Seconda guerra mondiale

AVVERTENZA: per ragioni tecniche in questo  testo  alcuni apostrofi possono risultare omessi.

Il grande dittatore (The Great Dictator, USA, 1940)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Charles Chaplin; fotografia: Roland Totheroth, Karl Struss; scenografia: J. Russell Spences; montaggio: Willard Nico; musiche: Charles Chaplin, con adattamenti di Meredith Willson; suono: Percy Townsend, Glenn Rominger; interpreti: Charles Chaplin (il barbiere ebreo; Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania), Paulette Goddard (Hannah), Jack Oakie (Napaloni, dittatore di Bacteria), Grace Hale (la moglie di Napaloni), Reginald Gardiner (Schultz), Henry Daniell (Garbitsch), Billy Gilbert (Herring), Carter de Haven (l’ambasciatore), Maurice Moskovitch (Jaekel), Emma Dunn (la moglie di Jaekel); prodotto da: Charles Chaplin; produzione: Charles Chaplin Productions, United Artists; distribuzione: BiM Distribuzione; durata: 128′
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“Se avessi conosciuto gli errori dei campi di concentramento tedeschi non avrei potuto fare Il dittatore; non avrei potuto certo prendermi gioco della follia omicida dei nazisti. Ma ero ben deciso a mettere in ridicolo le loro mistiche scemenze sulla purezza del sangue e della razza” (Charles Chaplin, La mia autobiografia, Mondadori, Torino 1964)
Grosso modo erano questi i motivi ufficiali che spinsero l’’autore a girare il film tra il 1938 e il 1940, quando in Europa dilagava la seconda guerra mondiale, gli orrori dei campi di concentramento e dell’olocausto erano di là da venire e gli Stati Uniti (dove Chaplin viveva e lavorava) erano ancora decisi a non mettere naso nel conflitto. Un film che, denunciando e mettendo sotto accusa la storia nel tempo della storia, fu ben presto superato dagli avvenimenti storici del futuro più prossimo: alle leggi razziali di Norimberga del 1935 (nel film caricaturate con le riunioni antisemite tra il grande dittatore e i suoi consiglieri) seguì la cosiddetta Notte dei cristalli scatenata da Goebbels nel novembre del 1938, durante la quale ebbero luogo veri e propri pogrom sostenuti dal governo, per non parlare poi dei campi di concentramento (nel film semplici campi di lavoro) che diverranno campi di sterminio per mezzo dei quali il nazismo darà seguito alla ‘soluzione finale’, cioè al programma di sterminio sistematico con il quale saranno eliminati oltre cinque milioni di ebrei; all’’annessione dell’Austria del 1938 (nel film chiaramente parodiata con l’’invasione dell’Ostria da parte del dittatore Hynkel) seguirono, a un anno di distanza, le annessioni di Boemia e Moravia, nonché l’invasione della Polonia con cui Hitler diede seguito alla propria idea di riconquista di quello che definiva il Lebensraum (lo ‘spazio vitale’), che scateneranno la seconda guerra mondiale; alla febbre di conquista e alla mania di grandezza del Fürher (magistralmente parodiate con la celeberrima scena di Hynkel che gioca a palla con un mappamondo di gomma sul preludio del Lohengrin di Wagner) seguì, nell’’agosto del 1939, il patto germanico-sovietico firmato al Cremlino da Molotov e Ribbentrop, le cui clausole prevedevano la spartizione della Polonia. Il grande dittatore fu il primo film di Chaplin in cui l’’autore inserì dei dialoghi, passando così al parlato dopo venticinque anni di cinema muto e dopo aver messo in scena uno dei più grandi personaggi del cinema comico del Novecento, Charlot, che nel Diattore fa la sua ultima comparsa ….. In Tempi moderni Charlot subisce le prime modifiche fisionomiche, come ad esempio i capelli, che da scarmigliati e arruffati come erano sono ora pettinati con la scriminatura. In definitiva, con il barbiere ebreo del Grande dittatore Chaplin dice addio al piccolo vagabondo tanto amato e mette in scena uno Charlot riveduto e corretto, invecchiato con un ciuffo di capelli grigi, che ha rinunciato alle bonarie sconsideratezze del suo predecessore e che, soprattutto, ha accettato di entrare a far parte di una comunità sociale, quella ebraica (ha ora una casa e addirittura un mestiere che, dopo essere scappato dall’ospedale dove era stato rinchiuso in seguito alla sua lunga amnesia, cerca di riottenere a tutti i costi). …..
