Testi di autori latini sulla guerra

PARTE TERZA : I TESTI

Cesare

Alesia era una città fortificata, corrispondente all’odierno centro francese

di Alise-Sainte-Reine nella quale si rifugiò Vercingetorige con tutti i suoi uomini

dopo aver subito una sconfitta, da parte dei romani, nei pressi di Digione.   Immediatamente Cesare e i suoi legionari posero l’assedio alla città, mentre i   Galli cominciarono a scavare fossati ed erigere muri appena fuori la cinta   muraria, mettendo così, a protezione della città, un primo ostacolo agli   attaccanti romani.  Nel frattempo Vercingetorige inviò dei messaggeri per esortare tutti i capi   galli a formare un grosso esercito per poi attaccare Cesare alle spalle,   mentre era intento ad assediare la città.  Intanto, dentro le mura cominciarono i primi problemi per i Galli: i viveri scarseggiavano e gli assediati soffrivano la fame.   Frattanto l’esercito di soccorso gallo, guidato da Commio, giunse in vista di   Alesia e si preparò alla battaglia accampandosi a poca distanza dai Roman, ma nella battaglia finale i galli   caddero a migliaia ed altrettanti fuggirono in preda al terrore. Vercassivellauno morì, Vercingetorige, temendo di   essere catturato, si rifugiò per la terza volta dentro la città di Alesia.  Il giorno dopo, il capo gallo, comprendendo di non essere più in grado di dare   battaglia  si arrese, gettando le armi ai piedi di Cesare. Egli verrà   portato prigioniero a Roma e rinchiuso nel carcere Mamertino dove, dopo sei   anni di reclusione, sarà assassinato da uno schiavo su ordine di Cesare.

IL DISCORSO DI CRITOGNATO

Ma gli assediati in Alesia, scaduto il giorno previsto per l’arrivo dei rinforzi ed esaurite tutte le scorte di grano, ignari di ciò che stava accadendo nelle terre degli Edui, convocarono un’assemblea e si consultarono sull’esito della propria sorte. E tra i vari pareri – c’era chi propendeva per la resa, chi per una sortita, finché le forze bastavano – crediamo di non dover tralasciare il discorso di Critognato per la sua straordinaria ed empia crudeltà. Persona di altissimo lignaggio tra gli Arverni e molto autorevole, così parlò: “Non spenderò una parola riguardo al parere di chi chiama resa una vergognosissima schiavitù: costoro non li considero cittadini e non dovrebbero avere neppure il diritto di partecipare all’assemblea. È mia intenzione rivolgermi a chi approva la sortita, soluzione che conserva l’impronta dell’antico valore, tutti voi ne convenite. Non essere minimamente capaci di sopportare le privazioni, non è valore, ma debolezza d’animo. È più facile trovare volontari pronti alla morte piuttosto che gente disposta a sopportare pazientemente il dolore. E anch’io – tanto è forte in me il senso dell’onore – sarei dello stesso avviso, se vedessi derivare un danno solo per la nostra vita. Ma nel prendere la decisione, rivolgiamo gli occhi a tutta la Gallia, che abbiamo chiamato in soccorso. Quale sarà, secondo voi, lo stato d’animo dei nostri parenti e consanguinei,quando vedranno ottantamila uomini uccisi in un sol luogo e dovranno combattere quasi sui nostri cadaveri? Non negate il vostro aiuto a chi, per salvare voi, non ha curato pericoli. Non prostrate la Gallia intera, non piegatela a una servitù perpetua a causa della vostra stoltezza e imprudenza o per colpa della fragilità del vostro animo. Sì, i rinforzi non sono giunti nel giorno fissato, ma per questo dubitate della loro lealtà e costanza? E allora? Credete che ogni giorno i Romani là, nelle fortificazioni esterne, lavorino per divertimento? Se non potete ricevere una conferma perché le vie sono tutte tagliate, prendete allora i Romani come testimonianza del loro imminente arrivo: è il timore dei nostri rinforzi che li spinge a lavorare giorno e notte alle fortificazioni. Che cosa suggerisco, dunque? Di imitare i nostri padri quando combattevano contro i Cimbri e i Teutoni, in una guerra che non aveva nulla a che vedere con la nostra: costretti a chiudersi nelle città e a patire come noi dure privazioni, si mantennero in vita con i corpi di chi, per ragioni d’età, sembrava inutile alla guerra, e non si arresero ai nemici. Se non avessimo già un precedente del genere, giudicherei giusto istituirlo per la nostra libertà e tramandarlo ai posteri come fulgido esempio. E poi, quali somiglianze ci sono tra la loro guerra e la nostra? I Cimbri, devastata la Gallia e seminata rovina, si allontanarono una buona volta dalle nostre campagne e si diressero verso altre terre, lasciandoci il nostro diritto, le leggi, i campi, la libertà. I Romani, invece, che altro cercano o vogliono, se non stanziarsi nelle campagne e città di qualche popolo, spinti dall’invidia, appena sanno che è nobile e forte in guerra? Oppure che altro, se non assoggettarlo in un’eterna schiavitù? Non hanno mai mosso guerra con altre intenzioni. E se ignorate le vicende delle regioni più lontane, volgete gli occhi alla Gallia limitrofa, ridotta a provincia: ha mutato il diritto e le leggi, è soggetta alle scuri e piegata in una perpetua servitù”.

LXXVIII Espressi i vari pareri, decidono di allontanare dalla città chi, per malattia o età, non poteva combattere e di tentare tutto prima di risolversi alla proposta di Critognato; tuttavia, in caso di necessità o di ritardo dei rinforzi, bisognava giungere a un tale passo piuttosto che accettarecondizioni di resa o di pace. I Mandubi, che li avevano accolti nella loro città, sono costretti a partire con i figli e le mogli. Giunti ai piedi delle difese romane, tra le lacrime e con preghiere d’ogni genere, supplicavano i nostri di prenderli come schiavi e di dar loro del cibo. Ma

Cesare, disposte sentinelle sul vallo, impediva di accoglierli.

