Vittorio Alfieri – Della tirannide (scelta di brani)

Dal trattato “La tirannide” di Vittorio Alfieri

 

Impune quaelibet facere id est regem esse

 

SALLUSTIO, Guerra Giugurtina, cap. XXXI

 

PREVIDENZA DELL’AUTORE

 

Dir più d’una si udrà lingua maligna,

(Il dirlo è lieve; ogni più stolto il puote)

Che in carte troppe, e di dolcezza vuote,

Altro mai che tiranni io non dipigna:

 

 

Che tinta in fiel la penna mia sanguigna

Nojosamente un tasto sol percuote:

E che null’uom dal rio servaggio scuote,

Ma rider molti fa mia Musa arcigna.

 

Non io per ciò da un sì sublime scopo

Rimuoverò giammai l’animo, e l’arte,

Debil quantunque e poco a sì grand’uopo.

 

Né mie voci fien sempre al vento sparte,

S’uomini veri a noi rinascon dopo,

Che libertà chiamin di vita parte.

 

 

LIBRO PRIMO

ALLA LIBERTÀ

 

Soglionsi per lo più i libri dedicare alle persone potenti, perché gli autori credono ritrarne chi

lustro, chi protezione, chi mercede. Non sono, o DIVINA LIBERTÀ, spente affatto in tutti i

moderni cuori le tue cocenti faville: molti ne’loro scritti vanno or qua or là tasteggiando

alcuni dei tuoi più sacri e più infranti diritti. Ma quelle carte, ai di cui autori altro non manca

che il pienamente e fortemente volere, portano spesso in fronte il nome o di un principe, o di

alcun suo satellite; e ad ogni modo pur sempre, di un qualche tuo fierissimo naturale nemico.

Quindi non è meraviglia, se tu disdegni finora di volgere benigno il tuo sguardo ai moderni

popoli, e di favorire in quelle contaminate carte alcune poche verità avviluppate dal timore fra

sensi oscuri ed ambigui, ed inorpellate dall’adulazione.

Io, che in tal guisa scrivere non disdegno; io, che per nessun’altra cagione scriveva, se non

perché i tristi miei tempi mi vietavan di fare; io, che ad ogni vera incalzante necessità,

abbandonerei tuttavia la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada; ardisco io a

te sola dedicar questi fogli. Non farò in essi pompa di eloquenza, che in vano forse il vorrei;

non di dottrina, che acquistata non ho; ma con metodo, precisione, semplicità, e chiarezza,

anderò io tentando di spiegare i pensieri, che mi agitano; di sviluppare quelle verità, che il

semplice lume di ragione mi svela ed addita; di sprigionare in somma quegli ardentissimi

desiderj, che fin dai miei anni più teneri ho sempre nel bollente mio petto racchiusi.

Io, pertanto, questo libercoletto, qual ch’egli sia, concepito da me il primo d’ogni altra mia

opera, e disteso nella mia gioventù, non dubito punto nella matura età (rettificandolo

alquanto) di pubblicar come l’ultimo. Che se io non ritroverei forse più in me stesso a

quest’ora il coraggio, o, per dir meglio, il furore necessario per concepirlo, mi rimane pure

ancora il libero senno per approvarlo, e per dar fine con esso per sempre ad ogni mia

qualunque letteraria produzione.

(…)

 

Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e

tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli

averi, e l’onore. Re all’incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte

potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono

almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano

questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto

ciò ch’ei non pigliano. (…)

Ma la natura stessa delle cose suggerisce, a chi pensa, una più esatta e miglior distinzione. Il

nome di tiranno, poiché odiosissimo egli è oramai sovra ogni altro, non si dee dare se non a

coloro, (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l’abbiano, una

facoltà illimitata di nuocere: e ancorché costoro non ne abusassero, sì fattamente assurdo e

contro a natura è per se stesso lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si

possono mai rendere abborevoli abbastanza. Il nome di re, all’incontro, essendo finora di

qualche grado meno esecrato che quel di tiranno, si dovrebbe dare a quei pochi, che frenati

dalle leggi, e assolutamente minori di esse, altro non sono in una data società che i primi e

legittimi e soli esecutori imparziali delle già stabilite leggi.

 

Capitolo Secondo – COSA SIA LA TIRANNIDE

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è

preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle,

impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o

questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo;

uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno;

ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. (…)

Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo, non è posta

(come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell’esservi o il non esservi delle

leggi stabilite; ma nell’esservi una stabilita impossibilità del non eseguirle.

