Le Finzioni dell’anima” di Marchesini, Pirandello ricavò l’idea che non esistono valori morali certi: l’idea del bene, il dovere, ecc…sono semplici “credenze”, che Pirandello chiamerà poi “forme”.

“Forma” è anche l’immagine che ciascuno di noi ha di se stesso e degli altri: si tratta di uno schema fisso che non recepisce il cambiamento continuo di sentimenti, convinzioni, atteggiamenti che si verifica nella vita di ciascuno di noi: la vita cambia, la forma no.  Così noi ci sentiamo giudicati dagli altri per quello che non siamo più o che forse non siamo mai stati, come se, per giudicare un barattolo, contasse più l’etichetta del contenuto.

Come se non bastasse,  le idee di noi che gli altri si formano, non solo non coincidono con la nostra, ma spesso sono diverse tra di loro, a seconda degli aspetti della nostra personalità e dei fatti della nostra vita che gli altri analizzano (per la madre, il figlio è sempre “il suo bambino”; ma quando questo “bambino” lavorerà e avrà dei figli, per loro rimarrà sempre “il papà”; per i suoi colleghi invece sarà un capufficio tirannico oppure un impiegato modello; un antipatico o un  buon amico…).

Come se non bastasse, noi stessi crediamo di essere in un certo modo, di volere certe cose, di aderire a certi valori per poi capire, magari solo per brevi attimi, che non è così.

In conseguenza l’uomo, che di per sé è uno, è ”cristallizzato” in centomila forme e di conseguenza non è più nessuno.

Purtroppo però non è possibile (per Pirandello, non in assoluto) sfuggire a questo destino: la famiglia, la società, le abitudini, le aspettative che gli altri hanno su di noi ( le forme), ci imprigionano, e se tentiamo di cambiarle (ci strappiamo la maschera per ritrovare il nostro vero volto), perdiamo il nostro posto nella società e diventiamo “morti viventi”, come accade a Mattia Pascal. Allora emerge la profonda sofferenza che questa contraddizione provoca, mescolata a

Il tema contrasto tra la “vita” e la “forma”, derivato dalla filosofia di Bergson,  è appunto un altro dei temi pirandelliani. Il tema della “forma” come ciò che si oppone e blocca il flusso della “vita”, è importante per capire come nasca , in Pirandello, l’esigenza del teatro.

Infatti, il palcoscenico è un mondo finto, su cui si agitano, non uomini vivi, ma personaggi, ossia “maschere”. Riprendono l’antica consuetudine del teatro greco di fare indossare agli attori  una grande maschera dai lineamenti pronunciati, comici o tragici, che dessero a vedere subito la natura del personaggio rappresentato.

Per Pirandello, il teatro è un luogo-simbolo, l’ambito della falsità, delle apparenze sociali; cerchiamo la vita vera , invece siamo costretti a vivere in un mondo falso, nel mondo delle maschere, dei fantocci, dei “pupi”.

In una poesia del suo primo libro”Mal giocando”,troviamo l’immagine della maschera come strumento di finzione; strapparsi la maschera dal volto, vuol dire recuperare la “vita nuda”, un’esistenza sincera e piena.

Pirandello si presenta come un autore vicino ai modelli umoristici del passato e del presente. In loro egli ravvisa tre caratteristiche principali: anzitutto, lo scrittore umorista  ha un atteggiamento critico rispetto a valori e credenze tradizionali; si vuol distaccare da sentimenti ed emozioni; nelle opere umoriste si fondono temi alti e bassi e sono utilizzati stili diversi.

Per Pirandello, l’umorismo consiste  nel “sentimento del contrario”; vedere il contrario di tutte le cose, cioè il lato oscuro delle cose, è appunto la prerogativa dell’umorista(Pirandello), ed è da qui che nascono situazioni  abnormi, casi particolari, tipiche delle pagine pirandelliane.

