Appunti sulla cosmogonia

Cosmogonia

www.k6n.net/mitologia/cosmogonia.htm

per un’ampia rassegna di miti cosmogonici si veda il sito
http://it.wikipedia.org/wiki/Creazione_(teologia)

La Cosmogonia in mitologia rappresenta l’insieme dei miti sull’origine dell’universo.

L’obiettivo di queste letture, insieme a quelle condotte sul libro di testo,  è quello di dimostrare che esisto non solo differenze ma anche  analogie tra varie cosmogonie e numerosi aspetti della divinità presenti nelle diverse religioni.
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I miti cosmogonici riguardano in particolare l’origine della Terra e dei corpi celesti, ma possono comprendere tutto ciò che, vivente o meno, si trova nell’universo. Non di rado tali miti non implicano una generazione dal nulla, ma presuppongono l’unione o combinazione di elementi preesistenti, o la loro separazione da un amalgama indistinto. Rappresentazioni del cosmo increato sono ricorrenti in tradizioni mitologiche diverse, che lo raffigurano come un vuoto, un’oscurità, un mare, un caos di elementi informi, una figura umana o un “uovo cosmico” contenente ogni cosa in forma embrionale.Talvolta l’origine del mondo è spiegata come il frutto di un accoppiamento, ad esempio quello di Urano, il cielo, con Gea, la Terra (la quale è infatti non di rado identificata con la Dea Madre, matrice e grembo di tutte le cose), o di una nascita di tipo animale come quella simboleggiata nella figura dell’uovo cosmico, diffusa in molte culture, dalle religioni di Africa, Cina, India, Giappone, Pacifico meridionale all’orfismo greco. In altri miti il creato ha origine dalla separazione o dall’emergere delle cose da un elemento indistinto, come le acque primordiali (anche in questo caso l’identificazione con la gravidanza e il parto è evidente; in un mito dei dogon dell’Africa occidentale si fa riferimento alla “placenta del mondo”) o un mare di latte; un mito polinesiano pone i vari stadi dell’emersione all’interno di una noce di cocco; per i navajo e gli hopi l’emersione indica una progressione verso l’alto da mondi inferiori; nei miti diffusi tra le popolazioni siberiano-altaiche, ma anche in Romania e in India, la creazione scaturisce dall’azione di un animale (tartaruga o uccello) che si tuffa nelle acque primordiali per portare alla superficie un pezzetto di terra che in seguito si espande nel mondo.Un motivo dominante di svariati miti cosmogonici è l’atto sacrificale o cruento: il creato è il frutto di una crisi violenta, quale la lotta tra forze personali o impersonali, o di una morte, come lo smembramento di Prajapati, narrato nei Veda, o del gigante Ymir, ucciso da Odino nella

mitologia nordica.I miti cosmogonici possono riflettere i caratteri ambientali propri di una particolare cultura: in Mesopotamia il timore di inondazioni provocate dal Tigri e dall’Eufrate aveva conferito all’azione delle acque un ruolo importante, tanto che esse, personificate dalla dea Nammu, erano poste all’origine degli dei e del cosmo. Talvolta le cosmogonie ricalcano simbologie alimentari, come nel mito del mare di latte, da cui gli dei dell’India ricavarono i tesori del mondo frullandolo come per farne burro, o nei miti cinesi e vietnamiti, nei quali il mondo viene modellato come un pane di riso e il cielo lo contiene come una ciotola.

Nel testo di Carlo Ginzburg “Il formaggio e i vermi” si racconta la storia del contadino Domenico Scandella (Menocchio) vissuto nel 500 nel Friuli condannato a morte per eresia. Una delle ragioni della condanna era il fatto che egli andava raccontando in giro una sua singolare versione della genesi, che attingeva ad alcuni racconti del poeta latino Ovidio e ad altri, di origine ignota ma singolarmente simili a quelli descritti sopra. Egli confessò agli inquisitori di Pordenone:

<< Io ho detto che quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos…et quel volume andando così fece una massa, aponto (= appunto)  come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorono vermi, et quelli furono li angeli…..e tra quel numero di angeli ve era ancho Dio, creato anchora lui da quella massa in quel medesimo tempo…>>.  Dio avrebbe poi messo ordine nel mondo. Forse è possibile vedere in questa teoria un’eco della Divina Commedia, che Menocchio aveva letto, infatti nel ventesimo canto del Purgatorio si sostiene che gli esseri umani sono “…vermi / nati a formare l’angelica farfalla”.