LA RESA DI VERCINGETORIGE

LXXXIX Il giorno seguente, Vercingetorige convoca l’assemblea e spiega che quella guerra l’aveva intrapresa non per proprio interesse, ma per la libertà comune. E giacché si doveva cedere alla sorte, si rimetteva ai Galli, pronto a qualsiasi loro decisione, sia che volessero ingraziarsi i Romani con la sua morte o che volessero consegnarlo vivo. A tale proposito viene inviata una legazione a Cesare, che esige la resa delle armi e la consegna dei capi dei vari popoli. Pone il suo seggio sulle fortificazioni, dinnanzi all’accampamento: qui gli vengono condotti i

comandanti galli, Vercingetorige si arrende, le armi vengono gettate ai suoi piedi. A eccezione degli Edui e degli Arverni, tutelati nella speranza di poter riguadagnare, tramite loro, le altre genti, Cesare distribuisce, a titolo di preda, i prigionieri dei rimanenti popoli a tutto l’esercito, uno a testa.

DESTINO DEGLI ABITANTI DI USSELLODUNO

XLIII Cesare, vedendo che parecchi dei suoi venivano colpiti, ordina alle coorti di scalare il monte da tutti i lati della città e di levare dappertutto violenti clamori, simulando di dover occupare le mura. Gli abitanti, terrorizzati dalla nostra manovra, inquieti su ciò che succedeva altrove, richiamano i soldati che attaccavano le nostre costruzioni e li dispongono sulle mura. Così, i nostri, chiusosi lo scontro, presto in parte domano, in parte isolano l’incendio che si era propagato sulle nostre difese. Eppure gli assediati continuavano testardamente la difesa e, pur avendo perso per sete gran parte dei loro, rimanevano fermi nel loro proposito; alla fine i nostri, con le gallerie, riuscirono a tagliare le vene della sorgente e a deviare l’acqua. Il che inaridì all’improvviso una fonte perenne e provocò negli abitanti la caduta di ogni speranza, al punto che pensarono si trattasse non di opera umana, ma della volontà divina. Così, costretti dalla necessità, si arresero.

XLIV Cesare sapeva che a tutti era nota la sua mitezza e non temeva di apparire un individuo crudele se avesse assunto provvedimenti piuttosto severi; d’altronde, non vedeva sbocco ai suoi disegni, se in diverse zone i Galli avessero continuato a prendere iniziative del genere. Ritenne opportuno, allora, dissuadere gli altri con un castigo esemplare. Dunque, mozzò le mani a chiunque avesse impugnato le armi, ma li mantenne in vita, per lasciare più concreta testimonianza di come puniva i traditori. Drappete, catturato da Caninio, come ho detto, o per l’umiliazione e il dolore delle catene o per la paura di un supplizio ancor più atroce non toccò cibo per un po’ di giorni e così morì. Nello stesso tempo Lucterio, che era fuggito dopo la battaglia, come ho scritto in precedenza, aveva affidato la propria persona all’arverno Epasnacto (infatti, mutando luogo di frequente, si metteva nelle mani di molti, poiché gli sembrava rischioso dimorare troppo a lungo in qualsiasi posto, ben conscio di quanto doveva essergli nemico Cesare). L’arverno Epasnacto, però, fedelissimo alleato del popolo romano, senz’alcuna esitazione lo mette in catene e lo consegna a Cesare.

MARCO TULLIO CICERONE De Officiis libro 1

Devono essere rispettati certi doveri anche verso coloro che ci abbiano offesi. V’é infatti una misura nella vendetta a nel castigo: direi anzi che debba bastare che 1’offensore si penta d’avere agito male, perché egli stesso non faccia più la stessa cosa a gli altri siano meno pronti all’ingiustizia. 34. Ma quando si tratta degli interessi dello Stato bisogna scrupolosamente rispettare le leggi di guerra. Poiché due sono i modi di combattere, 1’uno per via di discussione, 1’altro con la forza, ed il primo è proprio dell’uomo, il secondo delle bestie; bisogna ricorrere a questo se non è possibile usare il primo. 35 Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono risparmiare coloro che, durante la guerra, non furono né crudeli né spietati. Cosi, i nostri padri concessero perfino la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi, ai Volsci, ai Sabini, agli Ernici; ma distrussero dalle fondamenta Cartagine e Numanzia; non avrei voluto la distruzione di Corinto; ma forse essi ebbero le loro buone ragioni, soprattutto la felice posizione del luogo, temendo che appunto il luogo fosse, o prima o poi, occasione e stimolo a nuove guerre. A mio parere, bisogna procurare sempre una pace che non nasconda insidie. E se in ciò mi si fosse dato ascolto, noi avremmo, se non un ottimo Stato, almeno uno Stato, mentre ora non ne abbiamo nessuno. E se bisogna provvedere a quei popoli che sono stati pienamente sconfitti, tanto più si devono accogliere e proteggere quelli che, deposte le armi, ricorreranno alla fede dei capitani, anche se l’ariete abbia già percosso le loro mura. E a questo riguardo 6 i Romani furono cosi rigidi osservatori della giustizia che quegli stessi capitani che avevano accolto sotto la loro protezione città o nazioni da loro sconfitte, ne divenivano poi patroni, secondo il costume dei nostri maggiori. 36 La giustizia poi della guerra è stata religiosamente prescritta dal diritto feziale del popolo romano. Ne deriva quindi che nessuna guerra è giusta se non quella che si intraprenda dopo regolare domanda di soddisfazione a sia stata prima minacciata a dichiarata……... Quando, poi, si combatte per la supremazia, e con la guerra si cerca la gloria, occorre che anche allora il conflitto sia promosso da quelle stesse ragioni che, come ho detto poc’anzi, sono giuste ragioni di guerra. Queste guerre, però, che hanno per scopo la gloria del primato, si devono condurre con meno asprezza. Come, con un cittadino, si contende in un modo, se è un nemico personale, in un altro, se è un competitore politico (con questo la lotta è per l’onore e la dignità, con quello per la vita e il buon nome), così coi Celtiberi e coi Cimbri si guerreggiava come con veri nemici, non per il primato, ma per l’esistenza; per contro, coi Latini, coi Sabini, coi Sanniti, coi Cartaginesi, con Pirro si combatteva per il primato. Fedifraghi e spergiuri furono i Cartaginesi, crudele fu Annibale; più giusti gli altri. Splendida fu davvero la risposta che Pirro diede ai nostri legati sul riscatto dei prigionieri: “Io non chiedo oro per me, e voi a me non offrirete riscatto. Noi non facciamo la guerra da mercanti, ma da soldati Non con l’oro, ma col ferro decidiamo della nostra vita e della nostra sorte. Sperimentiamo col valore se la Fortuna, arbitra delle cose umane, conceda a voi o a me l’impero; o vediamo che altro ci arrechi la sorte. E ascolta anche queste altre parole: è mio fermo proposito lasciar la libertà a tutti quelli, al cui valore la fortuna delle armi lasciò la vita. Ecco, riprendeteli con voi: io ve li do in dono col favore del cielo”. 39 Parole veramente regali e degne di un Eacida. Chi poi, costretto dalle circostanze, ha fatto promesse al nemico, deve anche mantenervi fede. Così nella prima guerra punica Regolo, catturato dai Cartaginesi ed inviato a Roma per trattare dello scambio dei prigionieri, appena arrivò, disse in Senato che non si dovevano consegnare i prigionieri; poi, sebbene trattenuto da parenti ed amici, preferì andare al supplizio piuttosto che mancare alla parola data al nemico. …….Quando si tratta di lealtà, bisogna guardar sempre, non alla lettera, ma allo spirito della parola. Il più grande esempio di lealtà verso il nemico fu dato dai nostri padri, quando un disertore di Pirro offri al senato di uccidere A re col veleno. Il senato e Gaio Fabrizio consegnarono il disertore a Pirro. Così, neppure di un nemico potente e aggressore si approvò la morte, se questa doveva comportare un delitto. E dei doveri di guerra ho parlato abbastanza.