Un punto decisivo, in questa poetica dell’umorismo, riguarda il ruolo della riflessione; è appunto dalla riflessione che viene messo in moto il sentimento del contrario. Affermando la centralità della ragione nell’arte, Pirandello, si collega con Manzoni e soprattutto con il verismo di Verga, modello sempre imitato; infatti, è vero che la riflessione  scompone, disordina, discorda, ma ciò per aderire meglio alla vita nuda, a cui l’artista deve mantenersi fedele.

Ciò porta delle conseguenze anche sul piano della lingua e dello stile; per aderire meglio alla vita, la letteratura umorista non ha paura del disordine, essa rifiuta di obbedire a regole o modelli astratti, invece, ha bisogno del più vivace, libero, spontaneo ed immediato movimento della lingua; perciò, Pirandello, difende lo stile di cose di Verga di contro lo stile di parole della tradizione; e utilizzerà il dialetto, quando esso conceda una maggiore aderenza  della forma con la vita.

Per Pirandello anche lo scrittore umorista è un autore “debole”; anche la sua personalità, come quella dei suoi personaggi. L’autore umorista non può, né vuole, ricomporre la realtà in forme “belle”, come pensavano i classici, e non vuole mettersi al centro dell’opera, non è insomma un genio che crea, come pretendevano i romantici. Egli non è più colui che scrive, ma colui che tra-scrive; se Verga aveva teorizzato il nascondimento dell’autore, adesso Pirandello sposta ancora più in là questa rinuncia al tradizionale  ruolo dello scrittore che rifà il mondo: l’autore sparisce, diventa muto, si annulla; perciò i suoi personaggi, vagheranno in cerca di autore(Sei personaggi in cerca di autore). Ciò che resta cruciale è la perfetta corrispondenza in Pirandello tra relativismo e umorismo: il relativismo gli rivela il caos del mondo; l’umorismo è la forma d’arte più adatta per esprimerlo. Pirandello stesso si definì figlio del caos: ricordava il luogo della sua nascita, ma soprattutto intendeva proporsi come lo scrittore che testimonia la relatività di ogni cosa, il Caos, lo sparpagliamento, il flusso incessante del divenire.

PIRANDELLO NOVELLIERE E LA CRISI DEL REALISMO

Pirandello coltivò ininterrottamente il genere della novella. Pubblicava le sue novelle su periodici e giornali diversi, ad un certo punto pensò di raccoglierle in un corpus unitario, intitolato Novelle per un anno. Pirandello progettava di scrivere 365 novelle, una per ogni giorno dell’anno, suddividendole in 24 volumi; non potè coronare il suo desiderio in quanto il crescente successo dei suoi lavori teatrali lo orientò a scrivere per le scene. Sappiano che 30 dei suoi 43 lavori teatrali derivano da novelle: Pirandello è uno scrittore “circolare”, che ritorna  costantemente su di sé, come  per un  bisogno di approfondire la sempre mutevole e sfuggente realtà.

La caratteristica più evidente delle novelle di Pirandello è la brevità dell’impatto narrativo. Pirandello predilige la novella al romanzo perché  il racconto gli consente di spezzettare l’essere in tanti frammenti disparati e incoerenti, così da fotografare in un flash un destino, un gesto istintivo, la casualità del destino, l’irreparabilità del male.

Il narratore dà l’impressione di non sapere che cosa  dovrà raccontare e che cosa stia per accadere; dunque sul lettore si rovescia una massa disordinata di informazioni, che solo dopo verranno chiarite.

Il passato riemerge per spezzoni e nel bel mezzo dell’azione; come se fossero i personaggi, e non l’autore, a chiarirsi le idee sulla propria vita e sul mondo.

Molti racconti, inoltre, iniziano con una narrazione in terza persona, che si trasforma però improvvisamente in prima persona. Il relativismo di Pirandello adotta , invece strutture che denunciano l’ambiguità e l’irrazionalità del reale.

