L’ EROE E IL TIRANNO: ILLUSIONI E MISERIE DELL’EGO SMISURATO

 

 

 

Alfieri – Conrad – Coppola  (Apocalypse Now)

 

“La scura corrente si allontanava
rapida dal cuore della tenebra,

 

portandoci giù verso il mare
a una velocità doppia di quella della nostra risalita”
J. KONRAD – Cuore di Tenebra

 

 

 

Prima parte

ALFIERI

L’ odio contro la tirannide è fondamentale nella sua riflessione, non la critica di una forma specifica di governo ma il rifiuto del potere in assoluto e in astratto in quanto “non ci sono poteri buoni”[1]. Anche il concetto di libertà esaltata da Alfieri non  si concretizza in un progetto di Stato ben definito e non ha precise caratteristiche politiche economiche, giuridiche. Alfieri tende ad esaltarsi per le rivoluzioni ma a condannare i tipi di governo che ne emergono; preferisce distruggere la tirannide che ricostruire un nuovo stato, che per lui è un nuovo tipo di tirannide. (L’America libera, Parigi sbastigliato, Misogallo).

Secondo Natalino Spegno, in Alfieri non vengono a contrasto due concetti propriamente politici, ma due proiezioni del pensiero dell’artista: da un lato il bisogno di affermazione dell’ io al di là di ogni limite che gli venga imposto dall’esterno, dall’altra la percezione del fatto che questa esigenza di libertà possa rovesciarsi in una forza oscura che, lasciando intatto il desiderio di autoaffermazione, finisce per trasformare l’eroe in tiranno. Il tiranno dunque diventa l’ emblema di ogni condizione storica di oppressione, ma anche la proiezione di un limite che Alfieri sente in se stesso: il titanismo diventa pessimismo e sensazione di impotenza  di fronte alla miseria e all’inadeguatezza degli esseri umani.

Titanismo e pessimismo non sono propriamente tendenze opposte che si scontrino nascendo da diverse matrici culturali: in realtà non sono che due facce della stessa medaglia  (…) Non solo, ma la volontà di infinita affermazione dell’io reca con sé il senso di una trasgressione, che si manifesta come oscuro senso di colpa, come il peso di una maledizione.”[2]. Questa è la caratteristica di molti eroi delle tragedie alfieriane come  Saul, che finisce per proiettare, freudianamente,  nel “tiranno” che lo sovrasta, Dio, il tormento della sua anima. Si tratta forse della proiezione di una figura paterna preponderante, alla quale il figlio-eroe desidera ribellarsi.

Nel saggio “Della tirannide”, lo scrittore delinea le grandi figure del tiranno e dell’uomo libero, essi in fondo sono simili perchè tesi all’affermazione della loro personalità superiore al di là da ogni limite imposto dalla società. Si può cogliere in questo atteggiamento una certa ammirazione di Alfieri per  lo stesso tiranno, che rappresenta la capacità di affermare una volontà  indomita ed assume la dimensione del superuomo anche se si tratta di una figura negativa,      crudele.

A suo modo, anche il tiranno è un uomo libero in quanto la sua volontà non conosce vincoli[3]; per questa ragione nell’eroe nasce un’inconfessabile e segreta ammirazione che lo conduce ad identificarsi più o meno consapevolmente con lui.

 

Saul, l’eroe abnorme[4]

Eroe lacerato e perplesso, Saul si distacca da molte figure di eroe tragico perché si sente gravato dal peso di una colpa  oscura, una sorta di eroe “maledetto”[5] nel quale si manifestano, come dice lo stesso Alfieri, “due passioni fra loro contrarie, a vicenda vuole e disvuole una cosa stessa.” [6]. Come altri personaggi alfieriani, Saul è posseduto dal  desiderio furente di conquistare il potere assoluto,  di affermare la propria volontà sfidando Dio in persona; egli si scontra  così con un limite invalicabile. A causa di questo peccato di orgoglio,[7] su di lui si scatenerà la collera della divinità, determinandone il fallimento e che coinvolgeranno anche gli incolpevoli figli. Questo personaggio richiama il protagonista della tragedia I masnadieri (1781) di Schiller: entrambi manifestano il sentimento di ribellione dei loro autori verso la situazione stagnante dell’Europa dominata dall’ancien régime in dissoluzione. Lo scontro con la dimensione trascendente costituisce una novità rispetto alla produzione precedente; non si tratta però di un vero sentimento religioso (Alfieri era ateo)  ma del conflitto dell’eroe con se stesso; Dio è una proiezione della sua anima lacerata, la proiezione del suo “cuore di tenebra”,  che lo induce a travolgere  senza pietà ogni ostacolo allontanando i suoi figli e cacciando lontano da sé David, al quale voleva bene e che era tornato per soccorrerlo prima della battaglia decisiva con i Filistei. Alla fine il titano andrà incontro alla sconfitta, sopraffatto da “un senso angoscioso e smarrito di insufficienza, di impotenza, di precarietà, di  sfiducia”[8].