 

Capitolo Terzo – DELLA PAURA

 

I Romani liberi, popolo al quale noi non rassomigliamo in nulla, come sagaci conoscitori del

cuor dell’uomo, eretto aveano un tempio alla Paura; e, creatala Dea, le assegnavano sacerdoti,

e le sagrificavano vittime. Le corti nostre a me pajono una viva immagine di questo culto

antico, benché per tutt’altro fine instituite. Il tempio è la reggia; il tiranno n’è l’idolo; i

cortigiani ne sono i sacerdoti; la libertà nostra, e quindi gli onesti costumi, il retto pensare, la

virtù, l’onor vero, e noi stessi; son queste le vittime che tutto dì vi s’immolano.

Disse il dotto Montesquieu, che base e molla della monarchia ella era l’onore. Non

conoscendo io, e non credendo a codesta ideale monarchia, dico, e spero di provare; Che base

e molla della tirannide ella è la sola paura.

E da prima, io distinguo la paura in due specie, chiaramente fra loro diverse, sì nella cagione

che negli effetti; la paura dell’oppresso, e la paura dell’oppressore.

Teme l’oppresso, perché oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro

limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontà e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un

così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l’uom ragionasse) una

disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi

concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine

porrebbe. Eppure, al contrario, nell’uomo schiavo ed oppresso, dal continuo ed eccessivo

temere nasce vie più sempre maggiore ed estrema la circospezione, la cieca obbedienza, il

rispetto e la sommissione al tiranno; e crescono a segno, che non si possono aver maggiori

mai per un Dio.

Ma, teme altresì l’oppressore. E nasce in lui giustamente il timore della coscienza della

propria debolezza effettiva, e in un tempo, dell’accattata sterminata sua forza ideale.

Rabbrividisce nella sua reggia il tiranno (se l’assoluta autorità non lo ha fatto stupido appieno)

allorché si fa egli ad esaminare quale smisurato odio il suo smisurato potere debba

necessariamente destare nel cuore di tutti.

 

(…) Egli perciò crudelissimamente suole punire ogni menomo tentativo dei sudditi contro a quella sua propria autorità ch’egli stesso conosce eccessiva; e non lo punisce allor quando eseguito sia, o

intrapreso, ma quando egli suppone, o finge anche di supporre, che un tal tentativo possa

solamente essere stato concepito.

La esistenza reale di queste due paure non è difficile a dimostrarsi. Di quella dei sudditi,

argomentando ciascuno di noi dalla propria, non ne dubiterà certamente nessuno: della paura

dei tiranni, assai ne fan fede i tanti e così diversi sgherri, che giorno e notte li servono e

custodiscono.

Ammessa questa reciproca innegabile paura, esaminiamo quali debbano riuscire questi

uomini che sempre tremano: e parliamo da prima dei sudditi, cioè di noi stessi, che ben ci

dobbiamo conoscere; parleremo dei tiranni, per congettura, dappoi.  (…)
Questi pochissimi, degni per certo di

miglior sorte, veggono pure ogni giorno nella tirannide il coltivatore, oppresso dalle arbitrarie

gravezze, menare una vita stentata e infelice. Una gran parte di essi ne veggono estrarre per

forza dai loro tugurj per portar l’armi; e non già per la patria, ma pel loro e suo maggior

nemico, e contro a se stessi: veggono costoro il popolo delle città, l’una metà mendico,

ricchissimo l’altra, e tutto egualmente scostumato; veggono inoltre, la giustizia venduta, la

virtù dispregiata, i delatori onorati, la povertà ascritta a delitto, le cariche e gli onori rapiti dal

vizio sfacciato, la verità severamente proscritta, gli averi la vita l’onore di tutti nella mano di

un solo; e veggono essere incapacissimo di tutto quel solo, e lasciare egli poi il diritto di

arbitrariamente disporne ad altri pochi, non meno incapaci, e più tristi: tutto ciò veggono

palpabilmente ogni giorno quei pochi enti pensanti, che la tirannide non ha potuti impedire; e

in ciò vedere, sommessamente sospirando, si tacciono. Ma, perché si tacciono? per sola

paura. Nella tirannide, è delitto il dire, non meno che il fare. Da questa feroce massima

dovrebbe almeno risultarne, che in vece di parlare, si operasse; ma (pur troppo!) né l’uno né

l’altro si ardisce. (…)

Tutti dunque, e buoni e cattivi, e dotti e ignoranti, e pensatori e stupidi, e prodi e codardi;

tutti, qual più qual meno, tremiamo nella tirannide. E questa è per certo la vera universale

efficacissima molla di un tal governo; e questo è il solo legame, che tiene i sudditi col

tiranno.

Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame

che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo più gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne

conosce i vizj, i principj distruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni; e tutti in somma i

tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui, che le troppe gravezze di

giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie; perché da quelle

enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l’enorme numero de’ suoi soldati,

spie, e cortigiani; rimedj tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch’egli

benissimo, che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizj e gli onori più importanti

cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur

mai il tiranno. E perché non le ammenda? perché, se i magistrati fossero giusti, incorrotti, ed

onesti, verrebbe tolto a lui primo ogni iniquo mezzo di colorare le sue private vendette sotto il

nome di giustizia. Ne avviene da ciò, e da altre simili cose, che dovendo egli mal grado suo, e

senza avvedersene quasi, reputare se stesso come il primo vizio dello stato, traluce

all’intelletto suo un fosco barlume di verità che gl’insegna, che se alcuna idea di vera giustizia

si venisse a introdurre nel suo popolo, la prima giustizia si farebbe di lui: appunto perché

nessun altr’uomo (per quanto sia egli scellerato) non può mai in una qualunque società

nuocere sì gravemente ed a tanti, come può nuocere impunemente ogni giorno quest’uno nella

propria tirannide. Ciascun tiranno dunque, al solo nome di vera giustizia, trema: ogni vero

lume di sana ragione gli accresce il sospetto; ogni verità luminosa lo adira; lo spaventano i

buoni; e non crede mai sicuro se stesso, se egli non affida ogni più importante carica a gente

ben sua; cioè venduta e simile a lui, e ciecamente pensante al suo modo: il che importa, una

gente più assai ingiusta, più tremante, e quindi più crudele, e più mille volte opprimente,

ch’egli nol sia.  (…)

Quindi la paura vien sempre ad essere la base, la cagione, ed il mezzo di ogni

tirannide, anche sotto l’ottimo tiranno.

E non mi si alleghino Tito, Trajano, Marc’Aurelio, Antonino; e altri simili, ma sempre

pochissimi, virtuosi tiranni. Una prova invincibile che costoro non andavano mai esenti dalla

paura, si è, che nessuno di essi dava alle leggi autorità sovra la sua propria persona; e non la

dava egli, perché espressamente sapea che ne sarebbe stato offeso egli primo: nessuno di essi

annullava i soldati perpetui, o ardiva sottoporgli ad un’altra autorità che alla propria; perché

convinto era che non rimaneva la persona sua abbastanza difesa senz’essi. Ciascuno dunque

di costoro era pienamente certo in se stesso, che l’autorità sua era illimitata, poiché sottoporla

non voleva alle leggi; e che illegittima ell’era, poiché sussistere non potea senza il terror degli

eserciti. Domando, se un tale ottimo tiranno si possa dagli uomini reputare e chiamare un

uomo buono? colui, che trovandosi in mano un potere ch’egli conosce vizioso, illegittimo, e

dannosissimo, non solamente non se ne spoglia egli stesso, ma non imprende almeno

(potendolo pur fare con laude e gloria immensa) di spogliarne coloro che verran dopo lui:

gente, a cui, per non esserne essi ancora al possesso, nulla affatto si toglie coll’impedir loro

quella usurpazione stessa; e massimamente venendo loro impedita da quei tiranni che figli

non lasciano. Né sotto Tito, Trajano, Marc’Aurelio, e Antonino, cessava la paura nei sudditi.

La prova ne sia, che nessuno dei sudditi ardiva francamente dir loro, che si facessero (quali

esser doveano) minori delle leggi, e che la repubblica restituissero. (…)

Non credo che alcun uomo al mondo vi sia, che volesse dare al suo più vero e sperimentato

amico un arbitrio intero sopra il suo proprio avere, su la propria vita, ed onore; né, se un tal

uom pur ci fosse, quel suo verace amico vorrebbe mai accettare un così strano pericoloso e

odioso incarico. Ora, ciò che un sol uomo non concederebbe mai per sé solo al suo più intimo

amico, tutti lo concederebbero per se stessi, e pe’ lor discendenti, e lo lascierebbero tener

colla viva forza, da un solo, che amico loro non è né può essere? da un solo, che essi per lo

più non conoscono; a cui pochissimi si avvicinano; ed a cui non possono neppure i molti

dolersi delle ingiustizie ricevute in suo nome? Certo, una tal frenesia non è mai caduta, se non

istantaneamente, in pensiero ad una moltitudine d’uomini: o, se pure una tale stupida

moltitudine vi è stata mai, che concedesse ad un solo una sì stravagante autorità, non potea

essa costringer giammai le future generazioni a raffermarla e soffrirla. Ogni illimitata autorità

è dunque sempre, o nella origine sua, o nel progresso, una manifesta e atrocissima

usurpazione sul dritto naturale di tutti. (…)

 

 

Capitolo Quarto – DELLA VILTÀ

 

Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. Ma i vili in supremo grado

necessariamente son quelli, che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e

passiva paura. Grandissima perciò, a parer mio, passa la differenza fra la viltà e la paura. Può

l’uomo onesto, per le fatali sue natìe circostanze, trovarsi costretto a temere; e temerà costui

con una certa dignità; vale a dire, egli temerà tacendo, sfuggendo sempre perfino l’aspetto di

quell’uno che tutti atterrisce, e fra se stesso piangendo, o con pochi a lui simili, la necessità di

temere, e la impossibilità d’annullare, o di rimediare a un così indegno timore. All’incontro,

l’uomo già vile per propria natura, facendo pompa del timor suo, e sotto la infame maschera

di un finto amore ascondendolo, cercherà di accostarsi, d’immedesimarsi, per quanto egli

potrà, col tiranno: e spererà quest’iniquo di scemare in tal guisa a se stesso il proprio timore, e

di centuplicarlo in altrui.

