La Ginestra – parafrasi parziale

v:* {behavior:url(#default#VML);}
o:* {behavior:url(#default#VML);}
w:* {behavior:url(#default#VML);}
.shape {behavior:url(#default#VML);}

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

da  http://www.parafrasando.it/POESIE/LEOPARDI_GIACOMO/La-ginestra.html

 

“E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce”
(Giovanni, III, 19).

 

Nell’epigrafe evangelica è già annunciata l’esaltazione di quella età dei lumi, alla quale più polemicamente si rifarà il Leopardi per contrapporla all’età sua.

Qui sulla pendice (schiena) riarsa del tremendo (formidabil, latinamente ‘spaventevole’) distruttore (sterminator) monte Vesuvio (Vesevo, latinismo), che nessun altro arbusto o fiore allieta, tu odorosa ginestra spargi i tuoi cespi solitari intorno, appagata dai deserti [mostrando di non sdegnare i deserti, anzi quasi di prediligerli].

Ti vidi un’altra volta abbellire con i tuoi steli anche le solitarie contrade che circondano Roma (la cittade) la quale città [Roma] fu un tempo dominatrice di popoli, e sembra che (par che) [le contrade]  con il loro cupo e silenzioso aspetto testimonino e ricordino al viandante (passeggero) il grande impero perduto. 

Ti rivedo ora in questo suolo tu che sei amante di luoghi tristi e abbandonati dal mondo, e sempre compagna di grandezze decadute.
Questi campi cosparsi di ceneri sterili e ricoperti dalla lava solidificata (impietrata), che risuona sotto i passi del viandante; dove si annida e si contorce al sole il serpente, e dove all’abituale tana sotterranea torna il coniglio [v.23 allitterazione]; furono [la serie fur…fur…fur…anafora – sottolinea e oppone alla desolazione il ricordo dello splendore delle città antiche] città opulente (liete nel senso latino) e campi coltivati, e biondeggiarono di messi,  e risuonarono di muggiti di mandrie; furono  giardini e ville sontuose, soggiorno gradito all’ozio dei potenti [poiché queste città erano stazioni turistiche]; e furono città famose che il vulcano indomabile, vomitando (fulminando: spargendo lava) torrenti di lava dalla sua bocca di fuoco (ignea) distrusse insieme con i loro abitanti.
Ora invece una sola rovina avvolge tutto quanto (involve), là dove tu dimori, o fiore gentile e, quasi compiangendo (commiserando) le altrui miserie, emani un profumo dolcissimo che sale verso il cielo e che consola questo luogo di desolazione. Venga in questi luoghi colui che suole elogiare (esaltar con lode, esaltare con enfasi, con convinzione cieca) la nostra umana condizione (il nostro stato) e guardi quanto la natura benigna, amorevole (amante, detto con sarcasmo) si curi del genere umano.
E qui potrà anche giudicare esattamente la potenza (possanza) del genere umano, che la natura, crudele nutrice, quando l’uomo meno se lo aspetta (ov’ei men teme), con una scossa impercettibile in parte distrugge in un momento e può con scosse un po’ meno lievi annientare del tutto all’improvviso (subitamente).
In questi luoghi (rive) sono rappresentate le sorti splendide e
in continuo progresso dell’umanità (
magnifiche sorti e progressive iperbato – la citazione proviene dalla dedica che il cugino del poeta, Terenzio Mamiani, premetteva agli Inni Sacri).

Qui guarda e ammira rispecchiato te stesso (ti specchia), secolo superbo [perchè pensi di dominare la natura e credi nel progresso] e stolto [perchè non ti rendi conto delle minacce che sovrastano il mondo], che hai lasciato la via percorsa fino ad ora prima di te dal pensiero risorto con il Rinascimento (il risorto pensier, che aveva sgombrato tutte le oscurità del medioevo) e, tornato indietro (volti addietro i passi), per di più ti vanti del procedere a ritroso (del ritornar) e lo chiami progresso. ………………..Un uomo di umile condizione (povero stato) ed infermo, che abbia grandezza d’animo e nobili sentimenti, non si vanta né si illude di essere ricco o forte (ricco d’or ne gagliardo) e non ostenta ridicolmente una vita splendida o un fisico in piena salute fra la gente; ma si lascia vedere, senza vergognarsene, debole e povero (di forza e di tesor mendico) e si dichiara tale apertamente e mostra la sua condizione secondo quello che è in realtà.

Non credo che sia un essere (animale sineddoche) magnanimo [riprendendo il magnanimo del v.84], ma stolto colui che , nato per morire, cresciuto in mezzo ai dolori (nutrito di pene), dice: sono stato fatto per essere felice (a goder son fatto) e stende scritti pieni di orgoglio disgustoso, promettendo esaltanti destini e nuove felicità [riprende le magnifiche sorti e progressive del v.51], quali [non solo questa terra]  anche il cielo intero ignora, a popoli che un maremoto (un’onda di mar commosso), una pestilenza (un fiato d’aura maligna), un terremoto (un sotterraneo crollo) può distruggere in un modo tale che a stento (a gran pena) rimane il ricordo di essi.

