Le guerre giudaiche nelle testimonianze degli storici

In collaborazione
col prof. Claudio Casasso
(ex Liceo Classico “Silvio Pellico” di Cuneo)

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Publio Cornelio Tacito, Flavio Giuseppe, Cassio Dione

 

Publio Cornelio Tacito

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Publio Cornelio Tacito

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Publio (o Gaio) Cornelio Tacito
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Statua moderna di Tacito, davanti al Parlamento di Vienna

Nome originale in latino: Publius (o Gaius) Cornelius Tacitus
Linguaggio nativo latino
Nascita 5558[1]
Morte 117120[1]
Luogo di sepoltura Roma (CIL VI, 1574)
Professione politico
Lingua latina
Luogo d’origine Gallia Narbonense[1]
Cittadinanza romana
Periodo di attività letteraria 98? – 117/120 d.C.
Generi storiografia e oratoria latina
Soggetti Giulio Agricola, Germani, oratori latini, Impero romano (14-96 d.C.)
Opere principali De vita et moribus Iulii Agricolae (98), De Origine et situ Germanorum (98), Dialogus de oratoribus (101/102), Historiae (110 ca.), Annales (117-120).
Sito Wikisource e The latin library

Publio (o Gaio) Cornelio Tacito (in latino Publius (o Gaius) Cornelius Tacitus; Gallia Narbonense, 55-58[1]Roma (città antica), 117-120[1]) è stato uno storico, oratore e senatore romano.

È uno degli storici più importanti dell’antichità. Le sue opere maggiori, gli Annales e le Historiae, illustrano la storia dell’Impero romano del I secolo, dalla morte dell’imperatore Augusto, avvenuta nel 14, fino alla guerra giudaica dell’imperatore Tito (anno 70).

« La rivoluzione a Roma si realizzò in due tempi, nel primo repentina, nell’altro lenta. Il primo atto distrusse la repubblica nel corso della guerra civile, il secondo la libertà e l’aristocrazia negli anni di pace. Sallustio è il prodotto della prima epoca, Tacito dell’altra. »
(R. Syme, Tacito, vol. II, Brescia 1971, p. 718)

 

Biografia

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (69 – 117).

Le fonti

Le poche informazioni sulla vita e sull’ambiente in cui visse Tacito sono offerte, principalmente, dagli indizi sparsi nel corpus delle sue opere, dalle lettere del suo amico e ammiratore Plinio il Giovane e da un’iscrizione trovata a Mylasa, in Caria (nell’attuale Turchia), e da altre deduzioni di storici[2]. Molti particolari della sua vita restano sconosciuti.

Il prenome

Ciò interessa anche il suo stesso prenome, tuttora incerto: in alcune lettere di Sidonio Apollinare ed in alcuni vecchi scritti di poca rilevanza letteraria lo storico è nominato con Gaius, ma nel manoscritto principale della tradizione, con Publius. Questi finora sono riconosciuti come i due praenomina più avvalorati. Alcuni avevano avanzato anche l’ipotesi di un prenome Sextus, che tuttavia non ha trovato seguito.

La nascita

L’anno e il luogo

Gallia Narbonese, provincia romana riconosciuta come luogo d’origine di Publio Cornelio Tacito.

L’insufficienza di informazioni ci impedisce, allo stesso modo, di individuare inequivocabilmente l’anno e il luogo di nascita dello scrittore. Si suppone che Tacito sia nato tra il 56 e il 58 d.C. nella Gallia Narbonense.[1] Il luogo d’origine è deducibile anche dalla simpatia occasionale per i barbari che fecero resistenza contro la lex romana (come nell’episodio degli Annales II, 9)[3][4]. (…)

La posizione sociale

Per quanto riguarda l’agiata famiglia, è il forte legame d’amicizia largamente testimoniato tra Plinio il giovane e Tacito ad aver fatto supporre agli storici un’uguale estrazione sociale dei due: ceto equestre, ricchezza significativa e provenienza provinciale[16]. L’ipotesi, largamente accettata, per la quale lo scrittore latino sarebbe nato da una famiglia di rango equestre oppure senatorio può essere comprovata anche dal disprezzo per gli arrampicatori sociali su cui insiste Tacito. Si suppone che la posizione sociale di rilievo di Tacito sia stata ottenuta grazie alla benevolenza degli imperatori Flavii, poiché con la conclusione dell’età repubblicana l’impostazione gentilizia della società s’era ormai dissolta e, con questa, anche i privilegi riservati alle gentes più influenti in Roma.

Vita pubblica, matrimonio e carriera letteraria

Da giovane studiò retorica a Roma, come preparazione alla carriera nella magistratura e nella politica[17][18] e, come Plinio, potrebbe aver studiato sotto Quintiliano. Nel 77 o nel 78 sposò Giulia Agricola, figlia tredicenne del generale Gneo Giulio Agricola il quale era al comando di una legione operante in Bitinia a cui Tacito partecipò sotto l’incarico di tribuno militare, incarico concessogli da Vespasiano attorno il 77; nulla si sa della loro unione o della loro vita domestica, a parte il fatto che Tacito amava cacciare[19][20][21].

All’inizio della sua carriera diede grande impulso Vespasiano, come dice nelle Historiae (1, 1), ma fu sotto Tito che entrò realmente nella vita politica con la carica di quaestor, nell’anno 81 o nell’anno 82. Proseguì costantemente nel suo cursus honorum, divenendo praetor nell’88 e facendo parte dei quindecemviri sacris faciundis, un collegio sacerdotale che custodiva i Libri Sibillini e i Giochi Secolari[8][22][23].

Si distinse come avvocato e oratore, a dispetto del fatto che il cognomen, Tacitus, abbia in latino il significato di “taciturno”; ricoprì funzioni pubbliche nelle province all’incirca dall’89 al 93, forse a capo di una legione, forse in ambito civile, come si può intuire dal fatto che non fu presente alla morte del suocero, Agricola[24][25][26][27][28].