Onde, ella mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorché avviliti sian tutti, non

perciò tutti son vili. (…)

 

Capitolo Quinto – DELL’AMBIZIONE

 

Quel possente stimolo, per cui tutti gli uomini, qual più, qual meno, ricercando vanno di farsi

maggiori degli altri, e di sé; quella bollente passione, che produce del pari e le più gloriose e

le più abbominevoli imprese; l’ambizione in somma, nella tirannide non perde punto della sua

attività, come tante altre nobili passioni dell’uomo, che in un tal governo intorpidite

rimangono e nulle. Ma, l’ambizione nella tirannide, trovandosi intercette tutte le vie e tutti i

fini virtuosi e sublimi, quanto ella è maggiore, altrettanto più vile riesce e viziosa.

(…) Risulta, mi pare, da quanto ho detto fin qui; che l’ottenere il favore di un solo attesta pur

sempre più vizj che virtù in colui che l’ottiene; ancorché quel solo che lo accorda, potesse

esser virtuoso; poiché, per piacere a quel solo, bisogna pur essere o mostrarsi utile a lui,

mentre la virtù vuole che l’uomo pubblico evidentemente sia utile al pubblico. (…)

E quanto asserisco, mi sarà facile il provar con esempj. Erano già molto corrotti i Romani, e

già già vacillava la lor libertà, allorché Mario, guadagnati a sé i suffragj del popolo, si facea

console a dispetto di Silla e dei nobili. Ma si consideri bene quale si fosse codesto Mario;

quali e quante virtù egli avesse già manifestate e nel foro e nel campo; e tosto si vedrà che il

popolo giustamente lo favoriva, poiché (secondo le circostanze ed i tempi) le virtù sue

soverchiavano di molto i suoi vizj. (…)

 

Le corti tutte son dunque per necessità ripienissime di pessima gente; e, se pure il caso vi ha

intruso alcun buono, e che tale mantenervisi ardisca, e mostrarsi, dee tosto o tardi costui cader

vittima dei tanti altri rei che lo insidiano, lo temono, e lo abborriscono, perché sono

vivamente offesi dalla di lui insopportabil virtù. Quindi è, che dove un solo è signore di tutto

e di tutti, non può allignare altra compagnia, se non se scellerata. Di questa verità tutti i

secoli, e tutte le tirannidi, han fatto e faranno indubitabile fede; e con tutto ciò, in ogni secolo,

in ogni tirannide, da tutti i popoli servi ella è stata e sarà pochissimo creduta, e meno sentita.

Il tiranno, ancorché d’indole buona sia egli, rende immediatamente cattivi tutti coloro che a

lui si avvicinano; perché la sua sterminata potenza, di cui (benché non ne abusi) mai non si

spoglia, vie maggiormente riempie di timore coloro che più da presso la osservano: dal più

temere nasce il più simulare; e dal simulare e tacere, l’esser pessimo e vile.

L’ambizione d’arricchire, chiamata più propriamente CUPIDIGIA, non può aver luogo nelle

repubbliche, fin ch’elle corrotte non sono; e quando anche il siano, i mezzi per arricchirvi

essendo principalmente la guerra, il commercio, e non mai la depredazione impunita del

pubblico erario, ancorché il guadagno sia uno scopo per se stesso vilissimo, nondimeno per

questi due mezzi egli viene ad essere la ricompensa di due sublimi virtù; il coraggio, e la

fede. L’ambizione d’arricchire è la più universale nelle tirannidi; e quanto elle sono più ricche

ed estese, tanto più facile a soddisfarsi per vie non legittime da chiunque vi maneggia danaro

del pubblico. Oltre questo, molti altri mezzi se ne trovano; e altrettanti esser sogliono, quanti

sono i vizj del tiranno, e di chi lo governa.

Lo scopo, che si propongono gli uomini nello straricchire, è vizioso nell’uno e nell’altro

governo; e più ancora nelle repubbliche che nelle tirannidi; perché in quelle si cercano le

ricchezze eccessive, o per corrompere i cittadini, o per soverchiar l’uguaglianza; in queste, per

godersele nei vizj e nel lusso. Con tutto ciò, mi pare pur sempre assai più escusabile l’avidità

di acquistare, in quei governi dove i mezzi ne son men vili, dove l’acquistato è sicuro, e dove

in somma lo scopo (ancorché più reo) può essere almeno più grande. In vece che nei governi

assoluti, quelle ricchezze che sono il frutto di mille brighe, di mille iniquità e viltà, e

dell’assoluto capriccio di un solo, possono essere in un momento ritolte da altre simili brighe,

iniquità e viltà, o dal capriccio stesso che già le dava, o che rapire lasciavale.

