Vietnam – Il cacciatore – Apocalypse Now – Rambo

Cinema e guerra in Vietnam (PAGINA IN COSTRUZIONE)
(SI VEDANO ANCHE LE SCANSIONI NELLA CARTELLA DI CLASSE)
Il Vietnam si presenta appunto come una frontiera di troppo, un’esperienza di cui l’America avrebbe dovuto fare a meno, cosi come la guerra in se stessa risulta un’istituzione assurda e tragica per l’umanità. Quindi se il tema é vitalissimo negli Stati Uniti e globalmente universale, “benvenga” l’impegno commerciale dell’industria Usa, con le Majors in prima fila, pronte a tradurre le lacrime del rimorso e dell’autocritica in profitti.
Generalmente si può però dire che l’atteggiamento dei registi nei confronti della guerra in Vietnam è critico, sono pochi i film che la esaltano e di solito lo fanno per esigenze commerciali o rozzamente ideologiche (Rambo 2). Ci fermeremo solo ad esaminare i due casi più noti: “Il cacciatore” e “Apocalypse Now”
Il cacciatore (Michael Cimino, 1978: 5 oscar nel 79: miglior film, regia, attore non protagonista, montaggio e sonoro) un’opera di grande impatto spettacolare, ora vicina ad uno stoico melodramma, ora crudelmente realistica, La prima ora del film (il tutto supera le tre ore) si sviluppa in una realtà quasi documentaristica, dagli abbacinanti forni della fabbrica alle ritualità, religiose e non, della vita operaia in una comunità russa degli States. Siamo agli inizi degli anni 70 e tre amici trascorrono gli ultimi giorni prima della fatidica partenza per il Vietnam: Steven (John Savage) fa giusto in tempo a sposarsi (il contorno del matrimonio é la struttura portante di questa parte iniziale), Nick (Christopher Walken) promette il suo “si” a Meryl Streep e Michael (Robert De Niro), che sotto sotto ama la fidanzata dell’amico, organizza l’ultima battuta di caccia al cervo. Non si rendono ben conto di cosa li aspetti (solo Nick esterna qualche dubbio sul futuro comune: «Se torniamo… voglio dire, quando torniamo…») e tutto il contesto sociale che li attornia odora di una goliardica superficialità ideologica, incrinata solo talvolta dagli strali individualistici di Mike («non posso farci niente se la penso cosi») che accetta solo esternamente la meschina familiarità di gruppo e che professa nella caccia uno stile da”maniaco idealista” («il cervo non ha il fucile. Deve essere preso con un colpo solo, altrimenti non è leale»).
La tragedia della guerra spazza presto discussioni filosofiche e stramberie personali; i tre si ritrovano prigionieri, trasformati in “volontari” partecipanti ad una “roulette russa”, costretti a puntarsi la pistola alla tempia per soddisfare il sadico divertimento dei Cong, che scommettono il loro denaro sulle cervella altrui. Dalla fuga al ritorno in patria la via non é però così facile e solo Michael riesce a ritrovarsi intero ed abbastanza equilibrato tra le mura di casa. Steve ha perso le gambe ed un braccio e Nick lo si sa disperso in quel di Saigon. Mike comunque, che dagli orrori della guerra ha preso coscienza del surplus di violenza di cui ci circondiamo, non ha più il coraggio di bersagliare i cervi e non se la sente neppure di tenersi al fianco l’amica senza aver tentato di riportarle Nick. Cosi torna a Saigon e nello squallore di una città in evacuazione (di uomini e di valori) ritrova l’amico invischiato in un abbrutente “remake» della roulette russa (giocata qui non per coercizione ma per follia collettiva), campione di uno sport di morte col quale procacciarsi denaro. Ma Nick, macchina da gioco, non vuole riconoscere Mike e questi si lascia coinvolgere nel rito suicida, pur di potergli stare vicino… Non riuscirà a riportarlo via vivo però: quando Nick riafferra un barlume di coscienza, quando riesce a sorridere al passato, il suo ruolo di giocatore invincibile viene a cadere ed all’ennesimo click della pistola segue la deflagrazione e lo straziante squarcio di un essere umano.
Sul feretro piangono in patria gli amici ed al ritorno dal cimitero si riuniscono intorno ad un tavolo a mangiare, a brindare all’amico perduto, a cantare, in un coro casereccio, il salvifico “God Bless America”. Superando l’ambiguità del finale eroico e della bieca visualizzazione del nemico 4 con l’ondata di sgomento che sgorga dal quadro figurativo globale (dai cadaveri dei perdenti accumulati come spazzatura per le vie di Saigon all’incosciente meccanicità con cui la vita viene appesa al filo di un colpo d’arma da fuoco), Cimino descrive con tenace convinzione non una categoria sociale od una presa di posizione politica, ma la situazione esistenziale di individui impreparati a vivere quasi più in pace che in guerra. La divisa che Mike non smette di indossare al suo ritorno a casa stona nel contesto civile così come la guerra stride in quello umano ed i passatempi fatti di armi e di spari risultano non solo inutili, ma meschini se fronteggiati con la barbarie di sangue dei conflitti bellici. Nell’atteggiamento di Mike, nel suo non convinto “requiescant” finale, nel suo sguardo attonito, mentre sorregge la testa dell’amico grondante di sangue, c’è l’interrogativo angoscioso di tutta una generazione all’America delle grandi sicurezze ed a quanti puntellano ancora sull’eroismo del singolo e sull’interventismo risanatore le motivazioni di una bestialità comune che nella guerra perde e trova (a livello di monito) il bandolo del rispetto della vita e del la pace..
In questo senso, con tutte le sue sfaccettature, anzi forse proprio per queste, il film di Cimino resta tra i più riusciti sulla questione vietnamita. Il protagonista è ancora un eroe buono, uno che riesce a non impazzire là dove la follia regna sovrana, a ritenere l’amicizia il più importante tra i valori e, soprattutto, esce dall’esperienza della guerra migliore rispetto a come era prima. Per molti questo personaggio risulta eccessivamente idealizzato mentre i vietnamiti o sono visti come vittime della guerra ma da lontano, senza renderli protagonisti oppure sono presentati come privi di ideali. Insomma la guerra viene condannata sì come frutto dell’ indicibile crudeltà umana, ma da una prospettiva molto patriottica, infatti è un americano che riesce ad essere un eroe in un mondo di criminali o di folli.