Sopravvisse con le sue proprietà al regno del terrore di Domiziano (9396), ma l’esperienza lasciò in lui cupa amarezza, forse per la vergogna della propria complicità, contribuendo allo sviluppo di quell’odio verso la tirannia così evidente nelle sue opere[29][30]. I paragrafi 44 – 45 dell’Agricola sono paradigmatici:

(LA)« evasisse postremum illud tempus, quo Domitianus non iam per intervalla ac spiramenta temporum, sed continuo et velut uno ictu rem publicam exhausit. […] Mox nostrae duxere Helvidium in carcerem manus; nos Maurici Rusticique visus [foedavit]; nos innocenti sanguine Senecio perfudit. Nero tamen subtraxit oculos suos iussitque scelera, non spectavit: praecipua sub Domitiano miseriarum pars erat videre et aspicere. » (IT)« [Agricola] scampò a quest’ultimo periodo in cui Domiziano, non più a intervalli o attimi di respiro, ma di continuo e come d’un sol colpo annientò lo stato. […] Subito dopo le nostre stesse mani mandarono in carcere Elvidio; noi ha fatto arrossire di vergogna la vista di Maurico e di Rustico, noi ha bagnato con il suo innocente sangue Senecione. Nerone almeno distolse lo sguardo dai suoi delitti: li ordinò, ma non rimase a godersi lo spettacolo. Sotto Domiziano, invece, la parte peggiore delle nostre miserie era vedere ed essere visti… »
(Publio Cornelio Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae (Agricola), XLIV – XLV)

Frammento dell’iscrizione sepolcrale di Tacito, Roma, Museo Epigrafico[31]

Divenne consul suffectus nel 97 durante il principato di Nerva, diventando il primo della sua famiglia a ricoprire tale carica. (…) In questo periodo  scrisse e pubblicò sia l’Agricola sia la Germania, primi esempi dell’attività letteraria che lo occuperà fino alla sua morte.

In seguito sparì dalla scena pubblica, a cui tornò durante il regno di Traiano. Nel 100, con il suo amico Plinio il giovane, perseguì Mario Prisco (governatore dell’Africa) per corruzione. Prisco fu riconosciuto colpevole e fu esiliato; Plinio scrisse alcuni giorni dopo che Tacito aveva parlato “con tutta la maestosità che caratterizza il suo usuale stile oratorio”[34].

Seguì una lunga assenza dalla politica e dalla magistratura. Nel frattempo scrisse le sue due opere più importanti[35]: le Historiae e, quindi, gli Annales. Ricoprì la più alta carica di governatorato, quello della provincia romana dell’Asia in Anatolia occidentale, nel 112 o nel 113, come provato dall’iscrizione trovata a Milasa.

Un passaggio negli annali indica il 116 come il terminus post quem della sua morte, che può essere posto più tardi nel 125[7][36] e non sono pochi gli storici che pongono la data della morte durante il regno di Adriano[37][38][39][40].

Non si sa se ha avuto figli, ma la Historia Augusta riporta che l’imperatore Marco Claudio Tacito lo ha indicato come antenato, ma questo fatto è probabilmente falso[41][42]

Opere letterarie

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (69 – 117).

Cinque sono le opere attribuite a Tacito che sono sopravvissute, almeno in una parte sostanziale di esse. Le date sono approssimative e le ultime due (le sue opere “maggiori”), hanno comunque richiesto alcuni anni per essere completate:

Le due opere principali, originariamente pubblicate separatamente, sono state indicate come parti integranti di una singola opera in trenta libri (le “Historiae” composte entro il 110 e gli “Annales” composti successivamente, nonostante raccontino un tratto della storia cronologicamente più antica delle Historiae). Esse offrono una narrazione della storia di Roma dalla morte di Augusto (14 d.C.) alla morte di Domiziano (96). Benché alcune parti siano andate perdute, essa è una delle maggiori opere storiche dell’antichità.

Historiae

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Historiae (Tacito).

Nel terzo capitolo dell’Agricola (una delle opere minori pubblicate precedentemente), Tacito aveva dichiarato il suo desiderio di comporre una “memoria della precedente servitù” (ossia il regno di Domiziano) e una “testimonianza dei beni presenti” (i regni di Nerva e Traiano); nelle Historiae il progetto è però differente: nell’introduzione, Tacito rimanda la sua opera su Nerva e Traiano e decide di occuparsi prima del periodo compreso tra le guerre civili del 6869 d.C. e il regno dei Flavii.

Del testo originale sono rimasti conservati soltanto i primi quattro libri, insieme a ventisei capitoli del quinto libro, concernenti gli anni 69 (inizio del regno di Galba) e la prima parte del 70 (rivolta giudaica). Secondo le ricostruzioni, il lavoro avrebbe dovuto proseguire fino alla morte di Domiziano, avvenuta il 18 settembre 96. Il quinto libro contiene, come preludio alla narrazione della repressione della rivolta ebrea durante il principato di Tito, un excursus etnografico sugli ebrei, importante testimonianza dell’atteggiamento dei Romani verso quel popolo.

Tacito coglie nell’anno 69 un nodo fondamentale nella storia dell’impero: quello della successione alla dinastia giulio-claudia, con il seguito di guerre civili e intrighi politici, il succedersi rapido dei tre imperatori Galba, Otone, Vitellio, e, infine, l’insediamento della dinastia flavia con Vespasiano. Galba prende atto, nel suo celebre discorso per la scelta del successore,[43] dell’impossibilità di fare ritorno alla repubblica, afferma la necessità del principato e presenta il principio dell’adozione come scelta del migliore: argomenti che dovevano essere tornati d’attualità nel 97, quando Nerva, con l’adozione di Traiano, aveva trovato un rimedio alla sua debolezza scongiurando una nuova guerra civile.

Nella designazione di Pisone come successore di Galba, così come quella di Traiano successore di Nerva, solo apparentemente la scelta del principe dipendeva dal senato: il potere supremo era di fatto succube della volontà degli eserciti, di fronte al quale il rispetto del mos maiorum professato da Galba risultava incapace di controllare gli avvenimenti. Tacito prova simpatia per questo vecchio senatore capax imperii nisi imperasset (“capace di governare, se non avesse governato”, I 49) travolto da milizie strapotenti e da una plebe che assisteva alla guerra civile come a uno spettacolo, di fronte a un contesto di violenza generalizzata che fa dettare allo storico cupi quadri di ingiustizia e ritratti di personaggi introspettivamente indagati nei loro momenti meno generosi. L’attenzione allo scandaglio psicologico trova riscontro nello stile franto e sallustianamente disarticolato, ma capace di profonda suggestione artistica.

Gli Annales

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Annales (Tacito).