>> La  posizione di Cicerone sulla guerra è quella di un romano moderato: innanzitutto le contese devono essere risolte con la diplomazia, se questo non è possibile, esiste un codice etico da rispettare anche nei confronti del nemico.  In guerra si devono risparmiare quelli che non sono stati particolarmente crudeli e accogliere benevolmente quelli che si arrendono e cercano protezione. La guerra è giusta se dichiarata secondo le regole previste dal cerimoniale e deve essere condotta con lealtà, mantenedo le promesse fatte al nemico e non cercando di assassinarne il sovrano con piani segreti.

Non si tratta di regole scritte o di diritti riconosciuti, comunque questa posizione riflette il desiderio di mettere al bando gli eccessi e anche una certa cattiva coscienza. Egli infatti distingue tra guerra fatta per necessità di sopravvivenza o per difendere interessi vitali, che può essere condotta con asprezza e guerra per la gloria, per la supremazia. Quest’ultimo tipo di guerra non viene definito ingiusto, perché negare la gloria alla patria sarebbe stato inaccettabile per un romano conservatore, comunque, se C dice che va condotto con accanimento minore significa che lo considera  sicuramente molto meno necessario.

In generale, per Cicerone sono stati  il sentimento religioso e la sensazione di essere predestinati a condurre i Romani alla supremazia sugli altri, l’idea della conquista come di una missione sacra.

TITO LUCREZIO CARO

LIBRO I  –   INNO A VENERE
Infine, per i mari e i monti e i fiumi rapinosi
e le frondose dimore degli uccelli e le pianure verdeggianti,
a tutti infondendo nei petti carezzevole amore,
fai sì che ardentemente propaghino le generazioni secondo le stirpi –
poiché tu sola governi la natura
e senza di te niente sorge alle celesti plaghe della luce,
niente si fa gioioso, niente amabile,
te desidero compagna nello scrivere i versi
ch’io tento di comporre sulla natura
per il nostro Memmiade, che tu, o dea, in ogni tempo
volesti eccellesse ornato di ogni dote.
Tanto più dunque, o dea, da’ ai miei detti fascino eterno.
Fa’ sì che frattanto i fieri travagli della guerra,
per i mari e le terre tutte placati, restino quieti.
Tu sola infatti puoi con tranquilla pace giovare
ai mortali, poiché sui fieri travagli della guerra ha dominio
Marte possente in armi, che spesso sul tuo grembo
s’abbandona vinto da eterna ferita d’amore;
e così, levando lo sguardo, col ben tornito collo arrovesciato,
pasce d’amore gli avidi occhi anelando a te, o dea,
e, mentre sta supino, il suo respiro pende dalle tue labbra.
Quando egli sta adagiato sul tuo corpo santo, tu, o dea,
avvolgendolo dall’alto, effondi dalla bocca soavi parole:
chiedi, o gloriosa, pei Romani placida pace.
Ché in tempi avversi per la patria non possiamo noi compiere
quest’opera con animo sereno, né l’illustre progenie di Memmio
può in tali frangenti mancare alla comune salvezza.
Infatti è necessario che ogni natura divina goda
di per sé vita immortale con somma pace,
remota dalle nostre cose e immensamente distaccata.
Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli,
in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi,
né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall’ira.
*

LIBRO II, 342/370

Inoltre, il genere umano e i muti, nuotanti branchi

dei pesci squamosi e gli opimi armenti e le fiere

e i vari uccelli, che popolano le amene dimore

delle acque intorno a spiagge e fonti e laghi,

e che percorrono i boschi inaccessi volandovi attraverso –

prendine uno qualunque in rapporto agli altri della stessa specie:

troverai tuttavia che differiscono tra loro nelle figure.

Né altrimenti la prole potrebbe conoscere la madre,

né la madre la prole; mentre vediamo che lo possono,

e che non meno degli uomini si conoscono tra loro.

Così, spesso davanti agli splendidi templi degli dèi un vitello

cade immolato presso gli altari su cui brucia l’incenso,

esalando dal petto un caldo fiume di sangue.

E la madre orbata, vagando per verdi pascoli,

cerca sul terreno le orme impresse dai piedi bisulchi,

fruga con gli occhi ogni luogo, per vedere se possa

in qualche parte scorgere la creatura che ha perduta; e riempie

di lamenti il bosco frondoso, sostando; e sovente ritorna

alla stalla, trafitta dal rimpianto del giovenco;

e i teneri salici e le erbe rinverdite dalla rugiada

e quelle sue acque, scorrenti a fior delle rive, non possono

dar diletto al suo animo e sviare l’affanno che l’ha presa,

né la vista di altri vitelli per i pascoli in rigoglio

può distrarre il suo animo e alleviarne l’affanno:

tanto essa ricerca qualcosa che è sua propria e che le è nota.

