La guerra nel mondo latino

INTRODUZIONE

LA GRECIA E L’ORGANIZZAZIONE DELL’ESERCITO ROMANO

L’idea della guerra nel mondo antico e nella cultura latina
da Giulio Cesare a Bernardo di Chiaravalle

La guerra nel mondo classico pag. 2
L’accampamento e il trionfo 5
L’organizzazione dell’esercito romano 7
Caio Giulio Cesare 9
Il “De bello Gallico” 12
Cesare, i Galli e i Germani 14
L’assedio di Alesia e la resa di Vercingetorige 22
Il destino degli abitanti di Usselloduno 23
Marco Tullio Cicerone 24
Tito Lucrezio Caio 29
Caio Sallustio Crispo 33
Publio Virgilio Marone 35
Quinto Orazio Flacco 37
Albio Tibullo 39
Tito Livio 41
Lucio Anneo Seneca 42
Publio Cornelio Tacito 44
Autori cristiani 48
Agostino di Ippona 52
Graziano 55
Bernardo di Chiaravalle 60
Appendice: V libro delle Historiare di Tacito 62


Alessandro in battaglia

La guerra nel mondo classico

La guerra ha da sempre segnato la vita dell’uomo, dai nostri antichi progenitori, fino ai tempi recenti, non stupisce quindi il fatto che la storiografia classica  la considerasse come unico motore della storia, la principale causa di cambiamento.

Nella Preistoria valeva la legge del più forte: i più robusti o coloro che erano più abili nel combattimento e nella caccia riuscivano in genere ad imporre il loro volere. Hobbes, filosofo del Seicento, descrive lo stato di natura come un mondo in cui vige una situazione di “guerra di tutti contro tutti”, dove per ciò la sopravvivenza non è garantita, soprattutto ai più deboli.

Col passare dei secoli, all’innovazione tecnica e all’evoluzione culturale si è affiancata la nascita delle prime forme di organizzazione sociale, ma questo fatto non ha diminuito affatto l’aggressività dell’uomo, anzi il mondo antico ha continuato a legittimare la guerra.

 

Già le civiltà sviluppatesi intorno al 1600 a.C. nel Peloponneso, vedono nella guerra l’attività principale. Per esempio i Micenei, una tribù indoeuropea di pastori guerrieri provenienti dal nord e dall’est, penetrano lentamente nella Grecia e qui si impongono sui  preesistenti abitanti ( i Pelasgi ).
Abbandonato il nomadismo i Micenei creano tanti piccoli stati autonomi, governati da un re, che sorgono intorno a città fortificate da poderose mura chiamate ” ciclopiche ” (si favoleggiava che a costruirle così possenti fossero stati i Ciclopi, giganti con un solo occhio).
Tra le loro conquiste assume particolare rilievo quella di Creta: entrano in contatto con la civiltà minoica, di cui subiscono il fascino. Ma la civiltà micenea, rispetto a quella minoica, è maggiormente influenzata dagli «eroi»: quei principi che, tra l’altro, hanno combattuto la guerra contro Troia. L’esaltazione dell’eroe guerriero, trovò la sua forma di rappresentazione preferita nei poemi epici, nei quali la capacità di

combattere rappresenta il valore fondamentale, il criterio in base al quale gli uomini vengono organizzati gerarchicamente.
Ciò si riflette anche nell’architettura, che si sviluppa in modo funzionale alla guerra:i fastosi palazzi cretesi furono sostituiti da costruzioni robuste, circondate da enormi cinte murarie di fortificazione, realizzate con una serie di blocchi di pietra irregolari e collocate sulla parte elevata della città (acropoli).