Gli Annales furono l’ultima opera storiografica di Tacito, e per sua esplicita ammissione gli Annales seguono cronologicamente la composizione delle Historiae[44] e risalgono con verosomiglianza agli anni seguenti il suo proconsolato d’Asia (112-113). L’opera copre il periodo che va dalla morte di Augusto (il funerale dell’imperatore è il brano di apertura degli Annales e chiarisce subito il ruolo dell’autore nell’opera) avvenuta nel 14, fino a quella dell’imperatore Nerone, nel 68.

L’opera era composta di almeno sedici libri, possibilmente diciotto, ma ci sono pervenuti soltanto i primi quattro, l’inizio del quinto e il sesto privo dei capitoli iniziali (questo primo nucleo comprende gli avvenimenti dalla morte di Augusto a quella di Tiberio nel 37 d.C.), oltre ai libri XI-XVI con alcune lacune nella prima parte dell’XI e nella seconda parte del sedicesimo libro (regni di Claudio e Nerone), che avrebbe dovuto terminare con l’intero resoconto degli eventi dell’anno 66, mentre si interrompe al suicidio di Trasea Peto. Si presume che i libri dal settimo al dodicesimo parlassero dei regni di Caligola e Claudio. I restanti libri dovrebbero trattare del regno di Nerone, forse fino alla sua morte nel giugno del 68. Non è noto se Tacito abbia completato l’opera o se si sia dedicato alle opere che aveva pianificato di fare: è morto prima che potesse finire le biografie di Nerva e Traiano e non esistono prove che il lavoro su Augusto e sui primi anni dell’Impero (con cui Tacito intendeva concludere il suo lavoro da storiografo) sia stato effettivamente espletato.

In confronto alle Historiae, che favorivano il movimento di eserciti e masse, gli Annales si focalizzano sui meccanismi dell’Impero e sulla sua corruzione: i protagonisti sono dunque i singoli imperatori, opposti al senato, erede della libertas repubblicana, ormai solo mero nome senza peso politico. Interessante notare come le figure dei principi siano indagate con introspezione psicologica: Tiberio è descritto come un esempio di falsità e dissimulazione nel presentare il proprio potere come rassicurante continuazione della legalità repubblicana; Claudio invece appare come un inetto privo di volontà, monovrato dai liberti e dalle donne di corte, mentre Nerone è il tiranno privo di scrupoli, la cui follia sanguinaria non risparmia né la madre Agrippina né il suo antico consigliere Seneca.

Nonostante ciò, Tacito rimane convinto della necessità storica del principato, ma coglie l’ambiguità sulla quale è stato fondato da Augusto, che svuotando le magistrature repubblicane da ogni potere ha lasciato terreno fertile per la corruzione, l’intrigo e la decadenza morale; complice di una politica di degrado, dove l’avidità di potere regna sovrana, è anche il senato, diviso fra succube servilismo e sterili atteggiamenti di opposizione. Concordemente all’incupirsi della visione storica di Tacito, lo stile degli Annales accentua le disarmonie, riflettendo l’ambiguità degli avvenimenti e un moralismo sempre più pessimistico in un periodo nervoso e spezzato.

Opere minori

Tacito inoltre scrisse tre opere secondarie su vari soggetti: l’Agricola, una biografia del suocero Gneo Giulio Agricola; la Germania, una monografia sulle terre e le tribù di barbari della Germania; il Dialogus, un dialogo sull’arte dell’oratoria.

De Origine et situ Germanorum

Mappa ricostruttiva della Germania Magna descritta da Tacito.
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: De origine et situ Germanorum.

La Germania (De origine et situ Germanorum) è un’opera etnografica su diversi aspetti delle tribù germaniche residenti al di là dell’Impero Romano. La Germania si inserisce perfettamente all’interno della tradizione etnografica che va da Erodoto a Cesare. Ciò non toglie che quest’opera si riveli anche come una creazione originale nell’ambito dei generi tradizionali delle letterature classiche, comprendendo anche parti storiche ma soprattutto “ideologiche”, quasi “da pamphlet”: intenzione neanche troppo nascosta dell’autore, infatti, è descrivere i puri e incorrotti costumi dei Germani per criticare indirettamente i corrotti e degenerati costumi romani. Non solo: anche per istituire una sorta di parallelo tra quello che erano i Germani allora (un popolo rude e semplice e per ciò stesso valoroso in guerra) con quello che i Romani erano stati e ora non erano più, sempre a causa della loro decadenza morale.

Tacito sostiene che i veri barbari siano i romani poiché i barbari rispetto ai romani avevano un forte senso religioso e amavano la libertà, quest’ultima era quasi negata in questo periodo. Questo porta Tacito a “profetizzare” un futuro scontro tra i Germani e Roma in cui i popoli del Nord Europa potrebbero anche risultare vincitori (“urgentibus imperii fatis“). L’opera inizia con una descrizione delle terre, delle leggi e dei costumi dei germani (capitoli 1-27); continua quindi con le descrizioni delle singole tribù, iniziando da quelle più vicine ai territori romani e terminando con quelle ai più estremi confini sul mar Baltico, con una descrizione dei primitivi e selvaggi Fenni e di sconosciute tribù al di là di essi.

 

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: De vita et moribus Iulii Agricolae.

L’Agricola (scritto circa nel 98) è una monografia dedicata alla vita di Gneo Giulio Agricola, suocero di Tacito, uomo politico ed eminente generale romano, noto per aver conquistato la Britannia. Corpo dell’opera è dunque costituito dalle imprese di Agricola in Britannia (capp.18–38), incorniciato da due parti simmetriche, rispettivamente il racconto della gioventù (capp. 4–9) e degli ultimi anni del protagonista (capp.39–46). È la prima opera scritta da Tacito, con la quale l’autore rompe il suo silenzio in seguito alla morte di Domiziano (che aveva mantenuto una politica di repressione del dissenso intellettuale); la biografia di Agricola anticipa dunque molti dei temi tipici della successiva produzione tacitiana: la questione della legittimità del principato (che Traiano vede come istituzione portatrice di pace) e della sua corruzione (dovuta al degrado delle virtù nell’epoca contemporanea), del silenzio fino ad allora tenuto da parte dell’autore, il problema dei confini dell’impero, le trattazioni etnografiche (anticipando alcuni dei caratteri della Germania, l’opera esamina anche la geografia e l’etnografia dell’antica Britannia), le digressioni di carattere storico (in cui già Tacito ricorre alla storiografia drammatica).