Cosmogonia greca

(riduzione da http://www.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/nascita_mondo/)

Gli antichi greci raccontano che all’inizio esisteva solo lo spazio cosmogonico vuoto e senza fine. Non esistevano le stelle. Non esisteva la terra. Non esisteva alcuna cosa del creato. ERA SOLO IL CAOS, senza forma, al di là del tempo e dello spazio.  All’improvviso dal Caos apparve Gea, la madre terra, principio di vita e madre degli uomini e della stirpe divina, prima realtà materiale della creazione. Dopo di lei apparvero Eros l’amore;  il Tartaro luogo di punizione delle anime malvagie;  l’Erebo la notte. GEA GENERO’ DA SOLA URANO il cielo (che feconda la terra con una pioggia benefica) con il quale si unì e dalla cui unione nacquero i dodici Titani, sei maschi  e sei femmine , i tre Ecatonchiri, mostri con cinquanta teste e cento braccia; i tre Ciclopi tutti con un solo occhio in mezzo alla fronte. GENERO’ DA SOLA ANCHE PONTO, il mare.Urano, disgustato dall’aspetto mostruoso dei suoi figli, i Giganti, gli Ecatonchiri e i Ciclopi,  e ossessionato dall’idea che potessero privarlo un giorno del dominio dell’universo, li  fece sprofondare al centro della terra. Gea, triste e irata per la sorte che il suo sposo aveva destinato ai figli, decise di reagire. Costruì, all’insaputa di Urano, una falce con del ferro estratto dalle sue viscere e radunati i suoi figli, chiese a tutti di ribellarsi al padre. Uno solo, il più giovane osò seguire il consiglio della madre, il titano Crono che armato dalla madre, si nascose nella Terra ed attese l’arrivo del padre, ferendolo con la falce. Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita fece nascere le Erinni divinità infernali; le ninfe protettrici delle greggi; i Giganti creature gigantesche dalla forza spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgitrice della natura quali i terremoti e gli uragani. Urano, riuscì però a scappare lontano e da allora mai più si avvicinò alla terra, sua sposa. Iniziò così il REGNO DI CRONO. La prima cosa che fece  fu quella di liberare i suoi fratelli dalla prigionia alla quale il padre li aveva relegati ad eccezione dei Ciclopi e degli Ecatonchiri nei confronti dei quali nutriva seri dubbi sulla loro lealtà nei suoi confronti. Questo fu un grave errore da parte sua, errore che, negli anni a venire, gli sarebbe costato molto caro. Per continuare l’opera della creazione Crono, scelse come sposta  Rea (una dei Titani), sua sorella. Sotto il regno di Crono la terra conobbe l’età dell’oro ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino iniziò a divorare i suoi figli non appena nascevano, tenendoli così prigionieri nelle sue viscere.

Rea, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito Zeus, si recò da Crono e anziché presentargli il figlio, gli consegnò un masso avvolto nelle fasce che Crono ingoiò senza sospettare nulla.

Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte Ida nell’isola di Creta e affidato alle cure delle ninfe, allattato dalla capra Amaltea e nutrito dal miele di un’ape divina, mentre un’aquila gli portava il nettare dell’immortalità. I suoi pianti erano coperti dai sacerdoti Cureti che battevano i loro scudi con verghe di ferro per impedire a Crono di sentire i suoi vagiti.

Rea che consegna a Crono una pietra al posto di Zeus

Quando fu grande a sufficienza Giove salì in cielo e con l’inganno fece bere a Crono una speciale bevanda che gli fece vomitare i figli divorati.  Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni che vide da una parte Crono, al cui fianco si schierarono i Titani e dall’altra Zeus, al cui fianco c’erano tutti i suoi fratelli. Entrambe le parti si battevano senza esclusione di colpi. La terra era devastata dai Titani che con la loro forza cambiavano i contorni della terra, distruggendo montagne scagliandole contro l’Olimpo, il monte più alto della Grecia, dove Zeus ed i suoi fratelli avevano stabilito il proprio regno.

Ciclopi che lavorano nella fucina di Efesto – Rilievo antico La guerra sarebbe andata avanti ancora per parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un’alleanza con loro. I Ciclopi, per ripagare Zeus di avergli reso la libertà fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno dalla cima dell’Olimpo: le folgori.

Zeus liberò anche gli Ecatonchiri, che con le loro cento braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita di massi contro gli alleati di Crono e che, assieme alle folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale.