All’inizio delle novelle pirandelliane sta spesso il caso: un fatto imprevedibile che sconvolge abitudini ed aspettative, gettando all’improvviso il personaggio in una situazione di forte disagio; inoltre i personaggi sono irreparabilmente perdenti, molti di loro appaiono sconvolti, persino deformati fisicamente.

I volti spiritati e contraffatti di questi individui sono cioè altrettante immagini della maschera che li opprime e da cui non possono liberarsi.

IL TEATRO DELLE MASCHERE NUDE

Il teatro di Pirandello fu raccolto sotto il titolo complessivo di Maschere nude. Sul palcoscenico i personaggi pirandelliani, cercano senza tregua il proprio autore, che dia loro una forma , cioè la possibilità di esistere oltre le contingenze del presente, la possibilità di essere per sempre. Lo cercano senza trovarlo; l’autore ha infatti voluto annullarsi, si è ridotto a operatore muto.

I personaggi di Pirandello sono costretti a sopportare l’insostenibile peso di una maschera che li schiaccia; devono assumere ruoli e identità innaturali; questa è la sfida di Pirandello fare indossare ai suoi personaggi la maschera del burattino per testimoniare la falsità. La loro funzione è di testimoniare il dramma della persona, della vita nuda che pulsa dietro l’illusorio schermo della finzione.

L’atto unico è un genere che richiede una notevole semplificazione tematica ed una forte concentrazione psicologica. Pirandello, contrae i tempi e mette in scena le conseguenze, quasi sempre tragiche , della situazione: urti fatali, situazioni estreme o radicali, al di là delle quali non c’è che la morte. L’atto unico non disegna progresso , ma soltanto regressione, ciò che si può rappresentare è solo l’esito drammatico che non prevede risarcimento o riscatto.

Altro genere prediletto fu quello del teatro dialettale:in siciliano. L’individuo siciliano pareva a Pirandello il più adatto a denunciare le miserie del presente storico e sociale; miserie a cui questi personaggi si ribellano, con grandi sofferenze e senza un progetto alternativo.

Il  capolavoro del teatro di Pirandello, resta “sei personaggi in cerca di autore”. L’opera mette in scena un dramma familiare nella forma nuovissima del “teatro nel teatro”: ovvero di un teatro da fare, che gli attori faticosamente realizzano davanti al pubblico, momento per momento. I sei personaggi costituiscono la presa d’atto che il teatro tradizionale non può appropriarsi della vita vera.

I sei personaggi, fanno parte con, “Ciascuno a suo modo” e con “Questa sera si recita a soggetto”, della trilogia del “teatro nel teatro”; Pirandello volle infatti disegnare nei tre lavori un trittico sul tema unico del conflitto.

Un secondo gruppo di tre lavori fu poi da Pirandello stesso definito la trilogia  del teatro dei miti; molta cultura europea degli anni trenta era irrazionalistica e fortemente simbolistica. Pirandello ha interpretato questa tendenza dando voce a una sensibilità per  il “favoloso”, per il “lontano”: la fuga dalla società e l’evasione nell’oltre, in un mondo più puro e fatato, ove ogni cosa è un simbolo e dove l’esistenza è vissuta come un sogno; l’odio per il proprio corpo e l’assunzione del grande corpo universale.

Questi motivi sono alla base dei tre miti teatrali:”La nuova colonna”, mito sociale; “Lazzaro”, mito religioso; “I giganti della montagna”, miti dell’arte.

Opere

-Il fu Mattia Pascal- Questo romanzo si può considerare il più famoso. Parla di un uomo che, creduto morto, vorrebbe dimenticare la sua vita passata e ricominciare una vita nuova lontano dal suo paese; però, essendo creduto da tutti morto non era considerato un cittadino e quindi non riesce a vivere, perchè non può neanche sposarsi con la donna che ama. Quando, alla fine, ritorna al paese e vorrebbe dire a tutti che è vivo, trova sua moglie sposata e lui continua ad essere il Fu Mattia Pascal, perchè tutta la società lo rifiuta. A questo punto anche lui va a mettere un fiore sulla sua tomba. In questo romanzo Pirandello vuole farci capire che se uno vuole vivere non può sperare in una vita diversa e deve accettare quella che vive.