Parmi d’aver parlato di ogni sorta d’ambizione, che allignare possa nella tirannide.

Conchiudo; che questa stessa passione, che è stata e può essere la vita dei liberi stati, la più

esecrabil peste si fa dei non liberi.

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Capitolo Settimo – DELLA MILIZIA

 

Ma, o regni il tiranno stesso, o regni il ministro, a ogni modo sempre i difensori delle loro

inique persone, gli esecutori ciechi e crudeli delle loro assolute volontà, sono i mercenarj

soldati. Di questi ve ne ha nei moderni tempi di più specie; ma tutte però ad un medesimo

fine destinate.

Capitolo  Nono LA RELIGIONE

La religion pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli Dei; e col fare del cielo una

quasi repubblica, e sottomettere Giove stesso alle leggi del fato, e ad altri usi e privilegj della

corte celeste; dovea essere, e fu in fatti, assai favorevole al viver libero. La giudaica, e quindi

la cristiana e maomettana, coll’ammettere un solo Dio, assoluto e terribile signor d’ogni cosa,

doveano essere, e sono state, e sono tuttavia assai più favorevoli alla tirannide.

Queste cose tutte, già dette da altri, tralascio come non mie; e proseguendo il mio tema, che

della moderna tirannide in Europa principalissimamente tratta, non esaminerò tra le diverse

religioni se non se la nostra, ed in quanto ella influisce su le nostre tirannidi.

La cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per se stessa favorevole al

viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero.

Ma, IL PAPA, ma, LA INQUISIZIONE, IL PURGATORIO, LA CONFESSIONE,

IL MATRIMONIO FATTOSI INDISSOLUBILE SACRAMENTO e IL CELIBATO DEI

RELIGIOSI; sono queste le sei anella della sacra catena, che veramente a tal segno rassodano

la profana, che ella di tanto ne diventa più grave ed infrangibile.

 

Capitolo Decimo – DEL FALSO ONORE

 

Ma, se le antiche tirannidi e le moderne si rassomigliano nell’aver esse la paura per base, la

milizia e la religione per mezzi, differiscono alquanto le moderne dalle antiche per aver esse

nel falso onore, e nella classe della nobiltà ereditaria permanente, ritrovato un sostegno, che

può assicurarne la durata in eterno. Ragionerò in questo capitolo del falso onore; e alla

nobiltà, che ben se lo merita, riserberò un capitolo a parte.

L’onore, nome da tanti già definito, da tutti i popoli, e in tutti i tempi diversamente inteso, e a

parer mio indefinibile; l’onore verrà ora da me semplicemente interpretato così: La brama, e il

diritto, di essere onorato dai più. Ed il falso distinguerò dal vero, falsa chiamando quella

brama d’onore, che non ha per ragione e per base la virtù dell’onorato, e l’utile vero degli

onoranti; e vera all’incontro chiamerò quella brama di onore, che altra ragione e base non

ammette se non la utile e praticata virtù. (…)

 

 

Capitolo Undecimo – DELLA NOBILTÀ

 

Havvi una classe di gente, che fa prova e vanto di essere da molte generazioni illustre,

ancorché oziosa si rimanga ed inutile. Intitolasi nobiltà; e si dee, non meno che la classe dei

sacerdoti, riguardare come uno dei maggiori ostacoli al viver libero, e uno dei più feroci e

permanenti sostegni della tirannide.

E benché alcune repubbliche liberissime, e Roma tra le altre, avessero anch’elle in sé questo

ceto, è da osservarsi, che già lo avevano quando dalla tirannide sorgeano a libertà; che questo

ceto era pur sempre il maggior fautore dei cacciati Tarquinj; che i Romani non accordarono

d’allora in poi nobiltà, se non alla sola virtù; che la costanza tutta, e tutte le politiche virtù di

quel popolo erano necessarie per impedire per tanti anni ai patrizj di assumere la tirannide; e

che finalmente poi dopo una lunga e vana resistenza, era forza che il popolo credendo di

abbattergli, ad essi pur soggiacesse. I Cesari in somma erano patrizj, che mascheratisi da

Marii, fingendo di vendicare il popolo contra i nobili, amendue li soggiogarono.