Nobile creatura è [al contrario] quella che ha il coraggio di guardare (a sollevar s’ardisce gli occhi mortali) in faccia il destino umano (comun fato)e apertamente (con franca lingua), senza togliere nulla al vero, ammette il male che ci è stato dato in sorte e la nostra insignificante e fragile condizione; è quella [con richiamo al verso 111, cioè quella natura] che si rivela grande e forte nelle sofferenze, e non aggiunge alle sue miserie gli odi e le ire fraterne, più gravi ancora di ogni altro danno, incolpando l’uomo del suo dolore, ma dà la colpa a quella che è davvero responsabile (è rea), che è madre dei mortali perchè li ha generati, ma matrigna nella volontà [per il trattamento che riserva loro – v. 125 chiasmo].

Chiama nemica costei [la natura], e pensando che contro costei sia unita, come realmente è (siccome è il vero), e ordinata fin dalla sua prima origine, la società umana ritiene che tutti gli uomini siano alleati fra loro, e tutti abbraccia con amore vero, prestando valido e sollecito aiuto e aspettandolo [a seconda delle circostanze] nei pericoli che minacciano or gli uni or gli altri e nelle sofferenze della lotta che li accomuna [di tutti gli esseri umani contro la natura].

……..Quando siffatte considerazioni (così fatti pensieri) quando saranno, come furono un tempo [per effetto delle dottrine illuministiche], evidenti al popolo, ….allora i rapporti civili ispirati ad onestà e rettitudine (l’onesto e il retto conversar cittadino), la giustizia e la pietà, avranno un ben diverso fondamento (altra radice) che non le fantasie piene di presunzione e prive di consistenza …….

Spesso in questi luoghi alle pendici del vulcano che, desolate, la lava solidificata ricopre di scuro, e sembra accavallarsi come onde marine (par che ondeggi, quasi fosse ancora incandescente), trascorro la notte; e sulla campagna triste in azzurro purissimo vedo dall’alto brillare le stelle, alle quali  da lontano il mare fa da specchio, e [vedo] tutto intorno  scintille nella cavità serena, immensa, del cielo brillare il mondo.
E fissando quelle luci , che agli occhi  sembrano un punto (cioè piccolissime), mentre sono tanto grandi  che un punto, rispetto a loro, sono in verità  la terra e il mare; alle quali (
cui, le stelle) non solo l’uomo, ma anche questo pianeta  dove l’uomo è nulla è sconosciuto del tutto; e quando scruto quella ancora lontana nebulosa, che a noi pare quasi nebbia, alla quale non solo l’uomo o la terra, ma tutte le nostre stelle, infinite nel numero e nella grandezza , compreso il sole luminoso o sono sconosciute, o così appaiono, come loro stesse alla terra, un punto di luce nebbiosa ; al pensiero mio cosa sembri allora, o genere umano (prole dell’uomo)? [la prole dell’uomo è nulla se confrontata alla vastità dei cieli].

E io, ricordando la tua condizione miserevole (il tuo stato quaggiù), di cui è testimonianza (fa segno) il suolo che io calpesto [cioè: ricordando che sei fango, polvere] e poi dall’altra parte [ricordando] che ti credi di essere stata destinata ad essere dominatrice (signora) e scopo (fine) ultimo dell’universo (al Tutto), e [ricordando] quante volte ti piacque raccontare che in questo oscuro granello di sabbia che ha nome Terra, scendevano per causa tua gli dei, creatori (autori) dell’universo, e conversavano spesso con piacere insieme agli uomini …….quale sentimento o quale pensiero , infelice umanità (mortal prole infelice), assale alla fine il mio cuore? Non so se prevale il riso [per la tua stolta superbia] o la pietà [per la tua cecità, la tua miseria].

……..La natura non nutre più attenzione, nè maggiore considerazione per la specie umana (seme dell’uom) che per la formica, e se avviene che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini che tra le formiche, ciò dipende solo dal fatto che la stirpe degli uomini è meno feconda [cioè gli uomini sono meno numerosi delle formiche: è dunque una questione statistica.]

Ben milleottocento anni passarono dopo che sparirono, sepolti dalla forza della lava infuocata, le città popolose (i popolati seggi) e il contadino (villanello) intento alla cura dei vigneti, che a stento in questi campi la terra arida e bruciata fa crescere, ancora alza lo sguardo con apprensione alla sommità del vulcano (vetta fatal), che per nulla divenuta più mite, ancora lo sovrasta tremenda, ancora minaccia strage a lui ed ai figli e ai loro miseri averi. E spesso il meschino trascorrendo la notte insonne all’aperto sul tetto della modesta abitazione e sobbalzando più volte (per la paura), scruta con attenzione l’avanzare del fronte lavico (bollor) che si riversa dalle viscere (grembo) inesauribili del vulcano  sul pendio sabbioso (arenoso dorso, richiama l’arida schiena del v.1), al cui bagliore riluce la marina di Capri, il porto di Napoli e Mergellina.