Con quest’ opera si afferma una dimensione tragica nuova, che anticipa in qualche modo la psicoanalisi, il conflitto nasce da forze che si radicano nel profondo e trasformano la volontà di potenza in spinta autodistruttiva. L’originalità del Saul è quella di portare “la torcia in fondo alla caverna” (immagine usata da Denis Diderot nel 1762 a proposito dei romanzi di Richardson)[9].

Questa caratteristica si manifesta evidentemente ad esempio della prima scena dell’atto terzo, in cui il re confida al consigliere Abner la sua inquietudine.

Accanto allo scontro con Dio c’è quello, anch’esso con caratteristiche edipiche, con David. Il vecchio re si scontra non con David ma con l’immagine ossessionante che se n’è fatto,  quella di un potenziale usurpatore e anzi, tra le due ossessioni c’è un legame diretto. Il fantasma di David è infatti Saul stesso da giovane, quando era forte e sicuro, situazione che egli rimpiange e vede rappresentata nel genero[10]: lo ama perché nel giovane vede se stesso “ma lo odia al tempo stesso perché rappresenta ciò che è e che non potrà più essere , e quindi erige questa parte perduta di sé come potenza esterna malefica e ostile che lo minaccia, che gli vuole sottrarre il potere a cui è attaccato con tutte le sue forze. Lottando contro Dio e contro David , Saul lotta contro una parte di sé, alienata e contrapposta al suo io.[11]

Rapida sintesi del Saul

Commento all’opera

Nonostante  alcuni gravi errori ortografici, per la trama del Saul si veda questa pagina che presenta un contenuto interessante anche se  non esattamente Top Secret

ATTO SECONDO

SCENA I.

Saul ed Abner.

SAUL Bell’alba è questa. In sanguinoso ammanto

Oggi non sorge il sole; un dì felice

Prometter parmi. – Oh miei trascorsi tempi!

Deh! dove siete or voi? Mai non si alzava

Saùl nei campo da’ tappeti suoi,

Che vincitor la sera ricorcarsi

Certo non fosse.

ABNER Ed or, perché diffidi,

O re? Tu forse non fiaccasti or dianzi

La filistea baldanza? A questa pugna

Quanto più tardi viensi, Abner tel dice,

Tanto ne avrai più intiera, e nobil palma.

SAUL Abner, oh! quanto in rimirar le umane

Cose, diverso ha giovinezza il guardo,

Dalla canuta età! Quand’io con fermo

Braccio la salda noderosa antenna.

Ch’or reggo appena, palleggiava; io pure

Mal dubitar sapea… Ma, non ho sola

Perduta omai la giovinezza… Ah! meco

Fosse pur anco la invincibil destra

D’Iddio possente!… O meco fosse almeno

David, mio prode!…

ABNER E chi siam noi? Senz’esso

Più non si vince or forse? Ah! non più mai

Snudar vorrei, s’io ciò credessi, il brando,

Che per trafigger me. David, ch’è prima,

Sola cagion d’ogni sventura tua…

SAUL Ah! no: deriva ogni sventura mia

Da più terribil fonte… E che? Celarmi

L’orror vorresti del mio stato? Ah! s’io

Padre non fossi, come il son, pur troppo!

Di cari figli… or la vittoria, e il regno

E la vita vorrei? Precipitoso

Già mi sarei fra gl’inimici ferri

Scagliato io, da gran tempo; avrei già tronca

Così la vita orribile, ch’io vivo.