-Uno, nessuno, centomila- è un altro romanzo importante. Parla di un uomo che pensa di essere una sola persona ma cambia col cambiare delle situazioni, cioè, in famiglia si comporta in un modo, con gli amici si comporta in un altro modo, nel lavoro in un altro ancora, perciò è sempre diverso, ovvero è centomila persone. Allora, questo vuole dire che non è nessuno e che la sua vita è triste, mascherata e buffonata. Nelle Novelle già cominciamo a conoscere il suo pensiero, il tragico pessimismo. In queste novelle Pirandello analizza l’animo umano e tutti i sentimenti più nascosti ed in questo è decadente. L’aspetto principale del suo pensiero è la pena di vivere ed i suoi personaggi fanno parte della piccola borghesia dell’Italia meridionale, Pirandello parla della loro vita monotona e della loro insoddisfazione segreta e lo fa con umorismo amaro, vedendo sempre un aspetto eccessivo delle cose. A proposito del suo umorismo, egli stesso parla in uno scritto intitolato -L’Umorismo-, in cui dice che mentre l’umorismo ci fa vedere tutti i contrasti del mondo e ci fa vedere pure l’aspetto tragico e non solamente per ridere come fa il comico ma sia per ridere che per aver pietà, quindi, l’umorismo ci fa riflettere, anzi, egli stesso paragona il suo umorismo e sorriso amaro alla -lumaca- che gettata nel fuoco fa un movimento e un rumore che sembra una risata e invece sta morendo.

Questi concetti ci ricordano un po’ Leopardi, quando parlava del contrasto tra la natura, che ci dà l’istinto e l’impulso gioioso della vita, e la ragione o civiltà che frena questi impulsi, rendendoci infelici. Ma mentre Leopardi, alla fine esorta gli uomini ad affratellarsi in nome del dolore, il pessimismo di Pirandello è maggiore perchè è radicale, nasce cioè dalle radici della vita dell’uomo che resta sempre solo senza la possibilità di comunicare con gli altri uomini. I suoi personaggi sono sempre solitari e parlano con se stessi, come dice il Russo, e non sono mai come ci appaiono esternamente.

La tragedia di Pirandello, che fa vedere nelle sue opere, è nel -vedersi vivere-, cioè i personaggi sono come se uscissero da se stessi per vedersi dal di fuori come se fossero altri e per vedere il contrasto tra la vera realtà, tra la vera vita e la maschera (falsità) che ci mettiamo per vivere in società. Quindi, secondo lui, il mondo si fonda su di un contrasto tra -la vita-, che è un continuo movimento e cambiamento, e la -forma- che è una specie di sistema sociale, di legge esterna, in cui l’uomo cerca di fermare e di fissare la vita; per questo l’uomo è prigioniero di queste forme, di questi schemi sociali in cui si rinchiude o da se stesso o per opera della società. A volte può succedere che qualcuno voglia abbattere queste forme e cercare la vera vita e, accorgendosi di non poter cominciare a comunicare con gli altri, si sente solo e così secondo Pirandello, l’uomo, quando si accorge di questi contrasti non ha altra via di uscita che il delitto o il suicidio, oppure fingersi pazzo ed esprimere liberamente le sue idee o ancora accettare tutto rassegnato. Quindi i personaggi desiderano raggiungere la libertà anche se è difficile riuscirci. Così è descritta l’alienazione dell’uomo moderno; le opere di Pirandello costituiscono una denuncia e una ribellione contro tutto il sistema sociale che frena la libertà. I suoi personaggi sono sempre tragici e sono definiti -maschere nude- perchè prive di una vera realtà, che nascosta dentro di loro, tranne quella che appare fuori all’esterno agli altri (falsa, maschera) e ci fanno capire che la vera realtà dello spirito, se c’è, non si può conoscere mai (pessimismo assoluto).