Così, pur segnando un fondamentale momento di passaggio nella poetica del suo autore, il film non ne tradisce le idee e i principi fondamentali, primo fra tutti il concetto di doppio insito nell’uomo, la coesistenza nella medesima persona di aspetti non esclusivamente nobili o gretti: come già Charlot, il barbiere ebreo pur mosso da nobili sentimenti è tuttavia spesso preda della codardia, della vigliaccheria e dell’egoismo.  Hynkel (ma anche Napoloni, magistralmente interpretato da Jack Oakie sulla falsariga di Benito Mussolini), a dispetto del suo ruolo di grande dittatore, è dipinto come un personaggio infantile (palleggia gioiosamente col mappamondo) e timoroso (il consigliere Garbitsch, conoscendo le insicurezze di cui soffre il suo signore, allestisce l’incontro con Napoloni costringendo quest’ultimo a una serie di posture e movimenti obbligati che, tesi a favorire la supremazia di Hynkel, vengono tuttavia puntualmente disattesi).
In Italia il film si scontrò con la censura che ne permise la distribuzione solo nel 1946 e solo dopo aver eliminato alcune sequenze (la più celebre è quella del ballo tra Hynkel e la moglie di Napoloni, interpretata da Grace Hale, all’epoca giudicata irriguardosa nei confronti di Rachele Mussolini).
“Hanno riso e si sono divertiti; ora voglio che ascoltino. Ho fatto il film per gli ebrei di tutto il mondo. Volevo che l’onestà e la bontà tornassero sulla terra. Non sono comunista, sono soltanto un essere umano che vuole vedere in questo paese una vera democrazia e la libertà da quell’infernale irregimentazione che dilaga in tutto il mondo” (Charlie Chaplin).
Luisa Mariani, 05/01/2003

Il tema della guerra nel Neorealismo italiano – tratto da:

Il Neorealismo italiano tra cinema e letteratura
Storia del movimento. Letteratura e Società nel Neorealismo e rapporto tra cinema e letteratura.
http://www.italica.rai.it/cinema/schede/neorealismo4.htm
E’ interessante ripercorrere brevemente la storia della parola “neorealismo”, perché ci permette di cogliere due aspetti fondamentali della natura di questo movimento: lo stretto legame che esso ebbe con il cinema, e da cui trae origine il titolo e il taglio del presente lavoro, e la problematicità che ha accompagnato fino ad oggi questo movimento culturale.
Infatti, anche se il termine “neorealismo” si cominciò ad usare alla fine degli anni Venti con riferimento alle tendenze artistiche del tempo, chi lo usò in modo nuovo nel 1942 fu il montatore cinematografico per il film Ossessione di Visconti, e questo ne provocò una rapida diffusione nell’ ambito cinematografico. Già dopo il 1943 il termine si estese anche nell’ambito letterario con diverse interpretazioni. Come si è detto la storia del termine ci indica lo stretto legame che ci fu tra l’ambito cinematografico e quello letterario, e attesta almeno le tre espressioni più importanti del neorealismo in letteratura: un “nuovo realismo” anticipatore che si può collocare alla fine degli anni 20 con Moravia (Gli indifferenti, 1929), Alvaro (Gente in Aspromonte, 1930), Silone (Fontamara, 1930), un neorealismo spontaneo, successivo al 1943 e un neorealismo con chiara consapevolezza politico-ideologica che si espresse dopo il 1947/48.