 

« Il mio film non è sul Vietnam… il mio film è il Vietnam. »
(Francis Ford Coppola)
Apocalypse Now è un film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1979.
Indice
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1 Trama
2 Apocalypse Now Redux
3 Interpretazioni
4 Curiosità
5 Riconoscimenti
6 Bibliografia
7 Voci correlate
8 Altri progetti
9 Collegamenti esterni Trama [modifica]
Vietnam. Terzo anno di guerra.
Il capitano Willard (Martin Sheen) viene inviato ai confini della Cambogia con una missione segreta e delicatissima: deve uccidere il colonnello Kurtz (Marlon Brando) che, si dice, è impazzito e sta combattendo una guerra privata. Willard risale il fiume Nung per raggiungerlo e il suo viaggio lo conduce nel cuore della giungla fino a raggiungere Kurtz, in un chiaro parallelo con il viaggio attraverso l’inferno della Divina Commedia.
Durante il viaggio Willard si imbatte dapprima nel colonnello Kilgore (Robert Duvall), che, dopo aver impartito l’ordine «Guerra psicologica!», bombarda in elicottero i villaggi al ritmo delle musiche di Richard Wagner (un passo de Die Walküre) e che in seguito pretenderà di fare surf in un golfo minacciato dagli attacchi dei Vietcong. I successivi incontri non saranno meno bizzarri del primo: un plotone di marines allo sbando senza un capo che si sollazzano con le Conigliette di Playboy in un improvvisato show, una piccola comunità di francesi che continuano a vivere nella giungla dai tempi dell’occupazione francese, un incontro ravvicinato con le Conigliette per il piacere dei compagni di Willard. Quando la missione giunge al termine, e Willard arriva a Kurtz, più della metà del suo equipaggio (Chief, il capitano del battello, Chef, giovane di New Orleans esperto nella preparazione di salse, Clean, giovanissimo e inesperto amante dei Rolling Stones e Lance, il surfista) è stato ucciso. Solo Lance sopravvive insieme al capitano Willard.
L’incontro tra Kurtz e Willard sarà rivelatore per quest’ultimo: durante il suo sprofondare nel Cuore di Tenebra (non solo della giungla, ma dell’essere umano e di se stesso) si sente sempre più vicino alla comprensione e all’immedesimazione con questo misterioso uomo. Infine Willard compie la missione: uccide Kurtz.
Fine della trama.
Apocalypse Now Redux [modifica]
Nel 2001 è stata riproposta nei cinema una nuova versione dell’opera di Coppola, dal titolo di Apocalypse Now Redux, restaurata ed allungata con quasi un’ora di scene tagliate all’epoca della sua uscita (202 minuti contro i 153 originali). La versione propone un nuovo montaggio con materiale inedito scartato all’epoca che aggiunge nuove sfumature all’opera e, soprattutto, cambia leggermente il finale della versione del 1979.
L’operazione ha avuto un buon successo, ricevendo un buon riscontro dalla critica e dal pubblico. La nuova versione è stata proposta anche in DVD.
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La parte saliente del film, ossia quella che rende diverso Apocalypse Now da un film prettamente didascalico sulla guerra del Vietnam, oltre alla stessa impostazione del film, che mette la guerra sullo sfondo, concentrandosi solo sul protagonista, è l’incontro tra il capitano Willard e il colonnello Kurtz, incontro carico di toni epici e misteriosi. Kurtz, un monumentale Marlon Brando, ripreso in penombra, sembra qualcosa di più e di meno di un essere umano. Egli spiega, tra le righe, la sua filosofia: occorre uccidere, distruggere e mutilare, anche donne e bambini, se la causa è giusta.
Il colonnello, che si è macchiato dei delitti più terribili, lo ha fatto per seguire fermamente il suo ideale, senza lasciarsi corrompere come gli altri militari o gli stessi membri del governo, che uccidono come fa il colonnello Kilgore, facendo insensate stragi, e poi si preoccupano di condannare lui come omicida (accusa quasi assurda nel bel mezzo della guerra del Vietnam). È dunque un eroe o un pazzo sanguinario? Willard cerca di capire la vera natura di Kurtz, ma più si avvicina a lui e più sente di condividere le sue idee, pur notandone l’evidente follia: Kurtz si crede onnipotente, perde di vista il limite umano. Deve, e vuole, essere distrutto.
Qui si scorge il contributo di James Frazer, antropologo che scrisse a proposito delle origini del mito e della religione nelle diverse civiltà umane. È palese la sua influenza dal legame che ha con il lavoro di Joseph Conrad e da un’inquadratura del film, nella quale si vede il più importante saggio di Frazer, Il Ramo d’oro. Frazer descrive come in molte civiltà primitive è facile per gli indigeni vedere in un essere umano un dio, e credere ciecamente in lui, obbedendo ad ogni suo ordine (esattamente come i montagnard fanno con Kurtz). Solo leggendo Frazer si può capire la scena finale di Apocalypse Now, che altrimenti apparirebbe incomprensibile. Quando l’uomo-dio manifesta i primi sintomi di cedimento e di prossima morte o malattia, per evitare che lo spirito divino fugga e sparisca per sempre, portando sciagura sull’intero popolo, è necessario che egli venga ucciso, trasferendo il potere nelle mani dell’omicida, il quale diventa il nuovo dio. Kurtz era malato, e aveva trovato un efficace espediente per evitare che gli indigeni lo uccidessero: essi, per placare la loro insofferenza e preoccupazione, nei momenti in cui Kurtz stava male, praticavano sacrifici animali. Ciò è chiaro nella scena dell’assassinio: Kurtz morente viene associato al bufalo sacrificato dagli indigeni (tra i quali balla forsennatamente anche Lance). Willard, dopo aver ucciso il colonnello esce dal suo rifugio e viene accolto dalla folla dei montagnard come un dio: essi si inchinano davanti a lui in silenzio.
Il regista, Coppola, spiega il suo ragionamento sul bene e sul male: un uomo che ha la possibilità di portare molto avanti il suo potere, può darsi che non riesca a fermarsi in tempo, e ad individuare il confine fra la propria anima ancestrale, violenta e amorale, e quella civile, perdendo di vista la possibilità di convivere con gli altri, se sono più deboli. E non è un caso, sembra dire Coppola, che questa filosofia venga normalmente applicata a quella guerra talmente sciagurata da confondere e stravolgere tutti gli aspetti della morale non solo americana, ma di tutto il mondo. Kurtz si crede onnipotente, perde di vista il limite umano. Deve, e vuole, essere distrutto.
La luce gioca un ruolo fondamentale nel film: il suo taglio netto luce/ombra colloca i personaggi, che sempre vivono un dramma interiore, nella dimensione della tragedia imminente. Essi agiscono su un palco creato appositamente per loro, marionette i cui fili sono tirati dal crudele ed incorruttibile fato. Questo sembra essere chiaro: nessuno ha la facoltà di decidere del proprio destino, il libero arbitrio è solo una facoltà che ci illudiamo di avere.
E quel colonnello Kurtz, così gigantesco nel compimento di un destino già scritto, sa che non basta uccidere e massacrare per dimenticare la propria anima malata. Non serve la poesia, non serve la follia, non serve nascondersi nelle ombre e mostrare solo quello che si vuole.
La morte è l’unica amica nel mondo da incubo del Vietnam, in cui tutto è grottesco nella sua crudeltà. L’unica cura è la morte, che porta lontano da tutto l’orrore alienante della guerra.
Contrasta col titanismo eroico di Kurtz il piccolo capitano Willard, un Martin Sheen struggente, un uomo stanco che vive in un incubo. Divorato dai suoi demoni, agisce e vive senza crederci veramente. Il suo senso morale, o quello che ne resta, lo spinge a compiere la sua missione, ma la sua mente gli grida di scappare. Kurtz e Willard, due facce della stessa medaglia, l’uno lo specchio dell’altro, due uomini ormai a metà, ognuno dei quali ha nei confronti della propria mente un solo dovere: quello di non impazzire.