Sulla sorte che Zeus riservò al padre Crono ci sono diverse ipotesi. Secondo alcuni gli fu concesso di regnare nelle isole dei Beati, ai confini del mondo. Secondi altri, fu condotto a Tule, estremità del mondo e sprofondato in un magico sonno secondo;  altri ancora fu incatenato nelle più profonde viscere della terra. Certa è invece la sorte che fu destinata ai Titani: furono incatenati nel Tartaro, e la loro custodia fu affidata agli Ecantonchiri.

La nascita dell’Universo secondo i Veda

Rielaborazione semplificata del testo: Unità e molteplicità del divino nel Rg-Veda
di Giovanni Monastra da «Vie dalla Tradizione», n. 10, 1980
http://www.estovest.net/tradizione/rgveda.html

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Ancora ai nostri giorni si mostra assai radicata l’idea (meglio sarebbe dire: il pregiudizio) che le prime forme di religione abbiano saputo esprimere solo un rozzo e ingenuo politeismo antropomorfico, dal quale furono esenti solo gli Ebrei, l’unico popolo monoteista fin dalle sue origini, secondo un abusato luogo comune.
Molti studiosi  hanno mostrato come alle origini di ogni vera tradizione vi sia stata chiara l’idea, anzi la “percezione”, dell’Unità del Divino.
Ne sono testimonianza i Veda, un’antichissima raccolta in sanscrito di testi sacri dei popoli arii che invasero. l’India settentrionale nel corso del  XX secolo a.C, scritti in un lunghissimo arco di tempo che va dal 2000 al 500 a.C. circa. Sono suddivisi in diversi raccolte in cui si trattano argomenti filosofici, preghiere e racconti mitologici insieme alla descrizione di riti religiosi. A nostro parere, il Rg-Veda, la più antica raccolta di inni sacri degli Indiani, racchiude “in nuce” tutta la metafisica e la religione di quel popolo, che però presenta un legame con la spiritualità di tutte le stirpi indoeuropee. (vedi testo pdf).

Si può dimostrare piuttosto che le divinità presenti nel Rg-Veda sono assai antiche; gli inni scritti derivano dall’elaborazione raffinata di componimenti poetici tramandati oralmente per secoli (la tradizione orale precede sempre quella scritta) tra le popolazioni che poi avrebbero invaso quel paese. In un trattato di alleanza, del 1376 a.C., scritto su tavolette cuneiformi, trovate a Boghaz-Koi (Cappadocia), stipulato fra i signori di due popoli indoeuropei, Ittiti e Mitanni. Questi ultimi giuravano sulle divinità “Mitrashil”, “Arunashshil”, “Indara”, equivalenti a Mitra, Varuna e Indra presenti nel Rg-Veda. L’importanza e il rango di questi déi dimostra che essi dovevano da tempo rappresentare il centro del culto di quelle popolazioni. Una prova indiretta della loro antichità deriva poi dagli studi di G. Dumézil sulla tripartizione del mondo soprannaturale tra gli indoeuropei. Tale struttura, di triadi divine, la si ritrova infatti tra i Germani, i Romani (triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva), gli Indiani (Brahma, Shiva, Vishnù).
Quindi la visione generale del Sacro nelle forme da noi conosciute, doveva già essere presente prima che iniziasse la dispersione degli indoeuropei dalle loro sedi

originarie, nell’Europa centro-settentrionale, tra la Vistola e il Weser, i Sudeti e il Mare del Nord. Tale limite ci riporta ad un periodo anteriore al 2500 a.C., data di

inizio delle migrazioni.
Ritornando al Rg-Veda (da Veda: sapere – Rg: versi di lode), esso consta di 1028 inni agli déi, raggruppati in dieci cicli. Si pensa sia stato scritto verso l’800 a.C., fissando cosi una tradizione orale che veniva da lontano. Afferma la tradizione indù  che il messaggio espresso nel Rg-Veda fin dalle origini del mondo fu “visto”, intuito,  dai sapienti (rsi) per mezzo delle loro capacità soprannaturali, e quindi trasmessa ai fedeli.
Le principali divinità che appaiono nel Rg-Veda sono Mitra, Varuna, Indra, Agni, Aditi, Rudra, accanto alle quali troviamo molte altre deità, oltre che demoni e geni.
E’ importante  sottolineare i punti in cui viene affermata la loro fondamentale unità, al di là e oltre le differenziazioni. Analizziamo quindi i brani più significativi del Rg-Veda. L’Inno cosmogonico (X libro) ci presenta le fasi della creazione, o meglio della manifestazione.