Altra fondamentale testimonianza di quanto fossero importante la guerra e l’esercito non solo nella civiltà micenea ma nel mondo antico in generale e del prestigio diu cui godeva la figura del guerriero vincitore è l’ l’Iliade, poema omerico in cui notoriamente si narra di una spedizione di guerra fatta congiuntamente da diversi stati micenei ai danni della città di Ilio, dandoci in questo modo un esempio (più o meno affidabile) di come tali imprese dovessero svolgersi. Quel che appare in grande evidenza dall’Iliade della società micenea è il carattere guerriero e i valori eroici (pur forse in gran parte prodotto di un’idealizzazione successiva, quella del poeta e della civiltà di cui era espressione) che la caratterizzavano. Da questo punto di vista assumono particolare rilievo le figura di Achille, eroe ammirato per la sua forza e temuto per la sua crudeltà e mancanza di scrupoli, pronto all’ira e deciso ad imporsi su tutti anche se questo dovesse costare la sconfitta e Ulisse, meno forte fisicamente ma temibile per la sua astuzia che danneggiò il nemico più di un intero esercito. Si possono fare inoltre svariate osservazioni, a cominciare da quella inerente l’anarchia fondamentalmente vigente tra i diversi stati, pure riuniti sotto il potere di un sovrano considerato (più che altro formalmente) una sorta di “primus inter pares”. Se ne evince allora che: a) l’unica unità possibile tra gli stati micenei si riduceva alla composizione di leghe militari in tempo di guerra, e che b) la loro coesione reale doveva essere nei fatti molto debole, se non inesistente. Gli antichi Greci, celebrati come padri della democrazia, sono spesso impegnati in conflitti che vedono coinvolte due o più polis e la sospensione temporanea delle ostilità interne è garantita solo in occasione delle Olimpiadi.

 

Emblematico è il caso di Sparta, che pone in primo piano l’esaltazione delle virtù guerresche. Tutta l’organizzazione sociale è pensata e strutturata in funzione della guerra: la suddivisione in classi rispecchia i diversi ruoli all’interno dell’esercito. Alla base della piramide vi sono gli Iloti, che costituiscono la fanteria armata in modo leggero, seguiti dai Perieci, arruolati come opliti, al vertice stanno gli Spartiati, i più potenti e i meno numerosi, che combattono a cavallo. A questi ultimi tocca, però, l’addestramento più duro: già dalla nascita sono sottoposti ad una sorta di esame che ne stabilisce il diritto di vita o di morte in base alla supposta idoneità alla guerra. La guida dell’esercito tuttavia era affidata direttamente ai due re.

Anche ad Atene i giovani tra i 18 e i 20 anni ricevono un’educazione prettamente marziale, mentre l’obbligo di arruolarsi in caso di guerra è valido fino ai 60 anni. Significativo è il caso descritto da Tucidide, nelle sue “Storie”: nel 416 a.C. gli Ateniesi, coinvolti nella guerra del Peloponneso, invadono l’isola di Melo, alleata a Sparta, senza che questa avesse agito apertamente contro di loro.

Come sottolinea lo storico stesso gli Ateniesi sono i portavoce della potenza dominatrice che vuole rafforzarsi a spese dei più deboli. Melo viene distrutta per intimorire i nemici e per spingere chi non si era ancora schierato a entrare in guerra.

Non stupisce quindi che i due più celebri poemi epici greci, l’Iliade e l’Odissea, abbiano come sfondo il conflitto acheo- troiano. Inoltre il loro culto contempla l’esistenza di un dio della guerra, Ares, ripreso dai Romani nella figura di Marte.

Fondamentale figura di generale e sovrano nel mondo antico fu quella di Alessandro Magno. Nacque a Pella il 20 luglio ca. del 356 a.C.. suo padre era Filippo II, la madre si chiamava Olimpiade. Ebbe come maestro il filosofo Aristotele, da cui Alessandro apprese l’amore per la medicina, per la filosofia, e per la letteratura. Tra i vari autori quello che preferiva era Omero, di cui ammirava soprattutto l’Iliade: Alessandro giudicava questo poema un testo fondamentale di virtù bellica e non se ne separava mai. Dimostrò ben presto un carattere inflessibile, desideroso di gloria e fama, ma mitigato da un forte senso del dovere. Il giovane, divenuto re, seppe subito consolidare le conquiste paterne e rivolgersi ad un grande progetto: condurre una spedizione di Greci e Macedoni contro la Persia. Nel 334 Alessandro diede inizio alla campagna di Persia voluta da suo padre. Nel 334 a.C. ottenne la prima vittoria al fiume Granico, nel 333 a.C. trionfò ad Isso e dopo numerosi successi, fondò una nuova città presso la foce del Nilo, cui diede il nome di Alessandria. Nel 331 a.C. presso Guagamela sconfisse definitivamente Dario III, sovrano dei Persiani. L’anno successivo occupò le grandi città dell’impero: una ad una cadono Susa, Ecbatana e Persepoli ed i palazzi reali sono dati alle fiamme per vendicare l’incendio di Atene voluto da Serse.
Alessandro sposò Rossane, principessa persiana  nell’ambito di un progetto di fusione fra i due popoli che egli aveva incoraggiato presso i propri generali, in nome di un panellenismo, cioè di una comune cultura greca da diffondere in tutto il mondo conosciuto. Terminata la conquista dell’impero persiano, l’instancabile Alessandro si accinse alla conquista dell’India. Con una rapida campagna giunse  fino al fiume Indo ma, dopo aver vinto con grande difficoltà e perdite umane la battaglia dell’Idaspe,  i suoi soldati, esausti, si rifiutarono di proseguire e gli imposero il ritorno.  Tornato a Susa  i suoi detrattori lo accusarono di essersi indebolito nelle mollezze tipiche delle corti persiane, è certo tuttavia che da Alessandro in poi si diffuse anche nel mondo occidentale il modello del monarca-dio ai cui piedi ci si dovesse prostrare, modello che a Roma fu sempre guardato con ostilità e fu tuttavia adottato da alcuni imperatori, come Domiziano che si fece chiamare “dominus et deus” e da Nerone, che amava presentarsi al popolo nei panni del dio sole.     Il 13 giugno del 323 a.C. Alessandro si spense, stroncato forse da una malattia, ma sono state fatte svariate ipotesi sulle cause della sua fine, dall’avvelenamento all’indigestione e se ne può avere un’idea leggendo ad esempio le ultime pagine della vita di Alessandro nel raffronto con Cesare nelle Vite Parallele di Plutarco. Alla sua morte il grande impero da lui assoggettato, in mancanza di una guida capace, fu spartito nella lotta per la successione scatenata dai cosiddetti diadochi (successori): al termine della spartizione l’impero risultò diviso nel regno di Macedonia, con capitale Pella, nel regno di Siria, con capitale Seleucia, ed infine nel regno d’Egitto, che ebbe per capitale Alessandria.
L’impero di Alessandro