APOCALYPSE NOW REDUX

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Francis Ford Coppola
Sceneggiatura
: Francis Coppola e John Milius
Fotografia
: Vittorio Storaro
Scenografia
: Dean Tavoularis
Costumi
: Charles E. James
Musica
: Carmine Coppola e Francis Coppola
Montaggio
: Walter Murchs
Prodotto da
: Francis Coppola e Kim Aubry
(USA, 1979-2001)

Durata
: 202’
Distribuzione cinematografica
: Buena Vista International Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Colonnello Walter Kurtz: Marlon Brando
Capitano Willard: Martin Sheen
Colonnello Kilgore: Robert Duvall
Chef: Frederic Forrest
Mr. Clean: Laurence Fishburne
Roxanne de Marais: Aurore Clement
Hubert de Marais: Christian Marquand
Reporter: Dennis Hopper

 

Un film come “Apocalypse Now”, popolato dall’horror vacui, appariva tuttavia compatto, irripetibile nella sua anti-struttura. Allungarlo di 49 minuti è pari all’audacia che ha spinto Coppola a dirigere il film nel 1979. La trama è nota. Il film si basa ancora sulla novella di Conrad “Cuore di tenebra”. Il Capitano Willard, ufficiale con mansioni di sconfinare in territorio nemico per operazioni coperte, è incaricato dal generale Corman di uccidere il Colonnello Kurtz, un ex-enfant prodige dell’esercito, che ora vive ai confini della Cambogia a capo di un battaglione di guerriglieri indigeni, sanguinario signore di un feudo selvaggio. Willard si dirige verso Kurtz a bordo di una barca composta da un animato equipaggio. Incontra ballerine, il folle Kilgore (Robert Duvall), coloni francesi, morte, giungla, Kurtz.

Sulla scia del fiume su cui viaggia la sua “nave dei folli”, Francis Coppola riparte dal “girato” nel 1979, e innesta quattro lunghe sequenze, del tutto circoscritte, incastri che non asciugano l’opera, ne virano alcuni aspetti caratteriali, e formano un magma di immagini ciononostante pervase dal magnetismo del “non finito”, che aveva segnato il primo film del 1979. Kurtz rimane emblema dell’”ipocrisia istituzionalizzata della guerra”, sulla beffarda morale che vieta ai bombardieri americani imbottiti di napalm di scrivere “fuck” sulle fusoliere, e suggerisce che anzi questa ipocrisia lo abbia in qualche modo generato. Ed è scovando Kurtz che Willard comprende il valore della propria missione: capire il fuoco che lo spinge nella giungla.

La prima sequenza inedita è quella in cui Willard sottrae la tavola da surf al Colonnello Kilgore, rivelando un infantile gusto per lo scherzo, un esempio da capitano coraggioso. La seconda sequenza è l’incontro con l’elicottero di Playboy a corto di kerosene e che, dopo un baratto lampo, un paio di ore con le playmate, in cambio di altrettante taniche di carburante, permette all’equipaggio del battello di Willard un incontro dolce e insperato nella giungla: la pubblicistica effimera in fondo è l’unico media che di fatto allevia le sofferenze dei soldati, laggiù, nel Vietnam. La terza sequenza vede Willard incontrare i coloni De Marais, (Aurore Clement e Christian Marquand), francesi ma nati e cresciuti da generazioni in Indocina. E’ un momento che definisce il film in maniera decisa rispetto alle nubi che aleggiavano sul senso politico della pellicola del 1979. Marquand definisce gli States che lottano nel Vietnam “per il più grande niente della storia”- e, a chiudere l’episodio, infine, la splendida sequenza in cui Willard fuma di notte oppio con la algida e sottilmente sensuale Aurore Clement, una tirata di sospiro che sospende la tensione e potenzia l’effetto dell’incontro prossimo con Kurtz. La quarta sequenza è breve: Kurtz, quasi ripreso in piedi per intero, legge a Willard articoli di quotidiani americani del tempo. Il sigillo al concetto persistente nel film della ipocrisia istituzionalizzata della guerra; di quella guerra. A queste quattro scene potrebbe aggiungersene una quinta: il finale, chiaro, stavolta, e non passibile di differenti interpretazioni.

