Calvino postmoderno

Calvino postmoderno

da Il castello dei destini incrociati a Palomar

BIOGRAFIA:

Italo Calvino nacque a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923.

Tre anni dopo, la famiglia fece ritorno in Italia, a Sanremo. Qui Calvino frequentò le Scuola Valdesi, diventando balilla per obbligo negli ultimi anni delle elementari.

I genitori non avevano dato ai figli nessuna educazione religiosa, e chiesero per entrambi l’esonero dalle lezioni di religione alle scuole statali: ciò pose i due ragazzi nella condizione di dover sopportare un certo disagio, ma tuttavia permise loro di acquisire un più alto grado di tolleranza e rispetto verso le opinioni altrui.

Frequentò in seguito il liceo classico e successivamente la facoltà di agraria, ma senza successo.

Si iscrisse poi a quella di lettere, dove si laureò.

Gli avvenimenti storici del Paese e l’acquisizione di una convinzione politica antifascista sempre più forte lo spinsero a non presentarsi alla chiamata alla leva della Repubblica Sociale di Salò, e a partecipare alla resistenza, aggregandosi ai partigiani.

Si iscrisse al P.C.I., in cui svolse un’intensa attività politica.

Nel 1945 iniziò la sua carriera di scrittore, con il suo primo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, che trae origine dall’esperienza della Resistenza e appartiene alla stagione del neorealismo.

Iniziò così la sua attività di scrittore, con la pubblicazione di altre opere, quali Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1956), Il cavaliere inesistente (1959), che derivano dalla sua vena fantastica e trattano in chiave ironica, alla maniera illuministica, temi di impegno politico, morale e sociale.

Sempre in questo periodo vengono pubblicate la favola di Marcovaldo (1952-1956) e la prima edizione delle Cosmicomiche (1965).

La propensione verso un uso geometrico e combinatorio del linguaggio lo portò verso una rappresentazione narrativa apparentemente più schematica e semplice, che caratterizza gli ultimi libri, come Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983), che erano stati preceduti dall’opera Il castello dei destini incrociati (1973), che però rientra perfettamente nell’ambito dell’artificio e delle combinazioni che caratterizzano l’ultimo periodo dell’opera calviniana.

Nel 1985, a Siena, lo scrittore venne colpito da un ictus e morì.

Calvino ha sempre cercato di trasferire nella letteratura un senso di agilità e di freschezza stilistica, anche quando ha affrontato temi impegnativi.

CARATTERISTICHE DELL’AUTORE:

Calvino ha saputo mettere insieme il senso dell’artificio, la passione per il racconto come macchina e per le tecniche combinatorie, con l’attenzione alla realtà cosmica, biologica, materiale, sociale, storica e ha indagato sottilmente senza nessuna esibizione personale, senza nessuna provocazione spettacolare, le diverse possibilità poste dal rapporto fra artificio e realtà, tra scelte intellettuali e intervento sul mondo.

Egli non ha voluto affermare nessuna delle sue posizioni con assoluta e dogmatica sicurezza.

Le sue opere quanto più sono costruite con precisione geometrica, tanto più mantengono un carattere di esclusività, sembrano cercare un punto di fuga, sottrarsi o ogni tentativo di ridurle in formule e modelli chiusi in se stessi.

Il suo italiano misurato, dalla precisione classica, rende possibile una narrativa carica di circostanze ben definite, di forza inventiva e fantastica, e insieme piena di tensione razionale e conoscitiva. Esso risulta un sottile strumento di mediazione intellettuale.

RAPPORTO CON IL POSTMODERNO:

Ceserani fa dell’opera Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino il primo esempio di romanzo italiano perfettamente calato nell’atmosfera culturale postmoderna. A partire dalla sua pubblicazione qualcosa nel modo stesso di intendere la letteratura è cambiato, e un lungo processo è giunto alla sua piena maturazione.

Esso è il superamento definitivo di ciò che costituiva l’essenza del romanzo moderno; oggetto del romanzo non è più la narrazione in sé, ma ciò che sta dietro all’atto del narrare e permette che esso si esplichi.

Le principali tematiche letterarie del postmoderno sono:

  1. il labirinto: immagine della complessità del mondo contemporaneo e dall’impossibilità dell’uomo di acquisire tutte le conoscenze per comprenderlo e padroneggiarlo (Calvino)
  2. la biblioteca: immagine del sapere e di un mondo ridotto al linguaggio (Calvino, Eco)
  3. il complotto: trama oscura del potere e simbolo della sua indecifrabilità ed estraneità all’uomo comune (Sciascia)
  4. il linguaggio stesso: diventa tema letterario la riflessione sull’opera stessa, e cioè l’elemento metanarrativo (Calvino)
  5. la storia e il passato, ricercati artificialmente (Eco)
  6. il già visto, il già detto, il già letto: tutto quanto si narra o si poetizza è stato già narrato e poetizzato; si ottiene così un senso di saturazione, di ripetizione, di sovrabbondanza, che può tradursi in malinconia o in comicità fumettistica degli stereotipi (intertestualità)
  7. la rappresentazione della fine delle esperienze e del trionfo del virtuale e dell’artificiale.