Dico dunque; che i nobili nelle repubbliche, ove essi vi siano prima ch’elle nascano, o tosto o

tardi le distruggeranno, e faran serve; ancorché non vi siano da prima più potenti che il

popolo. Ma, in una repubblica, in cui nobili non vi siano, il popolo libero non dee mai creare

nel proprio seno un sì fatale stromento di servitù, né mai staccare dalla causa comune

 

 

Capitolo Decimoterzo – DEL LUSSO

 

Non credo, che mi sarà difficile il provare, che il moderno lusso in Europa sia una delle

principalissime cagioni, per cui la servitù, gravosa e dolce ad un tempo, vien poco sentita dai

nostri popoli, i quali perciò non pensano né si attentano di scuoterla veramente. Né intendo io

di trattare la questione, oramai da tanti egregj scrittori esaurita, se sia il lusso da proscriversi o

no. Ogni privato lusso eccedente, suppone una mostruosa diseguaglianza di ricchezze fra’

cittadini, di cui la parte ricca già necessariamente è superba, necessitosa e avvilita la povera, e

corrottissime tutte del pari. Onde, posta questa disuguaglianza, sarà inutilissimo e forse anche

dannoso il voler proscrivere il lusso: né altro rimedio rimane contr’esso, che il tentare

d’indirizzarlo per vie meno ree ad un qualche scopo men reo. (…)

 

Il lusso dunque (che io definirei; L’immoderato amore ed uso degli agj superflui e pomposi)

corrompe in una nazione ugualmente tutti i ceti diversi. Il popolo, che ne ritrae anch’egli

qualche apparente vantaggio, e che non sa e non riflette, che per lo più la pompa dei ricchi

non è altro che il frutto delle estorsioni fatte a lui, passate nelle casse del tiranno, e da esso

quindi profuse fra questi secondi oppressori; il popolo, è anch’egli necessariamente corrotto

dal tristo esempio dei ricchi, e dalle vili oziose occupazioni con che si guadagna egli a stento

il suo vitto. Perciò quel fasto dei grandi che dovrebbe sì ferocemente irritarlo, al popolo piace

non poco, e stupidamente lo ammira. Che gli altri ceti debbano essere corrottissimi dal lusso

che praticano, inutile mi pare il dimostrarlo. Corrotti in una nazione tutti i diversi ceti, è manifestamente impossibile che ella diventi o duri mai libera, se da prima il lusso che è il più feroce corruttore di essa, non si sbandisce. (…)

 

 

Capitolo Decimoquinto – DELL’AMOR DI SE STESSO NELLA TIRANNIDE

La tirannide è tanto contraria alla nostra natura, ch’ella sconvolge, indebolisce, od annulla

nell’uomo presso che tutti gli affetti naturali. Quindi non si ama da noi la patria, perché ella

non ci è; non si amano i parenti, la moglie, ed i figli, perché son cose poco nostre e poco

sicure; non vi sono veri amici, perché l’aprire interamente il suo cuore nelle cose importanti,

può sempre trasmutare un amico in un delatore premiato, e spesso anche (pur troppo!) in un

delatore onorato. L’effetto necessario, che risulta nel cuor dell’uomo dal non potere amar

queste cose su mentovate, si è, di amare smoderatamente se stesso. E parmi, che ne sia questa

una delle principali ragioni: dal non essere securo, nasce nell’uomo il timore; dal continuo

temere, nascono i due contrarj eccessi; o un soverchio amore, o una soverchia indifferenza

per quella cosa che sta in pericolo: nella tirannide, temendo sempre noi tutti per le cose nostre

e per noi, ma amando (perché così vuol natura) prima d’ogni altra cosa noi stessi, ne veniamo

a poco a poco a temere sommamente per noi, e ogni dì meno per quelle cose nostre, che non

fanno parte immediata di noi. Nelle repubbliche vere, amavano i cittadini prima la patria, poi

la famiglia, quindi se stessi: nelle tirannidi all’incontro, sempre si ama la propria esistenza

sopra ogni cosa. Perciò l’amor di se stesso nella tirannide non è già l’amore dei proprj diritti,

né della propria gloria, né del proprio onore; ma è semplicemente l’amor della vita animale.

 

 

 

Capitolo Decimosesto – SE SI POSSA AMARE IL TIRANNO, E DA CHI

 

Colui che potrà impunemente offendere tutti, e non essere mai impunemente offeso da chi

che sia, sarà per necessità temutissimo, e quindi per necessità abborrito da tutti. Ma costui

potendo altresì beneficare, arricchire, onorare chi più gli piace, chiunque riceve favori da lui

non può senza una vile ingratitudine, e senza essere assai peggiore di lui, non amarlo.

Rispondo a ciò, che il tutto è verissimo; e più d’ogni cosa vero è, che chiunque riceve favori

dal tiranno suol essergli sempre ingrato nel cuore; ed è quasi sempre assai peggiore di lui.