L’identificazione del genere letterario di appartenenza dell’Agricola è forse il suo aspetto più dibattuto negli studi, dai quali emergono una varietà di posizioni che varrebbero da sé a dimostrare la natura composita dell’opera. Saggio storico ed etnografico, biografia elogiativa, encomio, laudatio funebris e consolatio scritta in ritardo (a causa dell’assenza di Tacito da Roma nel 93, all’epoca della morte del suocero), pamphlet politico, laudatio composta per lettura pubblica: queste sono alcune delle chiavi di lettura che sono state proposte. Sembrerebbe che l’Agricola sia in realtà un incrocio di vari generi: si può dire che l’intento base della laudatio funebris prenda spessore nella dimensione della biografia, allargandosi a comprendere spezzoni di storia contemporanea. Per Tacito storico dunque, l’Agricola costituisce un passaggio fondamentale della sua formazione.

Infatti, quando fu composta l’Agricola, erano troppi gli interessi in campo perché l’opera potesse avere una chiave di lettura unitaria. Si ricordi infatti che era appena finito il quindicennio di silenzio coatto di Domiziano (81-96 d.C.), e Tacito avvertiva l’esigenza di lasciare una memoria storica che, benché si incardinasse sulla figura del suocero, lo coinvolgesse da vicino: molte delle esperienze vissute dal suocero durante la tirannide venivano infatti ritrovate da Tacito nelle sue stesse esperienze, permettondogli di riflettere nei suoi comportamenti. L’esempio di Agricola non riguarda quindi un astratto modello di virtù, ma coinvolge il modo di vivere e comportarsi in momenti di tirannide, definendo un esempio per le generazioni future.

Degni di nota sono l’introduzione (nella quale l’autore lancia una dura invettiva contro l’abbandono delle virtù nella Roma imperiale) e il celebre passo del discorso pronunciato da Calgaco (capo dei Caledoni), mentre incita i suoi soldati prima della battaglia del monte Graupio (cap. XXX). Seguendo i canoni della storiografia drammatica antica, Tacito costruisce un discorso in cui mette in bocca a Calgaco una dura accusa verso l’avidità e l’imperialismo romano:

(LA)« Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur; si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. » (IT)« Predatori del mondo intero, i Romani, dopo aver devastato tutto, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, gli unici che bramano con pari veemenza ricchezza e miseria. Distruggere, trucidare, rubare, questo, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, lo hanno chiamato pace. »
(Publio Cornelio Tacito, La vita di Agricola, BUR, Milano, trad.: B. Ceva)

Tanto famoso è questo brano da rendere proverbiale la locuzione: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. In realtà però Tacito non era a priori contro l’espansione dei confini dell’impero (anzi, negli Annales rimprovera a Tiberio la politica di non espansione); piuttosto era critico verso l’atteggiamento di sfruttamento delle popolazioni conquistate.

Dialogus de oratoribus

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dialogus de oratoribus.

La data di composizione del Dialogus è incerta, ma fu probabilmente scritto dopo l’Agricola e la Germania (dopo il 100 d.C.), ma alcuni ne datano la composizione tra il 75 e l’80 e la pubblicazione dopo la morte di Domiziano. Molte caratteristiche lo distinguono dagli altri scritti di Tacito, tanto che l’autenticità fu a lungo messa in discussione, nonostante esso, nella tradizione manoscritta, compaia sempre con l’Agricola e la Germania.

Lo stile (oltre alla scelta del genere letterario) entra nella tradizione del dialogo ciceroniano, modello di riferimento per le opere che, come questa, trattavano di retorica; esso si presenta elaborato ma non prolisso, secondo il canone che esortava l’insegnamento di Quintiliano; esso manca delle incongruenze che sono tipiche delle maggiori opere storiche di Tacito. Potrebbe risalire alla giovinezza di Tacito; la dedica a Fabiu Iustus potrebbe così indicare soltanto la data di pubblicazione dell’opera e non della sua stesura. Lo scritto riferisce una discussione, che si immagina sia avvenuta nel 75 o 77, e a cui dice di aver assistito, fra quattro oratori dell’epoca, Curiazio Materno, Marco Apro, Vipstano Messalla[45][46] e Giulio Secondo. All’inizio Marco Apro rimprovera a Curiazio Materno di accantonare l’eloquenza per dedicarsi alla poesia drammatica: se ne ricava una discussione in cui Materno sostiene il primato della poesia e Apro dell’eloquenza; segue un dibattito sulla decadenza dell’oratoria, che viene attribuito da Messalla all’educazione moderna e da Curiazio Materno alla fine della repubblica e di quella anarchia che offriva libero campo ai conflitti, non solo verbali.

Tacito non esprime un parere diretto ma sembra identificarsi perlopiù con le opinioni espresse da Curiazio Materno, che indica nel regime liberticida e assolutista dell’età Flavia la causa principale della decadenza oratoria (pur non identificandosi completamente in esse: il riconoscimento della necessità del principato non esclude espressioni amaramente rassegnate e la sfiducia nel recupero della grande eloquenza repubblicana) contrariamente a quanto sosteneva Plinio il giovane, il quale individua la causa della decadenza dell’arte oratoria nella cattiva istruzione della scuola, a quanto sosteneva Quintiliano, che attribuiva a tale causa il degrado della società o a quanto sosteneva Petronio all’interno del Satyricon.

Le fonti

Complessivamente, Tacito fu uno storico scrupoloso, attento e preciso, ove il pragmatismo e l’obiettività erano per lui elementi di ricerca storica non meno che per gli storici moderni. Questi criteri coesistono però con altre tendenze (moralismo, punto di vista senatorio, storia intesa come spazio drammatico e pessimismo), che a volte si interpongono, facendo velo alla ‘storicità formale’, creando cioè l’impressione che lo storico si dimentichi per un istante della ricostruzione oggettiva degli eventi e insegua effetti diversi: retorici, narrativi o politici[47].

Merito di Musti è, nel suo studio sul pensiero romano, l’aver distinto la storicità formale (di chi scrive storie continuate, formate sugli avvenimenti) dalla storicità reale, misurabile su due fattori inscindibili: ‘la ricerca di notizie attendibili e/o documentate, e la loro proiezione su un piano più generale, che sia di valido fondamento per una ricostruzione e valutazione complessiva di una situazione o di un personaggio; insomma, il particolare sicuro e attendibile, da un lato, e il quadro generale, reso verosimile dalla giusta disposizione e ponderazione dei singoli dati, dall’altro’[48]. In questo ambito si possono recuperare gli elementi di tipo psicologico, narrativo o di altro genere, nella storiografia, nella loro funzionalità e inquadrandoli nella delineazione di un complesso, che nell’Agricola è unitario e consapevole, non di meno che nelle Historiae e negli Annales.