Alessandro fu molto ammirato da numerosi condottieri di ogni tempo, in particolare Cesare si ispirò alle sue gesta e si atteggiò in alcuni aspetti del suo comportamento  a monarca orientale, cosa che lo mise in cattiva luce presso il senato e provocò la congiura contro di lui.

Anche i Romani soliti ricondurre la guerra alla sfera della sacralità. La stagione delle campagne militari, interrotta durante il periodo invernale per le sfavorevoli condizioni climatiche e l’inagibilità dei campi di battaglia per un esercito pesante come quello romano,  è riaperta a Marzo, mese sacro a Marte,  da tutta un serie di riti e celebrazioni religiose. Innanzitutto si procede alla purificazione di armi, cavalli e trombe, solo a questo punto i Salii, 24 sacerdoti dediti al culto di Marte, percorrono le strade di Roma danzando e agitando gli scudi sacri. Per i Romani dunque il dio Marte era anche una divinità agricola e in qualche modo le cerimonie che aprivano la stagione della guerra venivano ad assumere anche la funzione di riti propiziatori della fertilità della terra. E’ stato ipotizzato che il sangue sparso durante le battaglie avesse un significato analogo a quello dei sacrifici umani con i quali molte civiltà pensavano di garantire la rinascita della natura in primavera e l’abbondanza dei raccolti. Cerimonie cruente dovevano caratterizzare nella Roma delle origini anche i riti funebri per garantire al morto la pace nell’aldilà; è noto ad esempio che i primi combattimenti gladiatori si svolsero proprio in occasione di un funerale. Per quanto riguarda il cerimoniale bellico, la dichiarazione di guerra vera e propria spetta ai Fetiales, che dapprima espongono per bocca del loro capo, il Pater Patronus, le ragioni che rendono la guerra pium et iustum”. Il conflitto può finalmente iniziare dopo che questi sacerdoti hanno scagliato una lancia in territorio nemico. Lo scopo di queste celebrazioni è quello di preservare i Romani dall’ira degli dei, amanti dello status quo. In caso di vittoria i comandanti sono esaltati come mediatori tra uomini e dei, e acquistano la facoltà di decidere giochi e auspici. Se sconfitti, invece, era richiesto loro il sacrificio della vita, quasi come rituale per omaggiare e rendere benevoli le divinità.

L’etimologia del termine pace deriva dal latino “pactus” cioè tregua, sospensione delle ostilità dopo un trattato di sottomissione da parte del nemico; la parola più adatta per indicare l’assenza di ostilità è “eirene”, di provenienza greca. Il termine “virtus, utis” f.  “valore” nel corso della storia ha  assunto diverse accezioni,  comunque strettamente connesse con quelle di coraggio e virtù. Presso i romani, il termine assumeva significati diversi a seconda che fosse riferito a uomini o donne: nel primo caso equivaleva al valore in guerra, nel secondo si riferiva invece alla castità.