Dovendone assegnar le ragioni, direi; che il troppo immenso divario fra le cose che il tiranno

può dare e quelle che può togliere, rende necessario ed estremo lo abborrimento nei molti

oltraggiati, e finto e stentato l’amore nei pochi beneficati. Egli può dare ricchezze, autorità, e

onori supposti; ma egli può togliere tutto ciò ch’ei dà, e di più la vita, e il vero onore; cose,

che non è in sua possanza di dare egli mai a nessuno.

Con tutto ciò, la totale ignoranza dei proprj diritti può benissimo far nascere in alcuni uomini

questo funesto errore, di amare in un certo modo colui che spogliandoli delle loro più sacre

prerogative d’uomo, non toglie però loro la proprietà di alcune altre cose minori; il che, a

parer di costoro, egli potrebbe pur anche legittimamente, o almeno con impunità, praticare. E

certo uno stranissimo amore fia questo, e in tutto per l’appunto paragonabile

a quell’amore che si verrebbe ad aver per una tigre, che non ti divorasse potendolo. Cadranno

in questo stupido affetto le genti rozze e povere, che non hanno altra felicità, se non quella di

non vedere mai il tiranno, e di neppure conoscerlo; e costoro assai poco verranno a temerlo,

perché pochissimo a loro rimane da perdere: onde una certa tal quale giustizia venendo loro

amministrata in nome di esso, la loro irriflessiva ignoranza fa loro credere, che senza il

tiranno neppur quella semi-giustizia otterrebbero.

 

Capitolo Decimosettimo – SE IL TIRANNO POSSA AMARE I SUOI SUDDITI, E

COME

 

Nello stesso modo con cui si è di sopra dimostrato, che i sudditi non possono amare il tiranno,

perché essendo egli troppo smisuratamente maggiore di loro non corre proporzione nessuna

fra il bene ed il male che ne possono essi ricevere; nel modo stesso mi sarà facile il

dimostrare, che il tiranno non può amare i suoi sudditi; perché, essendo essi tanto

smisuratamente minori di lui, non ne può egli ricevere alcuna specie di bene spontaneo,

riputandosi egli in dritto di prendere qualunque cosa essi volessero dargli. E si noti così alla

sfuggita, che lo amare, o sia egli di amicizia, o d’amore, o di benignità, o di gratitudine, o

d’altro; lo amare si è uno degli umani affetti, che più di tutti richiede, se non perfettissima

uguaglianza, rapprossimazione almeno e comunanza, e reciprocità fra gli individui. (…)

 

 

Capitolo Secondo – IN QUAL MODO SI POSSA VEGETARE NELLA TIRANNIDE

 

Il vivere senz’anima, è il più breve e il più sicuro compenso per lungamente vivere in

sicurezza nella tirannide; ma di questa obbrobriosa morte continua (che io per l’onore della

umana specie non chiamerò vita, ma vegetazione) non posso, né voglio insegnare i precetti;

ancorché io gli abbia, senza volerli pure imparare, pur troppo bevuti col latte. Ciascuno per sé

li ricavi dal proprio timore, dalla propria viltà, dalle proprie circostanze più o meno servili e

fatali; e in fine, dal tristo e continuo esempio dei più, ciascun li ricavi.

Capitolo Terzo – COME SI POSSA VIVERE NELLA TIRANNIDE

 

(…)

Dico per tanto; che allorché l’uomo nella tirannide, mediante il proprio ingegno, vi si trova

capace di sentirne tutto il peso, ma per la mancanza di proprie ed altrui forze vi si trova ad un

tempo stesso incapace di scuoterlo; dee allora un tal uomo, per primo fondamentale precetto

star sempre lontano dal tiranno, da’ suoi satelliti, dagli infami suoi onori, dalle inique sue

cariche, dai vizj, lusinghe, e corruzioni sue, dalle mura terreno ed aria perfino, che egli

respira, e che lo circondano. In questa sola severa total lontananza, non che troppo, non mai

esagerata abbastanza; in questa sola lontananza ricerchi un tal uomo non tanto la propria

sicurezza, quanto la intera stima di se medesimo, e la purità della propria fama; entrambe

sempre, o più o meno, contaminate, allorché l’uomo in qualunque modo si avvicina alla

pestilenziale atmosfera delle corti.

 

Capitolo Quinto – FINO A QUAL PUNTO SI POSSA SOPPORTAR LA TIRANNIDE

 

Si può vivere senza le sostanze, perché  nessuno muore di necessità; e perché l’uomo, per l’esser povero, non riesce perciò mai vile a se stesso, ove egli non lo sia divenuto pe’ suoi vizj e reità: ma non si può sopravvivere alla perdita sforzata ed ingiusta di una teneramente amata persona; né, molto meno, alla perdita

del proprio onore. Quindi, dovendo assolutamente un tal uomo morire, ed essendo estrema la

ingiuria ricevuta, non può egli né dee più allora conservare rispetti; e, che che avvenire ne

possa, il forte dee sempre morir vendicato: e chi nulla teme, può tutto.