Infatti, sebbene paradossalmente fosse uno storico “politicamente impegnato” e, talvolta, tendenzioso, ciò non esclude l’attendibilità generale né l’incidenza sulle biografie personali elimina l’attenzione, per quanto sommaria, agli eventi militari, amministrativi e soprattutto alla situazione etico-politica[47].

Le piccole inesattezze che si riscontrano negli Annales potrebbero derivare dal fatto che Tacito morì prima di terminare la sua opera e di farne una rilettura completa. In qualità di senatore, aveva facile accesso ai documenti ufficiali degli Acta Diurna populi Romani (atti di governo e notizie su quanto avveniva nell’Urbe) e degli Acta senatus (i verbali delle sedute del senato) tra cui le raccolte dei discorsi di alcuni imperatori, come Tiberio e Claudio[47].

Utilizzò anche una grande varietà di fonti storiche e letterarie di diversa provenienza, come opere di autori del I secolo, (…) in particolare  Plinio il vecchio, autore dei Bella Germaniae (“Le guerre in Germania”), per l’età neroniana.

Inoltre, accanto a questi, fece sovente uso di epistolari, memoriali (negli Annales sono citati quelli di Agrippina e probabilmente Domizio Corbulone) e libelli come gli exitus illustrium virorum[47]: una serie di scritti riguardo a coloro che si erano opposti all’imperatore e da essi stessi redatti, in altri termini raccontavano il sacrificio dei martiri per la libertà, soprattutto di coloro che si erano suicidati seguendo la morale stoica. Al riguardo, tuttavia, occorre sottolineare quanto Tacito si sia servito di tale materiale per dare un tono drammatico alla sua storia, senza appoggiare la teoria del suicidio, a suo dire gesto ostentato e politicamente inutile.

In conclusione, se in passato si riteneva che Tacito usasse una sola fonte, almeno per ciascuna sezione delle opere maggiori, attualmente, è predominante la teoria per cui lo storico si sia servito di una molteplicità di fonti, talune anche di opposta tendenza e manipolate con una certa libertà[47].

Stile letterario

Tacito fu estremamente attento e competente nell’esposizione, nel lessico e nell’uso di diversi registri linguistici che riflettono i suoi modelli[50].

Infatti, dalla storiografia greca aveva tratto la capacità di sviscerare eventi complessi in un’esposizione chiara e lineare e l’attenzione ai caratteri, ai soggetti del “dramma storico”, di cui fu capace di analizzare, con pochi tratti, le emozioni e la mentalità, in modo da fornire al lettore un quadro completo delle loro personalità, spesso contrastate e contraddittorie[50].

Dalla storiografia romana, invece, in particolar modo da Gaio Sallustio Crispo, si riprende la forma annalistica: una cornice per racchiudere le interpretazioni politiche degli eventi e il dramma delle azioni umane[50].

Tuttavia, ciò che maggiormente impressiona il lettore è l’uso magistrale della parola cui riesce a conferire forza, ritmo e colore: lo stile è elevato, solenne, poetico, tipico della tradizione romana e, come il pensiero, rifugge dalla morbidezza artificiosa[50]. Il periodo è secco, conciso, dettato da una forte “inconcinnitas” o asimmetria che rompe ogni facile equilibrio delle frasi in modo tale da enfatizzare, talvolta assai rudemente, determinate parole o determinati concetti creando un impatto formidabile[50]. Sono esempio di tale stile i primi libri degli Annales, incentrati sulla figura sfumata, ambigua, di Tiberio ma in ogni caso l’inconcinnitas permea tutte le opere dello storico.

L’opera di Tacito, se certamente non forniva per l’epoca una fonte semplice della storia imperiale, tuttavia, riscosse una forte simpatia presso l’aristocrazia per il pensiero politico dello storico, fu letta e copiata fino a quando, nel IV secolo, Ammiano Marcellino proseguì il lavoro, riprendendone lo stile. Ancor oggi gli studiosi considerano gli scritti di Tacito come una fonte autorevole, anche se spesso critica, per ricostruire la storia del Principato mentre continuano ad essere apprezzate come capolavori stilistici[50][51].

Approccio alla storia

Il metodo storiografico di Tacito deriva esplicitamente dagli esempi della tradizione storiografica precedente (in particolare Sallustio).

Celebre è l’affermazione dello stesso Tacito sul proprio metodo storiografico:

(LA)« Consilium mihi […] tradere, […] sine ira et studio, quorum causas procul habeo. » (IT)« Il mio proposito è riferire […], senza ostilità e parzialità, dalle cui cause sono lontano. »
(Publio Cornelio Tacito, Annales, I, 1)

Sebbene questo sia quanto di più possibile vicino a un punto di vista neutrale nell’antichità, si è discusso molto accademicamente sulla pretesa “neutralità” di Tacito (o “parzialità” per altri, cosa che renderebbe la citazione precedente nulla più che una figura retorica).

In incerto iudicium est, fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur[52].Questa la frase da cui si rivela tutta l’incertezza dell’analisi storiografica tacitiana: egli non si appoggia ad un generale disegno filosofico, ma analizza e indaga in modo autonomo il comportamento umano, sine ira et studio, in una prospettiva squisitamente politica. Nonostante nei suoi racconti accadano segni e prodigi (non mancano inoltre accenni alla religione romana), Tacito tende ad escludere, quasi in senso epicureo, come regola per gli avvenimenti l’intervento divino. Gli accadimenti umani sono responsabilità solo degli uomini, vittime talvolta dei loro stessi crimini, contro il quale spicca la serenità degli dei. Difatti attraverso i suoi scritti, Tacito sembra primariamente interessarsi alla distribuzione del potere tra il Senato Romano e gli imperatori. Tutti i suoi scritti sono pieni di aneddoti di corruzione e di tirannia fra le classi di governo a Roma, dal momento che esse avevano fallito nel riassesto del nuovo regime imperiale. Gettarono via le loro tanto amate tradizioni culturali di libertà di parola e di rispetto reciproco quando iniziarono a cedere a loro stessi pur di far piacere all’imperatore, spesso inetto (e quasi mai benevolo). Un altro importante tema ricorrente è l’importanza, per un imperatore, di avere simpatie nell’esercito per salire al comando (e rimanerci). Si noti comunque come la posizione di Tacito non sia ben definita in questo problema: il suo scetticismo coinvolge non solo il soprannaturale ma anche la natura degli uomini, nonostante riconosca nella storia un certo margine di casualità che rende ancora più cupa la visione degli eventi.