La letteratura neorealistica del dopoguerra è stata in sostanza determinata dalla situazione della società italiana creatasi in conseguenza della Resistenza e della ripresa democratica; e, forse appunto per questo, presenta non pochi equivoci che riflettono in parte anche le varie componenti della nuova società, o, comunque, della nuova situazione politico-sociale, dato che è impossibile che una società cambi dalla sera alla mattina le sue strutture. Deve esser chiaro questo punto, se vogliamo capire la ripresa democratica dell’Italia dopo la caduta del Fascismo e la fine della guerra: la burocrazia, la scuola, le strutture della nostra società, erano state in mano al Fascismo per alcuni decenni, e molte mentalità rimarranno ancora fasciste anche quando sembrerà attuata la democrazia; si sa, infatti, che molti uomini politici di prestigio erano stati compromessi col Fascismo, anche se avevano cercato di farsi un manto di verginità e di purezza. Molti uomini di cultura erano stati onorati di cattedre universitarie dal passato regime, molti onorevoli democratici erano stati fascisti e spesso segretari federali del partito; la nuova democrazia era sorta per volontà del popolo proletario e dei politici democratici che avevano scontato molti anni di carcere politico e di confino, perché non avevano voluto compromettersi col Fascismo. La Chiesa che, durante il Fascismo, aveva benedetto gagliardetti, aveva proclamato Mussolini l’uomo della Provvidenza, aveva benedetto eserciti che andavano a massacrare i popoli di colore in Abissinia, ora si dichiarava in netta opposizione al passato regime e metteva in evidenza uomini politici puri e antifascisti accanto a ex gerarchi fascisti, proponendoli come nuovi maestri di democrazia, magari all’interno di governi in cui collaboravano comunisti e socialisti. ….. Cominciò in tal senso un vero e proprio processo alla letteratura precedente, in particolare a quella di ispirazione decadente, che non aveva assolto al suo dovere di testimonianza della verità e della libertà perduta. La polemica si sviluppò in riviste e pubblicazioni di ogni sorta, spesso senza un oculato senso critico e senza mettere in rilievo quel tanto di positivo che pur c’era stato in alcuni gruppi di poeti e di artisti che si erano appartati dal regime.
Anche il rapporto tra cinema e letteratura assunse caratteristiche peculiari a seconda dei diversi periodi del movimento neorealista.
Il legame che unisce cinema e letteratura è ben più saldo e profondo ed è caratterizzato da una comune concezione dell’arte, da un medesimo sentire in un’osmosi creativa che in alcuni momenti vedrà l’attività cinematografica indirizzare quella narrativa.
Per capire in che cosa consista questo forte legame è necessario rifarsi alla citata prefazione di Calvino e ad alcune espressioni teoriche di Zavattini e di Rossellini; la affermazione di Zavattini “che il linguaggio cinematografico è pieno delle stesse possibilità del linguaggio letterario” e che il regista usa la macchina da presa come lo scrittore il foglio bianco su cui scrivere, ci dice già quanto forte sia il legame tra le due espressioni almeno per come esso è sentito dai maggiori registi dell’epoca. Ma c’è di più. …… Nel cinema si manifesta l’esigenza di superare ogni forma di mediazione del racconto e comunque di qualsiasi espressione artistica, l’utopia della scrittura spontanea e della macchina da presa in mano a tutti. Il rifiuto del racconto è legato quindi all’esigenza di aderire direttamente alla realtà, al presente A tale esigenza rispondono bene film come Ossessione, Roma, città aperta, Germania anno zero, Ladri di biciclette, Umberto D. “Io devo concentrare tutta la mia attenzione sull’uomo d’oggi. Il fardello storico che io ho sulle spalle e che non vorrei – non potrei – scrollarmi brutalmente dalle spalle, non deve impedirmi di essere tutto nel desiderio di liberare quest’uomo e non altri dalla sua sofferenza servendomi dei mezzi che ho a disposizione. Quest’uomo (ecco una delle mie due o tre idee fisse) ha un nome e un cognome, fa parte della società in un mondo che mi riguarda senza equivoci e io sento il suo fascino, lo devo sentire così forte, che voglio parlare di lui, proprio di lui e non attribuirgli un nome finto, perché quel nome finto è pur sempre un velo fra me e la realtà, è qualcosa che mi ritarda, anche di poco, ma mi ritarda il contatto integrale con la sua realtà e di conseguenza la spinta a intervenire per modificare questa realtà. Datemi torto o peggio, a me sembra che sia proprio consequenziale per il neorealismo giungere sempre di più dal falso al reale” (Zavattini).
Da queste parole di Zavattini emergono almeno due aspetti fondamentali delle tematiche del neorealismo: il riferimento all’attualità, per cui sia le opere letterarie che quelle cinematografiche hanno come contenuto: la vita della borghesia durante il fascismo (Moravia) i problemi del meridione (Alvaro, Carlo Levi, Bernari, Vittorini, Silone, Iovine, Brancati) la povertà durante il fascismo, l’olocausto e i campi di concentramento (Primo Levi), l’antifascismo e la vita operaia (Pratolini), la Resistenza (Calvino, Pavese, Fenoglio) , la guerra e le condizioni di miseria dell’immediato dopoguerra (Moravia), e l’engagement che deve caratterizzare l’opera e la vita stessa dell’autore nel contribuire a risollevare dalla miseria e dalla povertà le classi povere; è proprio questo aspetto che pone in relazione la maggioranza degli artisti del tempo….