 

 

Capitolo Settimo – COME SI POSSA RIMEDIARE ALLA TIRANNIDE

 

La volontà, o la opinione di tutti o dei più, mantiene sola la tirannide: la volontà e l’opinione

di tutti o dei più, può sola veramente distruggerla. Ma, se nelle nostre tirannidi l’universale

non ha idea d’altro governo, come si può egli arrivare ad infondere in tutti, o nei più, questo

nuovo pensiero di libertà? Risponderò, piangendo, che mezzo brevemente efficace a produr

tale effetto, nessuno ve ne ha; e che ne’ paesi dove la tirannide da molte generazioni ha preso

radice, moltissime ve ne vuole prima che la lenta opinion la disvelga.

E già mi avveggo, che in grazia di questa fatal verità, mi perdonano i tiranni europei tutto ciò

che finora intorno ad essi mi è occorso di ragionare. Ma, per moderare alquanto questa loro

non meno stolta che inumanissima gioja, osserverò; che ancorché non vi siano efficaci e

pronti rimedj contro la tirannide, ve ne sono molti tuttavia ed uno principalissimo,

rapidissimo, ed infallibile, contra i tiranni.

Stanno i rimedj contro al tiranno in mano d’ogni qualunque più oscuro privato: ma i più

efficaci e brevi e certi rimedj contra la tirannide, stanno (chi ‘l crederebbe?) in mano dello

stesso tiranno: e mi spiego. Un animo feroce e libero, allor quando è privatamente oltraggiato,

o quando gli oltraggi fatti all’universale vivissimamente il colpiscono, può da sé solo in un

istante e con tutta certezza efficacemente rimediare al tiranno, col ferro: e, se molti di questi

animi allignassero nelle tirannidi, ben presto anco la moltitudine stessa cangerebbe il

pensiero, e si verrebbe così a rimediare ad un tempo stesso alla tirannide.

 

 

Ma, quanto è necessario l’impeto, l’audacia, e (per così dire) una sacra rabbia, per disvelare,

combattere, e distruggere la tirannide, altrettanto è necessaria una sagace e spassionata

prudenza, per riedificare su quelle rovine; onde difficilmente l’uomo stesso potrebbe esser

atto egualmente a due imprese pur tanto diverse nei loro mezzi, benché similissime nella lor

meta. Ed io, per amor del vero, son pure costretto a notar qui di passo, che le opinioni

politiche (come le religiose) non si potendo mai totalmente cangiare senza che molte violenze

si adoprino, ogni nuovo governo è da principio pur troppo sforzato ad essere spesso

crudelmente severo, e alcune volte anche ingiusto, per convincere o contenere con la forza

chi non desidera, o non capisce, o non ama, o non vuole innovazioni ancorché giovevoli.

Aggiungerò, che, per maggiore sventura delle umane cose, è altresì più spesso necessaria la

violenza, e qualche apparente ingiustizia nel posar le basi di un libero governo su le rovine

d’uno ingiusto e tirannico, che non per innalzar la tirannide su le rovine della libertà. La

ragione, a parer mio, è patente. La tirannide non sottentra alla libertà, se non se con una forza

effettiva, e talmente preponderante, che col solo continuo minacciare facilmente contiene

l’universale. E mentre con l’una mano brandisce un ferro spietato, ella spande coll’altra a

piena mano quell’oro che ha colla spada estorquito. Onde, distrutti alcuni pochi capi-popolo,

corrottine molti altri più, che già guasti erano e preparati al servaggio, il rimanente obbedisce

e si tace. Ma, la nascente libertà, combattuta ferocissimamente da quei tanti che

s’impinguavano della tirannide, freddamente spalleggiata dal popolo, che, oltre alla sua

propria lieve natura, per non averla egli ancora gustata, poco l’apprezza e mal la conosce; la

nascente libertà, divina impareggiabile fiamma, che in pochi petti arde pura nella sua

immensità, e che da quei soli pochi viene alquanto inspirata e a stento mantenuta nel petto

agghiacciato dei più; ov’essa per qualche beata circostanza perviene a pigliare alcun corpo,

non dovendo trascurar l’occasione di mettere, se può, profonde e salde radici, si trova pur

troppo costretta ad abbattere quei tanti rei che cittadini ridivenir più non possono, e che pur

possono tanti altri impedirne, o guastarne. Deplorabile necessità, a cui Roma, felice maestra

in ogni sublime esempio, ebbe pur anche la ventura di non andar quasi punto soggetta; poiché

dal lagrimevole straordinario spettacolo dei figli di Bruto fatti uccider dal padre, ella ricevea

fortemente quel lungo e generoso impulso di libertà, che per ben tre secoli poi la fece sì

grande e beata.