Sotto questa base Tacito rivolge l’occhio alle vicende storiche vicine, trascorse la maggior parte della sua carriera politica sotto l’imperatore Domiziano, cioè sotto l’Impero, con l’occhio del senatore, per il quale la fine della repubblica fu un iniqua cessione della libertà in cambio di una misera pace. La sua amara ed ironica riflessione politica può essere spiegata dalla sua esperienza della tirannia, della corruzione e della decadenza tipica del suo periodo (8196). Tacito mise in guardia dai pericoli derivanti da un potere poco comprensibile ai più, da un amore per il potere non temprato da principi e dalla generale apatia e corruzione del popolo, problemi sorti a causa della ricchezza dell’impero che ha permesso la nascita di questi aspetti negativi. L’esperienza della tirannia di Domiziano può inoltre essere vista come la causa di un ritratto della gens Giulio-Claudia, a volte presentata in maniera amara ed ironica. Tuttavia Tacito è convinto della necessità dell’impero e non sembra avere rimpianti per l’ultima repubblica, dove la vita dei cittadini era messa a repentaglio per le sue turbolenze.

D’altronde Tacito sembra convinto, risentendo forse dell’Anonimo Del Sublime, che non sia possibile l’esistenza di una forma politica o sociale che sia capace di resistere di fronte alla corruzione dei costumi: mentre presso i Germani plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges[53], a Roma non sembrava bastare la felicitas temporum inaugurata da Nerva e Traiano, per il recupero dei boni mores, difatti: ‘per la natura della debolezza umana, i rimedi sono più lenti dei mali e, come i nostri corpi crescono lentamente ma si estinguono di colpo, così si potrebbero più facilmente soffocare che richiamare in vita le attività dell’ingegno: infatti si insinua proprio il piacere dell’inerzia stessa, e l’inattività, dapprima odiosa, alla fine è amata’[54]. Fu forse proprio questo pessimismo radicale a impedire a Tacito di narrare il principato di Traiano come epoca felice, come si era proposto di compiere nel terzo capitolo dell’Agricola. Nonostante questo l’immagine di Tiberio presentata nei primi sei libri degli Annali non è ne tragica ne positiva: molti studiosi ritengono che l’immagine di Tiberio descritta nei primi libri sia prevalentemente positiva, mentre nei libri seguenti, a causa della descrizione degli intrighi di Seiano, diventa prevalentemente negativa. Nonostante questo, l’arrivo dell’imperatore Tiberio presentato nei primi capitoli del primo libro è una storia di crimini, dominata dall’ipocrisia sia del nuovo imperatore che stava salendo al potere, sia di chi gli stava attorno; e nei libri seguenti si può trovare una qualche forma di rispetto nei confronti della saggezza ed intelligenza del vecchio imperatore, che ha preferito allontanarsi da Roma per rendere saldo il suo ruolo. In generale dunque, Tacito non si fa problemi nel dare, nei confronti di una stessa persona, a volte un giudizio di rispetto e altre volte un giudizio di disprezzo, spiegando spesso in maniera aperta quali sono le qualità che lui giudica lodevoli e quali quelle che giudica spregevoli. Una caratteristica di Tacito è quindi il non schierarsi in maniera definitiva a favore o contro le persone che descrive, permettendo ai posteri la possibilità di interpretare le sue opere come una difesa del sistema imperiale o come un suo rifiuto. Una migliore descrizione dell’opera di Tacito “sine ira et studio” è difficilmente spiegabile. (…)

Note e bibliografia (ottime): si veda la pagina originaria

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Collegamenti esterni

Flavio Giuseppe

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Flavio Giuseppe

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Tito Flavio Giuseppe

Tito Flavio Giuseppe (in latino: Titus Flavius Iosephus), nato Yosef ben Matityahu (IPA: jo’sɛf bɛn matit’jahu) (in ebraico: יוסף בן מתתיהו?; Gerusalemme, 3738 circa – Roma, 100 circa) è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica.

Conosciuto anche come Flavio Giuseppe, Giuseppe Flavio o semplicemente Giuseppe, scrisse quasi tutte le sue opere in greco.

 

Biografia

Le notizie sulla vita di Flavio Giuseppe sono desunte dalla sua Autobiografia. Il suo nome ebraico era Yosef ben Matityahu (“Giuseppe figlio di Mattia”); il nome latino Titus Flavius Iosephus fu da lui assunto in seguito, al momento dell’affrancamento e conseguente conferimento della cittadinanza romana da parte dell’imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Nato a Gerusalemme, nella Giudea romana, tra il 37 ed il 38 circa, nel primo anno di regno dell’imperatore Caligola, da una famiglia della nobiltà sacerdotale israelita, imparentata con la dinastia degli Asmonei,[1] Giuseppe ricevette una educazione tradizionale ebraica con un forte influsso della cultura greca e latina. In gioventù assunse posizioni vicine al movimento dei farisei, molto osservante della Torah, ma ostile ai nazionalisti ebrei ed in particolare agli zeloti. Tra il 63 e il 65,[2] durante il periodo del grande incendio di Roma, si recò nell’Urbe, dove fu ospite alla corte di Poppea[3] rimanendo impressionato dalla potenza militare e dal livello di vita dei Romani.

Durante la prima guerra giudaica, iniziata nel 66, fu governatore militare della Galilea per le forze ribelli. Quando i ribelli asserragliati a Iotapata assediata dai romani, si accorsero dell’imminente espugnazione romana, Giuseppe li convinse dell’immoralità del suicidio e dell’opportunità che a turno si perdesse la vita per mano dei compagni; con uno stratagemma riguardante l’ordine delle successive morti fece poi in modo di rimanere l’ultima persona viva del suo gruppo di combattenti (Problema di Giuseppe) e, invece di uccidersi, si consegnò ai Romani. Durante l’incontro con il comandante militare romano Tito Flavio Vespasiano, Giuseppe gli predisse che sarebbe diventato imperatore:

« In Giudea, mentre stava consultando l’oracolo del dio del Carmelo, le sorti confermarono a Vespasiano che avrebbe ottenuto tutto ciò che voleva e aveva in animo, per quanto fosse grande; ed un nobile tra i prigionieri di nome Giuseppe, mentre veniva messo in catene, affermò che lo stesso Vespasiano lo avrebbe liberato, quando fosse ormai [divenuto] imperatore. »
(Svetonio, Vita di Vespasiano, 5)