Italo Calvino individua nel labirinto la figura principe della contemporaneità, che si presenta come magma informe e privo di significato. Per lui si tratta di entrare nel labirinto, cioè di essere all’altezza della problematicità e della complessità dell’oggi, ma nello stesso tempo di non restare prigionieri del suo fascino.

La sua idea iniziale del labirinto è quella sopra riportata, mentre successivamente, in un saggio dei suoi ultimi anni, Calvino scriveva: “Non posso più nascondermi la sproporzione tra la complessità del mondo e i miei mezzi di interpretazione: per cui abbandono ogni tono di sfida baldanzosa e non tento più sintesi che si pretendano esaurienti”. Non è una rinuncia: è la realistica constatazione della necessità di restare alieni da facili ottimismi e da improvvise accensioni di fronte alla spersonalizzante società industriale.

OPERE:

1. Castello dei destini incrociati (1969, 1973)

L’opera narra i viaggi in un universo astratto e indefinito di un gruppo di viandanti, che giunge prima in un castello e poi in una taverna. Essi sembrano aver perduto la parola e, seduti intorno a un tavolo, disponendo le carte di un mazzo di tarocchi e seguendo i significati delle diverse figure, raccontano storie differenti.

Nel castello si forma un “quadrato magico”, che permette di leggere le carte da molteplici punti di vista e di costruire in questo modo un ciclo ininterrotto di storie.

Nella taverna si forma un quadrato meno rigoroso di settantotto carte.

L’opera contiene la genialità inventiva di Calvino, il gusto per l’arcano e il calcolo combinatorio delle scienze matematiche. A partire da questi elementi abbiamo la concatenazione e la combinazione dei possibili, determinata dalle figure delle carte. Da ciò ne deriva che non esiste una verità assoluta del racconto, ma le storie si sovrappongono e si confondono secondo percorsi inestricabili.

Il racconto è un’allegoria della condizione umana; l’uomo per comunicare deve ricorrere a una serie di segni presenti nell’inconscio collettivo che è compito dello scrittore combinare con la ferma volontà di far tornare i conti. Nelle storie si  riscontrano alcuni grandi archetipi narrativi, in cui si riassume il senso del destino umano, come apporti della tradizione fiabesca, romanzesca, letteraria, con una particolare attenzione alle situazioni ariostesche.

Tutte queste situazioni ripropongono i segni inesorabili del destino e sottolineano come l’esistenza individuale e storica sia condannata a ruotare e a perdersi in questa combinatoria infinita.

Aspetti postmoderni:                teoria combinatoria

intertestualità

2. Le città invisibili (1972)

L’opera si ispira al Milione di Marco Polo e riporta i diciotto dialoghi tra il protagonista del Milione e Kublai Kan, divisi in nove capitoli, in cui vengono descritte cinquantacinque città (tutte con nome di donna), divise in undici categorie tematiche diversi.

Le città sono solo ipotetiche, non corrispondono in nessun modo a città reali: ciascuna di esse è come una possibile configurazione della civiltà, un possibile modo di inserirsi nella natura, di costruire forme artificiali, di utilizzare il linguaggio, di intrecciare rapporti collettivi.

L’imperatore, data l’immensità del suo impero, non potrà mai vedere le città che Marco gli descrive: tuttavia, il protagonista stesso non ha mai veramente visitato quelle città, che emergono piuttosto dal suo immaginario, a partire forse dal modello di una sola città, Venezia.

Marco Polo risulta un viaggiatore immobile, la cui conoscenza è solo un’ipotesi su viaggi non fatti e su luoghi non visti.

Il racconto è nuovamente un gioco combinatorio, sospeso fuori dal tempo e allo stesso tempo carico di segni del presente, costruito secondo una struttura quasi matematica; ma risulta anche una vera e propria negazione della storia.

Dall’ analisi del testo traiamo una mappa di temi allusivi ai problemi centrali del nostro tempo, dalla complessità del mondo al carattere universale delle sue trasformazioni, alla vertiginosa rapidità dei mutamenti, al crollo di ogni certezza dei confini tra realtà e finzione. Anche le città in cui viviamo non possono essere altro, secondo quanto pensa Calvino, che un inferno quotidiano nel quale si può sopravvivere solo accettandolo e diventandone parte fino a non vederlo più e cercando di saper riconoscere chi e che cosa non sono inferno.

Gli aspetti postmoderni dell’opera sono la pratica della riscrittura e la mescolanza di vari generi (dal racconto filosofico alla favola allegorica, dal trattato al romanzo); inoltre resta aperto il confronto tra letteratura e realtà.