“Allora non c’era il non-essere, non c’era
l’essere; non c’era l’atmosfera, né il cielo, (che è)
al di sopra. Che cosa si muoveva? Dove? sotto la
protezione di chi? che cosa era l’acqua (del mare)
inscandagliabile, profonda?
Allora non c’era la morte, né l’immortalità;
non c’era il contrassegno della notte e del giorno.
Senza (produrre) vento respirava per propria forza
quell’Uno [tad ékam: genere neutro]; oltre di lui non
c’era niente altro.
Tenebra ricoperta da tenebra era in principio:
tutto questo (universo) era un ondeggiamento
indistinto. Quel principio vitale che era
serrato dal vuoto, generò se stesso (come l’Uno)
mediante la potenza del proprio calore.
Il desiderio nel principio sopravvenne
a lui, il che fu il primo seme (manifestazione)
della mente. I saggi trovarono la connessione
dell’essere nel non-essere cercando con riflessione
nel loro cuore2).
Trasversale fu tesa la loro corda: vi fu un
sopra, vi fu un sotto? vi erano fecondatori, vi
erano potenze: sotto lo stimolo, sopra l’appagamento.
Chi veramente sa, chi può qui spiegare donde
è originata, donde questa creazione? Gli déi sono
al di qua (posteriori) della creazione di questo
(mondo) ; perciò chi sa donde essa è avvenuta?
donde è avvenuta questa creazione, se l’ha
prodotta o se no, colui, che di questo (mondo) e il
sorvegliatore [il divino in forma personale, n.d.r.] nel cielo supremo.
egli certo lo sa se pur non lo sa”.

Prima di procedere ad una analisi dei brani, è bene precisare che non siamo di fronte all’unico canto in cui vengono enunciati principi decisamente non politeisti. Infatti nel Rg-Veda, mentre troviamo una continua enumerazione di déi, vediamo sempre riaffermata la loro natura comune, riconducibile ad un unico Principio.
Nell’Inno Cosmogonico, poc’anzi trascritto, troviamo subito affermata l’unicità della Causa Prima di tutto il manifestato e il non manifestato (ossia ciò che è potenziale, virtuale). L’Uno precede metafisicamente ogni polarità e separazione, e proprio per questa assoluta mancanza di dualità viene definito col genere neutro (ékam), piuttosto che col maschile. L’Uno quindi contiene in sé tutto poiché “oltre di lui non c’era nient’altro”. Lo Spirito “è tutto questo [universo], ciò che fu e ciò che sarà… un quarto di lui sono tutti gli esseri, tre quarti di lui è l’immortale” (X, 90,
Come inizia il processo che porta alla manifestazione? L’inno Cosmogonico insegna che prima si ebbe il non-essere, che non è il nulla ma l’insieme delle virtualità, il non-determinato, e da questo nacque l’essere, come si legge anche in X, 72, 2. Apparve quindi la polarità per separazione (la corda): sopra e sotto,  desiderio e appagamento. Sono i due archetipi opposti, ma anche complementari, il maschile e il femminile, la cui unione dà come frutto la manifestazione del cosmo. In analogia potremmo ricordare i due principi della metafisica cinese, yin e yang.
Gli déi, poi, vengono espressamente indicati come “posteriori” alla creazione: ciò va notato. Le divinità vediche, infatti, non esistono da sempre, ma sono nate, mentre eterno è solamente l’Uno, principio di tutto. Solo partendo dalla coincidenza degli opposti, coincidenza che si realizza ad un livello superiore rispetto a quello della “opposizione”, si può risolvere il problema. Ad esempio, Indra (che scaglia fulmini come Giove) e la Serpe, suo nemico per eccellenza, sono figli di Tvastar, cioè derivano da un identico principio, preminente e superiore rispetto ad essi. Non bisogna, infatti, dimenticare che, secondo tutte le tradizioni, esiste un fondamentale principio analogico che unisce microcosmo, cioè l’uomo, e macrocosmo, e quindi pone un profondo nesso tra quanto avviene sul piano spirituale in noi e quanto si manifesta allo stesso livello dietro le quinte del grande scenario del mondo.

Shiva
http://it.wikipedia.org/wiki/Shiva


Tempio di Shiva a Bangalore, India.

