Sintesi dell'Odissea

Si veda anche la sintesi contenuta al seguente indirizzo: http://www.sullacrestadellonda.it/mitologia/ulisse.htm

LIBRI I-IV

 Nei primi quattro libri dell’Odissea si narra dell’intervento di Atena nella vita di Telemaco, figlio di Odisseo, e di come questa lo convinca a mettersi alla ricerca del padre, che non aveva ancora fatto ritorno ad Itaca dopo la vittoria a Troia. Atena arruola così  venti compagni e li imbarca su una nave insieme a Telemaco; questi approda a Pilo dove incontra Pisistrato, figlio del saggio eroe Nestore,  il quale gli racconta della sorte dei diversi capi achei, rassicurandolo che il suo viaggio andrà bene: Atena non può averlo abbandonato, vista la benevolenza di Odisseo verso la dea della saggezza. In seguito i due giovani si recano alla corte di Menelao, che rivela a Telemaco come il padre si trovi prigioniero di Calipso presso l’isola di Ogigia. Intanto ad Itaca i Proci stanno programmando una trappola per togliere di mezzo Telemaco e prendere in sposa Penelope, moglie di Odisseo, la quale ancora spera nel ritorno del marito ma  vengono  scoperti.

Nella seconda parte del poema si narra di Odisseo alla corte di Alcìnoo, re dei Feaci, dove è giunto dopo aver lasciato la ninfa Calipso per ordine degli dei ed essere stato vittima di un naufragio dovuto all’ira di Poseidone. Qui il re di Itaca narra le sue avventure dopo la partenza da Troia e cioè  nell’ordine il suo arrivo e permanenza nei seguenti luoghi:

1) Troia  2) Tracia (Ciconi)  3) Africa (Lotofagi)  4-10 Si veda la cartina sotto  11) Ogigia (Calipso)  12) Corfù (Feaci) 13) Itaca

In linea di massima: 4) Sicilia (Polifemo e i Ciclopi)  5) Isole Eolie (Eolo)  6) Sardegna (Lestrigoni)  7) Basso Lazio (promontorio Circeo isola Eea) Circe 8) Campania Inferi (oppure regione immaginaria in cui Ulisse si sarebbe recato per incantesimo della maga)
9) Isola delle Sirene  10) Stretto di Messina (Scilla e Cariddi)  e uccisione delle vacche sacre al Sole in Sicilia


NOTA BENE I luoghi citati nell’Odissea coincidono solo parzialmente con luoghi realmente esistenti; varie sono le proposte degli studiosi sulla collocazione delle tappe del viaggio di Ulisse.  Qualcuno, come  lo studioso Felice Vinci , propone addirittura che si sia svolto nel Mar Baltico  o nell’Atlantico

– le coste della Tracia, dove un gran numero dei compagni di Ulisse viene trucidato dai Ciconi;
– il paese esotico dei Lotofagi, i cui abitanti si cibano di foglie di loto, che hanno il potere di cancellare la memoria;
– nella terra dei Ciclopi, dove incontrano il ciclope Polifemo, figlio di Poseidone, che uccide sei greci;

– l’isola di Eolo, sulla quale Ulisse riceve in dono dal dio omonimo un otre contenente tutti i venti “negativi” ad eccetto di Zefiro, che lo aiuterà a tornare ad Itaca;
– la terra dei Lestrigoni, ancora più crudeli e selvaggi dei Ciclopi, dove vengono distrutte tutte le navi della flotta, eccetto quella di Odisseo;
– l’isola di Eea, dove incontra la maga Circe, che trasforma tutto l’equipaggio in maiali;

– le coste della Campania oppure, secondo altri, la terra dei Cimmeri,

mitica terra oltre l’Oceano – collocata forse nell’estremo settentrione – perennemente avvolta dalle nebbie, dove non arriva mai il sole. Su indicazione di Circe, Ulisse nel suo peregrinare per mare, vi si reca con i suoi compagni, per la nékyia (= l’evocazione dei morti).