APOCALYPSE NOW REDUX

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Francis Ford Coppola
Sceneggiatura
: Francis Coppola e John Milius
Fotografia
: Vittorio Storaro
Scenografia
: Dean Tavoularis
Costumi
: Charles E. James
Musica
: Carmine Coppola e Francis Coppola
Montaggio
: Walter Murchs
Prodotto da
: Francis Coppola e Kim Aubry
(USA, 1979-2001)

Durata
: 202’
Distribuzione cinematografica
: Buena Vista International Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Colonnello Walter Kurtz: Marlon Brando
Capitano Willard: Martin Sheen
Colonnello Kilgore: Robert Duvall
Chef: Frederic Forrest
Mr. Clean: Laurence Fishburne
Roxanne de Marais: Aurore Clement
Hubert de Marais: Christian Marquand
Reporter: Dennis Hopper

 

Un film come “Apocalypse Now”, popolato dall’horror vacui, appariva tuttavia compatto, irripetibile nella sua anti-struttura. Allungarlo di 49 minuti è pari all’audacia che ha spinto Coppola a dirigere il film nel 1979. La trama è nota. Il film si basa ancora sulla novella di Conrad “Cuore di tenebra”. Il Capitano Willard, ufficiale con mansioni di sconfinare in territorio nemico per operazioni coperte, è incaricato dal generale Corman di uccidere il Colonnello Kurtz, un ex-enfant prodige dell’esercito, che ora vive ai confini della Cambogia a capo di un battaglione di guerriglieri indigeni, sanguinario signore di un feudo selvaggio. Willard si dirige verso Kurtz a bordo di una barca composta da un animato equipaggio. Incontra ballerine, il folle Kilgore (Robert Duvall), coloni francesi, morte, giungla, Kurtz.

Sulla scia del fiume su cui viaggia la sua “nave dei folli”, Francis Coppola riparte dal “girato” nel 1979, e innesta quattro lunghe sequenze, del tutto circoscritte, incastri che non asciugano l’opera, ne virano alcuni aspetti caratteriali, e formano un magma di immagini ciononostante pervase dal magnetismo del “non finito”, che aveva segnato il primo film del 1979. Kurtz rimane emblema dell’”ipocrisia istituzionalizzata della guerra”, sulla beffarda morale che vieta ai bombardieri americani imbottiti di napalm di scrivere “fuck” sulle fusoliere, e suggerisce che anzi questa ipocrisia lo abbia in qualche modo generato. Ed è scovando Kurtz che Willard comprende il valore della propria missione: capire il fuoco che lo spinge nella giungla.

La prima sequenza inedita è quella in cui Willard sottrae la tavola da surf al Colonnello Kilgore, rivelando un infantile gusto per lo scherzo, un esempio da capitano coraggioso. La seconda sequenza è l’incontro con l’elicottero di Playboy a corto di kerosene e che, dopo un baratto lampo, un paio di ore con le playmate, in cambio di altrettante taniche di carburante, permette all’equipaggio del battello di Willard un incontro dolce e insperato nella giungla: la pubblicistica effimera in fondo è l’unico media che di fatto allevia le sofferenze dei soldati, laggiù, nel Vietnam. La terza sequenza vede Willard incontrare i coloni De Marais, (Aurore Clement e Christian Marquand), francesi ma nati e cresciuti da generazioni in Indocina. E’ un momento che definisce il film in maniera decisa rispetto alle nubi che aleggiavano sul senso politico della pellicola del 1979. Marquand definisce gli States che lottano nel Vietnam “per il più grande niente della storia”- e, a chiudere l’episodio, infine, la splendida sequenza in cui Willard fuma di notte oppio con la algida e sottilmente sensuale Aurore Clement, una tirata di sospiro che sospende la tensione e potenzia l’effetto dell’incontro prossimo con Kurtz. La quarta sequenza è breve: Kurtz, quasi ripreso in piedi per intero, legge a Willard articoli di quotidiani americani del tempo. Il sigillo al concetto persistente nel film della ipocrisia istituzionalizzata della guerra; di quella guerra. A queste quattro scene potrebbe aggiungersene una quinta: il finale, chiaro, stavolta, e non passibile di differenti interpretazioni.

QUEL CHE RESTA DELL’APOCALISSE
Delirio e storia, nella guerra di Francis

A che servono, le re-edizioni? Sono l’ultimo scherzo dei produttori, che grazie ad una manciata di scene tagliate dalle loro stesse mani riescono a guadagnare qualche dollaro in più? O l’ultimo palcoscenico dei registi, e il primo della filologia visiva di un secolo a venire? Che significato hanno, le re-edizioni, in un mondo che conosce le tecnologie digitali, e dove ogni DVD suonando il fischietto della ri-masterizzazione solleva questioni filosofiche, ospitando a fini commerciali inusitati serbatoi di materiale scartato? Alla fine, rimane tutto compreso in quell’annoso, inutile dibattito sulla migliore efficacia dell’originale, invece del rimaneggiato. Sarà così anche per Apocalypse Now Redux, collazione di sequenze escluse dal montaggio originale che il Nostro ha messo in circolazione per un’edizione dedicata a Cannes, festival che del film costruì il mito nel 1979. Il primo problema che si pone è l’emenda ad un testo già di per sé segnato dalle riscritture. Una lavorazione lunghissima e apocalittica essa stessa, tra infarti di Sheen, bizzarrie di Brando, tifoni, crisi economiche e matrimoniali di Coppola.