PRIMO PERIODO REPUBBLICANO Fin da giovane il Romano dell’età arcaica acquisiva dalla famiglia la consapevolezza di appartenere a una comunità nei confronti della quale assumeva diritti e doveri ben precisi, innanzi tutto il servizio militare. La grande importanza rivestita dalla guerra nella società romana può forse venir spiegata dal fatto che, dopo la cacciata dell’ultimo re etrusco Tarquinio il Superbo (nel 509 a.C) , essi tentano a più riprese di rimpossessarsi della città di Roma. Inizialmente, quindi, nello Stato Romano, la guerra rappresenta essenzialmente un’attività necessaria per la difesa dell’indipendenza e della Repubblica. Il letterato e filosofo Catone, vissuto nel primo periodo repubblicano, ad esempio, al riguardo esprime il suo disgusto per l’attività bellica fine a sé stessa, mentre  la giustifica e la esalta se essa vede come fine la salvaguardia dei propri territori. Data la natura del conflitto, la vittoria coincide con la salvaguardia dell’indipendenza e della repubblica: non è perciò raro trovare singoli disposti a sacrificarsi per il bene della patria, celebrati dalla propaganda senatoria come eroi, salvatori di Roma e incarnazione dell’ideale di “virtus”. La virtus romana consiste nel massimo valore a cui il buon cittadino deve aspirare e assume valenza diversa per uomo e donna. Per la matrona romana possedere la virtus significa essenzialmente essere fedele e avere rapporti con un solo uomo nel corso di tutta la vita; per l’uomo, invece, ha un duplice significato: sul piano civile  comprende tutte le maggiori qualità del cittadino, come la lealtà, l’onestà, il rispetto per le istituzioni e l’osservanza delle pratiche religiose, sul piano militare significa coraggio e audacia in battaglia, fino al sacrificio della propria vita, se necessario. I generali romani, infatti, danno più importanza alla salvaguardia dell’onore che a quella della vita, molti piuttosto di subire l’onta derivante dalla sconfitta preferiscono il suicidio, che diventa una sorta di sacrificio rituale agli dei. Qualsiasi Romano esiste in funzione dello Stato: il modello proposto da Catullo, secondo il quale la l’otium letterario diventa  attività sostitutiva all’impegno politico e militare, è perciò duramente avversato dai romani tradizionalisti come Cicerone, che vedono nella rivendicazione del diritto a dedicarsi esclusivamente alla vita privata una minaccia per il senso civico dei romani. Questo giustifica l’atteggiamento sospettoso di molti romani tradizionalisti come Catone il Censore nei confronti della cultura e della filosofia greca, considerata pericolosa nono solo perchè “prodotto” non romano, ma anche perchè conteneva alcuni aspetti considerati troppo individualisti e tali da minare la fedeltà del cittadino allo Stato. Queste diffidenze non impedirono la grande diffusione del pensiero filosofico greco presso i romani di ogni ceto sociale, in particolare quelli più elevati. Come accade spesso per i grandi valori su cui si fonda una società, anche nell’antica Roma non manca chi deforma giocosamente l’ideale eroico. Plauto, commediografo del III- II secolo a.C., mette sulla scena delle macchiette dei soldati fanfaroni, che si vantano di grandiose imprese in guerra spesso non compiute. Per aggirare il divieto di rappresentare il cittadino romano sulla scena, Plauto ricorre a personaggi greci; in realtà il miles plautino diventa la caricatura di molti che hanno fatto dell’esercizio delle armi l’occupazione della loro vita.

PERIODO TARDO REPUBBLICANO Con il passare dei secoli e il progressivo sviluppo della società e dello stato romano, però, le guerre cominciano  ad essere finalizzate alla conquista dei territori confinanti. L’idea tradizionale universalmente condivisa affida ai Romani, considerati i più forti e i più civilizzati, quindi superiori, il dominio su territori e popoli stranieri, definiti barbari per la loro inciviltà.

L’accampamento e il trionfo

L’accampamento militare, di forma quadrangolare e trincerato con una palizzata, viene designato in latino con il termine castra), neutro plurale tantum, che talvolta assume per metonimia* — il significato di «guerra» o anche di «giornata di marcia».