Ulisse scende  nell’Ade, dove rivede sua  madre, Achille, Agamennone ed un suo compagno morto tra le fauci di Polifemo;

 

nuovamente il  mare, dove incontra le pericolose Sirene che, con il loro canto, costituiscono un pericolo mortale per i naviganti;

– il pericoloso passaggio successivo è il presunto attraversamento dello stretto di Messina, dove i naviganti sfuggono non senza difficoltà agli attacchi dei mostri Scilla e Cariddi;

– i superstiti, sbarcati in Sicilia, contravvenendo gli ordini uccidono per nutrirsene i bovini sacri ad Apollo si scatenerà una tempesta alla quale sopravviverà solo Ulisse, che sarà sbattuto dalle onde nei pressi dello stretto di Gibilterra. Qui risiederà qualche anno presso la ninfa Calypso, che lo lascerà andare solo dopo aver ricevuto un ordine esplicito degli dei.

 

Ulisse scende  nell’Ade, dove rivede sua  madre, Achille, Agamennone ed un suo compagno morto tra le fauci di Polifemo;

– il pericoloso passaggio successivo è il presunto attraversamento dello stretto di Messina, dove i naviganti sfuggono non senza difficoltà agli attacchi dei mostri Scilla e Cariddi;

– i superstiti, sbarcati in Sicilia, contravvenendo gli ordini uccidono per nutrirsene i bovini sacri ad Apollo si scatenerà una tempesta alla quale sopravviverà solo Ulisse, che sarà sbattuto dalle onde nei pressi dello stretto di Gibilterra. Qui risiederà qualche tempo presso la ninfa Calypso, che lo lascerà andare solo dopo aver ricevuto un ordine esplicito degli dei.

LIBRI  XIII-XXIV
Nella terza parte del poema si narrano le vicende degli ultimi quaranta giorni del viaggio di Odisseo:
– il ritorno in patria con una nave prestata ad Ulisse dal re dei Feaci;
– il travestimento da vecchio mendicante per osservare la situazione al palazzo reale di Itaca senza rischiare di essere scoperto
– il riconoscimento di Ulisse da parte di Telemaco,  del suo vecchio cane Argo e dalla sua vecchia nutrice Euriclea;
– gli oltraggiosi insulti da parte dei Proci nei confronti di Ulisse in incognita e la successiva gara con l’arco contro questi;
– l’uccisione dei Proci e delle ancelle traditrici;
– l’incontro con Penelope, che ancora mette in dubbio l’identità dello stesso Odisseo. Il poema si conclude, infine, narrando la pace stipulata con  le famiglie dei Proci da parte di Odisseo, finalmente accettato come re di Itaca.

Riassunto del libro XXII:

Dopo aver osservato la situazione a palazzo, Ulisse, nelle sembianze di un vecchio mendicante presunto indovino, partecipa ad una gara di forza e di abilità, organizzata dalla stessa Penelope, moglie di Odisseo: la gara consisteva nel tendere la corda dell’arco di Ulisse; chi fosse stato in grado di scoccare una freccia e di farla attraversare diversi anelli, avrebbe ottenuto la mano della bella Penelope. Nessuno dei Proci, però, riuscì nell’impresa, così il vecchio mendicante volle tentare e, suscitando stupore ed ira nei Proci, tese l’arco e scoccò una freccia facendola passare all’interno di ogni anello. Mostratosi, così, ai Proci, Odisseo, con l’aiuto del figlio Telemaco, di Zeus, di Atena, di Eumeo e di Filezio, iniziò a scagliare frecce, uccidendo dapprima Antinoo e di lì il resto dei Proci, respèingendo ogni proposta di pacificazione e risarcimento. La lotta ha presto fine, unici superstiti sono Frenio, il rapsodo, e Medonte, l’araldo dei proci: nessuno dei due ha partecipato alla spoliazione del regno, né tanto meno hanno insultato  Ulisse.
Euriclea ha udito il rumore della battaglia, Telemaco la conduce davanti al padre, in piedi nella grande sala con i suoi due servitori. L’ancella vorrebbe gridare la sua gioia, ma Ulisse la ferma. Le chiede invece di portare tutte le serve infedeli, che puliranno la sala e porteranno via i cadaveri. Terminato il lavoro, verranno uccise tutte, Telemaco stesso le impiccherà. Anche Melanzio, il porcaio infedele al re Ulisse, verrà ucciso. Dopodiché la sala sarà purificata con zolfo e fuoco.”