Un film lunghissimo, estenuante, insostenibile nell’avvitarsi intorno alle spire della follia. Che in quest’ineluttabile liquidità ha trovato la sua grandezza massima di testo universale sulla guerra, e allo stesso tempo di gran visione letteraria, di genio registico e attoriale. Rispetto all’originale (quale, a proposito), il Redux cerca di staccarsi dall’universale per agganciare il contingente. Non la Storia, ma “quella” storia. Torna la sequenza realizzata nella piantagione dei coloni francesi, legame tra Indocina e Vietnam, tra due guerre diverse ma altrettanto inutili.Presagio di sfortuna per l’America tutta, visione che si materializza come un fantasma nella nebbia e che cerca di assurgere ad interpretazione. Torna anche una sequenza nella quale Brando cita leggendolo al prigioniero Sheen un brano falsamente ottimista del presidente Nixon. Altra storicizzazione che consente addirittura di assegnare una datazione alla vicenda. Fa la sua comparsa anche un’aggiunta al brano delle conigliette di Playboy, e un siparietto sulla barca che percorre il fiume limaccioso. Dettagli, rispetto al bisogno di ancorare il mostro narrativo che fluttua.

Per Coppola, tecnicamente è questa l’unica versione di Apocalypse Now che esiste. Come se “l’altra” fosse frutto di un’amnesia momentanea, durata vent’anni. Senza discutere le ragioni commerciali, si torna alla palude dell’insoluto dibattito di cui sopra. Che insoluto vuol rimanere, almeno in queste righe. Per quante sequenze si possano ripristinare, Apocalypse Now rimane un film compreso tra due esecuzioni della canzone dei Doors The End, e due serie di esplosioni di bombe al napalm nella foresta. Nulla sta a certificare che ciò che Coppola racconta (con l’aiuto non sottovalutabile di John Milius) non sia un allucinazione dell’ufficiale americano Willard disteso sul letto all’inizio del film. Che la barca, il fiume, Kurtz, Dennis Hopper con le macchine fotografiche al collo non siano il prodotto di una mente malata. Non siano visione, prima che discorso su una Storia. La grande forza di questa Apocalisse è proprio di essere apocalisse, tout court. Del resto, amabilmente, si può discutere.
(Alcune) Fonti testuali e reminiscenze autobiografiche in Apocalypse Now

Apocalypse Now nasce un giorno degli anni 70’ quando, seduti intorno ad un tavolo George Lucas, Francis Coppola e John Milius (che poi sarà con Coppola cosceneggiatore del film) discutono di soggetti cinematografici. Lucas suggerisce di trarre dal romanzo Heart of Darkness, “Cuore di tenebra”, di Joseph Teodor Conrad un film. Coppola approva, ma aggiunge che anziché nel Congo dell’1890, la storia sarà ambientata all’interno del Viet-Nam durante la recente guerra.

La seconda decisiva fonte per la genesi dell’opera è testuale. E’ un libro che Coppola con una lenta carrellata nella prima sequenza del film inquadra insieme con la pistola e la bottiglia di alcool del capitano Willard: un volumetto, il cui titolo è The Golden Bough, “Il Ramo d’oro”, trattato di etnologia scritto fra il 1890 e il 1915 dall’inglese James G. Frazer in 12 volumi – e sarebbe curioso risalire a quale sia il numero del volume presente sul comodino di Willard. Il trattato, in sintesi, tratta di evoluzione e arte magica, tabù e spiritualità, e l’ultimo capitolo porta il titolo de “Il Capro espriatorio”. Frazer asserisce che la primitiva indole dell’uomo è presente nell’animo di ciascuno di noi, ma plasmato dal progresso è divenuto irriconoscibile. L’evento storico e antimaterialistico portante per la sua teoria, per Frazer, è una festa, che si consumava nell’antica Roma, denominata “Il sacerdote-Re”; e che avveniva nel villaggio di Ariccia, nei pressi di Roma. La festa consisteva nel costringere un evaso o un gladiatore reo di crimini a presiedere vita natural durante un albero: che, se qualcuno avesse violato, strappandone un ramoscello, avrebbe altresì prodotto la morte per mano di spada del guardiano. In nuce, è già “Willard versus Kurtz”.

La terza scena del film è il dialogo tra il capitano (Martin Sheen) Willard, il generale R. Corman (G.D.Spradlin) e il colonnello Lucas (Harrison Ford) mentre mangiano gamberi di fiume. Ed è esattamente il medesimo consesso, nominalmente, che aveva comportato la prima stesura astratta di Apocalypse Now, salvo la presenza evocata, nella figura del colonnello, di R.(oger) Corman, che Coppola inserisce, poiché si identifica in Willard, che esegue i consigli che il suo maestro impartisce “per aggirare e battere dall’interno l’establishment degli Studios” (Coppola, 1979) – dove per “Studios” si intende l’icona del Cinema americano: Brando-Kurtz – che oltretutto, a detta dello stesso Coppola, non aveva letto il romanzo di Conrad. Ed è anche curioso che sia il colonnello Lucas (eponimo di George) ad utilizzare il mezzo tecnologico – un nastro registrato – per cui Willard possa così ascoltare la nenia di Kurtz (…)” La lumaca sul filo del rasoio (…), (il rischio di un film simile), e che potrebbe essere la prefigurazione per il prossimo futuro nel campo specifico per il giovane amico George Lucas – previsione azzeccata: e la risposta è nella “Light and Magic” e nell’epico ciclo di “Star Wars”.

Il viaggio sulla barca è desunto da Conrad, sebbene l’intermezzo delle festanti playmate di Playboy (che nella versione “Redux”, Willard e co. incontrano di nuovo), con il party che degenera in un arrembaggio allucinato, è anche memoria del padre di tutti i nostromi fluviali della letteraratura, “Huck-Finn”, di Mark Twain, che, complici il Principe e il Duca, assiste ad una tragicomica “prima teatrale” in un caseggiato lungo le sponde del Missipi.

L’incontro con il reazionario, e smagliante, colonnello Kilgore(Robert Duvall): nome che richiama anche un genere cinematografico estremo e violento: “Kill” + “Gore”, e la sua ossessione per le tavole da onda è con tutta probabilità pensata perlopiù dal cosceneggiatore John Milius, autore del miglior film sul surf: “Un Mercoledì da leoni”.