Quanti anni or son, che sul mio labro il riso

Non fu visto spuntare? I figli miei,

Ch’amo pur tanto, le più volte all’ira

Muovonmi il cor, se mi accarezzan… Fero,

Impazïente, torbido, adirato

Sempre; a me stesso incresco ognora, e altrui;

Bramo in pace far guerra, in guerra pace;

Entro ogni nappo ascoso tosco io bevo; 13

Scorgo un nemico in ogni amico; i molli

Tappeti assiri, ispidi dumi al fianco

Mi sono; angoscia il breve sonno; i sogni

Terror. Che più? Chi ‘l crederia? Spavento

M’è la tromba di guerra; alto spavento

È la tromba a Saùl. Vedi, se è fatta

Vedova omai di suo splendor la casa

Di Saùl; vedi, se omai Dio sta meco.

E tu, tu stesso, (ah! ben lo sai) talora

A me, qual sei, caldo verace amico,

Guerrier, congiunto, e forte duce, e usbergo

Di mia gloria tu sembri: e talor, vile

Uom menzogner di corte, invido, astuto

Nemico, traditore…

ABNER Or, che in te stesso

Appien tu sei, Saulle, al tuo pensiero,

Deh, tu richiama ogni passata cosa!

(…)

Ma di cor, sacerdote. Il ver dispoglia

Di ogni mentito fregio; il ver conosci.

Io del tuo sangue nasco; ogni tuo lustro

È d’Abner lustro; ma non può innalzarsi

David, no mai, s’ei pria Saùl non calca.

SAUL David?… Io l’odio… Ma, la propria figlia

Gli ho pur data in consorte… Ah! tu non sai. –

La voce stessa, la sovrana voce,

Che giovanetto mi chiamò più notti,

Quand’io, privato, oscuro, e lungi tanto

Stava dal trono e da ogni suo pensiero;

Or, da più notti, quella voce istessa 14

Fatta è tremenda, e mi respinge, e tuona

In suon di tempestosa onda mugghiante:

«Esci, Saùl; esci, Saulle»… Il sacro

Venerabile aspetto del profeta,

Che in sogno io vidi già, pria ch’ei mi avesse

Manifestato che voleami Dio

Re d’Israël; quel Samuële, in sogno,

Ora in tutt’altro aspetto io lo riveggo.

Io, da profonda cupa orribil valle,

Lui su raggiante monte assiso miro:

Sta genuflesso Davide a’ suoi piedi:

Il santo veglio sul capo gli spande

L’unguento del Signor; con l’altra mano,

Che lunga lunga ben cento gran cubiti

Fino al mio capo estendesi, ei mi strappa

La corona dal crine, e al crin di David

Cingerla vuol: ma, il crederesti? David

Pietoso in atto a lui si prostra, e niega

Riceverla; ed accenna, e piange, e grida,

Che a me sul capo ella riponga… – Oh vista!

Oh David mio! Tu dunque obbedïente

Ancor mi sei? Genero ancora? E figlio?

E mio suddito fido? E amico?… Oh rabbia!

Tormi dal capo la corona mia?

Tu che tant’osi, iniquo vecchio, trema…

Chi sei?… Chi n’ebbe anco il pensiero, pera… –

Ahi lasso me! Ch’io già vaneggio!

ABNER Pera,

David sol pera: e svaniran con esso,

Sogni, sventure, visïon, terrori

 

 


[1] Fabrizio de Andrè,  Nella mia ora di libertà in Storia di un impiegato

[2] BALDI, GIUSSO, RAZETTI, ZACCARIA, La letteratura, Paravia, Milano 2007 vol. 3, pag. 564

[3] Op. cit. pag. 566

[4] Op cit. pag. 587

[5] PRIMO LEVI,  Il canto di Ulisse in Se questo è un uomo, Paravia, Torino

[6] Ibid.

[7] Si veda la fine di Ulisse in  DANTE ALIGHIERI, Inferno, canto XXVI.

[8] BALDI, GIUSSO, RAZETTI, ZACCARIA, Op. cit. pag. 588

[9] Ibid.

[10] Si veda Mazzarò che prende a bastonate il giovane servo quando si accorge che la morte è vicina.

[11] BALDI, GIUSSO, RAZETTI, ZACCARIA, Op. cit. pag. 588