Inoltre, i teneri capretti che han tremule voci riconoscono

le madri dalle fronti cornute, e i cozzanti agnelli

le pecore che belano: così, come esige la natura,

ciascuno generalmente accorre alle mammelle del suo latte.

Epicuro sostiene che gli atomi non sono tutti uguali tra di loro, ma diversi per forma e grandezza, con diverse possibilità di aggregazione. Perciò tutti gli esseri viventi sono diversi tra di loro e per questo motivo i piccoli di ogni specie riescono a riconoscere la propria madre.

La mucca alla quale è stato sottratto il vitellino per il sacrificio, continua a cercarlo in ogni luogo e non riesce a trovare conforto per la propria pena.

Il rigore della dimostrazione filosofica non è perfetto e la spiegazione è fredda e convenzionale fino all’esempio della giovenca e del vitellino. La disperazione della giovenca induce per analogia il confronto con l’episodio del sacrificio di Ifigenia: in entrambi è evidente la condanna della religione e dei suoi riti cruenti.

Il sacrificio di Ifigenia, la figlia di Agamennone immolata in ossequio alle profezie di un indovino, è assunto da Lucrezio come exemplum dell’assurda soggezione di popoli e re alle catene della superstizione, che fa loro compiere le azioni più insane.

Alla giovenca, seguita nella sua ricerca affannosa, che ignora i prati lussureggianti e il ruscello, non vengono mai attribuiti tratti umani, ma continua a comportarsi conformemente alla sua specie. L’imitazione virgiliana di questi versi (Egloga VII, 84-88) si distingue per la sua eleganza elegiaca, mentre Ovidio (Fasti, IV, 459) risulta più vicino al modello lucreziano.

Reminescenze lucreziane sono evidenti nell’operetta morale di Leopardi “L’elogio degli uccelli” (gli uccelli “sono naturalmente le più liete creature del mondo); la bellezza della natura che appare crudele ed indifferente verso chi soffre è rintracciabile nell’Ultimo canto di Saffo.

LIBRO V  – STORIA DEL GENERE UMANO

Né allora molto più che ora le stirpi mortali
lasciavano con lamenti la dolce luce della vita.
Certo, allora più spesso qualcuno di loro, sorpreso,
offriva pasto vivente alle fiere, dilaniato dalle zanne,
e riempiva di lamenti boschi e monti e selve,
vedendo le proprie vive carni seppellite in un vivo sepolcro.
E quelli che si erano salvati fuggendo col corpo lacerato,
poi, tenendo le mani tremanti sopra le orribili piaghe,
invocavano con grida spaventose Orco,
finché spasimi crudeli li privavano della vita,
senza aiuto, ignari delle cure che le ferite reclamavano.
Tuttavia molte migliaia di uomini adunate sotto le insegne
non dava a morte un solo giorno, né le procellose acque
del mare gettavano navi e uomini a infrangersi contro gli scogli;
ma alla cieca, a vuoto, invano il mare spesso si sollevava
imperversando, e facilmente deponeva le inutili minacce,
né la lusinga della bonaccia poteva subdola
trarre in inganno qualcuno col sorridere delle onde.
La rovinosa arte del navigare giaceva allora ignorata.
………..

Armi furono in antico le mani, le unghie e i denti
e i sassi, e inoltre i rami spezzati nelle selve,
poi fiamme e fuoco, da quando se n’ebbe la prima conoscenza.
In séguito fu scoperta la forza del ferro e del bronzo.
E l’uso del bronzo fu conosciuto prima di quello del ferro,
in quanto la sua natura è più malleabile e di più esso abbonda.
Col bronzo lavoravano il terreno, e col bronzo agitavano
flutti di guerra e spargevano ferite devastatrici
e depredavano greggi e campi. Infatti tutto quel ch’era nudo
e inerme cedeva facilmente a quelli ch’erano armati.
Poi a poco a poco si fece strada la spada di ferro
e divenne obbrobriosa la foggia della falce di bronzo,
e col ferro incominciarono a solcare il suolo della terra
e furono uguagliati i cimenti della guerra dall’esito incerto.
E montare armato sui fianchi del cavallo e guidarlo
col morso e combattere con la destra, è uso più antico
che tentare i rischi della guerra su un carro a due cavalli.
E due cavalli si usò aggiogare prima che quattro
e prima che salire armati sui carri muniti di falci.
Poi ai bovi lucani dal corpo turrito, spaventosi,
con la proboscide serpentina, i Punici insegnarono a sopportare
in guerra le ferite e a scompigliare le grandi schiere di Marte.
Così la triste discordia produsse, l’una dopo l’altra,
cose fatte per incutere orrore alle genti umane in armi,
e di giorno in giorno fece crescere i terrori della guerra.
Sperimentarono anche tori nelle imprese di guerra
e tentarono d’avventare contro i nemici cinghiali feroci.
E alcuni lanciarono innanzi a sé vigorosi leoni
con domatori armati e spietati maestri,
che potessero guidarli e tenerli in catene,
ma invano, perché, caldi della confusa strage, inferociti,

i leoni scompigliavano le torme senza alcuna distinzione,
squassando dappertutto le criniere terrificanti,
né i cavalieri potevano placare i petti dei cavalli
spauriti al ruggito, né rivolgerli coi freni contro i nemici.
Le leonesse slanciavano d’un balzo, da ogni lato, i corpi concitati,
e s’avventavano ai volti di quelli che andavano incontro ad esse,
e strappavano giù quelli che sorprendevano da tergo
e, avvinghiandosi intorno, li gettavano a terra vinti dalle ferite,
attaccate a loro con i morsi poderosi e gli artigli adunchi.
E i tori sbalzavan via gli uomini della propria schiera e con le zampe
li schiacciavano, e ai cavalli fianchi e ventri trafiggevano di sotto
con le corna, e sconvolgevano il terreno con impeto minaccioso.
E i cinghiali con le zanne poderose massacravano gli alleati,
cospargendo furibondi col proprio sangue i dardi in loro infranti,
[cospargendo col proprio sangue i dardi infranti nei propri corpi]
e atterravano cavalieri e fanti in confusa rovina.
I cavalli infatti cercavano di schivare le feroci zannate gettandosi
di traverso, o impennandosi percotevano l’aria con gli zoccoli,
ma invano, ché si potevano vedere coi garretti troncati
crollare e coprire il terreno con pesante caduta.
Se alcune belve prima gli uomini credevano abbastanza domate
e addomesticate, nel fervere della mischia le vedevano infiammarsi
per le ferite, il clamore, la fuga, il terrore, il tumulto,
né potevano ricondurne indietro alcuna parte;
infatti tutte le varie specie delle fiere fuggivano qua e là;
come ora i bovi lucani, malamente colpiti dal ferro, sovente
fuggono qua e là, dopo aver fatto stragi di amici.