La poetica di Pirandello è espressa nelle sue idee sull’umorismo, quando sostiene che il poeta deve anche essere critico e anche quando si abbandona al sentimento c’è sempre in lui come un demonietto maligno che analizza continuamente tutto: quindi il poeta, così inteso, è il solo che può studiare a fondo l’uomo e la vita sociale, la quale è un insieme complicato di verità e di menzogna, per cui quando si dice che la vita è chiara, razionale e semplice, si sta mentendo. Allora per salvarci, dobbiamo portare la verità nella società, parlando all’uomo delle sue contraddizioni, dei  suoi mutevoli sentimenti, di pensieri strani, spesso folli, che a volte non abbiamo neanche il coraggio di confessare a noi stessi e mettendo in scena “la vita nuda” (priva di menzogne. L’opera d’arte deve rappresentare la vita reale così come è, folle senza ordine, irrazionale, piena di casi particolari; Infatti all’inizio la sua opera sembrò verista, appunto perchè si ferma a descrivere in modo preciso gli aspetti della vita dell’uomo. Però il suo verismo è sempre grottesco e non vuole rappresentare la realtà in modo oggettivo Verga, ma vuole abbattere e scoprire tutte le falsità della realtà. La tragedia dei personaggi di Pirandello è dovuta alla mancanza di fede in un mondo pieno di interessi. Nei suoi drammi teatrali sviluppa questi concetti: ricordiamo il dramma “Enrico IV” e “Sei personaggi in cerca di autore”.

-Enrico IV- In “Enrico IV” il protagonista durante una cavalcata batte il capo cadendo, impazzisce e vive vari anni nella maschera di Enrico IV imperatore di Germania. Appena guarisce e si accorge che la sua donna l’ha tradito, uccide il rivale che lo fece cadere, uscendo per un attimo dalla sua maschera di Enrico IV, infatti subito dopo il delitto si finge di nuovo pazzo, così non verrà punito. Ricorda un po’ il personaggio del Fu Mattia Pascal, il quale una volta uscito dalla sua realtà non potè più ritornavi e per vivere deve fingere per sempre.

-Sei personaggi in cerca di autore- In -Sei personaggi in cerca di autore-, questi personaggi cercano un autore, che rappresenti la loro tragedia.

Il teatro di Pirandello fu conosciuto in tutto il mondo solo dopo la prima guerra mondiale; è un teatro attuale ora che la guerra è appena finita e che la crisi sociale in cui è caduta l’Europa cancella ogni certezza. Mentre il teatro naturalista dell’Ottocento era oggettivo e quello di di D’Annunzio è pieno di mitologia e di falsità, il teatro di Pirandello  è stato chiamato -Teatro di idee-, perchè parla dell’uomo moderno della sua tragedia e suscita negli spettatori idee, riflessioni sulla condizione disperata dell’uomo. Anche se gli schemi di questo teatro sembrano naturalistici, cioè parlano di problemi quotidiani e di famiglie borghesi, c’è sempre qualcosa di nuovo, perchè basta che un personaggio entri nella scena per sconvolgere le forme e i sistemi razionali di tutti gli altri personaggi.