Siva, anche detto Shiva è uno degli aspetti di Dio per la religione induista, nonché la terza Persona della Trimurti (detta anche, Trinità indù, composta da Brahma (creazione), Vishnu (conservazione) e Shiva), all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore. Poche rappresentazioni della Divinità risultano complesse e ricche di significati come quella di Shiva; tale figura ha origini antichissime e nel corso del tempo ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando valenze e significati talvolta in netta contraddizione tra di loro. Si tratta di una deità molto importante all’interno dell’Induismo, e anche molto discussa,[senza fonte] dal momento che le varie scuole di pensiero induiste non concordano sulla sua natura, sulla sua grandezza o sul suo potere. Come si è visto, la figura di Shiva nel corso del tempo ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando vari aspetti e significati, a volte in palese contraddizione tra di loro. Egli è il più calmo e perfetto tra gli asceti, ma è anche lo sfrenato e sensuale danzatore cosmico; è la forza che dissolve e distrugge i mondi, ma anche quella che li rigenera, li preserva e li sostiene; è lo spietato genitore che taglia la testa al figlio, ma anche colui che accettò di bere un terribile veleno per salvare l’umanità.Questa tipica tendenza induista a racchiudere in un’unica figura concetti tra loro opposti e complementari, rende difficile – se non impossibile – descrivere unitariamente tutte le simbologie di cui Shiva è portatore, e quindi si rende necessario trattare ogni aspetto singolarmente. La consorte di Shiva è Parvati, una forma di Devi, l’aspetto femminile e materno di Dio che si manifesta in aspetti differenti. In pratica, se Shiva rappresenta l’aspetto personale di Dio, Parvati è l’energia divina (detta anche Shakti) che da lui scaturisce, generando gli universi materiali e determinandone la trasformazione.
Nandi è il nome della mitica cavalcatura di Shiva. Si tratta di un toro di colore bianco (simbolo di purezza, si veda anche la civiltà cretese), le cui quattro zampe rappresentano la Verità, la Rettitudine, la Pace e l’Amore.Più che un semplice veicolo, Nandi si può considerare il costante e immancabile compagno di Shiva in tutti i suoi spostamenti; tant’è che in qualsiasi tempio dedicato a Shiva, di fronte al santuario principale, la presenza di una scultura di Nandi è una delle caratteristiche essenziali. Così come per Garuda, la grande aquila veicolo di Vishnu (si veda l’infanzia di Giove), nel corso dei secoli Nandi ha acquisito un’importanza sempre maggiore, fino ad entrare nel pantheon induista come divinità a sé stante; infatti sono presenti in India vari templi dedicati esclusivamente a lui.Nella simbologia induista, il toro simboleggia sia la forza che l’ignoranza; il fatto che Shiva utilizzi il toro come veicolo, rappresenta l’idea che questa figura divina rimuova l’ignoranza e allo stesso tempo conceda la forza della saggezza ai suoi devoti. In termini simbolici, la raffigurazione di un toro accanto a Shiva sta ad indicare che, ovunque sia presente Dio, sono presenti anche rettitudine, purezza e giustizia.

La dimora di Shiva Numerose vicende narrate nelle Upanishad e nei Purana narrano che Shiva abbia la sua dimora sul Monte Kailasa (considerato essere lo stesso monte Kailasa al confine India-Tibet, vicino al lago Manasorovar), in Himalaya, oppure sul monte Arunachala. (si veda il Monte Olimpo, il monte Sinai…)

Avatar di Shiva Tradizionalmente, a differenza di Vishnu, Shiva non ha veri e propri avatar. Questo è dovuto al fatto che, mentre Vishnu discende nel mondo attraverso i suoi Avatar, Shiva è nel mondo, manifesto attraverso tutte le forme vitali.

Shiva è una delle più antiche divinità pre-vediche, e le sue origini sono da ricercarsi negli inni dei Veda i testi sacri induisti più antichi, all’interno dei quali sembra comparire inizialmente con il nome di Rudra, il fiammeggiante. Rudra, il deva della tempesta, viene normalmente raffigurato come una divinità feroce e distruttiva i cui terribili dardi causano morte e malattie agli uomini (si confronti con l’epidemia che colpisce i greci all’inizio dell’Iliade)  e alle bestie. Rudra è attualmente uno dei nomi di Shiva.

Statua situata in Rishikesh, India.
Shiva viene spesso rappresentato
nel suo aspetto ascetico.

Il Signore della Danza

Una statuetta di Shiva nella sua forma di danzatore cosmico.