ORAZIO

Dulce et decorum est pro patria mori:
mors et fugacem persequitur virum
nec parcit imbellis iuventae
poplitibus timidoque tergo.

Virtus repulsae nescia sordidae
intaminatis fulget honoribus
nec sumit aut ponit secures
arbitrio popularis aurae.
Virtus recludens immeritis mori
caelum negata tenat inter via,
coetusque volgares et udam
spernit humum fugiente penna.

E’ dolce e decoroso morire per la patria
la morte insegue anche l’uomo che fugge
né perdona i polpacci e la timorosa schiena
della gioventù imbelle

Il coraggio, ignaro della vergognosa ritirata.
splende di onori incontaminati
né afferra o posa le scuri
in base alla volontà della volubile plebe.

Il coraggio, chiudendo il cielo a chi non merita
immortalità procede nel cammino per una via
negata e disprezza con l’ala fuggente la compagnia
della plebe e la terra paludosa

TIBULLO

Chi è stato il primo a portate le orribili armi?
Egli è stato davvero feroce e spietato!
Allora iniziarono per il genere umano stragi e combattimenti.Allora si aprì la strada più breve per la morte crudele. Ma quell’infelice non ne ha colpa, noi abbiamo usato per farci del male le armi che egli ci ha dato contro le belve feroci. Tutto ciò è colpa del ricco oro, non esistevano le guerre quando una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti. Non esisteva fortificazione né vallo e il conduttore del gregge cercava tranquillo il sonno tra le pecore di vari colori. Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere, e già forse qualche nemico produce dei dardi destinati a configgersi nel mio corpo.

Tibullo sviluppa la tematica della pace proclamando con forza il suo rifiuto per la guerra. Il poeta maledice il primo uomo che inventò le orribili spade: “Quis fuit horrendos qui protulit enses?” (v. 1), uomo che definisce feroce e con un cuore di ferro: “quam ferus et vere ferreus ille fuit” (l’allitterazione sottolinea questa figura), misero e responsabile “caedes hominum generi” (di ogni strage umana) e delle guerre. A lui si deve l’accorciarsi della vita umana, esposta prima del tempo a una morte crudele, “dirae mortis”.

Il poeta si scaglia poi contro il desiderio di ricchezza, che genera il “vitium” (malanno) della guerra e contrappone la situazione del suo tempo al passato, nel quale non c’erano guerre: “Nec bella fuerunt” (nec occupa una posizione di rilievo al centro del verso e sottolinea la differenza molto forte tra i due periodi).

Si apre qui un altro aspetto del rifiuto della guerra del poeta: solo nella campagna dimora la pace; il mondo agreste viene presentato come luogo di tranquillità in cui il pastore riposa tra il gregge (“sonnum petebat”) e viene contrapposto al campo di battaglia in cui potrebbe trovarsi il poeta con il “cuore in subbuglio”: “corde micante”.

L’elegia ha anche carattere autobiografico: spesso Tibullo entra in prima persona nell’elegia sottolineando oltre al suo rifiuto per la guerra una completa estraneità ai valori bellici alius sit fortis in armis e una totale alterità a chi, desiderando il conflitto, è anche “violento di mano” nella vita quotidiana.

Quis furor est atram bellis accersere mortem?” sottolinea ulteriormente la lontananza del poeta da chi appoggia le guerre, e precede una descrizione del regno dei morti in forte contrasto con la precedente dell’età aurea. Mentre nelle campagne dei tempi passati “libaverat uvam” e abbondavano spighe, nel regno dei morti non ci sono messi né vigneti: “Non seges est infra, non vinea culta”.

La morte prodotta dalla guerra è “atram”, mentre la Pace ora personificata è “candida”; il vomere è reso lustro dalla pace e “le tristi armi del duro soldato” sono macchiate dalla ruggine. Il lessico usato per connotare la guerra è carico di forte realismo: “horrendos enses”, “ferus et vere ferreus”, “dirae mortis”, mentre la pace è accompagnata dalle immagini utopiche dell’età dell’oro. La Pace è rappresentata come “alma” (benigna) con una veste carica di spighe e di frutti in stretta connessione con la vita agreste. Il rifiuto della guerra può essere visto anche come una riflessione sul progresso della civiltà umana.

TITO LIVIO

IL CORAGGIO DI CLELIA

La guerra è  lo strumento attraverso il quale i Romani hanno conseguito la gloria e hanno civilizzato il mondo; anche se il loro dominio è inviso a molti,  la loro virtù è e sarà ammirata, almeno fino a quando essi rimarranno fedeli ai loro ideali. Esempio di questa ammirazione è la storia di Clelia, liberata dal re etrusco Porsenna per il suo coraggio.

Nell’antichità esisteva l’abitudine di scambiarsi ostaggi tra nemici o anche tra alleati per garantire la fedeltà reciproca ai patti. Ma durante la guerra contro il re etrusco Porsenna, da collocare nell’epoca che seguì immediatamente la cacciata dei re (509 a.C.), la giovane Clelia offrì un esempio di coraggio.