La struttura dell’accampamento romano variava a seconda della conformazione del terreno sul quale veniva allestito, del numero dei soldati da ospitare e del piano strategico dei comandanti. Erano comunque rispettati alcuni criteri fondamentali. Per prima cosa il luogo scelto per la costruzione dell’accampamento era preferibilmente vicino ad un corso d’acqua e in una regione in cui fosse facile il foraggiamento; se possibile, si preferiva un terreno collinare sul quale i castra venivano disposti in modo che la parte posteriore si estendesse sulla zona più alta del pendio, in posizione più aperta e piu facile a difendersi. Al centro dell’accampa mento, su un’area rettangolare, sorgeva il praetorium, la tenda del comandante, intorno alla quale erano collocate le tende dei tribuni e quelle dei prefetti degli alleati. Le tende degli ufficiali si chia mavano tabernacula, quelle dei soldati tentoria,

LA TOPOGRAFIA Sulla linea perimetrale dell’accampamento si aprivano quattro porte, una

per lato: sul fronte la porta praetoria (così detta perché di solito era in linea con il praetorium); sul retro la porta decumana (così detta perché accanto ad essa erano ac campate le decime coorti delle legioni); sul lato destro e sul lato sinistro altre due porte, collegate dalla via principa!is. Perpendicolarmente alla via principaìis, la via praetoriana univa la parte centrale dell’accampamento alla porta praetoria, mentre la via decumana, partendo dal centro, la collegava alla porta decumana. Parallelamente alla via principalis la via quintana (così detta perché separava il quinto dal sesto manipolo delle legioni) correva nella parte posteriore dell’accampa mento. Intorno all’accampamento veniva scavato un fossato (vallum) e veniva eretto un terrapieno difeso da una palizzata (agger). Raramente è usato il singolare castrum: si trova nel senso di “fortezza” in muratura, situata per lo piu in posizion dominanti e strategicamente favorevoli Nel passaggio dal latino all’italiano si affermò però maggior mente il diminutivo castellum, usato in latino per indicare una ottadella e che è diventato il nostro “castello”. Tale termine, insieme a castrum, e ancora presente in molti toponimi (Castrovillari, Castrocaro, Castel Gan dolfo, Castelsardo, ecc.). Molte città europee sono nate dove sorgeva anticamente un accampamento romano (Augusta Taurinorum, Augusta Praetoria, Vindobona, Argentoratum…)

Il trionfo Un comandante romano in carica, vincitore di una guerra in cui fossero morti più di cinquemila nemici, aveva diritto al trionfo, il massimo riconoscimento concesso da Roma alla gloria militare. Si trattava di una processione solenne che in età classica percorreva nella capi tale un itinerario prestabilito che terminava al tempio di Giove sul Campidoglio. Qui si compivano i sacrifici rituali e si allestiva il banchetto conclusivo.

Il corteo era aperto dai senatori e dai magistrati, seguiti dai suonatori di trombe e di corni e dai portatori di torce e di stendardi; venivano poi i carri con il bottino di guerra e i prigionieri incatenati, destinati ad essere venduti come schiavi o ad essere uccisi nel caso si trattasse di re, regine o personaggi illustri. Il triumphator, cioè il generale vittorioso, avanzava su una quadriga, indossando la toga picta, ornata di porpora e d’oro, reggendo in mano lo scettro; uno schiavo gli teneva sul capo una corona d’alloro e mormorava formule di buon augurio. Spesso il vincitore era accompagnato dalla sua famiglia. In coda venivano i soldati che gridavano la formula tipica “Io triumphe!”  («Viva il trionfo!»), cantavano carmi di vittoria, ma pronunciavano anche formule di scongiuro e insulti scherzosi alla volta del trionfatore, che non doveva inorgoglirsi troppo per la vitto ria riportata: un eccesso di superbia, infatti, avrebbe potuto scatenare l’ira divina.Dalla fondazione della città fino al regno di Vespasiano (69-79 dC.) furono celebrati a Roma 320 trionfi, che risultano elencati nei Fasti Trionfali, in parte giunti fino a noi. Quando non sussistevano i requisiti per celebrare un

trionfo, il generale vittorioso doveva accontentarsi dell’ovatio («acclamazione, ovazione»), una sorta di  trionfo in tono minore.

L’organizzazione dell’esercito romano

Secondo la tradizione, Romolo fu il primo organizzatore dell’esercito. L’ordinamento militare regio prevedeva l’impiego di 3000 fanti e 300 cavalieri, riuniti in un’unica legione; successivamente, in rapporto alle esigenze militari, tale contingente venne via via aumentato. il servizio militare era obbligatorio per tutti i cittadini liberi maschi adulti, senza eccezioni, con modalità che variavano a seconda del ceto di appartenenza.