Shiva è anche chiamato Nataraja, il Signore della Danza, la cui danza cosmica, detta Tandava, è ciò tramite cui l’universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. Essa è simbolo dell’eterno mutamento della natura, dell’universo manifesto, che attraverso una danza scatenata Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di un numero infinito di corpi celesti.

Il luogo in cui questa danza si compie viene chiamato Chidambaram: comprendendo macrocosmo e microcosmo come un’unica realtà, il centro della danza universale di Shiva viene definito essere il cuore (fisico e spirituale) dell’uomo. In questo senso il suono dei tamburi (simbolo dell’Aum, quindi della creazione), che Shiva produce ballando, viene identificato con il battito del cuore, che determina la vita. In questa visione monista, l’identificazione tra macrocosmo e microcosmo evidenzia la medesima natura dell’individuale e dell’Universale.

Nei bhajan shivaiti più energici, ricorrono spesso alcune parole sanscrite che non sono letteralmente traducibili in altre lingue, come ad esempio Dhim / Dhimmi, Dam / Damma, Dhimmita, Dhimmitaka. Queste parole non hanno un significato letterale preciso, ma sono più propriamente delle onomatopee, che rappresentano il suono dei tamburi (damaru) e delle cavigliere che si odono quando Shiva esegue l’eterna e incessante danza Tandava.

Formule liturgiche e magiche sono presenti in molti miti e nelle cerimonie devozionali di tutte le religioni.

La creazione del mondo secondo il Buddhismo

Il Buddhismo normalmente ignora le questioni riguardanti l’origine della vita. Il Buddha a questo riguardo disse che congetturare circa l’origine e la fine del mondo conduce ad un irrisolvibile conflitto di opinioni, doloroso, inquietante  e in definitiva privo di una soluzione certa.

Il Buddha (Siddharta Gautama, principe che abbandonò la sua reggia per darsi all’ascetismo, affermò di non avere intenzione di esplicare queste origini perché le stesse non avevano nulla a che fare col suo obiettivo, aiutare gli esseri viventi a liberarsi dalla sofferenza che li affligge e aiutarli a raggiungere l’illuminazione, cioè l’eterna pace.

Nonostante questo in ambito buddista si svilupparono delle teorie cosmogoniche che presentano alcune analogie a quelle indù o a quelle di cui si parla nel primo paragrafo.

La creazione del mondo secondo l’Islam

L’Islam condivide con il Cristianesimo la fede in una creazione del mondo ad opera di Dio, con uno svolgimento temporale: «Veramente il vostro Signore è Allah, che creò il cielo e la terra in sei giorni ed è saldamente stabilito sul trono, a regolare e governare tutte le cose.» [Corano 10:3]

Nell’Islam ogni creazione è attribuita ad Allah (il nome proprio di Dio in arabo). Egli è l’unico Dio per i musulmani. È chiaramente identificato come la “prima causa” in numerosi versetti del Corano. In quanto Creatore ed Eterno, e in considerazione dell’impossibilità della materia bruta (madda) di sussistere senza il Suo continuo intervento, a Lui è attribuita la proprietà di qualsiasi atto creato, ivi compreso quello apparentemente riferibile all’essere umano, il quale ne avrebbe in definitiva il solo possesso (iktisāb)

Seguono tre esempi:[2]

XIII:16 … « Rispondi: “È Dio il Creatore di tutte le cose, è Lui l’Unico, il Vittorioso!” ».
LVII:3 « Egli è il Primo, Egli è l’Ultimo, Egli è il Dispiegato, Egli è l’Intimo, Egli è sovra tutte le cose sapiente ».
CXII:1-2 «Dì: “Egli, Dio, è uno – Dio l’Eterno. – non generò né fu generato – e nessuno Gli è pari” ».

Riferendosi all’argomento della “prima causa” il Corano indirizza i non-credenti:

LII:35-36 « Son essi che furon creati dal nulla, o son loro i creatori? Son forse loro che han creato i cieli e la terra? No! Nessuna certezza salda essi hanno ».

Allah disse nel Corano a proposito delle fasi della creazione dell’uomo: In verità creammo l’uomo da un estratto di argilla. Poi ne facemmo una goccia di sperma posta in un sicuro ricettacolo, poi di questa goccia facemmo un’aderenza e dell’aderenza un embrione; dall’embrione creammo le ossa e rivestimmo le ossa di carne. E quindi ne facemmo un’altra creatura. (Corano 23:12-14)