Questi onori resi alle virtù virili spinsero anche le donne ad atti di patriottismo. Così, una ragazza di nome Clelia, cui era toccato di trovarsi nel numero degli ostaggi, siccome l’accampamento etrusco era situato casualmente vicino alla riva del Tevere, riuscì a sfuggire alle sentinelle, e, con al séguito un gruppo di coetanee, attraversò a nuoto il fiume sotto una pioggia di frecce, e le ricondusse sane e salve ai parenti in città. Appena il re lo venne a sapere, montò su tutte le furie e in un primo tempo mandò degli ambasciatori a Roma per chiedere la restituzione dell’ostaggio Clelia, senza preoccuparsi troppo di tutte le altre ragazze. Poi però, passato dalla collera all’ammirazione, disse che un’impresa del genere superava quelle dei Cocliti e dei Muzi e che il rifiuto di restituire l’ostaggio sarebbe stato considerato una violazione del trattato. Se invece gliel’avessero consegnata lui l’avrebbe restituita ai suoi senza farle alcun male. Entrambe le parti mantennero la parola: i Romani riconsegnarono il pegno di pace, come previsto dal trattato, e il re etrusco non solo protesse la ragazza, ma ne onorò il coraggio con questa forma di riconoscimento: le avrebbe donato parte degli ostaggi e lei stessa poteva scegliere quali portarsi con sé. Quando li ebbe tutti davanti, pare che abbia preferito gli adolescenti, sia perché la scelta era più in sintoni con la sua età, sia perché avrebbe probabilmente avuto l’approvazione degli ostaggi stessi, in quanto la cosa migliore era togliere al nemico chi si trovava nell’età maggiormente esposta a possibili rischi. Una volta ristabilita la pace, i Romani immortalarono quell’atto di coraggio nuovo in una donna con un onore anch’esso nuovo: in cima alla Via Sacra le fu dedicata una statua equestre che rappresentava una ragazza in groppa a un cavallo.

SENECA

Epistole a Lucilio, XCV, 30 La nostra follia interessa la vita privata e anche quella pubblica. Reprimiamo gli omicidi, gli assassini di singoli individui: ma che dire delle guerre e dello sterminio di intere popolazioni, delitti di cui ci si vanta? L’avarizia, la crudeltà non conoscono misura. E finché rimangono nascoste, opera di singole persone, sono meno nocive e meno abominevoli. Ma le atrocità vengono sancite dai decreti del senato e del popolo e si comanda in nome dello stato quello che è proibito in privato. 31 Quei delitti che, compiuti di nascosto, verrebbero puniti con la pena di morte, noi li approviamo perché li hanno commessi degli alti ufficiali? Gli uomini, che pure sono una razza mitissima, non si vergognano di godere delle reciproche stragi, di fare guerre e di lasciarle in eredità ai figli perché le portino avanti, mentre anche le bestie e le fiere non combattono tra loro.

>> Come molti filosofi stoici, Seneca disprezza (almeno a parole)  i beni materiali e transitori quali il potere e la ricchezza. Non restando dunque cause per la guerra, che ai suoi occhi si manifesta come un omicidio legalizzato, una forma di follia collettiva, indegna del genere umano che si ritiene superiore alle bestie. Nelle Epistole egli condanna anche gli spettacoli gladiatori. Seneca affronta il tema della guerra anche nel “De ira”, trattato in cui esamina le conseguenze negative di questo stato d’animo. In diversi passaggi soprattutto del primo libro egli afferma che in guerra è più utile la capacità di ragionare sulle situazioni  per vincere le battaglie decisive e che un condottiero deve

mantenersi lucido per non  correre il rischio di trascurare circostanze che possono risultare decisive. Un generale può commettere anche gravi ingiustizie se si lascia trascinare dalla rabbia. Lo stesso Alessandro commise gravi errori quando era in preda all’ira,  favorita anche dalla sua propensione all’ubriachezza, ad esempio uccise in un impeto di follia l’amico Clito durante un banchetto per poi pentirsene amaramente. Seneca porta invece ad esempio le qualità di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, che logorò l’esercito di Annibale con una tattica prudente ed attendista durante la seconda guerra punica e di Publio Cornelio Scipione l’Africano, il quale  affrontò pazientemente l’assedio di Numanzia prima di puntare decisamente su Cartagine.

L’esempio contrario è invece offerto proprio dai Cimbri, dai Teutoni e dai Germani,  sconfitti proprio per la loro eccessiva irruenza e per il fatto che si lasciavano  dominare da una furia cieca, giudicata erroneamente la miglior qualità del buon guerriero. Nonostante queste considerazioni,  Seneca rimane profondamente pacifista, infatti  sostiene con insistenza che, come l’ira dei singoli individui è una temporanea follia che  provoca omicidi e ferimenti, così l’ira dei potenti provoca le insensate stragi che si verificano in guerra.

PUBLIO CORNELIO TACITO

Calgaco fu il capo dei caledoni, che nell’83 o nell’84 si scontrarono al Monte Graupio (Scozia settentrionale) con le truppe romane del governatore della Britannia, Gneo Giulio Agricola[1]. L’unica fonte storica che ci parla di lui è l’Agricola di Tacito, che lo descrive come “il più distinto per valore e nobiltà tra i diversi capi” e al quale fa pronunciare un celebre discorso.

Carataco Dagli Annali di Tacito sappiamo che egli guidò i siluri e gli ordovici (popolazioni dell’attuale Galles) contro il governatore romano Publio Ostorio Scapula. Scapula sconfisse Carataco catturandone la figlia e la moglie e ricevendo la resa dei suoi fratelli. Carataco riuscì a fuggire ancora una volta, rifugiandosi presso i briganti, la cui regina Cartimandua, fedele alleata di Roma, lo fece gettare in catene e lo consegnò ai romani. Fu mandato come trofeo di guerra a Roma, dove fu graziato dall’imperatore e dove trascorse il resto dei suoi giorni.[4]