E se lo vede avvicinarsi (il fronte lavico), o se mal sente gorgogliare nella profondità (nel cupo) del pozzo di casa l’acqua che ribollendo (fervendo),subito sveglia i figli e la moglie e fugge via, portando con sé quante più cose può, e vede da lontano la sua abitazione di sempre (l’usato suo nido), e il piccolo campo, che fu l’unica difesa dalla fame, preda della lava (flutto rovente) che avanza crepitando, e inesorabile (inesorato) per sempre si distende sul campo e sulla casa.

Dopo un oblio di secoli (l’antica obblivion) torna alla luce del sole Pompei, cancellata dall’eruzione, come uno scheletro, che il desiderio di tesori o la pietà restituisce all’aria aperta, togliendolo dalla terra; e dal foro deserto [che gli scavi hanno restituito alla luce] il visitatore (il pellegrino), in piedi tra le file delle colonne spezzate, contempla da lontano la doppia cima (bipartito giogo) del vulcano [il Vesuvio e il monte Somma] e il pennacchio di fumo che ancora minaccia le rovine sparse intorno [della città]. E nell’orrore della notte che cela ogni cosa (secreta),per i vuoti teatri, per i templi devastati (deformi, che la lava ha intaccato, deturpato) e per le case distrutte (rotte), dove il pipistrello nasconde i piccoli, come una fiaccola sinistra che lugubre (atra) si aggiri per i palazzi vuoti (vòti palagi), corre il bagliore della lava mortale,  che da lontano rosseggia nelle tenebre della notte e colora i luoghi tutto intorno.

Così indifferente all’uomo, alle età che egli chiama antiche e al susseguirsi delle generazioni (del seguir che fanno dopo gli avi i nepoti), la natura si mantiene sempre giovane e vigorosa (verde), e anzi il suo cammino è così lungo ch’ella sembra star ferma. Cadono intanto i regni, si succedono genti e lingue diverse: ella non vi fa caso (nol vede, non se ne avvede) e nonostante questo l’uomo si vuole arrogare il vanto di essere eterno.

E tu (apostrofe), flessibile (lenta – è attribuito da Virgilio nelle Georgiche: lentae genistae) ginestra, che con i tuoi cespugli profumati adorni queste campagne desolate [immagini simboliche, la ginestra che adorna le campagne rappresenta la virile rassegnazione del poeta e il fatto che allieti del suo profumo rappresenta il conforto che poeta e poesia arrecano nella deserta desolazione della vita], anche tu [come il poeta, similitudine: poeta = ginestra] presto soccomberai alla crudele prepotenza del vulcano, la cui lava (“sotterraneo foco“) tornando al luogo già altra volta visitato (per questo già noto) stenderà il suo mantello avido di morte (avaro) sulle tenere selve di ginestre. E tu, senza opporre resistenza [perchè vana, inutile] piegherai [con dignità] il tuo capo innocente ….tu sei nata e hai dimora non per tua volontà, ma per caso fortuito; ma più saggia, ….dell’uomo, in quanto non hai mai avuto la presunzione di ritenere che la tua stirpe siano divenute immortali per merito tuo o del destino.

Commento: La Ginestra o fiore del del deserto conclude il pensiero filosofico di Leopardi e è praticamente il suo testamento spirituale. Nella canzone si parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva. Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste lande desolate. Ma il suo destino è tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma – ben più drammaticamente – la presenza dell’uomo in questi luoghi. La ginestra diviene simbolo della condizione umana.
Leopardi in questo canto mette in contrapposizione la smisurata potenza della Natura con la debolezza e fragilità, e direi quasi impotenza, del genere umano: da un lato la Natura che tutto può e dall’altro l’uomo che deve subire ciò che la divinità superiore con i suoi “decreti” ha stabilito per lui; l’insesorabile inimicizia della Natura nei confronti degli uomini in contrasto con la ridicola superbia degli uomini che, pur non essendo nulla, si credono padroni e signori della terra e dell’universo.
Il canto può essere diviso in 8 parti:
. La ginestra (versi 1-16);
. invettiva contro la natura – ginestra simbolo della poesia (versi 17-51);
. invettiva contro a cultura dominante (versi 52-86);
.la magnanima grandezza, unico possibile riscatto dalla miseria della condizione umana, è unita a un ideale di fraternità con gli altri uomini (versi 86-157)
. piccolezza dell’uomo, precarietà della condizione umana – visione di spazi cosmici sterminati, immensità gelida incomprensibile e arcana – lo spazio smisurato coincide col nulla (versi 158-201)
. cecità della natura cieche e inesorabili sono le forze naturali che casualmente distruggono i viventi nella morte: in ogni caso la Natura segue impassibile il suo eterno corso (versi 202-236)
. potenza e insensibilità della natura: non solo sul nuovo, ma anche sulle rovine incombe minacciosa la Natura (versi 237-296)
. umiltà e saggezza dell’uomo illuminato (versi 297-317)

Forma metrica: Canzone libera composta di sette stanze libere di diversa dimensione e, spesso, rime al mezzo. I versi sono endecasillabi e settenari. Ogni strofa si chiude con rima ed endecasillabo. Le figure retoriche sono molte: allegorie, anacoluti, iperbati, allitterazioni, metafore, similitudini: Numerosi anche gli enjambements.