Per esempio, nella commedia “Il berretto a sonagli”, il personaggio pirandelliano, che è uno scrivano, consiglia alla moglie del padrone, la quale per gelosia aveva parlato del tradimento della moglie dello stesso scrivano con suo marito (il padrone), a fingersi pazza per evitare le conseguenze di quello che aveva detto. Già in queste prime opere si nota il cosiddetto -cerebralismo- (analisi razionale, logica, del cervello, dell’intelletto, di tutti gli aspetti della vita umana) o -intellettualismo- di cui fu spesso accusato Pirandello e che invece, come dice lo stesso autore, è l’aspetto fondamentale della sua arte: infatti il personaggio pirandelliano poichè vede le cose con il cosiddetto sentimento del contrario (che si ha quando il poeta oltre a vedere un fatto con sentimento lo critica pure con la ragione, con il cervello con l’analisi razionale che poi è il contrario del sentimento e abbatte tutto ciò che il sentimento aveva presentato) deve per forza far vedere con la ragione arricchita dalla passione tutte le apparenze, le falsità del mondo; quindi è normale che il mondo, che Pirandello ci rappresenta, sia pieno di contrasti; può sembrare assurdo e cerebrale a tutti quelli che vivono nel mondo delle -forme-, delle apparenze.

Come Pirandello, in Germania Brecht rinnovò il teatro tradizionale mettendo al posto del carattere il personaggio fuori dal reale anche se il suo desiderio era quello di vivere come in “Sei personaggi in cerca di autore”. Verso la fine scrisse drammi come “I giganti della montagna” in cui i personaggi sono simboli, miti dell’infelicità umana. Quindi questo teatro costringe lo spettatore a riflettere sui problemi rappresentati. Alcuni critici hanno visto in Pirandello una certa monotonia e una certa difficoltà alla comprensione e hanno detto che il suo umorismo amaro abbatte tutti i valori umani ma non educa e non serve a migliorare. Di positivo vi è l’importanza del suo teatro sia in Italia che in Europa per il tormento che rappresenta e per la novità dello stile, infatti Pirandello ebbe il premio Nobel per la letteratura, per il suo coraggio nel rinnovare il teatro.

Scrisse anche opere storiografiche e nei suoi concetti artistici ricorda Vico, nell’arte intesa come fatto fantastico, istintivo e irrazionale. (Croce)

Roberto Bernardini

Pirandello e il cinema

Indicativo dei suoi atteggiamenti culturali di cauta apertura verso il nuovo e di riflessione sulla condizione del singolo, dell’individuo, nella società di massa, può essere il suo rapporto con il cinema. Pirandello fu tra i primi a coglierne le caratteristiche industriali, di alienazione che esso comportava (i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” 1915). Nel dopoguerra, quando ormai il cinema si era affermato come fenomeno mondiale, concesse più volte il diritto di sceneggiare suoi scritti: “Il fu Mattia Pascal” regia di Marcel l’Herbier, “Acciaio” di Walter Rutmann, “Ma non è una cosa seria” di Mario Camerini. Pirandello, che pure non scese mai direttamente in campo, continuò a riflettere sul problema del rapporto tra teatro e cinema. Nel 1929 in un articolo sul «Corriere della sera», scrisse che il peccato maggiore del cinema era quello di voler gareggiare con il teatro: «Per questa via la perfezione non potrà condurre il cinematografo ad abolire il teatro, ma se mai ad abolire sé stesso». Piuttosto vedeva nel cinema un altro spazio, diverso da quello del teatro, in cui potersi esprimere. Sognò un cinema che fosse «cinomelografia», linguaggio visibile della musica (per intenderci, qualcosa come “Fantasia” di Disney di un ventennio dopo): «Gli occhi che vedono, l’orecchio che ascolta, e il cuore che sente tutta la bellezza e la varietà dei sentimenti che i suoni esprimono, rappresenta nelle immagini quel che quei sentimenti suscitano ed evocano». In questo modo il cinema avrebbe trovato sé stesso approdando «ai porti prodigiosi del miracolo» e non avrebbe attentato al teatro.