La sequenza poi in cui Chef (Frederic Forrest), il cuoco, scende a terra e accompagnato da Willard si inoltra nella giungla, e qui tra radici megalitiche i due fuggono terrorizzati dall’improvvisa presenza una tigre, è un momento decisivo dove Coppola configura nel sublime e atroce felino il passaggio della soglia della londoniana “wilderness”, oltre cui inizia l’Orrore. La tigre lampeggiante nella giungla è creazione di William Blake, autore che con Frazer aleggia in ogni sequenza della pellicola: “Tigre, Tigre! Divampante fulgore/Nelle foreste della notte”, William Blake, “Canti dell’esperienza”. E Chef è il cuoco, e come il suo quasi-omonimo Chief (il capo), è il cuoco della carneficina del Tet, cuoco di se stesso.

L’arrivo al ponte Du-Long evoca l’inferno dantesco e la barca di Dante sotto la quale disperati imploravano di esser tirati a bordo. Ma è nell’incontro con la truppa di Kurtz, nell’insenatura costellata di corpi appesi e di soldati cambogiani immobili, che Coppola volge lo sguardo ad un altro testo di Conrad, “Tifone”, in cui l’autore descrive il suo primo impatto con la gente d’oriente dopo un terrificante maroso. “(…) Giacevo in un’onda di luce (…) E allora vidi gli uomini dell’oriente – mi stavano guardando. Vidi facce brune, bronzee, gialle, gli occhi neri, il lucicchio, il colore di una folla orientale. E tutti quegli esseri guardavano fissi senza un mormorio, senza un sospiro, senza un moto. Fissavano quelle imbarcazioni lì sotto, gli uomini addormentati che di notte erano venuti a loro dal mare (…) L’Oriente li guardava senza emettere suono”. Passo quasi complementare all’attracco della barca di Willard nel regno di Kurtz.

L’incontro tra Willard e Kurtz avviene in una capanna. Ma la fotografia ad intermittenza, bianco/nero, di Vittorio Storaro, lascia pensare ad una grotta, ad un antro. Luogo deputato della nascita del Mistero dei Misteri, la nascita di Cristo, luogo alchemico, dove avviene la combustione per risalire alla Pietra Filosofale, o come diceva Vitruvio: “Anticamente, come animali selvatici, gli uomini nascevano nelle selve, nelle spelonche e nei boschi”. “De Architettura”, II. Kurtz abita quella caverna, è il mago. E la morte consapevolmente cercata da Kurtz è l’immolazione del martire, del sacrificio mitraico, con la decapitazione del toro che viene proposta in contemporanea alla morte di Kurtz, coda velenosa e ribelle di un mostro privo di morale. “Incriminare di omicidio qualcuno in questa guerra è come fermare per eccesso di velocità una macchina ad Indianapolis”, dice Willard riferendosi alle accuse contro Kurtz.

E infine Willard che brandisce la testa di Kurtz è quasi una citazione iconografica del bronzo del Perseo di Benvenuto Cellini, persino la spada orientaleggiante della statua fiorentina è simile a quella che impugna Willard.

Sul piano emotivo, il figlio di Coppola, Gian Carlo, appare con il fratello Roman nelle fattezze dei due figli dei coloni in cui si imbatte il drappello di Willard (scena tagliata nella versione del 1979), Gilles de Marais e Francis de Marais, e figura anche nel cast del Padrino Parte II, è Sonny neonato. Gian Carlo è morto nel Maryland nel 1984, il 26 di maggio. A lui Francis Coppola ha dedicato “Jack”, nel 1996.

Apocalypse Now Redux, viaggio

nel cuore di tenebra del Vietnam

“Apocalypse Now Redux” (nuova versione con 49 minuti di scene inedite) riaccende il mito del capolavoro di Francis Ford Coppola sull’inferno del Vietnam. Ma più che un film di guerra è una lenta discesa negli inferi dell’abiezione umana

 

di Claudio Fabretti

Arriva la nuova versione di “Apocalypse Now”, arricchita con 49 minuti di sequenze inedite. E si riaccende il mito del film-culto di Francis Ford Coppola dedicato all’inferno del Vietnam. Un film dalla inquietante carica visionaria, che è in realtà una parabola sui destini umani. Una parabola folle e senza speranza, che si compie sulle note “apocalittiche” di “The End” dei Doors. “Apocalypse Now Redux” – così è intitolata la nuova versione – è la trasposizione a oggi dello spirito originario del film. “Era il 1979 e rischiavamo il disastro finanziario – ha raccontato Coppola -. Avevo ipotecato tutto quello che possedevo per coprire personalmente i 16 milioni di dollari extra budget, e la stampa continuava a chiedere: Apocalypse quando? Così abbiamo plasmato il film in modo da farlo funzionare per il pubblico di allora, cercando di farlo assomigliare il più possibile a una pellicola di guerra. Questo mi ha incoraggiato a rimetterci mano, per realizzarne una nuova versione”.

La nuova edizione del film (tre ore e 22 minuti) presenta alcune sequenze aggiuntive, due nuovi brani di colonna sonora e un’immagine finale diversa da quella originale. Un’opera imponente e violenta. Una ricostruzione storica, ma soprattutto una denuncia politica. “Nella versione che ho rielaborato, ‘Apocalypse now’ affronta tutti i temi originali ma con maggior chiarezza: il risultato è un film più più sexy, più divertente, più bizzarro, più romantico e politicamente più intrigante. Insomma un film che, come l’originale, fa sentire al pubblico cosa sia stato il Vietnam: l’immediatezza, la follia, l’euforia, l’orrore, la sensualità e il dilemma etico e morale della più surreale e spaventosa guerra combattuta dall’America”. 

Il film, liberamente tratto da “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, venne presentato nel 1979 a Cannes dove vinse la Palma d’oro, e si aggiudicò due Oscar “tecnici” nel 1980 (a Vittorio Storaro per la fotografia e a Walter Murch per il suono). Aveva richiesto tre anni di lavoro, di cui un anno e mezzo di riprese nella giungla delle Filippine funestate da incidenti di ogni tipo (tifoni, epidemie, malori) e oltre un anno di montaggio. 