IL DISCORSO DI CARATACO CAPO DEI SILURI
Tacito, Ann. 12, 34 e 36-37)
(34) I capi delle varie tribù si aggiravano tra i guerrieri esortando, incoraggiando, levando timori, infondendo speranze ed incitando alla guerra. Carataco specialmente, accorrendo ora qua, ora là, proclamava a gran voce che quel giorno, quella battaglia avrebbero portato l’antica libertà o l’eterna servitù: invocava gli antenati, che avevano cacciato il dittatore Cesare, e che col loro valore li avevano liberati da scuri littorie e tributi, e salvato mogli e figli da violenze. A tali parole assentiva rumorosamente la moltitudine ed ognuno, secondo il rito della propria gente, giurava che non avrebbe temuto né armi né ferite.(36) Egli poi, come accade a coloro che sono traditi dalla sorte, dopo avere chiesto asilo a Cartimandua, regina dei Briganti, è incatenato e consegnato ai vincitori, nove anni dopo l’inizio della guerra in Britannia. La fama di lui, divulgatasi per le isole e le provincie vicine, divenne popolare anche in Italia e tutti desideravano vedere l’uomo che per tanti anni si era fatto giuoco della nostra potenza. Neppure a Roma era ignoto il nome di Carataco e Cesare, volendo esaltare il proprio prestigio, accrebbe la gloria del vinto. Il popolo fu invitato come ad uno spettacolo di eccezione e le coorti pretorie furono schierate in armi nel piano posto innanzi al loro quartiere. Allora, avanzandosi i clienti del re, si videro anche gli ornamenti guerreschi, le collane e i trofei riportati sui popoli stranieri; venivano poi i fratelli, la moglie e la figlia; e da ultimo apparve egli stesso. Gli altri si abbassarono per paura a lamentose preghiere, ma Carataco, senza chinare gli occhi o implorare misericordia, come fu davanti al palco reale, così parlò:(37) “Se nella prospera fortuna avessi avuto moderazione pari alla mia nobiltà e alla mia potenza, io sarei venuto in questa città quale amico, e non prigioniero, né tu avresti sprezzato l’alleanza di un uomo nobile per stirpe e signore di molte genti. Quanto la presente fortuna è per me misera, tanto è per te gloriosa. Avevo cavalli, uomini, armi, ricchezze: non per mia volontà li ho perduti. Se voi volete comandare a tutti, ne segue forse che tutti debbano accettare la servitù? Se mi fossi subito consegnato a voi senza opporre resistenza, né la mia sventura né la tua gloria sarebbero famose; e anche la mia morte ne cancellerebbe ogni ricordo: al contrario, se mi concederai salva la vita, io sarò eterna testimonianza della tua clemenza”.A queste parole Cesare concesse il perdono a lui, alla moglie e ai fratelli. Essi allora, liberati dalle catene, resero omaggio anche ad Agrippina, che sedeva su un palco vicino, tributandole gli stessi onori e ringraziamenti resi al principe. Era certo un fatto nuovo ed estraneo alle antiche tradizioni, che una donna sedesse di fronte alle insegne: ma di quell’impero fondato dai suoi antenati, ella pretendeva di essere partecipe.

IL DISCORSO DI PETILIO CERIALE (generale romano che domò nel una rivolta di Germani  e sottomise i Siluri tra il 71 e il 78 d.C.) . Tacito, Hist. 4,73-74 (73) Quindi, davanti ai Treviri e ai Lingoni riuniti a parlamento, Ceriale tiene questo discorso: “Non sono io quello che mi son mai dato arie di oratore, preferendo il valore del popolo romano affermarlo con le armi. Ma dacché tanto possono su di voi le parole, ed il bene ed il male voi non li apprezzate nel loro intrinseco valore, ma dalle chiacchiere piuttosto dei sediziosi, ebbene, mia intenzione è di esporvi pochi ragionamenti che, terminato ch’è ora il conflitto, risulta più vantaggioso per voi avere ascoltati anziché per me averli tenuti. Nella terra vostra e in quella degli altri Galli son venuti i comandanti e gli imperatori romani, non però per ambizione di conquista, ma perché insistentemente invitati dai vostri padri, ch’erano preda delle discordie interne fino ad esserne rovinati; e i Germani, da essi invocati in aiuto, ad alleati e nemici, senza distinzione, avevan messo addosso il giogo. La quantità di battaglie da noi sostenute contro i Cimbri e i Teutoni, l’enormità dei travagli affrontati dai nostri eserciti e gli eventi traverso i quali abbiam condotto le operazioni in Germania, son cose troppo evidenti. Né, è ovvio, ci siam stanziati sul Reno per provveder alla difesa d’Italia, bensì perché un nuovo Ariovisto non imponesse il proprio dominio sulle Gallie. O voi vi illudete che Civile e Batavi e altre razze d’oltre Reno v’abbian più in simpatia di quanto non avessero i loro avi i padri vostri e i vostri antenati? Sempre lo stesso per i Germani il motivo di sconfinar nelle Gallie, la loro insofferenza, l’avidità e la fregola di mutar di sede, per lasciarsi a dietro quei loro pantani e quei loro deserti venendo a far da padroni su questa vostra terra fertilissima e su voi stessi. Vero è che metton fuori il pretesto della libertà e di tante altre belle storielle; ma si sa che mai nessuno, intenzionato d’asservir e dominar gli altri, è esistito che di tali identiche parole non abbia fatto uso. (74) Di oppressioni e guerre le Gallie n’han sempre vedute, avanti che vi metteste sotto le nostre leggi. Ma noi, sebbene più di una volta provocati, del diritto della vittoria non ci siam serviti che unicamente a scopo di pace. E’ un fatto che non si può assicurar la quiete dei popoli senz’armi, né le armi senza stipendi, né questi senza tributi. Di tutto il resto v’abbiam messi a parte. Voi stessi in più di un caso avete il comando di nostre legioni, voi stessi siete al governo di queste e d’altre province; nessuna separazione o preclusione. E per voi il vantaggio di imperatori degni è identico che per noi, benché vi troviate lontani, senza dire che il danno di quelli cattivi è sentito molto di più da chi  è vicino. Al modo istesso che v’avviene di tollerare la sterilità dei campi o la troppa quantità di piogge e gli altri inconvenienti della natura, così adattatevi a sopportare la dissolutezza o l’avidità dei dominatori. Di vizi ne esisteranno fin che saran gli uomini: ma non è detto ch’essi debban esser in continuità e non possan esser compensati dall’alternarsi di uomin i più degni, eccetto che voi nutriate l’illusione di un governo più mite se rimetterete il potere a un Tutore o a un Classico, o non pensiate che, alleggerendo gli attuali tributi, sia possibile apparecchiare le forze necessarie a respingere Germani e Britanni. Ché se avesse ad accadere – mai lo permetta il Cielo! – una estromissione dei Romani, cosa volete ci sia più se non una guerra di tutto il mondo intero? Traverso fortunate circostanze e la ferma disciplina di ben ottocento anni s’è cementato questo blocco, che non potrebbe senza sterminio di chi lo demolisca esser demolito. Ma il rischio più grosso lo correte voi, in cui mano son l’oro e le ricchezze, motivi principali di conflitto. Per ciò dunque quella pace e quella città, di cui noi, vinti o vincitori, siam parte con gli eguali diritti, amatela, onoratela: vi faccia accorti l’esperienza della buona e della cattiva sorte, sì che non preferiate la ribellione caparbia con danno vostro, anziché la sottomissione che ci procura la sicurezza”.
Riuscì, con il discorso anzidetto, a moderare e rinfrancare quei che temevan di peggio.