All’inizio del IV secolo a.C. avvenne una riorganizzazione militare allo scopo di rendere più funzionale lo schieramento e vennero fissati i tre corpi principali dell’esercito (cavalleria, fanteria pesante, fanteria leggera). In seguito, nell’età di Mario (Il-I secolo a.C.), il censo non fu più il criterio di arruolamento e vennero inseriti anche i pro/etarii o capite censi, cioè coloro che disponevano solo della prole e di se stessi come ricchezze: essi potevano trovare nella milizia una fonte di guadagno. Un vero e proprio esercito permanente fu allestito da Augusto, per far fronte alle necessità militari del grande imperium che era venuto formandosi. In età imperiale la necessità di tenere in efficienza contemporaneamente piu eserciti comportò arruolamenti anche nelle province fuori d’italia.

LA LEGIONE La legione (legio) era l’unità tattica dell’esercito romano. Essa era ripartita in dieci coorti (cohortes). Ogni coorte era a sua volta formata da tre manipoli (manipuli) e ogni manipolo da due centurie (centuriae). Comandanti in capo erano, in età repubblicana, i consoli o il dittatore. I consoli affidavano spesso il comando delle legioni ai luogotenenti (legati). Nella gerarchia militare, subito dopo consoli e legati, venivano i tribuni militari; ufficiali subalterni di nomina tribunizia erano poi i centurioni. Ogni legione aveva per insegna un’aquila d’oro ad ali spiegate, collocata in cima ad un’asta e portata dagli uomini migliori, che ritenevano atto empio lasciarla cadere nelle mani dei nemici. Dinanzi all’insegna, considerata oggetto sacro, i soldati facevano il giuramento militare. Nello schieramento di battaglia gli appartenenti alla legione, suddivisi in fanti (pedites) e cavalieri (equites), erano disposti secondo uno schema prestabilito.

LA FANTERIA La fanteria pesante veniva ordinata su tre linee (acies), costituite ciascuna da dieci manipoli disposti a scacchiera . La prima linea era formata dagli hastati, reclutati tra i soldati più giovani; la seconda dai principes , soldati più esperti; la terza dai triarii, i veterani chiamati pilani perché portavano il pilum (lancia). I legionari vestivano una tunica lunga fino al ginocchio e portavano un drappo (sagum) allacciato sulla spalla destra: il sagum era rosso per i soldati, scarlatto per gli ufficiali, più ampio e ricco di ornamenti (paludamentum) per il comandante supremo. Hastati, principes e triarii acquisirono nel tempo un’armatura quasi uguale: elmo (galea), scudo (scutum), schinieri (ocrae) come armi difensive; spada (gladius), due lance (pilum/i) per i triarii e l’hasta (lunga asta da urto) per gli hastati come armi offensive. Davanti al fronte della fanteria pesante, nel momento dell’attacco, veniva disposta in ordine sparso la fanteria leggera (velites).

LA CAVALLERIA I 300 cavalieri appartenenti a ciascuna legione erano suddivisi in cinque squadroni . Il contingente di cavalleria in battaglia poteva essere variamente schierato. A poco a poco la cavalleria romana venne scomparendo, perché i cittadini più ricchi, che originariamente la costituivano, preferirono dedicarsi a più redditizie attività civili, I reparti di cavalleria allora furono forniti soprattutto dagli alleati e costituirono corpi distinti che presero il nome di alae e non fecero più parte della legione.

LA TECNICA I combattimento era iniziato dai velites che provocavano il nemico con il

DEL COMBATTIMENTO lancio di giavellotti e di pietre. Nel frattempo i tre ordini dei legionari sta

vano immobili: gli hastati e i principes in piedi, i triarii in ginocchio coperti dallo scudo, con e lance appoggiate a terra. Una volta iniziata la battaglia, i velites si ritiravano sui fianchi e negli intervalli dei manipoli, oppure arretravano dietro ai triarii. Entravano in azione gli hastati, correndo all’assalto; arrivati a quindici passi dal nemico scagliavano una sola lancia ciascuno (tenevano la seconda per non rimanere privi di un mezzo di difesa nel momento dell’attacco della cavalleria nemica), poi si impegnavano in un combattimento corpo a corpo con la spada. Se il nemico era messo in fuga, l’inseguimento era compito dei velites e dei cavalieri. Talora drappelli di velites erano portati in groppa dai cavalieri e lasciati a terra là dove fosse opportuno combattere.