Protagonista della storia è il capitano Willard (Martin Sheen) che, nell’inferno del Vietnam, viene incaricato dai servizi speciali di portare a termine una “missione sporca”: uccidere il colonnello Walter E. Kurtz (un memorabile Marlon Brando), ex-militare modello americano, che in Cambogia ha creato un efferato regno personale in cui è venerato come un dio. Un uomo scomodo, abbrutito dagli orrori delle guerre e sostenitore del motto machiavellico che il fine giustifica sempre i mezzi. Il film racconta, per oltre due terzi, il viaggio per giungere a destinazione: lungo la strada tanti episodi di gratuita crudeltà, tra caos e decadenza. Con personaggi indimenticabili come il colonnello Kilgore (Robert Duvall), che subito dopo aver distrutto un villaggio vietcong (la famosa scena degli elicotteri, con la wagneriana “Cavalcata delle Valchirie”) pensa solo a fare surf. La lunga risalita della barca lungo il fiume è in realtà una discesa nei gironi danteschi dell’inferno vietnamita. L’ultima parte, invece, è centrata sull’incontro con Kurtz, sul suo elogio dell’orrore (“bisogna farselo amico”, spiega a Willard) e sulla sua avversione per ciò che è finto: “Odio il tanfo della menzogna”, è la sua filosofia. Prima di “The End”, la fine.

“Apocalypse Now” non è un semplice film di guerra. È un viaggio nelle tenebre dell’animo umano, là dove si annida il male, la follia, l’orrore. È un film sul non detto delle guerre, sulle missioni coperte da segreto e che non saranno mai svelate. “Credo che chiunque faccia un film di guerra, in realtà faccia un film contro la guerra – ha spiegato Coppola -. Ne sono la prova quasi tutti i film del genere. Il mio è piuttosto un film contro la menzogna, perché quello che a me fa più orrore, e che perpetua la possibilità della guerra, è che una cultura riesca a mentire su ciò che accade realmente durante la guerra, sulle persone brutalizzate, torturate, mutilate e uccise, e in qualche modo riesca a dare a tutto questo una parvenza di moralità”.

Nella versione originale i toni della denuncia, comunque chiari, erano sfumati dall’ottica degli anni Settanta. Da allora a oggi pellicole come “Platoon” e “Full Metal Jacket” hanno squarciato il velo dell’ipocrisia. Ma Coppola aveva già chiaro il suo quadro allora e ora ha rielaborato l’affresco nella sua completezza nella nuova versione. Tra le sequenze aggiunte, c’è quella dell’arrivo della barca di Willard in una piantagione francese al confine con la Cambogia, con spiegazione politica del colonialismo e notte d’amore con una donna della famiglia (Aurore Clement). C’è anche una versione più estesa della scena con le conigliette di “Playboy” inviate al fronte per un surreale spettacolo tra i marines mentre cadono le bombe. Ma la vera chicca è un terzo “ripescaggio”, in cui Kurtz legge a Willard dei ritagli di giornali che parlano della guerra in Vietnam in maniera falsamente ottimistica. “Questo spezzone – ha raccontato Coppola – non si sarebbe potuto mostrare vent’anni fa, perché dà chiara prova di come l’opinione pubblica americana sia stata ingannata”. Infine, l’ultima immagine che appare sullo schermo, prima dei titoli di coda, è cambiata: ora c’è un primo piano di Sheen. Ma ciò che resta nella mente e nel cuore dello spettatore è l’identica sensazione di chi vide il film nel ’79: “L’orrore… l’orrore…”, così come invocato da Kurtz nella sequenza finale.

Il ritmo della pellicola si dilata progressivamente fino al convulso finale, ed è un lento, magico incedere di immagini ed emozioni, grazie anche alla suggestiva fotografia di Storaro. Il gusto per l’estetica sconfina a tratti in autocompiacimento, ma senza mai nuocere al pathos della storia. Il lavoro di restauro compiuto sulla pellicola non si limita a un semplice recupero dell’originale, ma, se possibile, ne migliora la qualità. E il sonoro, già all’epoca in Dolby 5.1 (fu il primo film a utilizzare questa tecnica innovativa) è ancora una volta portentoso. Eccessivo, delirante, radicale, “Apocalypse Now” è il più visionario e surreale dei film sul Vietnam. Benvenuti nel cuore di tenebra dell’umanità. Benvenuti nel regno dell’orrore.

 

IL VIETNAM RIVISITATO – LA NEGAZIONE DELLA TRAGEDIA

Rambo è un film del 1982 diretto dal regista Ted Kotcheff. Tratto dal romanzo First Blood di David Morrell, ha tra gli sceneggiatori lo stesso Stallone.

Trama [modifica]
Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera.
John James Rambo (Sylvester Stallone) è un italo-americano di terza generazione, reduce dal Vietnam, vaga alla ricerca dei commilitoni e forse di se stesso. Vittima di un abuso di potere da parte dello sceriffo Teasle (Brian Dennehy), Rambo si libera e fugge nei boschi, dove grazie al suo addestramento militare tiene in scacco le forze dell’ordine. Solo l’intervento del Col. Trautman (Richard Crenna) riporterà alla ragione Rambo, facendo emergere l’umanità ed il disagio di quella che sembrava una spietata macchina da guerra.

Analisi del film [modifica]
Molto più che un semplice film d’azione, il film vuole essere una condanna all’emarginazione che circondava i reduci dal Vietnam e conduce una certa introspezione che riguarda il personaggio del reduce disadattato, che nasconde sotto la superficie del soldato indistruttibile tutte le sofferenze per gli orrori della guerra. Da tenere conto inoltre la recitazione di Sylvester Stallone, che in tutto il film dice pochissime battute. Il film e il personaggio di Rambo ormai a distanza di 26 anni sono diventati una icona e un mito conosciuti in tutto il mondo.

Secondo un altro punto di vista, il film rappresenta il tentativo di elaborare la tragedia collettiva del Vietnam attraverso le categorie del nascente reaganismo. La destra americana degli anni ’80 considerava la sconfitta in Vietnam come la conseguenza della sconfitta sul fronte interno, da parte dell’opinione pubblica, schierata prevalentemente con il fronte pacifista. Questa prospettiva trascura completamente altre analisi, ad esempio quella dell’intellettuale americano Noam Chomsky, secondo il quale la guerra in Vietnam poteva essere vinta, ma a condizione di effettuare una mobilitazione generale, di risorse e uomini simile a quella della Seconda Guerra Mondiale. Questa scelta fu scartata dall’establishment statunitense, che riteneva di aver già raggiunto gli obiettivi per cui la guerra era stata concepita, al di là della situazione sul campo. Rambo, secondo questa interpretazione, è portatore del punto di vista che imputa la sconfitta al dissenso.