(Da aggiungere il brano sul ritorno dei Romani nella selva di  Teutoburgo)

AGOSTINO DI IPPONA
Legge di guerra sospesa in onore di Cristo (1-7)

1. ……Non sono forse contrari al nome di Cristo anche quei Romani che i barbari per rispetto a Cristo hanno risparmiato? Ne fanno fede i sepolcri dei martiri e le basiliche degli apostoli che accolsero nel saccheggio di Roma fedeli ed estranei che in essi si erano rifugiati 8. Fin lì incrudeliva il nemico sanguinario, qui si arrestava la mano di chi menava strage, là da nemici pietosi venivano condotti individui risparmiati anche fuori di quei luoghi affinché non s’imbattessero in altri che non avevano eguale umanità. Altrove erano spietati e incrudelivano come nemici. Ma appena giungevano in quei luoghi, in cui era proibito ciò che altrove era lecito per diritto di guerra, veniva contenuta l’efferatezza dell’uccidere e il desiderio di far prigionieri. Così molti scamparono. Ed ora denigrano la civiltà cristiana e attribuiscono a Cristo i mali che la città ha subito. Al contrario, non attribuiscono al nostro Cristo ma al loro destino il bene che in onore a Cristo si è verificato a loro vantaggio. Dovrebbero piuttosto, se fossero un po’ saggi, attribuire le crudeltà e le sventure che hanno subito dai nemici alla divina provvidenza. Essa di solito riforma radicalmente con le guerre i costumi corrotti degli individui ed anche mette alla prova con tali sventure la vita lodevolmente onesta degli uomini e dopo averla provata o l’accoglie in un mondo migliore o la conserva ancora in questo mondo per altri compiti. Dovrebbero invece attribuire alla civiltà cristiana il fatto che, fuori dell’usanza della guerra, i barbari li abbiano risparmiati, o dovunque per rispetto al nome di Cristo o nei luoghi particolarmente dedicati al nome di Cristo, molto spaziosi e quindi scelti per una più larga bontà di Dio a contenere molta gente.

2 Non mi si venga a dire: “Grande quel tale ed anche quell’altro, perché ha combattuto e vinto con quel tale e con quell’altro”. Combattono anche i gladiatori, anche essi vincono, anche quella crudeltà ha il premio della lode, ma io penso che è preferibile subire la condizione penosa della inettitudine che procurarsi la gloria di quei combattimenti. Ma chi sopporterebbe tale spettacolo se scendessero nell’arena per battersi due gladiatori, di cui uno è il figlio, l’altro il padre? Chi non lo eliminerebbe? Come dunque poté essere gloriosa la contesa armata fra due città, di cui una la madre, l’altra la figlia? È forse diverso perché in questo caso non c’era l’arena e terreni più spaziosi si riempivano di cadaveri non di due gladiatori ma di molti dei due popoli e perché quelle gare non erano circoscritte all’anfiteatro ma al mondo intero e vi si dava uno spettacolo spietato ai vivi di allora e ai posteri, fin quando se ne estende la fama?

4. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l’aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell’ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell’impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: “La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta” 5.

La dea Vittoria e la guerra imperialistica.

15. Riflettano dunque che forse non è conveniente per le persone oneste godere dell’allargamento del dominio. Infatti l’ingiustizia di coloro contro i quali sono state mosse guerre giuste ha favorito l’incremento del dominio. Ed esso sarebbe stato piccolo se l’amore alla pace e la giustizia dei vicini non lo avessero provocato per qualche torto a muover loro la guerra. Ne consegue che con maggiore benessere per l’umanità tutti gli Stati rimarrebbero piccoli godendo della pace con i vicini e vi sarebbero nel mondo molti Stati di popoli come in una città vi sono molte case di cittadini. Quindi far guerra ed estendere il dominio con l’assoggettare i popoli può sembrare prosperità ai cattivi, ai buoni necessità. Poiché sarebbe peggio se gli operatori d’ingiustizie dominassero sui più giusti, non sconvenientemente si considera un benessere anche questo. Indubbiamente però è maggiore prosperità avere un buon vicino in pace che assoggettare un cattivo vicino in guerra. È un cattivo auspicio desiderare di avere chi odiare e temere perché vi sia chi vincere. Se dunque i Romani, muovendo guerre giuste, non contrarie all’umanità e all’equità, hanno potuto conquistare un impero così grande, forse si doveva onorare come dea anche l’ingiustizia degli altri. Vediamo infatti che l’ingiustizia ha molto collaborato all’ingrandimento del dominio perché rendeva oltraggiosi coloro con cui far guerre giuste e incrementare così l’impero. Perché dunque non sarebbe una dea per lo meno straniera l’ingiustizia, se Pavore, Pallore e Febbre meritarono di essere dèi romani? Con queste due, cioè l’ingiustizia straniera e la dea Vittoria, si è ingrandito l’impero anche se Giove era in ferie.

BERNARDO DI CHIARAVALLE

Dalla Regola dei Templari

Certamente quando (il Cavaliere di Cristo) uccide  il malfattore, non deve essere considerato un assassino, ma giustiziere dei malfattori, garante di Cristo contro coloro che fanno il male, e difensore dei cristiani. Quando poi viene ucciso egli stesso, non è considerato morto, ma giunto (alla sua meta finale). La morte perciò che egli infligge è ricchezza per Cristo; quella che egli riceve, è  ricchezza per lui. Nella morte del pagano il cristiano è glorificato, perché Cristo è glorificato; nella morte del cristiano, si manifesta la bontà del Re (del Cielo), in quanto il soldato  è condotto alla luce come ricompensa dei suoi meriti. Inoltre   il giusto sarà allietato, avendo visto la libertà. …..
E certamente i pagani non sarebbero da uccidere, se potessero essere tenuti a freno e distolti dalla sopraffazione dei fedeli attraverso qualche modo diverso. Adesso tuttavia è meglio ucciderli, piuttosto che il ramo (la mala pianta) dei peccati sia lasciato (crescere) intorno al gruppo dei giusti, affinché i giusti non abbiano occasione di imitarli.