Dietro l’apporto fantastico, dietro una logica simbolica e combinatoria, troviamo l’allusione alla moderna civiltà tecnologica e alla condizione dell’uomo cintemporaneo, che, persa ogni possibilità di controllo conoscitivo del reale, è costretto a ricorrere a realtà virtuali, inclusa quella “prodotta” dalla letteratura.

Aspetti postmoderni:                teoria combinatoria

intertestualità

3. Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979)

L’opera si può considerare come un metaromanzo, ovvero un romanzo sul romanzo, cioè un racconto che intende mettere in discussione i meccanismi stessi della narrazione e affrontare in particolare la questione dei rapporti fra scrittore e lettore.

Il libro comprende dieci inizi di altrettanti romanzi, che si possono leggere come racconti autonomi ma tutti interrotti. Il libro si rivolge direttamente al lettore, presentandosi appunto come il suo romanzo, costruito secondo le diverse fasi del rapporto che questi instaura con la forma fisica e con i contenuti del libro.

Il lettore non riesce a trovare davanti a sé un romanzo tradizionale omogeneo e concluso. Infatti si accorge che la copia di cui dispone contiene solo le prime sedici pagine. Messosi alla ricerca del resto del libro, si imbatte in altri nove inizi di romanzi diversi, in ciascuno dei quali sono riprodotte le forme di generi e modelli caratteristici della narrativa contemporanea. Questi inizi si risolvono in veri e propri racconti sospesi che alla grande varietà stilistica collegano una sostanziale unità tematica. Durante la sua ricerca, il protagonista incontra una lettrice, anche lei alla ricerca della fine del romanzo. Tra i due nasce un rapporto amoroso, che culminerà con il loro matrimonio.

La ricerca del romanzo compiuto fallisce, come fallisce la ricerca di un significato complessivo da dare alla vita e al mondo. I titoli dei capitoli, letti di seguito, formano un altro incipit romanzesco.

La struttura del romanzo è aperta, complessa e problematica, però inserita in una storia chiusa, tradizionale, dotata di un lieto fine che ha funzione di cornice. Questa struttura vuole allegoricamente alludere all’impossibilità di un senso compiuto e di un romanzo tradizionale.

Il racconto cornice non è certo un’invenzione di Calvino: si tratta infatti di un espediente letterario antichissimo, che è stato oggetto negli ultimi decenni di un accurato esame nell’ambito degli studi narratologici (ad esempio è stato già utilizzato da Boccaccio nel Decameron).

Il più grande desiderio di un lettore è quello di sentirsi il protagonista del libro che legge e, a motivo di ciò, il più sottile atto di seduzione che un autore può ordire nei suoi confronti è quello di dar voce a questo desiderio inespresso, che soggiace inconsciamente ad ogni lettura.

Il lettore si configura come il punto nodale dell’opera, mentre assistiamo a un progressivo indebolimento della figura dell’autore: l’autore scompare e ciò che resta è solo il lettore, o meglio una pluralità di lettori che rappresentano altrettanti modi di leggere.

Aspetti postmoderni:                teoria combinatoria

4. Palomar (1983)

L’opera è strutturata in tre parti, divise in nove racconti ciascuna, a loro volta suddivisi in tre capitoli, nei quali vengono rappresentate esperienze conoscitive di tre tipi: visive, aventi per oggetto forme della natura in cui il testo è prevalentemente descrittivo, oppure elementi antropologici e culturali in senso lato; dati visivi, con l’aggiunta di linguaggi, significati,simboli, che si sviluppano in racconto; esperienze speculative che hanno come oggetto l’infinito, il tempo, il cosmo, i rapporti tra io e mondo, la mente, passando all’ambito della meditazione.

Il linguaggio è nitido, coniugato sempre al tempo presente e alla terza persona; il narratore è esterno e il personaggio risulta fortemente autobiografico: il nome Palomar deriva da un celebre osservatorio astronomico americano, proprio per indicare l’attitudine del personaggio ad essere osservatore del parziale e del minimo.

Il protagonista osserva aspetti diversi della natura e della società, cercando di trovare la chiave per capire la realtà e di rintracciare un ordine che gli permetta di padroneggiare la complessità del mondo, senza far ricorso a schemi precostituiti di tipo ideologico o scientifico.

Qualsiasi osservazione compiuta da Palomar come dall’Uomo è condizionata dai suoi strumenti di percezione e dal sistema di segni di cui dispone; bisognerebbe annullare l’io e paradossalmente l’uomo dovrebbe imparare ad “essere morto”.

Come le altre opere di Calvino, anche questa ha un risvolto allegorico sulla resistenza della ragione all’insignificanza, sui modi di fronteggiare la complessità e la relatività del presente, ma anche sulla sconfitta e sulla morte dell’intellettuale.

Apetti postmoderni:                 impossibilità di una conoscenza sistematica