 (confronta il testo con quanto accade nella nostra società)

Testo originale:

Surse e spogliossi de’ suoi cenci Ulisse,
E sul gran limitare andò d’un salto,
L’arco tenendo e la faretra. I ratti
Strali, onde gravida era, ivi gittossi
Davante ai piedi, e ai proci disse: «A fine
Questa difficil prova è già condotta.
Ora io vedrò, se altro bersaglio, in cui
Nessun diede sin qui, toccar m’avviene,
E se me tanto privilegia Apollo».
Così dicendo, ei dirigea l’amaro
Strale in Antinoo. Antinoo una leggiadra
Stava per innalzar coppa di vino
Colma a due orecchie, e d’oro: ed alle labbra
Già l’appressava: né pensier di morte
Nel cor gli si volgea. Chi avrìa creduto
Che fra cotanti a lieta mensa assisi
Un sol, quantunque di gran forze, il nero
Fabbricar gli dovesse ultimo fato?
Nella gola il trovò col dardo Ulisse,
E sì colpillo, che dall’altra banda
Pel collo delicato uscì la punta.
Ei piegò da una parte e dalle mani
La coppa gli cadé: tosto una grossa
Vena di sangue mandò fuor pel naso;
Percosse colle piante, e da sé il desco
Respinse; sparse le vivande a terra;
Ed i pani imbrattavansi e le carni.
Visto Antìnoo cader, tumulto i proci
Fêr nella sala, e dai lor seggi alzâro,
Turbati raggirandosi, e guardando
Alle pareti qua e là: ma lancia
Dalle pareti non pendea, né scudo.
Allor con voci di grand’ira Ulisse
Metteansi a improverare: «Ospite, il dardo
Ne’ petti umani malamante scocchi;
Parte non avrai più ne’ giuochi nostri:
Anzi grave ruina a te sovrasta.
Sai tu che un uomo trafiggesti ch’era
Dell’Itacense gioventude il fiore?
Però degli avoltoi sarai qui pasto».
Così, pensando involontario il colpo,
Dicean: né s’avvedean folli, che posto
Ne’ confini di morte avean già il piede.
Ma torvo riguardolli, e in questa guisa
Favellò Ulisse: «Credevate, o cani,
Che d’Ilio io più non ritornassi, e intanto
La casa disertar, stuprar le ancelle,
E la consorte mia, me vivo, ambire
Costumavate, non temendo punto
Né degli dèi la grave ira, né il biasmo
Permanente degli uomini. Ma venne
La fatale per voi tutti ultima sera».
Tutti inverdiro del timore, e gli occhi,
Uno scampo a cercar, volsero intorno.
Solo, e in tal forma, Eurimaco rispose:
«Quando il vero tu sii d’Itaca Ulisse
Fra noi rinato, di molt’opre ingiuste,
Che sì nel tuo palagio e sì ne’ campi
Commesse fûro, ti quereli a dritto.
Ma costui, che di tutto era cagione,
Eccolo in terra, Antìnoo. Ei dell’ingiuste
Opre fu l’autor primo: e non già tanto
Pel desiderio delle altere nozze,
Quanto per quel del regno, a cui tendea,
Insidïando il tuo figliuolo: occulte
Macchine, che il Saturnio in man gli ruppe.
Poiché morto egli giace, alla tua gente
Perdona tu. Pubblica emenda farti
Noi promettiamo: promettiam con venti
Tauri ciascun e con oro e con bronzo,
Quel vôto rïempir, che ne’ tuoi beni
Gozzovigliando aprimmo; in sin che il core
Alla letizia ti si schiuda, e sgombri
L’ira, onde a gran ragione arse da prima».
Bieco mirollo, e replicògli Ulisse:
«Dove, Eurimaco, tutte ancor mi deste
L’eredità vostre paterne, e molti
Beni stranieri vi poneste accanto,
Io questa man non riterrei dal sangue,