 

Quando infatti Vespasiano dispose di mettere Giuseppe sotto custodia con ogni attenzione, volendo inviarlo subito dopo a Nerone,[4] il prigioniero dichiarò che aveva da fare un annuncio importate allo stesso Vespasiano, di persona ed a quattr’occhi. Quando il comandante romano ebbe allontanato tutti gli altri tranne il figlio Tito e due amici, Giuseppe gli parlò:[5]

« Tu credi, Vespasiano, di aver catturato soltanto un prigioniero, mentre io sono qui per annunciarti un grandioso futuro. Se non avessi avuto l’incarico da Dio, conoscevo bene quale sorte spettava a me in qualità di comandante, secondo la legge dei Giudei: la morte. Tu vorresti inviarmi da Nerone? Per quale motivo? Quanto dureranno ancora Nerone ed i suoi successori, prima di te? Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi pure legare ancor più forte, ma custodiscimi per te stesso. […] e ti chiedo di essere punito con una prigionia ancor più rigorosa se sto mentendo, davanti a Dio. »
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 8.9.400-402)

Sul momento Vespasiano rimase incredulo, pensando che Giuseppe lo stesse adulando per aver salva la vita, ma poi, sapendo che anche in altre circostanze Giuseppe aveva fatto predizioni esatte, fu indotto a ritenere che ciò che gli aveva annunciato fosse vero, avendo egli stesso in passato pensato al potere imperiale e ricevendo altri segnali che gli presagivano il principato. Alla fine non mise in libertà Giuseppe, ma gli donò una veste ed altri oggetti di pregio, trattandolo con ogni riguardo anche per le simpatie del figlio Tito.[5]

L’anno successivo, quando Vespasiano fu acclamato imperatore dalle truppe di Giudea, Siria, Egitto, Mesia e Pannonia, ora che la fortuna era dalla sua parte e ne assecondava tutti i suoi desideri, rifletté sul giusto destino di essere stato fatto signore del mondo. Fra i molti presagi ricevuti da ogni parte a predirgli l’impero, si ricordò delle parole di Giuseppe, che aveva avuto il coraggio di chiamarlo imperatore quando Nerone era ancora in vita.[6] Sapendo che Giuseppe era ancora in prigione, convocò Muciano assieme ad altri generali e amici e, dopo aver ricordato loro la sua perizia militare nell’assedio di Iotapata, accennò alle predizioni di Giuseppe, che al momento aveva sottovalutato, ma che nei fatti risultarono verificate, cosicché sembrò che fossero di origine divina.[6]

« Mi sembra vergognoso che chi mi ha predetto l’impero […] sia ancora in prigionia con le catene. »
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.626)

Detto ciò, fece condurre Giuseppe al suo cospetto e diede ordine di togliergli i ceppi. Tito, che stava assistendo alla scena a fianco del padre, gli suggerì:[6]

« Padre è giusto che Giuseppe venga liberato, oltre che dei ceppi anche della vergogna. Se noi non slegheremo le sue catene, ma al contrario le spezzeremo, dimostreremo che egli non è mai stato incatenato. Così accade a chi è stato incatenato ingiustamente. »
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.628)

Vespasiano accolse la richiesta del figlio e la catena venne spezzata a colpi di scure. Così Giuseppe, ricevuta la libertà, poté godere del credito di profeta[6] e si legò alla famiglia del princeps, cambiando il suo nome in Flavio Giuseppe.

Flavio Giuseppe venne usato dai romani a fini propagandistici, per convincere i ribelli ad arrendersi. Trascorse il resto della sua vita a Roma, scrivendo opere che avevano un carattere filo-romano, ma che spiegavano ai lettori anche la storia e le credenze degli ebrei. I suoi scritti sono estremamente importanti dal punto di vista storico, poiché sono la principale fonte di informazioni che abbiamo sulla Giudea del I secolo. Morì intorno all’anno 100.

Mentre gran parte degli ebrei contemporanei considerarono Flavio Giuseppe come un traditore e apostata, taluni ritengono che egli, in un periodo nel quale le forze esterne minacciavano la totale distruzione del monoteismo ebraico, abbia perseguito con lucidità il fine della sua conservazione, al prezzo di compromessi con il mondo vincente alessandrino-romano[7].

Opere

Antichità giudaiche

In Antichità giudaiche Flavio Giuseppe racconta la storia del popolo ebraico dalle origini fino all’epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 6670. Quest’opera contiene preziose notizie relative ai movimenti religiosi del giudaismo del I secolo, come gli Esseni, i Farisei, gli Zeloti, eccetera.

Nel Libro XX (da 197 e seguenti) contiene il racconto della dinastia di Anano e del martirio di Giacomo, fratello di Gesù “soprannominato il Cristo” (Libro XX, 200). Essa contiene anche il cosiddetto Testimonium flavianum, ovvero un breve passo che menziona la predicazione e la morte di Gesù, confermando sostanzialmente il resoconto dei Vangeli. Benché questo passo sia considerato da alcuni storici, tra i quali E. Schürer[8] e H. Chadwick[9], in tutto o in parte, una falsificazione inserita in epoca cristiana, esso fu conservato nell’originale greco da parte della Chiesa cristiana; mentre uno studio del 1971 di Shlomo Pines dell’Università Ebraica di Gerusalemme su un codice arabo del X secolo sembra confermare che si tratti di un riferimento al Gesù Cristo dei Vangeli[10].

Le crocefissioni erano supplizi pubblici aventi lo scopo di dissuadere chiunque intendesse emulare le gesta dei condannati, disposti dalle autorità che rappresentavano l’Imperatore, pertanto le incriminazioni, come informative scritte, dovevano essere registrate negli Atti del Sinedrio essendo avvenimenti che riguardavano direttamente gli Ebrei, la loro religione e i loro sacerdoti;, nelle opere di Giuseppe Flavio tuttavia non viene citato il Sinedrio nel I secolo, sino al “martirio” di Giacomo il Minore nel 62 d.C.