Curiosità
Il primo a usare il nome Rambo è stato Tomas Milian nel film Il giustiziere sfida la città. Milian aveva letto un romanzo, First Blood, dal quale sarebbe stata tratta poi la sceneggiatura dell’omonimo film (per l’Italia Rambo appunto) e volle usare il nome per il film che doveva chiamarsi Rambo sfida la città (1975), ma che la Medusa Film si rifiutò di usare per il titolo, perché lo riteneva non molto intelligente. 7 anni dopo fu proprio la Medusa a distribuire il Rambo che tutti conosciamo, con enorme successo.
Nel romanzo di David Morrell “First Blood”, da cui il personaggio poi interpretato da Stallone é nato, Rambo facendo esplodere delle granate nella stazione di benzina non riesce a scappare e perde la vita per mano di Trautman.
Nello spot pubblicitario di Italia 1 del maggio 2008 è stata usata la canzone All You Need Is Love dei Beatles come sottofondo musicale
Rambo II: la vendetta (Rambo: First Blood Part II) è un film del 1985 diretto dal regista George P. Cosmatos.

Si tratta del sequel del celebre film Rambo (First Blood), sempre con Sylvester Stallone e Richard Crenna. Anche in questa pellicola Stallone ha partecipato alla sceneggiatura.

Indice [nascondi]
1 Trama
2 Curiosità
3 Altri progetti
4 Collegamenti esterni

Trama [modifica]
Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera.
Condannato per i fatti narrati nel primo episodio ai lavori forzati, John Rambo (Sylvester Stallone) viene fatto scarcerare dal Colonnello Trautman (Richard Crenna) e riportato in Vietnam per cercare delle prove della presenza di prigionieri americani in alcuni campi militari. Giunto sul luogo incontra il suo contatto: una ragazza vietnamita che collabora con il governo americano.

Una volta infiltrato in uno di questi campi militari nemici, assiste alle torture subite dai numerosi prigionieri di guerra e in contrasto alle disposizioni della missione, decide di liberarli. Abbandonato anche dai suoi superiori, che decidono all’ultimo momento di non riportarlo alla base, viene imprigionato dall’esercito vietnamita. Riuscito a liberarsi, anche con l’aiuto della collaboratrice, rimane impotente di fronte alla uccisione di lei. Colto dalla rabbia inizia la sua vendetta.

Curiosità [modifica]
Il film si è aggiudicato ben 3 Razzie Awards nel 1985:

per il peggior film dell’anno
per il peggior attore protagonista: Sylvester Stallone
per la peggior canzone originale: Peace in Our Life
il film ha avuto grande successo in Italia, tant’è che ad oggi è il terzo film con più audience della storia della televisione italiana con 14.580.000 spettatori
Sceneggiato da S. Stallone con James Cameron, autore di una 1a sceneggiatura che fu assai rimaneggiata. Mentre è ai lavori forzati, John Rambo ottiene la libertà anticipata a condizione che torni in Vietnam per liberare i prigionieri americani ancora chiusi nei campi. Seguito fumettistico in cui, scomparsa ogni ambiguità, si mette l’accento su una forma di patriottismo fanatico, facendone un veicolo di propaganda per la politica del presidente Reagan che ne approfittò subito (“La prossima volta manderò Rambo”). Il suo vero contenuto è la rilucente massa muscolare di Stallone.

Rambo III

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Rambo III è un film del 1988 diretto da Peter MacDonald, interpretato da Sylvester Stallone. È la terza pellicola della saga dedicata al reduce John Rambo.

Il budget del film, dedicato al “valoroso popolo afghano”, fu di 65 milioni di dollari e ottenne come incasso finale 189 milioni di dollari.

Trama

John Rambo si trova in un monastero buddista in Thailandia ad aiutare una tranquilla comunità di monaci, svolgendo per loro alcuni lavori. Di tanto in tanto fa degli incontri di lotta nei bassifondi asiatici per racimolare denaro da donare ai monaci (mostrando di aver capito tutto del Buddhismo, nota mia) .

Il colonnello Trautman lo raggiunge per coinvolgerlo in una operazione americana per tentare di colpire un commando sovietico che, invaso il territorio dell’Afghanistan, compie genocidi verso la popolazione locale. Rambo però, stanco di essere coinvolto in assurde guerre, rifiuta l’invito dell’amico.

Quando successivamente viene informato della cattura di Trautman, portato nella base operativa del nemico per essere interrogato dal Comandante Zaysen riguardo ad una presunta base missilistica americana, decide di intervenire di persona per cercare di liberarlo.

Intraprende quindi il suo viaggio verso l’Afghanistan, per cercare un contatto allo scopo di raggiungere, senza farsi notare, la base operativa. Aiutato dai ribelli del posto, i mujaheddin, che conosce per merito del suo contatto, il ribelle Mousa, riesce ad entrare nel forte nemico e, dopo vari combattimenti, a recuperare il colonnello; ma nel tentativo di fuga, dopo essere finiti in una trincea nel bel mezzo del campo di battaglia, vengono raggiunti e accerchiati dagli agguerriti plotoni sovietici.

Proprio quando sembra che per Rambo e Trautman sia la fine certa, i soldati che li accerchiavano vengono spazzati via; improvvisamente un centinaio di ribelli a cavallo intervengono per aiutare i due a combattere contro gli invasori per la loro libertà.

Nella scena finale Rambo, alla guida di un carro armato, affronta il colonnello sovietico, alla guida di un elicottero Mil Mi-24: i due veicoli si lanciano l’uno contro l’altro a tutta velocità, sparandosi poco prima dell’impatto: alla fine, un pauroso urto frontale determina la distruzione dell’elicottero, mentre Rambo, protetto dal veicolo corazzato, ha la meglio, uccidendo Zaysen.

Infine Rambo dona il suo ciondolo portafortuna (che era di Co Bao) al bambino del villaggio mujaheddin e assieme a Trautman torna in jeep in Thailandia.

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