Brani scelti dalle "Ultime lettere di Jacopo Ortis"

Dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis

L’incontro con Parini

4 dicembre

Il Colloquio con Parini: la delusione storica
Ier sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città
sotto un boschetto di tigli. Egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall’altra sul suo bastone: e
talora guardava gli storpi suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di
quella sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava. S’assise sopra uno
di que’ sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e
più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto; e d’altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi
non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria, e fremeva e per le antiche tirannidi e
per la nuova licenza. Le lettere prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente
vilissima corruzione: non più la sacra ospitalità, non la benevolenza, non più l’amore figliale – e poi
mi tesseva gli annali recenti, e i delitti di tanti uomiciattoli ch’io degnerei di nominare, se le loro scelleraggini mostrassero il vigore d’animo, non dirò di Silla e di Catilina, ma di quegli animosi masnadieri
che affrontano il misfatto quantunque e’ si vedano presso il patibolo – ma ladroncelli, tremanti,
saccenti – più onesto insomma è tacerne. – A quelle parole io m’infiammava di un sovrumano furore,
e sorgeva gridando: Ché non si tenta? morremo? ma frutterà dal nostro sangue il vendicatore. – Egli
mi guardò attonito: gli occhi miei in quel dubbio chiarore scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e
pallido aspetto si rialzò con aria minaccevole – io taceva, ma si sentiva ancora un fremito rumoreggiare cupamente dentro il mio petto. E ripresi: Non avremo salute mai? ah se gli uomini si conducessero
sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente. – Il Parini non apria bocca; ma stringendomi
il braccio, mi guardava ogni ora più fisso. Poi mi trasse, come accennandomi perch’io tornassi
a sedermi: E pensi, tu, proruppe, che s’io discernessi un barlume di libertà, mi perderei ad onta
della mia inferma vecchiaia in questi vani lamenti? o giovine degno di patria più grata! se non puoi
spegnere quel tuo ardore fatale, ché non lo volgi ad altre passioni? (…)

– Egli sorrise mestamente; e poiché s’accorse che la mia voce infiochiva, e i miei sguardi
si abbassavano immoti sul suolo, ricominciò: – Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili
imprese; ma – credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte;
e l’altro quarto a’ loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa
gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo della
nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libertà dallo straniero? Chiunque
s’intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia.
Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende
il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava
per l’universo un nemico al popolo Romano? – Né ti sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine
dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale sei tu, sarà sempre
o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale
notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena
di un secreto sospiro. – Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità
de’ tuoi concittadini e la corruzione de’ tempi, potessi aspirare al tuo intento; di’? spargerai tutto
il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della
guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi
le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno.
Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall’intento, dalla fortuna; chiama
virtù il delitto utile, e scelleraggine l’onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene
o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata
fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento
della tua superiorità, e della conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo
saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso
il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. – Ti avanza ancora un seggio fra’ capitani;
il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una
viltà per cui si lambe la mano che t’aita a salire. Ma – o figliuolo! l’umanità geme al nascere di un
conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara.

Lettera da Ventimiglia (i tuoi confini, o Italia…)

http://www.agatimario.it/4passilett/foscolo/ortis.htm
(contiene un “percorso rapido” attraverso s’Ortis e alcuni brani brevi ma molto significativi)

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio. (1799)

[…] Alfine eccomi in pace! – Che pace? stanchezza? sopore di sepoltura.  Ho vagato per queste montagne.  Non v’è albero, non tugurio, non erba.  Tutto è bronchi aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. – Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.  V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.  Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana , e per quelle fauci invade il Mediterraneo.  La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.

I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni .  Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia .  Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? – Ov’è l’antico terrore della tua gloria? Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù.  Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.  E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dall’antico letargo.

Per quanto riguarda il suicidio di Jacopo, si veda il collegamento con il  percorso tematico

“Parole sull’orlo del baratro”