Giuseppe Flavio scandì gli annali giudaici con i nominativi dei Sommi Sacerdoti del Tempio (in carica uno per anno), così come lo storico Cornelio Tacito fece con i nomi dei Consoli per le sue opere sulla Storia di Roma. Nelle “Antichità Giudaiche” vengono puntualmente riportate tutte le nomine e sostituzioni dei Sommi Sacerdoti del Tempio, ad eccezione del periodo compreso fra il 19 e il 36 d.C.: riportano tuttavia, nel libro XVIII, che Anna e Caifa furono in carica dal 6 al 15 e dal 18 al 36 d.C., molto più a lungo di un anno, così come nei Vangeli).

http://www.sentieriantichi.org/biblioteca/storici-1822-Delle_antichita_Giudaiche.pdf

Guerra giudaica

http://www.webalice.it/fadange/ASCI/Relig/Guerra%20Giudaica.pdf

De bello Iudaico, 1493

Nella Guerra giudaica Flavio Giuseppe racconta lo svolgersi della rivolta contro i Romani scoppiata nel 66 e repressa nel 70 (ma alcuni focolai di resistenza durarono ancora per i due-tre anni successivi) dalle legioni comandate da Vespasiano e da suo figlio Tito.

Flavio Giuseppe sostenne che la rivolta era opera di una piccola banda di zeloti e non, come generalmente si riteneva, una insurrezione popolare. Tuttavia, a causa della presunta volontà di attirarsi i favori dei Romani scrivendo testi ad essi favorevoli, oggi gli Ebrei non riconoscono validità storica ai suoi scritti (che tendevano anche a celare le sue responsabilità nell’insuccesso militare). Emerge dai suoi scritti anche una evidente ammirazione per l’Impero romano, il nemico che aveva sconfitto il suo popolo:

« Un popolo [quello dei Romani] che valuta le situazioni prima di passare all’azione e che, dopo aver deciso, dispone di un esercito tanto efficiente: non meraviglia se i confini del suo impero sono individuati, ad Oriente dall’Eufrate, dall’oceano ad occidente, a settentrione dal Danubio e dal Reno? Senza compiere esagerazioni, potremmo dire che le loro conquiste sono inferiori ai conquistatori. »
(Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, III, 5.7.107.)

Descrisse anche gli ultimi giorni della fortezza ebraica di Masada, dove la maggior parte di coloro che la stavano difendendo si suicidò.

Controversie sulla figura di Giuseppe, note e bibliografia:  si veda la pagina originaria

Voci correlate

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Cassio Dione

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Dione Cassio

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Nota disambigua.svgBiografia

Figlio di Cassio Aproniano, un senatore romano, nacque a Nicea in Bitinia. Stando a fonti epigrafiche, il suo praenomen sarebbe stato Lucius. Il suo nome gentilizio era Cassio, e assunse gli altri due nomi (cognomen e agnomen) in onore del nonno materno Dione Crisostomo, che per primo aveva portato il cognome di Cocceiano dal suo prottettore Cocceio Nerva.[5] Quindi, benché fosse da parte di madre di discendenza greca e benché, nei suoi scritti, abbia adottato in prevalenza la lingua greca della sua provincia natale, deve essere considerato come un romano, in quanto cittadino romano e senatore.[6] Altre fonti epigrafiche aggiungono il nomen “Claudio”.[7] Secondo un’altra interpretazione,[8] “Claudio” sarebbe il praenomen, mentre l’agnomen “Cocceiano” deriverebbe da una errata tradizione bizantina che lo confondeva con lo zio. La questione sul suo nome rimane controversa, e gli unici punti saldi sono i nomi Cassio e Dione.

Cassio Dione ha passato la maggior parte della sua vita nel servizio pubblico. Fu senatore sotto Commodo e governatore di Smirne dopo la morte di Settimio Severo. In seguito fu console suffetto verso il 205, e proconsole in Africa e in Pannonia. Alessandro Severo lo tenne in grande stima e lo fece eleggere console per la seconda volta, nel 229 insieme a lui, benché la Guardia pretoriana, irritata contro di lui per la sua severità, avesse richiesto la sua testa. Dopo il suo secondo consolato, raggiunta la vecchiaia, si ritirò nel suo paese natale, dove morì.

Opere

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia romana (Cassio Dione).

Cassio Dione pubblicò una Storia romana in ottanta libri, scritti in lingua greca, frutto delle sue ricerche e del lavoro di ventidue anni. Abbracciava un periodo di 983 anni, dall’arrivo di Enea in Italia e la successiva fondazione di Roma fino al 229. Fino al periodo di Giulio Cesare, egli dà solo un resoconto degli eventi. Dopo, invece, entra più nei particolari, e a partire dal periodo di Commodo è molto più attento e accurato. (…)

(…)

Epitome del libro LXIX cap. XII -XIV

Adriano ribattezza Gerusalemme  Aelia Capitolina e sul luogo in cui sorgeva il Tempio fa erigere un tempio in onore di Zeus provocandouna guerra importante perchè gli Ebrei considerarono questa decisione  un’offesa terribile. Nelle fasi precedenti alla rivolta gli Ebrei  producono armi difettose affinchè i Romani, che dovevano riceverle, le rifiutino e così i ribelli, che hanno difficoltà a rifornirsi,  possano recuperarle ed utilizzarle. Non osano affrontare i Romani in campo aperto e scavarono gallerie per trovarvi rifugio dopo attacchi rapidi e ritirate ( Vietnam Palestinesi) e praticano fori di ventilazione in questin tunnel. I R iniziazlmente non danno peso ma poi la rivolta dilaga e si uniscono anche molti altri non appartenenti alla comunità ebraica. Adriano allora invia i suoi più valenti generali Giulio Severo richiamato dalla Britannia che cerca di logorarne le forze interrompendo le linee di rifornimento. Procede all’abbattimento delle fortezze (50) e dei villaggi rurali (985) con numerosissime perdite umane da parte degli Ebrei (580.000 unità) negli scontri armati, più tutti i morti per fame e malattia, il cui numero non si può valutare. Per poco la provincia non venne ridotta a deserto (vedi discorso di Calgaco – Agricola) tanto che si sente l’ululato dei lupi e delle iene nelle città aggredite. Morirono anche molti Romani per cui Adriano, nel comunicare la vittoria al Senato non usò l’incipit di prammatica per gli imperatori “Se voi e i vostri figli state bene ciò è bene. Io e le legioni stiamo bene”.

Le guerre giudaiche in breve   https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_giudaiche

Le guerre giudaiche (video)
http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/guerre-giudaiche/29881/default.aspx

La prima guerra giudaica
https://it.wikipedia.org/wiki/Prima_guerra_giudaica

La seconda guerra giudaica
https://it.wikipedia.org/wiki/Prima_guerra_giudaica