SOGGETTI CINEMATOGRAFICI DI LUIGI PIRANDELLO

Mario Verdone (Ordinario di Storia e Critica del film , Università di Roma “La Sapienza”)

Di fronte alla nuova arte Pirandello espresse una sfiducia iniziale sul piano estetico nel romanzo Si gira, che però ha valore letterario, non teorico. Tuttavia si avvicinava sempre più al cinema, sul piano collaborativo, anche per un legittimo interesse economico, cui le necessità familiari lo obbligavano. E ci furono suoi copioni non firmati, adattati da altre opere letterarie, come “Le confessioni di un’ ottuagenaria”, e collaborazioni con scrittori amici: Martoglio, Bracco, D’Ambra, Frateili. In un secondo tempo il rapporto divenne più frequente, anche con un sentimento di ribellione a un “cinema riproduzione del teatro”, e con fiducia nel futuro della espressione cinematografica che lo fece aspirare a tentativi nuovi. I soggetti che propose furono una versione cinematografica del romanzo “Si gira”; un progetto cui tenne molto, sino alla fine della sua vita, di un “Sei personaggi in cerca d’autore” concepito per lo schermo con lui stesso attore-autore-protagonista; trasposizioni di novelle, tra cui Il pipistrello e Il silenzio. Quest’ultimo, che prese il titolo La canzone dell’amore (1930), lo lasciò assai deluso. In Si gira, offerto nel 1916 ad Anton Giulio Bragaglia, vedeva “il cinema nel cinema”; e l’idea, nelle composizioni per la scena Questa sera si recita a soggetto, Ciascuno a suo modo, Sei personaggi in cerca d’autore, si trasferì in “il teatro nel teatro”.

Gli si attribuisce il soggetto di Acciaio (1933) ma risulterebbe che in realtà sia stato scritto dal figlio Stefano. Vennero le versioni di “Il fu Mattia Pascal”, di cui la più celebre è quella diretta in Francia da Marcel l’Herbier (1925). Ad Hollywood Georges Fitzmaurice realizzò “Come tu mi vuoi” con Greta Garbo (1932). Poi il cinema ricorse ai suoi drammi e novelle così frequentemente, sino ai recenti Kaos e La balia, che a tutt’oggi sono più di cinquanta i titoli di film ispirati da scritti di Pirandello: tanto che si può dire che è stato ed è lo scrittore italiano più presente sullo schermo, tra progetti, adattamenti, soggetti originali (tra cui Dove Romolo edificò o Terra di nessuno di Mario Baffico, 1938).

Alcune iniziative per realizzare in film novelle di Pirandello furono prese negli anni Trenta – e questo è meno noto – dal pittore prima futurista e poi novecentista Francesco Di Cocco, che fu anche autore di documentari. La prima è rappresentata da Nascere o Donna Mimma, dove avrebbe voluto Marta Abba per interprete; ma gli fu proposta Emma Grammatica.

Era la storia di due levatrici, una del sud, ed Elvira, venticinquenne, proveniente dal nord, con un forte contrasto tra due concenzioni di vita: la prima abituata alla pratica e alla saggezza delle levatrici di campagna; l’altra istruita, diplomata, moderna, Il progetto – caro a Pirandello – e approvato da Emilio Cecchi direttore generale della Cines, fu poi accantonato da Ludovico Toeplitz che era succeduto al Presidente della società, Stefano Pittaluga. Toeplitz non trovava il tema “commerciale”, anche perché nel film si dovevano vedere “troppe donne incinte”. Francesco Di Cocco pensò a portare sullo schermo anche le novelle Fumo e Lontano. Anche questi progetti fallirono. Fumo era particolarmente interessante perché si svolgeva in una Zolfara e descriveva le difficili condizioni di vita degli operai: era quasi un anticipo di neorealismo.

Vennero poi altri film, in Italia e all’estero, e fra questi Pensaci Giacomino! Di Gennaro Righelli (1936) e Il fu Mattia Pascal di Pierre Chenal (1937).

Pirandello si era appassionato al cinema (voleva lui stesso dirigere i Sei personaggi) e seguiva le realizzazioni a Cinecittà. Ma nel clima innaturale dei teatri di posa contrasse una polmonite che doveva essergli fatale. Tanto che una accreditata leggenda asserisce che Pirandello sia stato ucciso dal cinematografo.